Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
UNO DEI CANDIDATI DENUNCIA: UNA TRENTINA DI ULTRACENTENARI ISCRITTI NELLO STESSO CIRCOLO E GENTE CHE PORTA VIA LE TESSERE
Dopo giorni di accuse da parte di uno dei tre sfidanti, Nicola Oddati (gli altri due sono
Massimo Costa e Tommaso Ederoclite), nella tarda serata di ieri è arrivata la decisione.
I congressi di circolo in programma oggi per l’elezione del nuovo segretario metropolitano del Pd di Napoli sono stati rinviati a domenica prossima.
La comunicazione è arrivata da Alberto Losacco, garante del congresso. “Su indicazione del vicesegretario Maurizio Martina i congressi di circolo previsti per domenica 12 novembre sono rinviati a domenica 19 novembre”.
Che cosa è successo di così grave per decidere di rinviare l’elezione del segretario metropolitano del PD di Napoli?
Al centro delle contestazioni dell’ex assessore della giunta Iervolino, oggi vicino al governatore De Luca, il numero degli iscritti certificati e degli aventi diritto al voto. Non solo l’anagrafe del 2017, ma anche quella del 2016. La stessa che, a conti fatti, ha certificato la platea dei votanti all’ultimo congresso nazionale del partito, sei mesi fa. “Sono un candidato — ha spiegato — ho diritto a conoscere la platea dei votanti”. L’anagrafe che Nicola Oddati, intende “ripulire” “è quella del congresso nazionale di 6 mesi fa e che è stata utilizzata per l’elezione di Renzi a segretario del partito.
A prescindere dalla veridicità delle sue affermazioni, il pregio di Oddati è quello di aver parlato pubblicamente delle anomalie che ha riscontrato: “Ho evidenziato che nell’anagrafe degli iscritti ci sono una trentina di ultracentenari, molti dei quali iscritti al circolo di Caivano”, ha scritto qualche giorno fa.
Gli altri due candidati invece si sono rinchiusi in un silenzio di tomba sia riguardo le critiche di Oddati che sulla decisione di rinviare il congresso. D’altro canto è evidente che chi si muove per contestare il voto alla vigilia dello stesso mina alla base la credibilità della consultazione.
I precedenti
Eppure sospetti e irregolarità all’ombra del Vesuvio sono diventati una consuetudine per i Democrat quando mettono in piedi una consultazione. Dalle primarie per le Comunali 2011 (quelle con i cinesi in fila ai seggi poi annullate) a quelle Regionali del 2015 rinviate quattro volte, fino a quelle del 2016 per la candidatura a sindaco sulla cui regolarità Antonio Bassolino gettò più di un’ombra.
Oddati è in corsa per la segreteria provinciale, sostenuto da un gruppo di ex Ds (i consiglieri regionali Gianluca Daniele, Antonio Marciano, Bruna Fiola, Antonella Ciaramella ed Enza Amato, parlamentari come Valerie Valente, eurodeputati come Andrea Cozzolino), insieme con Massimo Costa, ex consigliere provinciale, espressione dell’asse Casillo-Topo, capogruppo dem in Consiglio regionale il primo, consigliere regionale il secondo, e Tommaso Ederoclite, sostenuto dal Comitato 30. “Siamo davanti a un congresso farsa — dice Oddati -. Chiedo a loro, a Ederoclite e Costa di non partecipare a questo voto”.
“Costa dovrebbe rifiutarsi di partecipare a questa farsa — ha sottolineato — con i circoli chiusi, con gente che, senza titolo, viene e porta via le tessere che serviranno domani”. Piuttosto “lavoriamo per pulire l’anagrafe, così da avere certezze e un congresso trasparente”. “Sono stato lontano dalla politica attiva per molto tempo — ha aggiunto — non mi sarei mai aspettato un clima come questo”.
Il responsabile nazionale organizzazione del Pd, Andrea Rossi, ha inviato una comunicazione al Pd regionale della Campania spiegando che: “i congressi per l’elezione degli organismi di circolo e per l’elezione del segretario e dell’assemblea provinciale di NAPOLI si svolgeranno regolarmente nella giornata di oggi domenica 12 novembre”.
“Ho notizia che dalla segreteria provinciale di Napoli del Pd sono partite le email con la comunicazione del vicesegretario Maurizio Martina, che dispone il rinvio di tutti i congressi in programma il 12 novembre a domenica prossima”, afferma invece all’ANSA Alberto Losacco, tutor inviato da Roma per lo svolgimento del congresso provinciale.
I segretari di alcuni circoli, tra cui quello di Bagnoli, asserivano di non aver ricevuto una comunicazione ufficiale e stavano procedendo alle operazioni di voto. “Nella mattinata di oggi — conclude Losacco — si riunirà la commissione provinciale per il congresso per definire gli adempimenti necessari in relazione alla delibera del vicesegretario nazionale Maurizio Martina”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
RIAPRE PIAZZA DEL GESU’, DA CESA A POMICINO… E BERLUSCONI SI RICORDA DI QUANDO NEL ’48 PRESE BOTTE DAI COMUNISTI PERCHE’ ATTACCAVA MANIFESTI DELLA DC
Sarà vero, come dice Clemente Mastella, che «noi ci saremo sempre, come quelle riserve indiane che resistono per secoli». Ed è vero anche che i capi tribù sopravvissuti, sussurra Cirino Pomicino, all’alba della campagna elettorale più incerta di sempre cercheranno «di ricomporre questa benedetta diaspora, anche se non sarà facile…».
Agli atti, c’è l’eterno ritorno della Dc con loro – i democristiani – intenti a tirare le giacchette di alcuni e farsi tirare per la giacchetta da altri.
La sede
Nelle settimane in cui anche la storica sede di piazza del Gesù riapre i battenti, si ripete l’eterno canovaccio che ha accompagnato i mesi pre-elettorali della Seconda Repubblica.
Basta che il profumo dello scioglimento delle Camere si avverta nell’aria e i democristiani si accomodano ai tavoli delle trattative.
Silvio Berlusconi, pronto a sponsorizzare l’uscita dalla naftalina di uno scudocrociato da agganciare al centrodestra, telefona alla convention neo-democristiana di Gianfranco Rotondi a Saint-Vincent e gioca la carta della mozione degli affetti. «Quando avevo dodici anni, andavo ad attaccare i manifesti per la Dc. Una volta sono arrivati cinque ragazzotti che attaccavano invece i manifesti del Pci».
Quella volta, era il ’48, la preadolescenziale fede democratico-cristiana sarebbe costata all’ex premier un infausto destino: botte dai comunisti e schiaffo anche da mamma Rosa.
La chiamata di Cirino Pomicino
A mo’ di parziale risarcimento, settant’anni dopo fior di democratici e cristiani s’apprestano a correre in soccorso di Berlusconi alle elezioni. E non solo il fedele Rotondi, che ormai ha sommato più anni col Cavaliere che col suo antico maestro Gerardo Bianco. Ma anche i tanti chiamati a raccolta da Paolo Cirino Pomicino. «Io, l’Udc di Cesa, Mastella, forse Fitto… Siamo quasi tutti per andare con Berlusconi. Siamo la maggioranza ma dovremmo essere ancora di più. Quando nel ’76 380 deputati democristiani su 400 erano per la solidarietà nazionale col Pci, dissi a Moro: “Che cosa aspetti ad andare avanti?”. E lui: “Vedi, Paolo, meglio sbagliare uniti che indovinare divisi…».
Il no di De Mita
La spina del cuore di ‘o ministro si chiama Ciriaco de Mita. L’uomo di Nusco, ad andare con Berlusconi, non ci pensa proprio.
E ieri, radunando i fedelissimi a Napoli, l’ha detto chiaro e tondo.
«Mai con Berlusconi e Salvini. Il primo tra l’altro mi diceva che ero vecchio quando avevo settant’anni. Ora che ne ho novanta, sembra più vecchio lui di me…».
Nella testa dell’ex capo del governo c’è il sogno di agganciarsi a quel centrosinistra che – nei suoi desiderata – potrebbe prendere il largo a partire dall’area Pisapia-Mdp, dove albergano ex diccì del calibro di Bruno Tabacci e Angelo Sanza.
In subordine, c’è sempre il Pd con cui trattare. E se mai qualcuno s’azzardasse a dirgli che è tempo di passare la mano, chissà , forse De Mita replicherebbe come fece quarant’anni fa a una serie di giovani deputati diccì che gli chiedevano più spazio. L’aneddoto, tramandato da Pierluigi Castagnetti, si concludeva così: «De Mita ascoltò le rimostranze dei giovani e alla fine rispose: “Ma noi facciamo già il massimo per voi giovani. Invecchiamo”».
Degli altri si sono perse le tracce. Lui è ancora lì.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO RISERVATO: I MEZZI CITTADINI SI FERMANO PER GUASTI INESISTENTI, 67 PROCEDIMENTI DISCIPLINARI
Luca De Carolis sul Fatto di oggi racconta i contenuti di un dossier riservato di ATAC in
cui si parla di “un’azione mirata” di macchinisti e dipendenti per denunciare guasti dei mezzi in realtà inesistenti allo scopo di sabotare le metro.
Il documento ha portato all’apertura di 67 procedimenti disciplinari contro lo “sciopero bianco” di alcuni dipendenti che sarebbero arrabbiati per l’annuncio della tolleranza zero sul controllo dei badge, i tesserini elettronici di riconoscimento da timbrare all’entrata e all’uscita dal servizio.
“Si tratterebbe comunque di una minoranza, perchè la gran parte dei lavoratori di Atac lavora sodo”, assicura al Fatto una fonte interna.
Una minoranza capace però di portare a un drastico rallentamento del servizio, essenziale per una città già strangolata dal traffico.
Stando al rapporto di Atac, a partire da luglio il numero di corse sulla B è calato progressivamente, fino a giungere nella settimana tra il23 e il 29 settembre a una soppressione di 966 corse su 4152 programmate, ovvero il 23,3 per cento.
Con cancellazioni concentrate nel pomeriggio e nella sera (la mattina è possibile sostituire il veicolo).
Ma il calo c’è stato anche sulla linea A, quella che passa anche per Piazza di Spagna e a pochi metri da Piazza San Pietro, nel cuore di Roma, dove il livello di produzione è calato dal 96 per cento del marzo scorso, all’87 per cento di settembre, a parità di macchinisti e treni.
“Le cause di soppressione sono dovute quasi interamente a mancanza di treni e di guasti”, osserva l’azienda.
Ovvero, “è cresciuto il numero di treni non ritenuti idonei (scarto) dai macchinisti, a valle dei controlli previsti all’atto della partenza. Parallelamente, è aumentato il numero di guasti riscontrati in linea durante il servizio”.
Ed è sulla natura di questi problemi tecnici che Atac formula gravi riserve,scrivendo: “È significativo il numero dei guasti non bloccanti, ovvero che consentirebbero la prosecuzione del servizio, rispetto al totale dei guasti riscontrati.
E da qui, l’accusa: “È evidente un’azione mirata che porta a una notevole diminuzione delle corse”. E i numeri sembrano confermarlo, visto che “la percentuale di guasti non bloccanti è passata dal 25 al 70% nel giro di due sole settimane”.Non solo: l’analisi rileva come il 10 per cento dei macchinisti dichiari quasi il 40 per cento dei guasti, mentre il 30 per cento degli altri addetti alla guida ne dichiari il 70 per cento.
Di conseguenza, conclude il rapporto, “non si tratta di un disagio diffuso tra tutti i macchinisti, con una distribuzione uniforme delle segnalazioni, ma piuttosto dell’azione di un gruppo ristretto di soggetti”.
E così si è arrivati all’apertura di un’inchiesta interna, “per comportamenti potenzialmente anomali”, con 67 procedimenti disciplinari avviati da inizio agosto a oggi. In gran parte a carico di macchinisti della linea B, 20 dei quali sono oggetto di almeno due procedimenti.
Per 16 dipendenti è già arrivata la sanzione, con sospensione temporanea dalla paga e dal servizio, mentre gli altri sono ancora sotto inchiesta.
Nel 2015 altri macchinisti vennero sospesi per uno “sciopero bianco” mentre nel giugno scorso ci furono sospetti anche sui guasti agli autobus.
La vergogna di ATAC continua.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
NEI FILE DELLO STUDIO APPLEBY SPUNTANO LA SOCIETA’ DI CURACAO CHE CONTROLLA GLI APPALTI PER I MINISTERI E LA TESORERIA DEI LEGIONARI DI CRISTO
Casseforti anonime basate nei Caraibi che controllano la società di sistemi elettronici per la difesa e la pubblica amministrazione Vitrociset. Che, en passant, gestisce la sicurezza del traffico aereo in Italia, alcuni reti di Polizia, Banca d’Italia, Viminale e Agenzia delle Entrate e ha tra i clienti anche l’Agenzia spaziale europea.
Trust offshore a cui fa capo l’impero della famiglia Bonomi, che attraverso Investindustrial è grande socio del gruppo delle videolotteries e slot machine Snaitech.
Ma pure, fino all’anno scorso, la Morning Glory Yachting limited, società delle Bermuda proprietaria del superyacht da 48 metri di Silvio Berlusconi, poi venduto.
E la tesoreria della congregazione dei Legionari di Cristo.
Sono le nuove rivelazioni che emergono dai Paradise Papers, 13,4 milioni di file degli studi legali offshore Appleby e Asiaciti passati da una fonte anonima al quotidiano tedesco Sà¼ddeutsche Zeitung e esaminati da 95 testate partner di Icij, consorzio internazionale di giornalisti investigativi che nel 2016 ha vinto il premio Pulitzer per l’inchiesta Panama Papers.
Per l’Italia aderiscono il gruppo Espresso e la testata di Rai3 Report, che domenica pomeriggio dedica una puntata speciale e i nomi degli italiani finiti nei documenti e a come lavora Appleby. Al centro della trasmissione i meccanismi che propongono ai loro clienti per risparmiare sulle imposte, a partire dall’Iva.
Ma soprattutto si scoprirà come alcuni dei più delicati appalti dello Stato italiano finiscano in mano a società i cui proprietari sono sconosciuti ai pubblici registri.
Vedi Vitrociset, partecipata da Leonardo (ex Finmeccanica) con una piccolissima quota che sulla carta, ricorda L’Espresso, dà allo Stato italiano il diritto di esercitare poteri di veto (golden power) e prelazione per evitare eventuali scalate indesiderate.
Formalmente il gruppo, strategico visti i suoi contratti per tecnologie strategiche usate da ministeri e forze dell’ordine, è “controllato dalla famiglia Crociani”: la principessa Camilla Crociani, figlia dell’ex presidente Finmeccanica Camillo che nel 1976 fu travolto dallo scandalo Lockheed e si rifugiò in Messico per evitare il carcere, ha detto ai giornalisti di Report di essere a capo dell’intera filiera. Ma dai Paradise Papers emerge che in cima alla piramide societaria c’è la International Future Venture & Investment (Ifvi), società con un dollaro di capitale sociale domiciliata a Curaà§ao, paradiso fiscale e societario delle ex Antille olandesi. Totalmente anonima visto che “nei registri di Curaà§ao non ci sono i nomi dei proprietari”.
Quanto all’impero dei Bonomi, si scopre che sopra la holding lussemburghese BI Invest Holding ci sono The George Trust, The Budda Trust e The 1987 settlement trust, tutti con sede nell’isola di Jersey. Tutti e tre costituiti da Carlo Campanini Bonomi, padre dell’attuale numero uno del gruppo Andrea, che in una lettera di replica a Espresso e Report spiega di essere solo cittadino americano e svizzero e di non avere dunque obblighi fiscali in Italia. ‘architettura societaria, racconta il settimanale, è emersa quando il gruppo ha chiesto un finanziamento per l’acquisto di un jet e si è rivolto a Appleby per risparmiare l’Iva registrandolo nell’isola di Man. Dove si gode di un vantaggio fiscale del 20 per cento: zero imposte sul valore aggiunto.
E’ invece un trust delle isole Cook a gestire la società anonima che ha in pancia la villa in stile coloniale con parco privato, piscina e villa sull’Atlantico di Felice Rovelli, figlio ed erede di Angelo detto Nino, “ex re della petrolchimica in Sardegna, fondatore del gruppo Sir“, ricorda L’Espresso.
Il gruppo è fallito negli anni 80, quando lo Stato ha dovuto pagare parte del conto e il resto del passivo si è scaricato sulle banche pubbliche. Nel 1982 Rovelli ha accusato la banca statale Imi di averlo fatto affondare negandogli un credito.
Da quella vicenda è nato uno scontro giudiziario durato anni e finito con una sentenza che ordinava all’Imi di risarcire gli eredi. Il giudice, Vittorio Metta, come sancito nel 2006 dalla Cassazione era stato comprato a suon di tangenti con l’intercessione degli avvocati Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Cesare Previti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’ISTAT: AVANCE E MOLESTIE GIA’ DAL PRIMO COLLOQUIO
«Ma mica le molestie ci sono solo nel mondo del cinema. Adesso va di moda questa
narrazione, ma la questione non si ferma certo solo ad attrici e registi», avvisa Loredana Taddei responsabile delle politiche di genere della Cgil.
Basta infatti alzare il velo sul mondo del lavoro per scoprire una realtà , purtroppo quotidiana, che presenta cifre impressionanti e che è fatta di avance, ammiccamenti, battute, ricatti e violenze, che nei casi estremi posso arrivare finanche allo stupro.
Gli ultimi dati li ha forniti a fine settembre in Parlamento il presidente dell’Istat Giorgio Alleva spiegando che 9 donne su 100 nel corso della loro vita lavorativa sono state oggetto di molestie o di ricatti a sfondo sessuale.
Parliamo di qualcosa come 1 milione e 403 mila casi.
Dalla carezza non gradita alla pacca sul sedere, dal bacio rubato sino alla richiesta esplicita di prestazioni sessuali per avere un lavoro, per mantenere il posto o magari per fare carriera.
Poi ci sono gli stupri, consumati o anche solo tentati (84% dei casi): 76 mila in tutto sempre considerando l’intero arco lavorativo delle donne.
Chi sono le vittime
Molestie e ricatti sono sostanzialmente trasversali, ma riguardano innanzitutto le donne di età compresa fra i 25 ed i 44 anni, diplomate o laureate, residenti al Nord, nei grandi centri, occupate nel settore dei servizi (trasporti e comunicazioni) e nel settore pubblico. «I ricatti sessuali si verificano nei momenti in cui le donne si trovano più in difficoltà e nascono da una situazione asimmetrica: la donna ricerca lavoro dopo averlo perso, lo cerca al Sud dove è difficile trovarlo, si mette in proprio, vuole fare carriera e la sua carriera dipende dal giudizio o dall’azione di qualche superiore», segnalava tempo addietro Linda Laura Sabbadini che dai tempi dell’Istat segue questi temi.
«In molti casi non c’è nemmeno bisogno di esplicitare il ricatto, la donna lo percepisce subito, lo capisce dagli atteggiamenti dei superiori – spiega Taddei -. Quello delle molestie purtroppo è un fenomeno che c’è da sempre e che per questo è considerato normale, tant’è che nella maggioranza dei casi non lo si denuncia nemmeno, perchè ci si vergogna o perchè si teme di venir ridicolizzati dai colleghi».
E in effetti, segnalava Alleva, «solo una donna su 5 racconta la propria esperienza». E, soprattutto, «quasi nessuna ha denunciato il fatto alle forze dell’ordine», lo fa appena lo 0,5%. Per il resto gli esiti finali sono altrettanto sorprendenti: l’11% viene infatti licenziata, il 34% cambia volontariamente lavoro o rinuncia a far carriera, un altro 1,3% è stata trasferita di ufficio.
Poi c’è un 4,7% che continua a lavorare ed un 1,4% che cede alle richieste.
Norme inadeguate?
«Certamente, soprattutto in tempi di crisi, pesa molto la sudditanza psicologica della donna, che nel campo del lavoro ha sempre poche opportunità » segnala la presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare sul femminicidio Francesca Puglisi (Pd).
In Italia occorre rafforzare l’apparato legislativo, come segnala anche l’Ocse in un suo recente rapporto?
«Con la legge del 2013 sulla violenza di genere abbiamo fatto molti passi avanti – risponde – ma è vero che sul fronte delle molestie sui posti di lavoro siamo meno attrezzati. Per questo abbiano deciso di ampliare il nostro raggio d’azione e già la prossima settimana ascolteremo Cgil, Cisl e Uil». «La questione delle norme merita una analisi approfondita – risponde a sua volta la Taddei -. Però, in quanto a regole, voglio ricordare che in Italia solo nel 2016 siamo riusciti a recepire l’accordo quadro europeo sulle molestie. Confindustria ha fatto resistenza e ci abbiamo messo 9 anni».
(da “La Stampa”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
SI SONO RISVEGLIATI I COGLIONI: PIETRA DI DUE CHILI LANCIATA DA UN CAVALCAVIA DELLA TANGENZIALE DI TORINO
«Sono ritornato a casa, da Torino a Foggia, e ancora mi tremavano le gambe. Avevo dei pezzi di vetro fino nelle scarpe ma almeno sono vivo».
Arcangelo Antonacci è un camionista di 48 anni e ha ragione a sentirsi fortunato. Venerdì un sasso di oltre due chili gli ha sfondato il tetto in vetro della motrice.
La pietra, deviata dalla tenda parasole dell’abitacolo, lo ha sfiorato e si è fermata alla destra del sedile, in fondo all’abitacolo. Ancora sassi lanciati dal cavalcavia. Questa volta a Torino.
Sulla tangenziale Sud, poco prima dell’ingresso dell’Interporto Sito: quasi tre milioni di metri quadrati tra magazzini, piazzali di smistamento e binari collegati alla linea ferroviaria che corre verso la Francia.
Il ponte di strada del Drosso è poco prima dell’ingresso al centro logistico. E Arcangelo, i presunti lanciatori, è sicuro di averli visti.
«Tre, quattro ragazzi. Con le biciclette». Lui era alla guida di un bilico che doveva caricare carta e plastica.
In coda all’ingresso, è passato lento sotto le barriere che si affacciano sulle corsie. Blocchi di cemento armato e grate d’acciaio alte meno di due metri. Non abbastanza, insomma, per evitare che qualcuno possa sollevare sopra la propria testa un masso e lanciarlo giù, contro auto e camion di passaggio. Tanto basse da riuscire quasi a prendere la mira, puntando una motrice che si muove a passo d’uomo, incolonnata tra gli altri bisonti della strada.
Subito dopo l’impatto, Antonacci ha preso il telefono e si è fatto passare la polizia stradale. Agli agenti ha consegnato la pietra e un sacchetto pieno zeppo dei frammenti del tettuccio di vetro. Ha raccontato quello che aveva visto, cercando di ricordare qualsiasi dettaglio che possa rendere riconoscibili quei ragazzi.
Trovarli non sarà facile, ma i poliziotti stanno già controllando se la loro fuga, oppure l’arrivo su quel cavalcavia nei minuti precedenti al lancio, siano stati ripresi da qualche telecamera della zona.
Intanto, ieri la Polstrada ha inviato una prima relazione di quanto accaduto alla procura, dove è stato aperto un fascicolo per lancio di oggetti pericolosi e danneggiamento. Almeno per ora, a carico di ignoti.
Chi potrebbe essere stato? Di fatto chiunque. Perchè la strada che arriva al ponte corre dritta per chilometri fino a Mirafiori, uno dei quartieri più popolati della periferia Sud di Torino.
Dall’altro lato, invece, si perde tra i paesi della prima cintura attraversati dal fiume Sangone. E, fino a ieri, di quei giovani in bicicletta non era ancora chiara nemmeno la direzione di fuga.
La paura degli investigatori, però, riguarda soprattutto il movente. Perchè il gesto di venerdì arriva subito dopo i fatti successi vicino a Milano, dove una donna è morta di infarto, forse provocato dalla paura di un sasso lanciato nell’abitacolo dell’auto su cui viaggiava. Il rischio è che si tratti di semplice, e folle, emulazione.
Ma è anche vero che i sassi lanciati dai cavalcavia, su tangenziali e autostrade, non sono una novità nemmeno dalle parti di Torino. Due automobili erano state centrate nemmeno un anno fa. Una Golf a Beinasco e una Lancia Thema a Carmagnola: entrambi gli automobilisti erano rimasti illesi.
Sempre nel 2016, ad aprile, un’utilitaria era stata raggiunta da un oggetto metallico proprio all’altezza dell’Interporto Sito. Gli occupanti, due giovani, erano stati feriti dalle schegge. E dei responsabili non si era mai saputo nulla.
(da “La Stampa”)
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