Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA LA TRAGEDIA E’ “FRUTTO DI UNA INTERMINABILE CATENA DI ERRORI E SCIATTERIE” … LA APPENDINO AVEVA TENUTO PER SE’ LE DELEGHE AGLI EVENTI E ALLA SICUREZZA
Il sindaco è responsabile di quel che accade in una città e lo è a maggior ragione se decide di riservare per sè molte deleghe, specie se di peso.
Nell’inchiesta che la vede coinvolta per il caos scatenato da un’onda di panico il 3 giugno in piazza San Carlo , Chiara Appendino si presenta davanti ai magistrati e in oltre tre ore cerca di ricostruire la catena di comando di Palazzo Civico.
I pm contestano a lei e ad altre 19 persone i reati di omicidio colposo, lesioni e disastro colposo.
La sindaca di Torino, assistita dai suoi avvocati, Luigi Chiappero ed Enrico Cairo, prova a fare muro. Risponde alle domande, «per quanto di mia conoscenza e a tutela mia e delle istituzioni che rappresento».
Secondo la procura la notte di piazza San Carlo è il frutto di una interminabile catena di errori e sciatterie, culminata con la morte di una donna di 38 anni e il ferimento di oltre 1.500 persone.
Il Comune ha colpe specifiche e gravi sotto almeno due profili: l’organizzazione dell’evento e alcune lacune nella sicurezza. E Appendino all’epoca aveva le deleghe agli eventi e alla sicurezza.
È lei a delegare al suo ufficio di gabinetto il compito di allestire un maxischermo in piazza. Ed è lei a concordare con i suoi collaboratori di affidare l’organizzazione all’agenzia di promozione della città , Turismo Torino.
Per la procura è la Città l’«effettiva organizzatrice e responsabile della manifestazione». E, di conseguenza, Appendino avrebbe dovuto «sovrintendere al corretto funzionamento dei servizi e degli uffici e alla corretta esecuzione degli atti». Ma soprattutto, quando si decide di proiettare la finale di Champions League ci sono appena quattro giorni lavorativi a disposizione, un tempo inadeguato per «un’organizzazione meditata, completa, efficace ed efficiente».
Sono accuse rivolte direttamente alla sindaca e, a cascata, ai tre dirigenti e funzionari del suo gabinetto indagati. Ma è proprio qui che si concentra la linea difensiva di Appendino.
A chi le contesta che Turismo Torino non era all’altezza del compito replica ricordando che il Comune ha seguito le stesse procedure del 2015 per la finale di Champions League tra Juventus e Barcellona.
Stessa piazza, stesso evento, stesso organizzatore. E lei, nella veste di assessore con delega agli eventi, non se ne è disinteressata, al punto da incaricare il suo capo di gabinetto e il direttore – di fatto i due dirigenti più importanti del Comune – di occuparsene direttamente.
Non scarica sui singoli funzionari, Appendino. Però ricostruisce come agisce la struttura del Comune: chi decide, chi esegue, chi controlla.
Ci sono diversi livelli, una catena di responsabilità . La Città , nei giorni in cui si allestiva piazza San Carlo, non ha smobilitato; c’era chi si occupava materialmente di seguire l’organizzazione, e non erano seconde file.
Non a caso sono tutti indagati: a loro la procura contesta, tra le altre cose, di non aver messo Appendino al corrente del fatto che prescrizioni e procedure non erano state rispettate e, dunque, l’evento andava annullato o bisognava intervenire per correggere le molte lacune.
Per il pm Antonio Rinaudo, l’aggiunto Vincenzo Pacileo e il procuratore Armando Spataro Appendino avrebbe dovuto provvedere di sua iniziativa anche a emanare un’ordinanza per limitare la vendita di alcolici e vietare la presenza di bottiglie in vetro.
Oltretutto era assessore alla Sicurezza, all’epoca.
Anche in questo caso la linea difensiva della sindaca si muove nel solco delle procedure: è vero che i sindaci firmano le ordinanze, ma non sono loro a dare l’input; la loro sigla è l’ultimo atto di un iter che non è politico ma amministrativo.
Nel caso specifico, chi si occupa di sicurezza o di commercio avrebbe dovuto sollecitare l’ordinanza che lei, come sindaca, avrebbe firmato. Ma non toccava ad Appendino prendere l’iniziativa.
Nè era suo compito verificare di persona che piazza San Carlo fosse stata organizzata alla perfezione. Qualcuno era stato incaricato di farlo.
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL RAMMARICO DI GENTILONI: CI SIAMO CANDIDATI IN RITARDO
A un certo punto della giornata, dopo un giro di visite in Piemonte, Paolo Gentiloni si
chiude con il suo staff in una saletta dell’aeroporto di Genova.
Squillano i telefoni, arrivano messaggi e WhatsApp, in un filo diretto con Bruxelles. La prima votazione, la seconda, la terza. Milano primeggia ma non riesce a sfondare. Il premier compone un numero, poi un altro, e un altro ancora: dal collega portoghese al leader estone allo spagnolo Rajoy, sms anche con Angela Merkel e il presidente francese Macron, fino all’ultimo minuto utile cerca di lavorare alla causa.
Quando, poco dopo le sei, la telefonata del sottosegretario Gozi spegne tutte le speranze, annunciando la sconfitta al sorteggio, l’amarezza ha il sapore della beffa, come scrive Gentiloni in un tweet.
E si accompagna a un’altra delusione: che alla corsa dell’Italia siano mancati i voti di due Paesi amici come Spagna e Germania.
«La candidatura di Milano era una delle più forti, abbiamo raccolto voti da varie parti d’Europa, a dimostrazione del nostro peso», ci si consola a partita ormai chiusa. Come sempre si fa in questi casi, si sono cercati accordi per riuscire a superare le votazioni. «E abbiamo dimostrato che nessun grande Paese ha convinto più di noi: entrambe le votazioni di ieri sono finite al sorteggio», sottolinea una fonte diplomatica facendo riferimento anche alla partita per l’Agenzia bancaria, per la quale l’Italia non concorreva.
Alla fine di tutto, quando non resta che ingoiare l’amarezza per un’occasione sfumata a un passo dal traguardo, nelle stanze di Palazzo Chigi non resta che ripercorrere le tappe della vicenda, consolandosi per il grande lavoro fatto.
«Siamo partiti in ritardo rispetto ad altre capitali, la prima riunione operativa con le varie istituzioni è stata fatta a gennaio. Molto in ritardo. Ma c’è stato un grande lavoro di squadra e siamo diventati competitivi», spiegano.
Una delle rare occasioni in cui, in Italia, si è riusciti a fare gruppo tra istituzioni di colori diversi, grazie anche all’ottimo rapporto tra il premier Gentiloni e il presidente della Lombardia Maroni.
«Subito, dato il ritardo con cui siamo partiti, pensavamo di correre per superare la prima fase: man mano che la candidatura cresceva, però, ci abbiamo veramente creduto».
Motivo per cui uscire all’ultimo miglio, non a causa di un dossier migliore ma per via del sorteggio, lascia l’amaro in bocca. «Non sono nemmeno i rigori…», ricorre la metafora calcistica, mentre ci si chiede se non sarebbe stato opportuno un peso maggiore della valutazione tecnica delle candidature fatta dalla Commissione europea e dall’Agenzia del farmaco.
Così come qualcuno sussurra deluso che avrebbe fatto piacere un aiuto da Madrid e da Berlino, che invece non è arrivato.
Recriminazioni e delusioni che ormai non servono a molto. «Però con questa partita abbiamo acquisito un grande credito nel contesto europeo», si consolano nell’entourage di Gentiloni. «Grazie a Milano e a tutti coloro che si sono impegnati», twitta il premier prima di lasciare la saletta dell’aeroporto di Genova. E rientrare a Roma, di umore così diverso da quello del mattino.
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
NIENTE AGENZIA DEL FARMACO, NESSUN MONDIALE PER L’ITALIA… TRADITI DA GERMANIA E SPAGNA
“Potremmo fare a metà , come con il seggio all’Onu!”. La battuta, amarissima, è riecheggiata nei contatti diplomatici serali, nelle telefonate di congratulazioni dall’Italia all’Olanda.
Ma l’Agenzia europea del farmaco, assegnata ad Amsterdam per sorteggio contro Milano dopo una giornata di vorticose votazioni a Bruxelles, non è come il seggio non permanente al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Non si può dividere in due, quest’anno all’Italia, l’anno prossimo all’Olanda. L’Ema trasloca da Londra causa Brexit e si trasferisce ad Amsterdam. Milano e il sistema Italia sono fuori: per la seconda volta in una settimana.
Le voci che a sera tentano di spiegare come sono andati i voti segreti al consiglio Affari generali di Bruxelles indicano Spagna e Germania come responsabili.
Ci sono le loro impronte sulla sconfitta italiana: non hanno appoggiato Milano.
Certo, le qualificazioni per i mondiali sono cosa ben diversa dalla gara per ottenere la sede dell’Agenzia europea del farmaco: 900 dipendenti per un indotto di un miliardo e 700 milioni di euro. Ma il fatto di aver perso al sorteggio, dopo un pari Milano contro Amsterdam alla terza votazione, aggiunge azzardo alla competizione e toglie gioco diplomatico.
Avvicina insomma la corsa per Ema ad un evento sportivo, la allontana da quello che doveva essere: un processo democratico.
E però sono amare entrambe le eliminazioni. Quella dai mondiali, con il terremoto che hanno giustamente scatenato nel mondo del calcio. E quelle dalla gara per l’Ema. Benchè, come spiegano da Palazzo Chigi senza però riuscire a contenere l’amarezza: “Milano abbia resistito fino all’ultimo e abbia perso con la migliore in gara, in quanto Amsterdam è candidatura valida dal punto di vista tecnico-politico”.
Sì, ma alla fine tutta la tela diplomatica che il governo Gentiloni è riuscito a costruire intorno alla candidatura di Milano, riuscendo a strappare un sì persino all’Ungheria, paese dell’est non proprio ‘amico’ sul tema dell’immigrazione, non ha funzionato.
L’Italia non è riuscita a garantirsi tutti gli appoggi necessari per vincere. A sera, le voci che tra Roma e Bruxelles che tentano di dare un volto ai voti segreti che hanno tradito Milano, indicano Berlino e Madrid. Perchè Germania e Spagna sono i primi capri espiatori: non hanno sostenuto la candidatura italiana.
La Germania ha prima votato per Bratislava, città candidata dal blocco dei paesi dell’est che non ospitano alcuna agenzia europea.
Berlino ha tentato così di guadagnarsi i voti necessari ad eleggere Francoforte sede dell’Agenzia bancaria europea. Calcoli evidentemente sballati, visto che l’Eba è stata assegnata a Parigi: anche qui però si è deciso per sorteggio, dopo che la capitale francese è finita alla pari al ballottaggio contro Dublino.
Del resto, i tedeschi sono senza governo dalle elezioni di settembre, Angela Merkel è una leader in crisi: non c’è da stupirsi se questa debolezza abbia scatenato effetti anche sulle votazioni di oggi. Comunque sia, quando Bratislava è uscita di scena, la Germania si è spostata su Amsterdam, perchè geograficamente più contigua. Non su Milano.
Mentre la Francia ha appoggiato la candidatura italiana — come hanno fatto Grecia, Malta, Romania, Cipro – la Spagna invece non l’ha fatto, preferendo stringere patti con i paesi nordici piuttosto che con paesi mediterranei come il nostro.
Anche qui nessuna sorpresa: Madrid lo fa spesso. E anche Roma nei confronti di Madrid. E poi stavolta hanno avuto un ruolo anche i rapporti stretti tra il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy e il premier olandese Mark Rutte, il primo conservatore del Ppe, il secondo liberale dell’Alde.
L’astensione della Slovacchia al ballottaggio Milano-Amsterdam ha fatto il resto. Ha di fatto determinato quella parità che ha obbligato al sorteggio.
“La mia valutazione è che la prima votazione ha fatto vedere il valore del dossier. Dalla seconda in poi ci sono state vorticose telefonate tra premier e diplomazie e si è giunti a questa conclusione, con questa grande sfortuna nel sorteggio”, commenta il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
“E’ chiaro che perdere con l’estrazione a sorte, con la pallina estratta, lascia l’amaro in bocca. E’ come perdere una finale ai rigori: anzi di più, come perdere una finale con la monetina…”, dice Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei inviato del governo a Bruxelles per le votazioni su Ema e Eba.
Eppure il meccanismo che oggi ha incoronato Amsterdam e Parigi (anche sull’Eba è finita a sorteggio) l’Italia l’aveva contestato, nei mesi scorsi di preparazione delle candidature. In quanto è un meccanismo che “non valorizza il lavoro di selezione fatto dalla Commissione Ue, rafforza candidature meno valide a fronte di quelle più adatte…”, dice una fonte di governo. Anche l’Olanda l’aveva contestato.
Ma alla fine ha avuto la fortuna dalla sua. L’Italia no: ha perso nella contestazione delle procedure e nel sorteggio finale. Ma soprattutto nella ricerca degli appoggi diplomatici che l’avrebbero messa al riparo dalle ‘scommesse’.
Del resto, con l’Olanda la fortuna è stata già tentata una volta alla semifinale degli Europei 2000. E andò bene: l’Italia vinse 3 a 1 ai rigori, per poi perdere la finale con la Francia.
La seconda volta — seggio Onu — è finita in pareggio, diciamo. La terza, male. Se ci si affida al caso, questo è il rischio.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“I MINORENNI SONO AUMENTATI DEL 14% IN UN ANNO”
Il mondo celebra oggi la Giornata dei diritti dell’infanzia, ma in Italia è un
appuntamento difficile festeggiare: “I nostri ultimi dati – dice Raffaela Milano di Save the Children – mostrano una situazione pesantissima sul fronte della povertà minorile. Abbiamo 1,4 milioni di bambini e adolescenti che vivono sotto la soglia della povertà assoluta, e questo numero spaventoso è cresciuto del 14 per cento in un solo anno”.
Non ci sono solo cattive notizie, però: “Per fortuna l’intervento pubblico – spiega ancora Milano – ha messo in campo provvedimenti come il reddito di inclusione e il fondo di contrasto alla povertà educativa, che si focalizzano proprio sulle famiglie con minori”.
Perchè il guaio è che la povertà economica “si traduce in minori che lasciano gli studi, in ragazzi che non leggono libri e non hanno accesso alla cultura”, e in questo modo “si finisce per pregiudicare l’intero sviluppo futuro del nostro paese in termini di capitale umano”.
Ma i numeri enormi sulla povertà diventano ancora più impressionanti se combinati a quelli del tracollo demografico: “Dal ’61 a oggi abbiamo perso 4 milioni di bambini, un terzo degli allievi delle scuole dell’obbligo non c’è più”. I bambini sono diminuiti, e quelli che ci sono invece di stare meglio sono in difficoltà ancora maggiore: “Noi che siamo sul campo nelle zone più difficili del paese – dice ancora Raffaela Milano – vediamo ogni giorno situazioni veramente allarmanti”.
Qualcosa di importante, invece, è stato fatto per i bambini stranieri non accompagnati che arrivano in Italia: secondo i dati di Save the Children sono 18mila quelli seguiti nei nostri centri di accoglienza, “ma quest’anno è stata varata la nuova legge che crea per loro un sistema di protezione segnando un vero punto di svolta. Anche se la legge deve essere ancora pienamente attuata, più di 2600 adulti si sono offerti di fare da punto di riferimento educativo per questi ragazzi in modo del tutto volontario, senza alcun tipo di rimborso”.
Anche se allarghiamo lo sguardo al mondo intero la situazione resta molto difficile: secondo uno studio Unicef effettuato in 37 Paesi, e un sondaggio su oltre 11mila bambini fra i 9 e i 18 anni in 14 paesi, 180 milioni di bambini affrontano prospettive peggiori rispetto ai loro genitori: un bambino su 12 vive in paesi in cui il futuro promette ancora meno del già pochissimo offerto dal passato. In 14 paesi fra cui Benin e Camerun, Madagascar, Zambia e Zimbabwe, è aumentata la percentuale dei bambini costretti a vivere con meno di due dollari al giorno.
Sempre secondo i dati Unicef, le morti per cause violente fra i bambini e gli adolescenti sotto i 19 anni sono aumentate in 7 paesi. Il 73% dei bambini in Africa meridionale ritiene di non essere ascoltato per niente. Il 45% dei bambini in 14 paesi non ha alcuna fiducia nei leader nazionali o mondiali, e nessuna speranza di ottenere progressi. E se l’aiuto non arriva da fuori, la povertà trascina sempre più in basso: tra crisi finanziaria, guerre e sovrappopolazione, l’iscrizione alla scuola primaria è calata in 21 paesi.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
NE HA GIA’ FATTI ARRESTARE TRE… DOPO ESSERE STATO MASSACRATO DI BOTTE NEL FAMIGERATO GHETTO DI ALI’, IL CAMPO DI PRIGONIA LIBICO, HA COME OBIETTIVO QUELLO DI CATTURARE I SUOI AGUZZINI
Quando gli hanno mandato la foto nel centro di accoglienza del Nord Italia in cui vive protetto lo ha riconosciuto senza indugi. E Gift Jofi, il carceriere nigeriano del famigerato Ghetto di Alì che tutti conoscevano come Sofi, è finito in manette, scovato dagli agenti della squadra mobile di Agrigento mimetizzato tra i richiedenti asilo del Cara di Isola Capo Rizzuto in Calabria.
E sono tre. La “giustizia” di Hamed corre come un treno, senza pietà .
Neanche per chi, come l’ultimo degli arrestati, è diventato un “torturatore per caso”. Convinto con la forza dai trafficanti a passare dalle fila dei prigionieri a quelle dei carcerieri per assicurarsi così il passaggio gratis su un gommone per l’Italia. Lo avevano proposto anche ad Hamed, ma lui ha sdegnosamente rifiutato. E in quel momento è cominciato un nuovo inferno.
Questo gigante tutto muscoli di 1,95 che piange in aula mentre ripercorre l’incubo vissuto nei tre mesi di prigionia nel Ghetto di Sabha, non aveva alcuna intenzione di venire in Italia.
Lui voleva solo lavorare in Libia per trovare i soldi per continuare gli studi dopo la laurea in giurisprudenza che era riuscito a prendere nel suo paese, la Costa d’Avorio. “La mia famiglia aveva pagato il riscatto, io ero devastato dalle torture, non riuscivo neanche a camminare, così quando mi hanno liberato e sono riuscito a raggiungere Tripoli ho deciso di salire su un barcone per l’Italia per curarmi ma soprattutto per avere giustizia. Ho studiato e so che la tortura è condannata in tutto il mondo. E ora voglio andare fino in fondo”.
La prima cosa che Hamed Bakayoko, 29 anni, ha fatto, appena arrivato a Lampedusa, a marzo scorso, è stata proprio quella di andare a bussare alla porta della polizia, aprendo così la breccia che ha portato poi all’identificazione e all’arresto di tre degli aguzzini del generale Alì, che la Dda di Palermo ha portato sul banco degli imputati per reati da ergastolo, associazione per delinquere, tratta di essere umani, omicidio, violenza sessuale.
Ora trasferito in un centro di accoglienza del Nord Italia, Hamed comincia il suo racconto ringraziando “la polizia italiana, la magistratura e i medici che mi hanno curato”.
“Tornerò in Sicilia tutte le volte che sarà necessario fino a quando non li vedrò condannati”.
La storia di Hamed è emblematica perchè conferma che molti di quanti vengono fatti salire a forza su un barcone non hanno in realtà come obiettivo l’Europa ma vengono rapiti alla frontiera e finiscono nel ghetto di Sabha in balia dei trafficanti.
“Io volevo solo andare a Tripoli a lavorare per mandare i soldi a casa e poter continuare i miei studi. Ma, appena arrivato al confine tra Libia e Niger, ad Agadès, purtroppo mi sono fidato di uno degli autisti che si propongono per attraversare la Libia e invece sono al soldo delle milizie di Alì. Lì è cominciato il mio incubo”.
Che sarebbe potuto durare anche solo pochi giorni perchè i familiari e gli amici di Hamed avevano subito pagato il riscatto di duemila euro su un conto in Niger intestato ad Alagi Iakuba Isa, un prestanome utilizzato da Alì per raccogliere i riscatti.
E’ stato in quel momento che, per paradosso, vista la sua stazza fisica, i carcerieri hanno proposto ad Hamed di diventare uno di loro.
Il suo rifiuto ha scatenato la folle violenza degli aguzzini che adesso vuole vedere condannati all’ergastolo. ” Io chiaramente ho rifiutato e loro sono tornati e hanno cominciato a torturarmi. Mi hanno messo delle manette, mi hanno sbattuto nella sezione più dura in cui si trovava Rambo, lì mi hanno detto che dovevo pagare cinque milioni di franchi”.
Ogni giorno violenze su violenze. “Dormivamo con i piedi sollevati e lui ci colpiva alla pianta dei piedi con una frusta di caucciù. Soprattutto quando era sotto effetto di droghe era così violento che a volte le persone rimanevano inermi, senza mangiare, senza poter fare niente per giorni, quasi in fin di vita. Utilizzava ogni strumento di tortura, dai cavi elettrici all’acqua bollente”.
Dopo sei mesi di torture, Hamed era ridotto come un fantoccio, una gamba spezzata, incapace di reggersi in piedi. “Uno di loro si è impietosito e mi hanno buttato fuori dal campo, non servivo più”. A quel punto il gommone in partenza per l’Italia era l’unica speranza di sopravvivere.
(da “la Repubblica”)
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