Settembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
LA CRISI DI RIGETTO STA AVVELENANDO I GRILLINI DILANIATI DA UNA LOTTA INTERNA PER IL POTERE
Se Roma è lo “stress test” che misura la capacità di governo del Movimento 5 Stelle, i segnali che
arrivano dalla Capitale non sono confortanti per il Paese.
Diciamo la verità , nessuno poteva pretendere che la giunta guidata da Virginia Raggi, in poco più di un mese, potesse ripulire la città eterna di tutti i suoi atavici mali: mafia e monnezza, buche e pantegane.
Ma allo stesso modo nessuno poteva immaginare che il Campidoglio pentastellato, dopo appena settanta giorni, facesse saltare cinque poltrone in un colpo solo. E non poltrone qualsiasi.
Un capo di gabinetto, i tre manager che guidano Atac e Ama (le due municipalizzate più disastrate d’Italia) e soprattutto un super-assessore al Bilancio che era il vero (e forse unico) fiore all’occhiello di questa giunta: quel Marcello Minenna, trasferito a forza dalla Consob, che aveva in mano il portafoglio e il patrimonio di Roma, gravato da un debito monstre di quasi 13 miliardi.
Un fatto grave. Anche al di là delle ovvie invettive del Pd, che farebbe bene a non maramaldeggiare troppo sulla Capitale, visto che ha allegramente e colpevolmente contribuito a ridurla com’è.
Ma se persino Paola Taverna parla di “perdita gigante”, vuol dire che qualche ingranaggio più “strutturale”, nella macchina del potere pentastellato, si è rotto davvero.
E se non piangessimo i morti di un terremoto vero, che ha distrutto vite e destini, dovremmo parlare di un sisma politico, che squassa il movimento e apre una faglia profonda proprio nel luogo simbolo in cui Grillo tenta di dimostrare quello che, finora, rimane indimostrabile e indimostrato: e cioè che il Movimento, elaborato il lutto di Gianroberto Casaleggio, è ormai entrato nell’età adulta, ed è ormai pronto a guidare l’Italia.
Purtroppo, per un Paese ormai “tripolare” che avrebbe un urgente bisogno di alternative politiche tutte ugualmente credibili e spendibili, le cose non stanno affatto così.
L’alternativa non esiste più a destra, perchè tra le macerie del berlusconismo si vedono avanzare solo fantasmi. Ma non esiste ancora nei 5 Stelle, perchè tra le “anime” del grillismo si vedono crescere solo miasmi.
Cosa è successo, infatti, a Roma? E perchè queste cinque dimissioni in un solo giorno sono inquietanti?
Per due ragioni di fondo.
La prima ragione è di merito. Questa “rottura” multipla, che indebolisce drammaticamente una squadra già di per sè non eccelsa (almeno rispetto alle attese), non avviene su temi concreti, che riguardano la vita di tutti i giorni di quattro milioni di cittadini.
Raineri o Minenna non se ne vanno perchè non c’è accordo con la Raggi o con gli altri assessori su come risolvere il problema dei rifiuti, o su come rendere più efficiente il trasporto urbano, o sui lavori che sarebbero necessari se si accettasse la candidatura alle Olimpiadi.
Dal poco che trapela dalle “segrete stanze” del Movimento (e già questa formula obbligata ne tradisce la vocazione originaria), i due dimissionari pagano una “crisi di rigetto” che, fin dalla vittoria elettorale alle amministrative di giugno, sta avvelenando l’organismo pentastellato.
È in corso, dicono, un regolamento di conti: da una parte c’è la sindaca e i suoi fedelissimi, sempre più chiusi dentro al “raggio magico”, dall’altra ci sono gli “esterni” e i “tecnici”, sempre più esclusi e scontenti.
Perchè litigano? I cittadini romani, e noi tutti, vorremmo saperlo.
E invece non lo sappiamo. Perchè nessuno spiega niente.
E quello che vediamo e abbiamo visto finora non è un dibattito serrato e concreto su come si abbatte il debito, su come si riduce l’addizionale Irpef, su come si migliora il decoro urbano, ma l’ennesima, estenuante querelle sulle nomine e sugli stipendi degli amministratori.
Come avrebbero fatto i dorotei o i craxiani di una volta. E com’era già successo agli stessi parlamentari grillini dopo il successo elettorale del 2013, quando sprecarono il primo anno a Montecitorio non a illustrare agli italiani come si finanzia davvero il reddito di cittadinanza, ma a sbranarsi tra loro sugli scontrini e le ricevute del ristorante.
E qui emerge la seconda ragione, che invece è di metodo.
I Cinquestelle hanno avuto un merito oggettivo: hanno cambiato i modi e i tempi della comunicazione politica, anche attraverso l’uso “orizzontale” della Rete.
Ora, quello che è appena accaduto nella Capitale ha una portata politica evidente. E dunque dovrebbe essere raccontato con assoluta chiarezza all’opinione pubblica. Non può bastare un post sulla pagina Facebook della sindaca, pubblicato alle quattro del mattino, in cui la Raggi si limita a dare una lettura banalmente burocratica delle dimissioni del suo capo di gabinetto, senza dire nulla di quelle del super assessore al Bilancio.
Salvo poi parlare del dovere della “trasparenza”.
Gestito così, il Campidoglio non è una casa di vetro. Diventa una corte di Bisanzio. Un concentrato di veleni e di arcana imperii di cui nessuno sa e capisce nulla.
Una guerriglia sotterranea tra un maxi e un mini direttorio, un conflitto permanente tra correnti palesi e occulte, che in qualche caso fanno rimpiangere i partiti vecchi e rissosi della Prima Repubblica.
Dov’è finita la “diversità ” pentastellata?
Dove sono finite l'”innocenza” e la “purezza” del Movimento, il “non partito” con il “non statuto”, che nasce e cresce dal basso e che in virtù dei sacri principi fondativi (“uno vale uno”, “i leader non esistono”) rivoluziona la politica e rifonda la democrazia?
Per adesso, il “grillismo reale” precipita in un vortice di impreparazione e di presunzione. Si avvita in una spirale di velleitarismi e di personalismi.
Ribellarsi alle èlite è giusto. E il Movimento, con i suoi quasi 9 milioni di elettori alle politiche del 2013, ha dato corpo esattamente a questa legittima istanza di “ribellione democratica”.
Ma governare è un’altra cosa. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista lo sanno bene. Quando in gioco c’è non solo il Campidoglio, ma in prospettiva addirittura Palazzo Chigi, il motto “meglio inesperti che disonesti”, per quanto rassicurante, non può più bastare.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
MARCO RETTIGHIERI: “HO SEGNALATO ALLA MAGISTRATURA TUTTE LE ANOMALIE”
“Sono stato spietato ma giusto, come mi hanno insegnato in Ferrovie. E ho segnalato alla magistratura tutte le anomalie che ho riscontrato”, “era un nostro dovere farlo e certo non ci siamo divertiti. Anche se, sinceramente, tante cose erano risapute. Non siamo i geni della lampada. Ci siamo solo comportati in modo trasparente e onesto. Forse però abbiamo colpito zone intoccabili”.
Lo afferma – in un’intervista al Messaggero – Marco Rettighieri, dimessosi ieri dalla carica di direttore generale dell’Atac.
“Il potere di sindacati e politica in Atac – dice – è molto forte. Noi abbiamo cercato di arginare quel sistema di cordate e clientele. E in parte ci siamo anche riusciti, cercando di riportare questa azienda colabrodo alla normalità . Poi alcuni si sono rivoltati contro”.
Crede che le sigle di cui ha toccato gli interessi abbiano trovato sponde nell’attuale amministrazione M5s?
“Sì – risponde -, diciamo che posso avere avuto questa percezione. Ma sono un tecnico, non un politico. E ho lavorato fino all’ultimo per fare il bene di Atac e di chi usufruisce i mezzi pubblici di Roma. Alcuni sindacalisti ieri mi hanno ringraziato”.
Rettighieri parla di “vere e proprie intromissioni” da parte della giunta.
Il riferimento alla ‘visione preventiva’ degli spostamenti dei dirigenti: “Ma questa cosa è impensabile, anche dal punto di vista legale, oltre che del buonsenso”.
“Pensi anche ai fondi per la metropolitana – aggiunge -, che non sono mai arrivati sul nostro conto corrente. I lavori dovevano partire a giugno, poi entro Ferragosto”.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile
SOLO DI MAIO LA DIFENDE, MA PER PAURA DI VEDERE COMPROMESSA LA SUA AMBIZIONE DA LEADER
Mentre cerca di spiegare perchè ha scelto ancora una volta di difendere i suoi fedelissimi e
abbandonare il lavoro di persone come il capo di gabinetto Carla Raineri e l’assessore al Bilancio e alle Partecipate Marcello Minenna, le labbra di Virginia Raggi hanno un fremito.
Un’incertezza nella voce che si fa acuta, poi scompare. Arrivano le lacrime. Il crollo. È in riunione in Campidoglio con quel che rimane della giunta e con la sua maggioranza, la sindaca.
“Quelli che teme di più – raccontano ai vertici del Movimento – sono proprio i consiglieri comunali. Sono loro che possono toglierle la fiducia. Non il minidirettorio. Non lo staff, che avrebbe dovuto supportarla e che ora è tutto contro di lei”.
Le più furiose sono le parlamentari romane Carla Ruocco, Paola Taverna, Roberta Lombardi.
Convinte che il lavoro comune fosse riuscito a trovare le persone giuste per amministrare Roma e che il “raggio magico” non stia facendo altro che sabotare quel lavoro.
“Non ci sono correnti o correntine – si sfoga la Lombardi con un deputato – da noi esistono solo due parti: chi lavora con il metodo del Movimento 5 stelle e chi no”.
Nel mirino ci sono il vicesindaco Daniele Frongia; il vicecapo di gabinetto – ex braccio destro di Gianni Alemanno e Renata Polverini – Raffaele Marra; il dipendente del Campidoglio promosso a capo della segreteria politica Salvatore Romeo.
È ancora una volta da loro che bisogna partire per capire quel che è successo nelle ultime 24 ore.
Perchè è stato proprio Raffaele Marra a stilare la richiesta di parere all’Anac sul contratto del capo di gabinetto Carla Raineri. Richiesta poi inoltrata da Virginia Raggi, insieme a tutte le altre.
Era stata la sua risposta alle polemiche di agosto contro lo stipendio di Salvatore Romeo. “Dite che quella nomina è irregolare? Che un dipendente del comune non può andare in aspettativa ed essere assunto al triplo dello stipendio? – aveva chiesto la sindaca a chi la criticava – Chiediamo all’Anac di controllare tutte le delibere e vediamo che succede”.
Sulla nomina di Raineri, sull’articolo in base al quale farla e sul suo stipendio, erano già stati chiesti dei pareri all’avvocatura del comune, che aveva dato il via libera. L’Anac l’ha invece considerata illegittima.
Ma anzichè riproporre la giudice sulla base di una procedura corretta, Virginia Raggi decide di mandarla via. “Siamo allucinati”, dice più d’uno nello staff romano. “I pareri non si chiedono dopo, come si può defenestrare una giudice anticorruzione del calibro di Carla Raineri con un post su Facebook alle cinque del mattino? Com’è possibile che noi siamo tutti da una parte, e che lei vada sempre dalla parte opposta?”.
“Il problema vero sono Marra e Romeo”, dicono sia in ambienti romani che in quelli vicini alla Casaleggio Associati.
Senza avere il coraggio di parlare in chiaro, però. Perchè Luigi Di Maio ha deciso che Virginia Raggi va difesa. Che non c’è altra strada. Anche se al mattino, quando ne parla coi suoi collaboratori più stretti, sa già di doversi preparare a quello che definisce “un effetto domino”.
Carla Raineri non si fidava del suo vice Raffaele Marra. E aveva cercato di contrastare lui e Romeo proprio con l’aiuto dell’assessore Marcello Minenna.
I due volevano mettere becco sulle partecipate e il supertecnico non intendeva accettarlo. Per questo, una volta mandata via la Raineri, ha deciso di lasciare anche lui. Seguito dalle persone che aveva scelto, come il presidente dell’Ama Alessandro Solidoro.
Ma mentre – ai vertici dei 5 stelle – Roberto Fico si guarda bene dal rispondere al telefono, Alessandro Di Battista continua il suo tour per il no al referendum tacendo di Roma e Beppe Grillo (in vacanza a Olbia) diserta un appuntamento a Sassari cui pure era atteso, Luigi Di Maio non ha esitazioni.
Dal primo momento, è stato lui a dover difendere l’operato della sindaca. Un ruolo in cui i suoi oppositori interni lo hanno schiacciato volentieri. Ma che ritiene obbligato. Se si fallisce a Roma, fallisce l’idea di un Movimento 5 stelle pronto a governare.
Per questo, a Sassari, risponde secco alla domanda che sulla sua pagina Facebook ha avuto più like: “Cosa sta succedendo a Roma?”. “Io dico soltanto una cosa – ha risposto il candidato premier in pectore – questo è solo l’inizio, chi pensa che governare Roma sia una cosa semplice ha sbagliato totalmente. Abbiamo tutti contro, tutte le lobby. Domani nominiamo il nuovo assessore, il nuovo capo di gabinetto, i nuovi vertici delle aziende e andiamo avanti. Noi a Roma vogliamo cambiare tutto, e lo faremo”.
Perchè è vero, era stato lui stesso a siglare l’accordo definitivo con Minenna, ai tempi della sua nomina. Ma poi ha capito che l’assessore pensava di poter guidare la giunta più di quanto fosse chiamato a fare.
“Il sindaco è Virginia”, continua a ripetere il vicepresidente della Camera. Nessuno deve dimenticarlo.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
A NOMAGLIO MANCANO ITALIANI VOLONTARI PER LA PROCESSIONE, CI PENSANO I PROFUGHI NIGERIANI A PORTARE LA STATUA DI SAN BARTOLOMEO
Gli anziani del piccolo paesino di Nomaglio mai avrebbero immaginato di vedere portare in processione per le vie lastricate di porfido la statua del patrono San Bartolomeo da dei ragazzi di colore.
Invece Thomas, Matthew, Edvin, Evans e gli altri giovani nigeriani di religione cristiana, scampati ai massacri di Boko Haram e salpati per l’Italia due mesi fa, ne sono stati entusiasti.
Quando hanno visto che si faceva fatica a trovare volontari per portare il santo, hanno chiesto loro, insieme al parroco don Nicola Alfonsi, di poter dare una mano e sfilare, passando davanti alle case colorate dai vasi di fiori e di fianco al «bornel» la vecchia fontana in pietra
«L’abbiamo interpretato come segno di gratitudine, di rispetto verso le nostre tradizioni, ma anche di voglia di una rapida integrazione — ammette Ellade Peller, eletta per sei volte sindaco del Comune all’imbocco della Serra, famoso per la sagra della castagna che si svolge la terza domenica di ottobre —. Magari qualcuno dei miei concittadini avrà storto un po’ il naso, ma non importa. Perchè anche Nomaglio è un paese di migranti, non lo dobbiamo scordare».
In questa fetta di Eporediese, a fine ‘800 ci abitavano più di mille persone.
Molte se ne andarono in cerca di fortuna verso la Francia, l’America o la grande città e oggi, in mezzo alle 300 anime che sono rimaste, tornano in estate e nei week end i nipoti e i pronipoti di chi partì.
(da “La Stampa“)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
IL DG RETTINGHIERI ACCUSA L’ASSESSORE E PUBBLICA UNA LETTERA DI RACCOMANDAZIONE… LA MELEO SI LAMENTA SOLO DELLA PUBBLICAZIONE, MA NEL MERITO TACE
Marco Rettighieri ha fatto trapelare una lettera indirizzata all’assessora ai Trasporti Linda Meleo in
cui critica pesantemente la sindaca di Roma Virginia Raggi e l’assessore al Bilancio Marcello Minenna per le promesse sulla metro e i fondi mai arrivati ad ATAC.
Nell’ultima parte della lettera è però presente una critica diretta alla Meleo riguardo il suo “interessamento” nei confronti di un responsabile ATAC, visto dal DG come un’intromissione.
Si parla di un responsabile della Roma-Viterbo che sarebbe stato rimosso dal suo incarico.
Rettighieri parla di una telefonata dell’assessora con richiesta di spiegazioni che sa tanto di “interessamento”, accusando la Meleo di ingerenza nelle questioni di ATAC.
Ecco il testo della sua lettera alla Meleo:
Un ulteriore elemento di “disappunto” è anche la richiesta di poter agire su operazioni di personale Atac, come occorso ieri al telefono. Lo spostamento di alcune persone all’interno di un’Azienda di qualsivoglia natura, partecipata o meno, non può essere influenzato in alcun modo da ingerenze esterne. Questo per una serie di motivi, tra i quali spicca il fatto che non si ha una conoscenza della situazione o, ancora peggio, si ha una conoscenza parziale dei fatti accaduti. Tra le altre cose, visto che ho parlato direttamente con la persona interessata allo spostamento a cui ho dato motivazioni sufficienti, non vedo l’opportunità di esprimere riserve su questa azione, come da Lei sostenuto molto sui generis. Molti, tra cui alcune organizzazioni sindacali, vedono tutto questo come un commissariamento di Atac e mio.
Il sanzionato, scrive il Messaggero, a leggere il bollettino degli ordini di servizio è Federico Chiovelli, ingegnere dell’ATAC rimosso dal vertice della ferrovia Roma-Viterbo.
«È un simpatizzante Cinquestelle», maligna qualche collega sul quotidiano. Curiosamente, nella replica postata in serata su Facebook, la Meleo parla di tutto tranne che dell’episodio di cui sarebbe stata protagonista:
La fuga di Linda Meleo
È ovviamente inglorioso e vergognoso che l’esponente di una giunta che ha fatto della trasparenza un valore nicchi, o glissi, su un capo d’accusa così importante, visto che tra le righe Rettighieri accusa la Meleo di essersi interessata e aver contestato la decisione del DG senza argomenti e basandosi su una conoscenza parziale dei fatti. La Meleo avrebbe dovuto replicare puntualmente sulla presunta ingiustizia subita da Federico Chiovelli, ma ha preferito glissare dando così da pensare che abbia ragione il DG.
Chiovelli, in ogni caso, è davvero un iscritto al MoVimento 5 Stelle della zona.
Ma il punto non è ovviamente questo: libero è lui di militare nel partito che vuole, libero è persino di lamentarsi con chi vuole per una sanzione che evidentemente ritiene ingiusta.
Ciò che è incredibile è che per l’ennesima volta l’amministrazione, accusata da Rettighieri come da Fortini, faccia finta di niente invece di replicare puntualmente: non c’ero e se c’ero dormivo, in pieno stile Vignaroli e senza rendersi conto della gravità delle accuse.
Onestà non dovrebbe far ridere con omertà .
(da “Nextquotidiano“)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
I VERTICI ATAC MOLLANO LA RAGGI: “UN POLITICO NON SI INTROMETTE IN AFFARI DI SOCIETA’ PARTECIPATA”
“Le mie dimissioni sono motivate puntualmente. Una delle ragioni che mi ha spinto a lasciare nasce da un’intromissione che non mi ha fatto piacere; da una lettera ufficiale che l’assessore Meleo ha indirizzato a Brandolese e me in cui si intromette in affari di una società , anche se partecipata. È una palese violazione delle regole del buonsenso ed è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.
Così l’ex dg Atac, Marco Rettighieri in una conferenza stampa con il dimissionario amministratore unico Armando Brandolese.
“Abbiamo dato l’anima per risanare Atac – continua Rettighieri – se non ci fosse stato un debito pregresso così importante sono certo che ce l’avremmo fatta in tempi rapidi”.
“Ci sono state gestioni pregresse che hanno condizionato quella attuale ma non capisco perchè il piano industriale sia stato messo in discussione, sul mio conto se ne sono dette tante e troppe. C’è chi mi ha etichettato politicamente ma io sono un tecnico.”
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
“NON PARLERO’ MOLTO, DOVRANNO PARLARE I FATTI”… “NON SARO’ UOMO DI PARTE, QUA COME UOMO DELLE ISTITUZIONI”
Trasferimento in loco nei prossimi giorni, lavoro sul campo per fare una stima dei danni e delle cose
da fare, lavoro sulla composizione della squadra che lo accompagnerà nella sfida che ha accettato di portare avanti.
Vasco Errani si gioca tutto nel ruolo di commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma tra Lazio e Marche.
Ed è per questo che, nel giorno della nomina da parte del governo Renzi, l’ex governatore dell’Emilia Romagna sta bene attento ai passi falsi.
E’ lui la carta del premier Matteo Renzi per giocare una partita che vuole arrivare fino in fondo. A cominciare dalla trasparenza nella gestione delle risorse che è anche condizione per ottenere flessibilità dall’Unione Europea.
Dopo mesi di voci e smentite su un possibile ingresso di Errani nel governo Renzi, è finalmente arrivato il gran giorno.
Il premier lo ha spiegato ieri anche ad Angela Merkel: la scelta è caduta su Errani perchè “ha fatto bene” nella ricostruzione dopo il terremoto in Emilia Romagna 4 anni fa.
“E’ uno che si è tirato su le maniche e ha tenuto botta, come dicono in quella regione”, dice Renzi. Quando il sisma di magnitudo 5,9 colpì l’Emilia Romagna nel 2012, distruggendo intere aree produttive, Errani fu nominato Commissario delegato per l’attuazione degli interventi sui territori emiliani e lanciò lo slogan ‘Teniamo botta’.
Il risultato fu il ‘Modello Emilia’ per la ricostruzione basato su una cabina di regia che coinvolgeva sindaci e rappresentanze territoriali, sulla priorità alla ricostruzione dei centri storici evitando le New Town per collocare i terremotati in moduli provvisori, grande attenzione alla legalità .
Ma il passato è passato ed Errani evita paragoni.
“Non c’è un modello, sarebbe stolto pensare al modello Emilia o Friuli. Prenderemo le esperienze che vengono dai terremoti precedenti, vedremo i limiti e gli aspetti positivi e baseremo tutto sul modello territoriale”, dice in conferenza stampa a Palazzo Chigi, prima di recarsi ad Amatrice per il primo sopralluogo con il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti.
Domani invece sarà a Montereale e via via in tutti i paesi interessati alla ricostruzione.
“Non parlerò molto, dovranno parlare i fatti”, dice Errani che non si sbilancia in stime nemmeno ufficiose dei danni.
I prossimi giorni serviranno anche per comporre la squadra che lo accompagnerà nell’impresa. “Non assumerò mai una decisione da solo. Cercherò di essere il più presente possibile in quel territorio, lì ci sarà il commissario e la struttura sarà leggera e opererà in piena collaborazione con le regioni. Avremo una grande accuratezza nella spesa e nella trasparenza delle decisioni”.
Indagato per falso ideologico e poi assolto lo scorso giugno, per fatti legati alla ricostruzione in Emilia Romagna, Errani inizia oggi la sua nuova ‘vita’ istituzionale al fianco di un premier e segretario del Pd di tutt’altra estrazione politica.
Lui, uomo del Pci nella rossa Emilia. L’altro, giovane ex Dc ora votato a superare destra e sinistra.
Eppure l’incontro ravvicinato tra i due, così diversi, doveva avvenire: era solo questione di tempo, dicono in entrambi gli entourage.
Errani era colui che garantiva la comunicazione tra Renzi e Bersani, quando quest’ultimo era ancora segretario del Pd e il primo era ancora un sindaco pieno di ambizioni nazionali.
Ora l’ingresso ufficiale nella stessa squadra per quella che per Renzi è ‘la sfida delle sfide’, la ricostruzione.
Roba che dona pace anche nel Pd, se può servire. E servirà , in vista del referendum costituzionale.
Non ditelo a Errani, però. Anche qui l’ex governatore vede passi falsi e schiva.
“Non avrei mai accettato, e penso di averlo dimostrato su campo in questi mesi, un incarico in chiave di dialettica tra maggioranza e minoranza nel Pd — dice – Non c’entra niente. Io adesso non sono un uomo del Pd ma un uomo delle istituzioni e faccio solo questo. Non l’avrei mai accettato un incarico del genere e nemmeno il presidente del Consiglio, nè nessun altro, hanno pensato una cosa del genere. Prendo atto della dialettica politica, ma a me interessa rispondere a quelle comunità e non mi farò coinvolgere nelle polemiche”.
Via al lavoro, consapevole di essere il jolly sul quale anche Renzi scommette tutte le sue carte: proprio nel giorno in cui i temibili avversari politici del M5s celebrano il giorno più nero della giunta Raggi che perde pezzi a pochi mesi dalle elezioni.
La scommessa ormai è di entrambi: riuscire per dare un’ultima chance alle istituzioni e alla politica dei partiti tradizionali.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
MOSSA DELL’EX SEGRETARIO, MENTRE GLI ORTODOSSI LITIGANO COI QUARANTENNI
Frizzanti discussioni si annunciano al congresso radicale iniziato anel carcere romano di Rebibbia. Il primo scontro sarà proprio sulla «location»: mai era accaduto che un intero partito si riunisse dentro un penitenziario, al massimo singoli esponenti loro malgrado. Per accedervi bisognerà superare i controlli di sicurezza e lasciare all’ingresso tutta l’elettronica, telefonino compreso.
Inoltre verrà ammesso solo chi aveva compilato un modulo online prima del 26 agosto, i ritardatari resteranno fuori.
Cosicchè non vedremo più la variopinta umanità tipica delle kermesse pannelliane, dove pure l’ultimo arrivato diceva la sua.
Gli organizzatori sono convinti che Marco ne sarebbe stato orgoglioso, perchè la drammatica condizione carceraria era una delle sue due nobili «fisse» (l’altra: il «diritto alla conoscenza», tema di gigantesco impatto rimasto purtroppo allo stato gassoso).
Una parte della galassia radicale, invece, sospetta che la trovata di Rebibbia sia solo un modo astuto per filtrare il pubblico, isolare chi contesta la linea e svicolare dal vero grande punto interrogativo: che ne sarà del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito dopo la morte del suo fondatore?
«Felloni» contro ortodoss
I più critici si annidano tra i Radicali Italiani, dèpendance nazionale del PRNTT, anche per ragioni anagrafiche.
C’è proprio una diversa mentalità tra i quarantenni come Riccardo Magi o come Marco Cappato, e la vecchia guardia pannelliana incaricata di vigilare sul lascito politico del leader scomparso, oltre che su un patrimonio stimato (tra immobili e radio) in 50 milioni di euro.
I «giovani turchi» muoiono dalla voglia di cimentarsi non solo sui due soliti temi cari a Pannella ma a 360 gradi.
Per esempio, si sono presentati alle scorse comunali di Roma e Milano, con risultati decisamente mediocri; ma non importa, dicono, per loro contava spezzare l’incantesimo o quantomeno provarci, laddove il gruppo degli «ortodossi» (Maurizio Turco, Rita Bernardini, Walter Vecellio, Sergio D’Elia) li considera alla stregua di arrivisti che non vedono l’ora di farsi cooptare nel regime.
Addirittura Turco li ha definiti pubblicamente «felloni», e di qui a sabato ne sentiremo volare altri di epiteti sanguinosi.
Grandi figure come Emma Bonino, o come Gianfranco Spadaccia, per ora se ne stanno appartate, forse pure un po’ disgustate
Il debutto di Mariann
Troppo forte è il dissidio per ricomporlo: un divorzio sembra nell’aria. Ma pure se non si arriverà a tanto, l’unica a trarne vantaggio sarà probabilmente Marianna.
Cioè l’associazione lanciata un paio di mesi fa da Giovanni Negri, segretario del partito pannelliano negli anni Ottanta che poi si era ritirato dalla politica per scrivere libri e produrre dell’ottimo barolo.
È ritornato in azione perchè, secondo lui, ce ne sono tutti i presupposti.
«I partiti di plastica sono finiti», spiega, «la Repubblica dei giudici ha fallito, rimane soltanto il grillismo di cui presto l’Italia si stancherà ».
Su queste macerie i radicali possono diventare l’embrione di un nuovo partito dei cittadini, Marianna appunto, che simboleggia le conquiste della Rivoluzione francese declinate nel tempo presente.
Lanciare un’opa sul Partito radicale a Negri, così egli assicura, non interessa. Tantomeno infilarsi nelle liti sull’eredità di Pannella.
«C’è tutta un’altra storia da iniziare con l’aiuto dei tanti radicali attivi o in sonno, desiderosi di risvegliarsi».
Sta preparando la proposte di Marianna su fisco, giustizia e lavoro. Ha già fissato l’atto ufficiale di nascita, una convention nazionale che si terrà a Bologna il 14 e 15 gennaio.
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Settembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
SERGIO PIROZZI: CONTESO DALLE TV, SLANG RUDIMENTALE E SUPER POP… IL COMUNE SI TROVERA’ NEL PARADOSSALE CASO DI ESSERE INDAGATO E DI GESTIRE LA RICOSTRUZIONE
Bisogna dire che l’uomo eÌ€ proprio di questo tempo: ama il calcio, ha il cranio rasato, indossa la felpa con
su scritto il nome di Amatrice.
Sergio Pirozzi, allenatore del Trastevere, sindaco e voce del terremoto amatriciano, sta nutrendo i telespettatori del suo slang rudimentale e super pop. Al microfono della Rai, nella sua prima intervista: “Barcollo ma non mollo”.
Da allora l’eccitazione degli inviati per averlo in voce eÌ€ salita di parecchio, cosiccheÌ anche la considerazione di Pirozzi per se medesimo eÌ€ andata lievitando.
“Il mio popolo sa che il suo capo eÌ€ ferito, ma non cede neÌ scappa”. Il Capo, cioeÌ€ lui. Di piuÌ€: “Ho detto a Renzi che sarebbe il caso di indossare una felpa con su scritto Italia”.
Due sere fa al ministro dell’Interno. “Avete operato bene” e Angelino Alfano lo ha ringraziato con devoto sussiego.
“Il popolo della felpa” si chiama il suo gruppo su Facebook e di destra sono le sue simpatie politiche. Gianni Alemanno gli eÌ€ andato subito a far visita, Il Secolo d’Italia lo accudisce e Il Tempo ammonisce: GiuÌ€ le mani da Pirozzi.
Non c’eÌ€ problema, il sindaco non tentenna: “Se mi arriva un avviso di garanzia? Atto dovuto, ma me ne frego”. Se ne frega.
La ricostruzione deve passare per le sue mani e per quelle dell’ufficio tecnico.
Il Comune di Amatrice si troverà a essere indagato e a indagare.
Singolare condizione di ente propulsore e attuatore delle misure anti scossa e soggetto destinatario delle attenzioni della Procura per i mancati adeguamenti sismici.
“Il Comune di Amatrice si costituiraÌ€ parte civile percheÌ eÌ€ parte lesa”, ha detto e nel modo piuÌ€ sbrigativo possibile a proposito della scuola del paese alla quale 700 mila euro di finanziamento pubblico non sono bastati per restare in piedi.
Non volendo perdere tempo e avere fastidio per domande inutilmente curiose, giaccheÌ “devo pensare ai miei fratelli e non rispondere ai magheggi, lei eÌ€ un mago che sa cose che io non so”.
Amatrice, classificata come area ad alto rischio sismico, è terra tremula per eccellenza e in questi anni di ogni terremoto ha conosciuto il rombo.
PercioÌ€ le sono stati concessi in tempi successivi alle scosse che colpirono prima l’Umbria (1997) poi L’Aquila (2009) finanziamenti per adeguare strutture pubbliche e private. 700mila euro alla scuola, 568 mila per alcuni edifici privati, due milioni per l’ospedale, e ancora, sembra, altri quattro milioni disponibili ma non spesi.
Proprio sulla scuola primaria la teoria del sindaco di aver fatto le cose in modo giudizioso è andata piegandosi al dubbio.
Il cartello comunale affisso al tempo dell’inaugurazione delle opere segnalava che l’edificio avesse subiÌ€to, in meno di tre mesi, “sontuose opere” di miglioramento e abbassamento della vulnerabilitaÌ€ sismica.
Opere sconosciute peroÌ€ all’impresa esecutrice
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)
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