Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
SI LAVORA A UNA “LISTA CIVICA NAZIONALE” CON EMMA BONINO, CALENDA, PISAPIA E DIVERSI SINDACI… SPONSOR PRODI E LETTA… SENZA DIMENTICARE CHE LA BONINO E’ SECONDA SOLO A GENTILONI TRA TUTTI I LEADER POLITICI
In queste settimane Emma Bonino non vuole parlar d’altro: «Sono molto concentrata sulle questioni
che riguardano i migranti, la Libia, la legge di iniziativa popolare “Ero straniero”…».
Effettivamente la campagna promossa dai Radicali italiani è arrivata all’ultimo miglio, visto che entro una settimana la raccolta delle firme va completata. Un’iniziativa che punta a superare la legge Bossi-Fini, cambiando le politiche sull’immigrazione e scommettendo su inclusione e lavoro con proposte concrete, non ideologiche.
Ma tra i “compagni di strada” della laicissima Emma Bonino c’è una novità : al suo fianco oltre ad alcune associazioni della vecchia galassia “comunista” (come l’Arci), ci sono alcune delle principali associazioni del mondo cattolico (Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Acli).
Una campagna molto apprezzata ai massimi vertici del Vaticano e che ha richiamato anche la benevola condivisione, al momento informale, di ex presidenti del Consiglio come Romano Prodi ed Enrico Letta. Ma anche di Giuliano Pisapia.
Condivisioni che, per ora, non hanno un significato diverso da quello di un sostegno alla campagna.
Ma proprio Prodi, Letta e Pisapia parteciperanno ad una delle prossime iniziative pubbliche di “Ero straniero”, confermando e potenziando il format “laico-cattolico” dell’iniziativa. Un format che potrebbe ripetersi.
Diventando il nucleo di una iniziativa politicamente ambiziosa.
Una Lista distinta e distante sia dal Pd di Renzi che da Mpd di D’Alema e Bersani. Una lista guidata dalla coppia Pisapia-Bonino, con Prodi e Letta come sponsor?
Per ora era soltanto un’ ipotesi confinata nelle chiacchiere tra vecchi amici, ma gli strappi delle ultime 48 ore hanno risvegliato la suggestione.
Giuliano Pisapia ha vissuto con più amarezza di quella esternata in pubblico l’ultima sequenza che lo ha visto protagonista. E anche “vittima”, almeno nella sua ottica. Come ha raccontato lui stesso agli amici, dopo aver guidato lunedì mattina la delegazione di Mdp-Campo progressista nell’incontro con il presidente del Consiglio e aver aperto una trattativa sulle misure della manovra, l’indomani Pisapia è rimasto sbalordito perchè nessuno lo ha informato della decisione, presa a freddo da Mdp, di far dimettere il vice-ministro Bubbico.
Uno sgarbo che nell’aneddotica privata di Pisapia si somma ad altre: l’accordo – violato da Mdp – di non portare bandiere rosse alla manifestazione “unitaria” di piazza Santi Apostoli; le irrisioni per l’abbraccio a Maria Elena Boschi; la decisione “autarchica” di sganciarsi da Leoluca Orlando in Sicilia.
Certo, Pisapia è proverbiale per le sue assenze e i suoi diplomatici silenzi, ma proprio ieri ha detto quel che pensa da tempo: D’Alema ma anche Renzi sono divisivi.
La doppia negazione è anche uno spazio elettorale?
Dice Giulio Santagata, già ministro e braccio destro di Romano Prodi a palazzo Chigi: «Studiando attentamente tutti i sondaggi dal 2013 ad oggi, risulta che dieci milioni di elettori non esprimono più intenzioni di voto. Rispetto a 4 anni fa tutti, tranne la Lega, perdono elettori: Pd, 5 Stelle, Berlusconi. E malessere c”è pure in chi continua a dire, voterò Pd. Dunque, ci sono milioni di italiani che aspettano un’offerta elettorale. Che potrebbe essere soddisfatta da una Lista civica nazionale di centrosinistra, di spirito ulivista, con vocazione di governo, che in caso di legge con i collegi, sia alleata del Pd, ma con una sua precisa identità e non come una somma di indipendenti di sinistra di vecchio e nuovo tipo».
Tra i protagonisti e promotori anche Emma Bonino? «Perchè no? Oltre a personalità come lei, Pisapia e Calenda, si può immaginare il civismo di tanti sindaci, di tante liste locali».
Le novità di questo schema di gioco sarebbero due: l’offerta alternativa a Renzi e a D’Alema, ma anche la presenza di nuovo sulla scena politica di Emma Bonino.
Già ministro sia con Prodi che con Letta, la leader radicale ha una caratteristica unica nello scenario politico italiano: mantiene da molti anni un consenso alto e inossidabile.
Secondo una recente ricerca di Demos & Demetra che non si è limitata a sondare soltanto i leader in campo, il 49% esprime fiducia in Paolo Gentiloni, mentre al secondo posto compare a sorpresa proprio lei, Emma Bonino, col 43%.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
CONTRATTI IN NERO, COMPENSI DA FAME E MANSIONI INADEGUATE: CHI PORTA I FIGLI DEL DEPUTATO A SCUOLA, CHI GLI FA LA SPESA… E ANCHE I CINQUESTELLE NON SONO IMMUNI
Alla carica di “adesso o mai più”, quasi al crepuscolo della legislatura, scendono in piazza i “portaborse” con flash mob in piazza Montecitorio.
L’appuntamento è per il 5 ottobre alle 12.30 e fino alle 14. E chissà se denunceranno vicende come quella, documentata da Le Iene, costata le deleghe al sottosegretario Domenico Rossi che avrebbe fatto assumere come collaboratore fittizio il figlio da un collega parlamentare, che si presta a tenerlo lì a far nulla e però usa la triste circostanza per negare un solo euro di compenso alla propria, che lavora gratis da un anno e mezzo.
Alla quale però fa intendere maggior fortuna in caso di un’intesa amorosa.
Oppure quello di Lorenzo Andraghetti: l’ex collaboratore del deputato M5s Paolo Bernini, secondo il tribunale di Roma ha diritto a un risarcimento di 70mila euro che però non arriva.
Chi non ha in famiglia una storia così? Oggi magari ne arriveranno altre, stando alla chiamata alle armi che recita: “Cari soci, dopo il clamore che i fatti riportati dalla trasmissione Le Iene hanno suscitato, i media nazionali hanno puntato i riflettori su di noi. Riteniamo che questo sia il momento giusto per alzare la voce e metterci la faccia. Molti di voi lo hanno richiesto. È il momento di farlo e farlo bene”.
Fare cosa? “Alzare la voce” contro i pagamenti in nero, lo sfruttamento e le piccole illegalità che sono considerati dai partiti, senza eccezione, una tradizione da osservare con rigore. Per l’ennesima volta chiederanno all’Ufficio di Presidenza di essere riconosciuti e tutelati come categoria, manco avessero datori di lavoro seri. Cosa smentita dal fatto stesso che nessuno, ad oggi, sa quanti siano: il Senato non ha neppure una statistica, alla Camera solo nel luglio e per la prima volta si è tentato di rispondere alla domanda coi questori che alla fine contano 612 contratti tra vecchi cococo, partite Iva travestite da consulenze e tempi determinati.
“Ma molti lavorano per 2-3 deputati”, spiega il vice il vicepresidente dell’associazione, Jose De Falco che ribadisce la richiesta. “Una delibera di presidenza con pochi e semplici accorgimenti: fermo restando il rapporto di fiducia con il singolo parlamentare si potrebbe fare come all’estero, dove i collaboratori sono assunti direttamente dalla Camera. In questo modo il Parlamento può gestire direttamente contratti e retribuzioni di tutti gli staff, senza assegnare i rimborsi ai singoli eletti. Sottraendoci tutti dall’arbitrio totale del singolo”.
A qualcuno però, sull’onda dell’entusiasmo, potrebbe scappare qualche altra storiella di inquadramenti da colf (che ancora ci sono), sui deputati che non hanno mai versato i contributi (magari qualcuno di sinistra).
Oppure di incarichi non proprio connessi al mandato come portare i figli dell’eletto a scuola, andare alla posta o ritirare un vestito in tintoria.
Storie simili che non hanno più colore politico: perfino tra le fila dei grillini c’è chi ha appreso l’arte di passare sulla schiena dei collaboratori, sicchè oggi è difficile per qualsiasi gruppo intestarsi la battaglia per i loro diritti. Che poi ti spunta la storiaccia.
Non è un caso, ad esempio, se in piazza Montecitorio non ci sarà Lorenzo Andraghetti.
“Ormai vivo all’estero”, dice mentre proprio da Roma sta partendo per Lisbona. Alla fine ha cambiato mestiere ed è emigrato. E’ l’ex assistente parlamentare del deputato bolognese Paolo Bernini (M5S) che ad aprile ha ottenuto una sentenza“storica” per la categoria: il Tribunale di Roma ha condannato l’onorevole a risarcirgli 70mila euro per licenziamento senza giusta causa nel 2015.
In quella si legge che Bernini aveva 10 giorni di tempo per farlo ma lui non ci pensa proprio, fa ricorso (il 2 novembre l’udienza) e in assenza di una sospensiva — dice Andraghetti — “non scuce un soldo”.
Così non gli resta che tentare di recuperare il credito ma lo stipendio di un eletto (12mila euro al mese) non è pignorabile, checchè ne dicano gli altri grillini che volevano abolire l’ingiusto privilegio.
Andraghetti tenta così di aggredire i conti correnti dell’onorevole per recuperare il dovuto, ma la caccia finora ha dato esiti infausti.
Il deputato, contattato dal fattoquotidiano.it, non risponde al telefono ma manda queste poche righe via mail: “La questione è banale e burocratica e sarà chiarita in sede di ricorso in appello che ho ottenuto. Evidentemente sono stati valutati e considerati i validi elementi forniti per ottenerlo. E, purtroppo, sono stato costretto a ricorrere in sede penale per tutelare la mia persona, il mio operato e i miei familiari”. Punto.
“Mi spiace non essere coi miei ex colleghi domani”, racconta intanto l’ex assistente. “Ma non aspettatevi più di 30-40 persone, anzi se sono tante c’è da brindare. Il fatto è che — come insegna la mia disavventura — i comportamenti coraggiosi di chi denuncia non vengono premiati bensì puniti. E questa scoperta mi ha sconvolto e mi fa pensare che davvero non se ne uscirà . Denunciare per un collaboratore parlamentare equivale a tagliarsi il ramo sotto i piedi, inutile sperare in un altro lavoro in Parlamento. Ecco perchè la gente non denuncia. Siamo a fine legislatura. I parlamentari vogliono persone fidate che tengano la testa bassa”.
Certo quella di domani è l’ultima chiamata della XVII Legislatura.
Secondo l’Aicp le retribuzioni medie degli assistenti viaggiano tra gli 800-1200 euro, quando il budget per pagarli ammonta a 3.600 euro per deputato alla Camera e 4.100 al Senato.
Soldi che vengono erogati per intero all’onorevole che deve rendicontarne solo la metà (mentre l’altra è erogata forfettariamente).
Così che sfruttando il collaboratore il parlamentare può mettersi in tasca tutto il rimborso senza sostenere spese reali. “A noi restano solo le briciole”, spiega De Falco. Ma com’è che dopo gli scandali degli anni passati siamo ancora qui a parlarne? Sempre per via di promesse mancate: sul fronte dell’amministrazione l’ultima relazione dei questori al bilancio della Camera dice che non si possono pagare direttamente gli assistenti stante “l’attuale situazione del bilancio”.
Inutile contestare che il Parlamento è costato gli italiani un miliardo e mezzo nel 2016 e che dei 977 milioni della sola Camera 81 sono andati in indennità e 63 in rimborsi. Insomma, i soldi non mancano certo.
Ci sono varie proposte di legge per regolare tutto, ma nonostante le promesse sono rimaste tali.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
A BERGAMO PREVALE L’INDIFFERENZA… TUTTI I PARTITI ALLINEATI PER IL SI’, SAPENDO CHE NON SERVE A UNA MAZZA, A PARTE SPUTTANARE 60 MILIONI
Visto da Bergamo questo referendum iperconsensuale del 22 ottobre mette d’accordo tutti: destra e
sinistra, Regione e Comune, vecchi leghisti secessionisti e nuovi leghisti sovranisti, tutti insieme appassionatamente per l’autonomia della Lombardia.
Magari un po’ meno laici e cattolici, perchè finora l’unica voce che stecca nel coro è quella della Curia, in una città dove la Chiesa conta ancora, e molto.
In realtà , dietro l’unanimità le differenze restano.
Scontata la vittoria del sì, le incognite sono in sostanza due. La prima, se la gente andrà a votare. La seconda, l’uso politico che si farà del referendum, non solo nella futuribile trattativa con Roma per indurla a essere un po’ meno «ladrona», ma soprattutto in vista delle regionali prossime venture.
Ora, nonostante la molta pubblicità che Maroni sta facendogli, non sembra che a Bergamo il referendum scaldi molto i cuori.
Di certo, molto meno dei recenti insperati exploit dell’Atalanta. Dietro il bancone di Balzer, il caffè storico, cadono dalle nuvole: referendum, quale referendum?
E il sondaggio fai-da-te sul non meno storico Sentierone, la passeggiata dello struscio, dà per informati che si vota sei bergamaschi su dieci, con cinque intenzionati anche a farlo. Il famoso 50% che i leghisti indicano come soglia del successo, anche se in Lombardia, a differenza che in Veneto, il quorum non c’è.
«Il problema è che la sciura Maria si informa soprattutto dalla tivù, e la tivù ne parla poco», si lamenta il tosto segretario provinciale della Lega, Daniele Belotti.
I leghisti sono in una posizione ambivalente. Per qualcuno nelle valli la vittoria del sì sarebbe il prologo a una secessione alla catalana. I dirigenti sono più realisti.
Prendete Giovanni Malanchini, sindaco di Spirano, 5 mila anime nella Bassa, cavaliere dell’Ordine della polenta (sì, esiste davvero): «Io ho esposto la bandiera catalana e non dimentico che sulla mia tessera c’è scritto Lega Nord per l’indipendenza della Padania. La questione settentrionale resta aperta. Ma per la prima volta in trent’anni possiamo votare per l’autonomia, e in un’elezione vera, non nei gazebo. Un’occasione da non perdere. Semmai, bisogna spiegare bene agli anziani come funziona il voto elettronico».
Insomma, un po’ di autonomia (forse) non sarà il federalismo ma, come si dice da queste parti, «piuttosto che niente è meglio piuttosto».
Sul carro del sì è salito anche il Pd, trascinato da Giorgio Gori, ex televisionaro, attuale sindaco di Bergamo e futuro sfidante di Maroni per il Pirellone.
«In realtà come al solito il Pd è diviso – accusa Belotti -. Metà partito non sta facendo campagna per paura che un successo del referendum tiri la volata a Maroni».
Gori ovviamente non ci sta: «Maroni ha voluto un referendum di cui non c’era bisogno a ridosso delle regionali? Benissimo. Come a poker, andiamo a vedere. Specie l’affluenza. Fosse inferiore al 50% o a quella del Veneto, non credo che Maroni potrebbe cantare vittoria».
E se invece fosse alta? «Beh, avremmo vinto entrambi. La posizione del Pd è chiara. Noi condividiamo gli obiettivi del referendum, anche se dire che così metà dei 54 miliardi di residuo attivo della Lombardia resteranno in regione è pura fantascienza. Non siamo d’accordo sullo strumento del referendum. Ma, visto che c’è, votiamo sì».
In tutto questo, è esploso come una bomba il documento dell’Ufficio per la Pastorale Sociale della Diocesi, scritto dal popolarissimo don “Chicco” Re, il prete in Harley. Spiega che il referendum «avrà solo effetti politici», che è l’inizio di un percorso incerto e che chiede agli elettori «quasi una delega in bianco».
«Quando tutti sono d’accordo si rischia di non vedere i problemi che pure ci sono. Se si fa luce su qualcosa, se ne vedono anche le ombre», chiosa elegante e curiale don Giulio Della Vite, segretario generale della Diocesi.
E a questo punto ognuno tira l’acqua santa al suo mulino.
Il leghista Belotti: «La Curia ha perso il contatto con la gente e ha scavalcato a sinistra il sindaco di sinistra. Ma per fortuna non tutti i preti la pensano così. Molti parroci sono per il sì».
Contrattacco di Gori: «Macchè scavalcato. La Curia ha semplicemente smontato la fuffa propagandistica di Maroni e messo il referendum nella giusta prospettiva». Referendum consensuale, si diceva. Beh, fino a un certo punto.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL TEATRO FLAIANO: L’ANNUNCIO DEL VICESINDACO DI ROMA
“Sì, il teatro Flaiano riaprirà . Grillo ha acquisito la proprietà , o una parte della proprietà del teatro. E so che lì farà i suoi spettacoli. Di questo sono contento al di là della politica”.
È quanto annunciato dall’assessore alla Cultura e vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, durante la presentazione del nuovo sistema Teatro pubblico plurale di Roma all’Argentina.
Il teatro Flaiano, che ha sede in via S. Stefano del Cacco 15 a due passi dal Pantheon e da palazzo Grazioli e ha spesso ospitato eventi e kermesse marchiati M5S, era stato rilevato nel 1997 dalla Pro.s.i.t. di Gabriella Callea.
Nel giugno 2016 il teatro Flaiano ha ospitato i festeggiamenti del M5S per le vittorie di Virginia Raggi, Chiara Appendino e degli altri 17 neo-sindaci pentastellati alle amministrative.
C’erano tutti i big del partito: Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico e ovviamente la Raggi che arrivò accolta dal coro “sindaco di Roma, sindaco di Roma”.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
I DIMENTICATI TRA TUBI MARCI, RIFIUTI, DEGRADO, ABUSIVI, BACINELLE SUL LETTO PERCHE’ PIOVE DENTRO… DALLA DIGA DI BEGATO ALLE LAVATRICI, AL CEP: PRESI PER IL CULO DA TOTI E BUCCI
L’ex pescatore Pietro Verducci, 77 anni e un’ancora tatuata sul braccio, non trattiene le bestemmie
quando racconta le sue notti di pioggia.
«È da 18 anni che dormo con una bacinella sul letto», urla sul pianerottolo del suo appartamento al civico 60 di via Brocchi, a Begato.
Sua moglie Maria Grazia annuisce sconsolata. «Ogni volta che viene un acquazzone, dal soffitto ci gocciola l’acqua sulle coperte. Non ricordo nemmeno quante volte l’abbiamo segnalato».
Sedici chilometri più a ponente, nel Quartiere San Pietro, Sergio Pandolfini mostra il parco auto abbandonate delle “Lavatrici”: una Wolkswagen incidentata, una Fiat senza ruote e targa, una Mercedes e una Renault ferme da anni nello stesso parcheggio. Cinque chilometri più in là , in via Novella, al Cep, il signor Moreno parla dei suoi vicini di casa: «Sia alla mia destra che alla mia sinistra occupano abusivamente. Entrano ed escono di notte».
Nel giardino ci sono ancora i detriti della muratura che sbarrava l’ingresso alle porte degli appartamenti: ora sono sostituite con pannelli di legno.
Begato, Lavatrici, Cep: ecco l’edilizia popolare sulle alture genovesi.
Da lontano sembrano quartieri di campagna con plotoni di palazzi più o meno scrostati, aiuole degradate, cumuli di spazzatura qua e là .
«Negli appartamenti la situazione peggiora», assicura il presidente del Coordinamento quartieri Erp genovesi, Peppino Miletta.
«Chi si dovrebbe occupare di questi palazzi interviene se e quando ha tempo e soldi. Arte, Comune e Regione si rimpallano le competenze per ogni intervento importante». I comitati di quartiere intanto convivono con le proteste degli abitanti, tra finestre rotte, insetti, pezzi di intonaco che cadono e infiltrazioni.
«Siamo abbandonati a noi stessi: la gente è imbestialita».
ll Coordinamento mette in cima ai problemi la questione degli appartamenti sfitti: nell’ultimo censimento che ha fatto due anni fa ne ha contati un migliaio in tutta Genova. «Il problema è che vengono occupati abusivamente», sottolinea Miletta. «Con un’illegalità così diffusa può succedere di tutto».
IL DIAMANTE
Chi vive nella Diga di Begato ne sa qualcosa. Gli abitanti di questi due palazzoni da una ventina di piani sono abituati a convivere con citofoni rotti, ascensori che puzzano di urina e buche delle lettere devastate.
Una notte di inizio settembre qualcuno ha incendiato due copertoni nell’androne della Diga Rossa, l’edificio del lato sinistro. «Ora gli ascensori sono fuori servizio, funziona solo il montacarichi», denuncia il segretario del coordinamento quartieri Erp genovesi, Francesco Corso, al consigliere con delega al decoro del municipio V, Massimo Pantini. «E la diga “Bianca” è in una situazione ancor più disperata».
Corso sale al quinto piano e apre la porta del corridoio, dove cumuli di rifiuti che arrivano al soffitto sbarrano l’accesso: ci sono materassi, bidoni di plastica, infissi, pentole, coperte, sacchi della spazzatura, avanzi di cibo.
«E’ il risultato di uno sgombero, doveva essere questione di giorni. Sono passati due mesi. Nel palazzo arrivano gatti, topi, scarafaggi».
In via Sbarbaro Davide Mammone mostra il suo appartamento in una palazzina di due piani. Inizia dal portone, che apre con fatica. «Tocca il pavimento», dice seccato. Nella portafinestra del salotto la maniglia gira a vuoto, in quella della cucina pure. «Sono rotte, non si chiudono. Vivo con la casa aperta».
In via Brocchi, al civico 59 e 60, ogni appartamento ha un problema da denunciare, dai soffitti scrostati alle crepe nei muri. La signora Valeria Vagnoni, 88 anni, mostra una parete nera di umidità con la voce rotta dall’emozione. «Non ho i soldi per imbiancare tutto. Ma non merito di vivere così».
LE LAVATRICI
Sulle alture tra Pegli e Pra’, nel quartiere San Pietro, la condizione degli appartamenti è migliore perchè dei 670 alloggi circa 300 sono privati. L’umore degli abitanti è comunque pessimo: «All’ultimo censimento fatto ci risultavano 57 appartamenti sfitti», racconta Sergio Pandolfini del Comitato di Quartiere. «Ora sono una settantina: la gente va via perchè il quartiere è sempre più invivibile».
A far precipitare la situazione è stata la chiusura del supermercato per motivi giudiziari, lo scorso anno. «Ormai resiste solo il tabacchino», continua Pandolfini.
Le tensioni intanto si fanno sentire anche tra gli abitanti. Mentre c’è chi sta promuovendo una raccolta firme contro l’attuale comitato, accusato di essere troppo legalitario, i suoi volontari ritrova spesso coinvolti loro malgrado in situazioni sgradevoli.
Uno degli ultimi episodi durante l’estate, quando Arte ha provato a murare la porta di un appartamento ancora occupato. «Gli operai hanno chiesto una mano al Comitato, e quello di noi che li ha aiutati si è ritrovato subito le gomme della moto bucate», riporta Pandolfini.
«Non è giusto che questi problemi ricadano sul Comitato: anche se questo è un quartiere difficile, è Arte che deve far rispettare le regole».
IL CEP
Nell’altro quartiere popolare sulle alture di Pra’ il degrado e l’illegalità raggiungono vette ancora peggiori. Nel civico 34 di via Novella lo scorso aprile gli abitanti — supportati dal Comitato di quartiere – avevano denunciato ad Arte un problema con i contatori dell’elettricità : a distanza di sei mesi non è cambiato nulla.
Peppino Miletta, abitante di via Novella e presidente del Coordinamento quartieri Erp genovesi, mostra uno stanzino pieno di fili scoperti. «Non solo è pericoloso. Gli abitanti abusivi del palazzo riescono ad attaccarsi al contatore di altri condomini che vivono qui regolarmente».
In giro per il quartiere la lista delle lamentele è lunga. Si passa dalle luci del portone che non si accendono ai balconi che si sgretolano sino ai rubinetti che funzionano a singhiozzo ai piani alti dei palazzi.
«In primavera sei civici sono rimasti al freddo per un mese perchè dopo l’ennesimo “tappullo” su tubi dell’acqua calda, ci si è resi conto che erano marci», lamenta Miletta. Da allora i lavori non sono mai partiti. «Arte assicura che è questione di giorni e basteranno due settimane. Ma la paura di tutti è cominciare l’inverno al freddo».
Al civico 40 e 42, una delle zone più degradate della zona, alcuni abitanti che chiedono di restare anonimi per paura di ritorsioni mostrano dei materassi abbandonati sotto una finestra. «Servono agli occupanti abusivi. In caso di controlli, possono scappare senza farsi male anche se si lanciano dal primo piano. Qui funziona così. Ma è meglio stare zitti».
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA VICENDA DEL TAVOLO DEL RILANCIO DI ROMA DIMOSTRA L’INADEGUATEZZA DELLA RAGGI
Alla fine anche Carlo Calenda dev’essersi accorto che la situazione a Roma è disperata, ma non seria.
Il ministro dello Sviluppo Economico, arrivato buon ultimo a rendersi conto del dramma che si vive nella Capitale, ieri ha raccontato come sta andando la divertente vicenda del tavolo sul rilancio di Roma e di come si stia comportando la sindaca Virginia Raggi: «La situazione sta superando la soglia del ridicolo. Dal 21 settembre cerco di parlare con la sindaca in merito al lavoro preliminare da svolgere».
Se non fosse che i contatti si limitano a un «sms di circostanza», nel quale Raggi comunica la prima data utile nella sua agenda per convocare il tavolo: 2 settimane dopo.
Il ministro non può fare a meno di notarlo, così come rileva un’altra anomalia: «Mentre tutte le altre istituzioni, a partire dalla Regione e dalle associazioni, si sono immediatamente attivate mettendo a disposizione idee,progetti, staff e tecnici, l’unico riferimento individuato dalla sindaca è il suo portavoce».
Altra stoccata: nonostante la mancanza di risposte, Calenda rivela di continuare a ricevere «lettere sconclusionate sui più vari argomenti».
Conclusione: «Ritengo urgente incontrare la sindaca nelle prossime 48 ore per verificare la reale disponibilità a proseguire nel percorso».
Ora, sicuramente da una parte è necessario sottolineare che molto spesso la politica ha l’abitudine di convocare e sconvocare tavole rotonde, meeting, task force, brain storming che puntualmente si risolvono in un buon buffet da assaggiare per i protagonisti e tante chiacchiere che non portano a nulla.
Ma qui si sta superando ampiamente il ridicolo per ragioni tutte politiche che riguardano il piantare bandierine da campagna elettorale: scrive il Corriere che l’amministrazione grillina vorrebbe intestarsi un ruolo di primo piano spingendo «Fabbrica Roma», il protocollo siglato a giugno con i sindacati per «rivitalizzare il tessuto economico della Capitale» e frenare l’esodo dei grandi gruppi al Nord.
Sarà , ma allora perchè segnalare via lettera a Calenda che la prima priorità è avere maggiori poteri per Roma quando la sindaca sa benissimo che per questo serve un voto del Parlamento e questo oggi non è la priorità ?
Il tavolo dovrebbe servire per costruire soluzioni che servano nell’immediato per un’economia, quella della Capitale, oggi più in difficoltà e per la quale bisogna intervenire subito.
Non c’è tempo per giocare al rinvio dell’incontro con un interlocutore sgradito, nè per immaginare soluzioni che oggi non arriverebbero in tempo e per le quali non c’è nemmeno il necessario consenso politico in questa legislatura (magari nella prossima sì).
Virginia Raggi invece continua a cincischiare, rimandare, procrastinare. Perchè?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
L’EROE ANTI-ABORTISTA CHE IMPLORAVA L’AMANTE DI ABORTIRE: FINISCE LA CARRIERA DEL REPUBBLICANO TIM MURPHY
Finisce rovinosamente la carriera politica del deputato repubblicano americano Tim Murphy,
membro del Pro-Life Caucus della Camera ed eroe dei gruppi antiabortisti come l’influente LifePAC.
Il congressman della Pennsylvania non si ripresenterà alle prossime elezioni dopo lo scandalo che lo ha travolto: noto per le sue rigide posizioni pro-life, Murphy è sempre stato una voce forte e determinata nel dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Salvo poi implorare alla sua amante, rimasta accidentalmente incinta, di abortire.
La pubblicazione di uno scambio di messaggi telefonici tra i due, invece, ha portato alla luce tutta l’ipocrisia del rappresentante del partito conservatore.
Adesso arriva la conferma del passo indietro: “Dopo aver discusso con la mia famiglia ed il mio staff, ho deciso che non mi candiderò alle prossime elezioni alla scadenza del mio attuale mandato”, ha spiegato il deputato, che aggiunge di voler “guarire” con l’aiuto della famiglia.
La decisione è arrivata dopo una serie di delicate consultazioni; prima con il presidente della Camera Paul Ryan e poi con una serie di influenti compagni di partito.
Già a settembre Murphy aveva ammesso l’affaire extraconiugale con quella che aveva definito una “amica”. Ironia della sorte, la donna aveva in seguito scoperto di non essere neppure realmente incinta.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
“LA MIA BATTAGLIA E’ ANCHE LA VOSTRA, CHI TACE, CHI NON SI INDIGNA DIVENTA COMPLICE”
“Il fatto che io e il mio compagno facciamo lavori pubblici non c’entra nulla. Succede ancora oggi, nel 2017, che applichino la lettera scarlatta a una donna che si è separata. E’ successo che dopo la pubblicazione della notizia della mia relazione con Claudio Santaria io sia stata oggetto di minacce di stupro e di morte, rivolte anche ai miei figli”
A parlare, ospite di SkyTg24 è Francesca Barra che ha denunciato per diffamazione due persone, come ha fatto sapere: quella che gestisce l’account di Twitter forever_ultimo, di cui conosce la vera identità , e un funzionario della Regione Basilicata.
La decisione dopo che contro di lei, da tutta l’estate, va avanti sui social una vera e propria “persecuzione”.
La sua colpa, secondo gli hater di professione, quella di essersi separata, dopo un matrimonio e 3 figli e avere un nuovo compagno.
Tra i molti a insultarla, un funzionario pubblico della regione Basilicata, come Francesca verifica facilmente, visto che gli insulti provengono da Facebook.
Egli sostiene che l’ultima nata di Francesca, che ha poco più di un anno, sia figlia di Santamaria, citando “dei bene informati”. La prova lampante, secondo il delirio dell’uomo, il fatto che la bambina abbia i capelli scuri.
La giornalista chiede che venga interdetto dai pubblici uffici, rivolgendosi direttamente al presidente della Basilicata Marcello Pittella, chiedendo se sia possibile rimuoverlo dal suo ruolo; la Regione ha risposto dicendo che è stata avviata un’indagine interna per stabilire se l’impiegato abbia scritto gli insulti dagli uffici dell’ente e durante le ore di lavoro.
Ieri è intervenuto sull’argomento, da Instagram, anche Santamaria, auspicando l’esclusione totale da qualsiasi social network “per la schiera di malati di mente che augurano la morte a dei bambini”.
Francesca Barra ha ribadito, anche suoi suoi profili social, che ritiene la sua non una battaglia personale, ma di civiltà , contro la violenza sulle donne “Quando capirete che questa battaglia è anche la vostra battaglia ? Chi tace , chi non si indigna, fa passi indietro. Ecco perchè da donna, madre, giornalista, io smetterò di parlare di casi di violenza contro le donne.”
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
VIOLENZA SESSUALE DI GRUPPO, CONDOTTI IN STRUTTURE MINORILI
I carabinieri di Bagnoli questa mattina hanno arrestato 3 minorenni fortemente indiziati di essere
stati gli autori della violenza sessuale di gruppo che si consumò lo scorso mese di maggio sugli scogli di Marechiaro a Posillipo.
La vittima, una ragazza 16enne, fu portata in una zona isolata e violentata dal gruppo. I tre incastrati dai social network e dal Dna.
Le indagini sono partite in quella sera di maggio dalle prime dichiarazioni della ragazza, portata in ospedale dai genitori dopo aver subito la violenza.
I militari hanno condotto le attività sotto la direzione e il costante confronto con la Procura per i minorenni di Napoli.
In quattro mesi di indagini gli investigatori hanno raccolto diversi elementi che hanno
portato alla svolta nelle indagini.
La ricostruzione dell’accaduto e l’individuazione dei giovani, avvenuta anche attraverso una ricerca sui social network, ha consentito di delineare il ruolo di ciascuno dei componenti del gruppo di minorenni che ha messo in atto la violenza con minacce alla ragazza. Fondamentale la prova del Dna.
I tre sono ora in regime cautelare presso altrettante strutture minorili.
(da agenzie)
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