Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
RAPPORTI MAI COSI’ TESI CON SALVINI, IPOTESI ROTTURA: “NON C’E’ GIORNO CHE NON CI PENSI”… MA VORREBBE DIRE RINUNCIARE ALLE POLTRONE DELL’UNINOMINALE E NON LO FARA’
I rapporti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini non sono mai stati così tesi.
Nel primo giorno del congresso di Fratelli d’Italia, il clima che si respira a Trieste tra i 4mila “patrioti” arrivati da tutta Italia è da resa dei conti con un alleato, la Lega, sempre più scomodo e ingombrante.
A far saltare i nervi dei meloniani è stato l’accordo elettorale tra Salvini e Gianni Alemanno e Francesco Storace, due ex colonelli di An fin troppo legati all’epoca finiana per essere digeriti dai militanti di FdI.
L’irritazione della Meloni è stata palese già nell’intervista al Fatto quotidiano, quando a proposito del nuovo asse Lega-Sovranisti ha detto: “Prendo atto con serenità . Da noi sarebbe stato di certo più difficile avere garanzie, altrove mi pare di capire sono state presentate. Chi si è reso responsabile di disastri elettorali, e mi fermo a quelli – ha rintuzzato la Meloni – dovrebbe avere la misura nel richiedere una prorogatio per il suo fondoschiena”.
La Meloni potrebbe cedere a chi da tempo la tira per la giacca spingendola a correre da sola, svincolata dal centrodestra berlusconiano: “Non c’è giorno che non ci pensi”, ha ammesso, per quanto poi a mente fredda corregge il tiro: “Tutti quanti stanno facendo il loro gioco cercando ovviamente di valorizzare le loro specificità e le loro differenze: è il risultato di aver voluto una legge elettorale sostanzialmente proporzionale, sistema nel quale contano i voti che prende il partito”.
Un altro deterrente è la legge elettorale: se Meloni si smarca, il partito ne uscirebbe con le ossa rotta nei collegi uninominali, ma recupererebbe consensi nella battaglia al proporzionale.
L’idea di sfilarsi dalla coalizione esiste, ma per ora viene accantonata.
A Trieste, il secondo tempo di Fratelli di Italia comincerà con due certezze. Aprire il partito alle esperienze locali partendo da movimenti che gravitano nell’orbita della destra: dal neopresidente della Regione Sicilia Nello Musumeci a Raffaele Fitto.
Non è un caso che la scena di Trieste sia riservata innanzitutto agli amministratori locali. La seconda mossa punterà a rafforzare la presenza sul web in vista di una campagna elettorale che si sposterà dalla tv ai social.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
L’ALLEANZA DI SINISTRA LANCIA LA SUA CANDIDATURA A PREMIER
Sarà un discorso all’Italia, fatto dal presidente del Senato che decide di proporsi come
leader al Paese.
Ma anche un discorso rivolto al popolo del centrosinistra deluso da questi anni di governo, orfano di quei valori che Pietro Grasso aveva visto nel vecchio Pd, ma non in quello di Renzi.
Starà dentro a questo «delicato equilibrio» il discorso con cui Grasso domenica attorno a mezzogiorno scioglierà la riserva e si metterà alla guida del nuovo partito del lavoro.
Il nome ancora oscilla tra «Liberi e uguali», «Libertà e uguaglianza», «Italia solidale» e altre formule che hanno al centro la parola «lavoro».
Il vertice di ieri a palazzo Giustiniani con Roberto Speranza e Nicola Fratoianni non ha ancora sciolto la riserva. Di certo c’è che il simbolo domani non sarà presentato, ma conterrà la formula «con Grasso presidente».
Bersani, D’Alema, Vendola e gli altri big saranno in platea, insieme con la leader Cgil Susanna Camusso (invitati anche i segretari di Cisl e Uil).
Una scelta per sottolineare che al palazzetto Atlantico dell’Eur di Roma nascerà una «proposta nuova», non un cartello delle sinistre radicali. «Non sarà l’ennesima Cosa rossa», spiegano da Mdp. Domenica non sarà il giorno dei vecchi leader che hanno rotto con Renzi, ma il «Grasso day».
Una formula che sta a indicare «non la nascita di un partito personale», raccontano, «ma un progetto per l’Italia che avrà Grasso come guida e garante».
Il presidente del Senato, dopo il varo della manovra giovedì, sera si è messo al lavoro sul discorso. Un intervento che arriverà dopo quelli dei tre segretari Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Giuseppe Civati (Possibile), ma soprattutto dopo alcune testimonianze del mondo del lavoro.
Sul palco ci saranno operai impegnati in delicate vertenze (Melegatti, Fiat), ricercatori precari del Cnr, le tre segretarie di Arci, Anpi e Legambiente, Francesca Chiavacci, Carla Nespolo, e Rossella Muroni.
Presenti anche esponenti del mondo dell’impresa perchè, come ha sottolineato Guglielmo Epifani, «noi ci rivolgiamo anche agli artigiani, ai piccoli imprenditori, ai professionisti, non saremo il “Partito del no”».
Sei-sette interventi in tutto, per porre sul tavolo le principali questioni cui il nuovo partito intende dare risposte. Grasso sta lavorando sugli appunti presi nelle ultime settimane, forte dell’esperienza di cinque anni alla guida del Senato che gli ha consentito di farsi un’idea chiara dell’Italia e dei suoi problemi.
Solo in un secondo piano il tema di come «riorganizzare il campo del centrosinistra». Grasso ha già spiegato in varie occasioni cosa non condivide del Pd a guida renziana, cosa lo distingue da quella leadership in termini di contenuti e anche di cultura istituzionale. Al centro ci sarà la lotte alle diseguaglianze, «un tema che coinvolge anche larghe fette del ceto medio impoverito e spaventato dal futuro», spiegano da Mdp.
E la necessità di un riequilibrio che è «indispensabile per far ripartire l’economia». Ad ascoltarlo ci saranno circa 2 mila persone (1500 i delegati eletti lo scorso fine settimana), previsti anche maxischermi all’esterno del palazzetto, lo stesso dove Mario Monti tenne una delle principali convention di Scelta civica prima delle elezioni del 2013.
La tappa di domani sarà solo il primo passo. Da lunedì il nuovo leader si doterà di una piccola struttura organizzativa, e inizierà un tour dell’Italia, una campagna di ascolto. Sarà a lui a dire l’ultima parola sulle liste, e a indicare cinque-sei candidati di peso della società civile che saranno utili a «delineare il profilo della lista». Un lavoro che sarà fatto da qui a gennaio, quando partirà la campagna elettorale vera e propria.
(da “La Stampa“)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL MEETING QUALCHE SETTIMANA FA, RIVELATO DA BLOOMBERG
Un incontro a porte chiuse in sala Isma al Senato è avvenuto lo scorso 13 novembre tra i parlamentari M5S Carlo Sibilia, Laura Bottici e Carla Ruocco e alcuni fondi e investitori internazionali.
Tra questi, Bank of America, Brevan Howard Asset Management, Amundi, Wellington Management Group e Moore Capital Management.
Lo confermano – secondo l’agenzia Bloomberg – fonti Cinquestelle che sottolineano come si tratti di una normale interlocuzione istituzionale con attori economici interessati a tutti i maggiori partiti e gruppi politici italiani.
“Gli investitori ci stanno trattando come una potenziale forza di governo” ha commentato la parlamentare Carla Ruocco. “Questa è la prima volta che così tante persone della comunità finanziaria sono venuti a conoscerci”.
“Gli investitori – racconta ancora Ruocco – ci hanno chiesto principalmente come potremmo governare senza formare una coalizione, se abbandoneremmo l’Euro e come vogliamo cambiare l’Unione Europea”.
Uno degli investitori che ha partecipato al meeting – riporta Bloomberg – pur giudicando disponibili e aperti i parlamentari che hanno preso parte all’incontro, ha ritenuto allarmante la vaghezza di alcune risposte, ad esempio sul tema del finanziamento del reddito di cittadinanza e sulle modalità con cui promuovere una revisione dei trattati Ue.
“Sono per la trasparenza solo di domenica…”. Così Gero Grassi, vicepresidente del gruppo Pd della Camera, commentando la riunione.
“Non mi sorprendono questi contatti con il mondo della finanza, anche se Di Battista ha proclamato la guerra santa proprio contro di loro. E’ tuttavia indecente che vogliano tenerli segreti. L’incontro, infatti, è stato rivelato dall’agenzia Bloomberg, suscitando non poco imbarazzo tra i grillini”, conclude.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
VERSAMENTI SUL CONTO ESTERO DELLA MOGLIE
Il manager che doveva rappresentare il nuovo corso della Lega Calcio, era in «affari»
con Adriano Galliani.
Due pagamenti da 25 mila euro ciascuno versati, estero su estero, nel solo mese di dicembre 2016, su un conto della moglie dell’ex ad rossonero.
Con indicazioni criptiche, sul «quantum» e il «modus» dei versamenti. Pur senza essere indagato, torna nella bufera l’ex numero due della Lega calcio Adriano Galliani, ora candidato in pectore di Silvio Berlusconi per le prossime elezioni.
Tutto nasce un anno fa, quando Marco Bogarelli, numero uno di Infront, ormai «bruciato» dalle inchieste, inseguito dalle notizie sulla spartizione dei diritti televisivi, il 28 novembre 2016 getta la spugna dimettendosi.
Così, gli allora vertici della Lega, per uscire dal cono di luce acceso dalla procura di Milano, mettono in pratica un piano di riserva: per non perdere il controllo sulla ricca torta dei diritti della Serie A, trovano un sostituto.
Il nome è quello di Andrea Francesco Silva (ex della Mp & Silva), a cui si vuole «affidare la gestione della commercializzazione dei diritti».
A individuare il dopo Bogarelli, sarebbe stato l’ex numero due della Lega e del Milan, Adriano Galliani. A svelarlo, sono le intercettazioni dell’inchiesta milanese su Infront e sui suoi ex vertici, in parte naufragata per i mancati arresti proprio di Bogarelli e di due suoi ex collaboratori, respinti prima dal gip e poi, l’estate scorsa, dal Tribunale del Riesame.
E anche se l’indagine affidata al Nucleo di polizia tributaria dai pm milanesi Pellicano, Filippini e Polizzi, sembra ormai avere il fiato corto, le carte raccolte dall’accusa svelano comunque rapporti a dir poco opachi. Gli investigatori registrano infatti le conversazioni tra Galliani e Silva, ma soprattutto passaggi di denaro «che denotano forti criticità ».
Bisogna riavvolgere il nastro al novembre dello scorso anno.
E, «dall’ascolto delle conversazioni — sottolineano i detective — si rileva come Galliani intrattenga con Mp & Silva, rapporti finanziari riservati». In un mese, la procura traccia due versamenti da 25 mila euro, bonificati attraverso conti esteri, la cui destinataria risulta la moglie dell’ex ad del Milan, la 45enne marocchina, Malika El Hazzazi. Il primo bonifico risale al 6 dicembre e «dall’ascolto della conversazione si fa chiaramente intendere, nonostante la cripticità e l’avversione di Galliani a trattare l’argomento per telefono, l’imminenza di due disposizioni di pagamento, da parte di Silva a favore di Galliani». La prima già effettuata, la seconda bonificata «il successivo mercoledì/giovedì».
Alle 12 e 18 minuti del 5 dicembre, l’ex ad rossonero chiama la consorte e le dice: «Senti signora, un tuo amante straniero ha fatto una roba venerdì da 25, verifica quando arriva e cosa arriva, avvisa chi di dovere… sono molto geloso», conclude ironicamente Galliani.
Passata la bufera giudiziaria, sostituiti i manager indagati, i vertici della Lega calcio dunque, erano pronti a gestire il business con il medesimo canovaccio.
«Appare chiaro — viene scritto in una relazione di marzo — come la fuoriuscita di Bogarelli da Infront ha di fatto determinato la necessità di individuare un nuovo punto di riferimento, questa volta direttamente in seno alla Lega, cui delegare la vendita dei diritti tv». L’uomo che era stato scelto — secondo quanto evidenzia l’inchiesta — non è esattamente una figura «terza», visti proprio i rapporti economici che legano Silva a Galliani. «Risulta pacifico che i bonifici vengono disposti da Silva in adesione a una specifica richiesta di Galliani, che è pertanto l’effettivo beneficiario degli stessi».
Perchè questi dubbi sulla linearità di questi rapporti, allora visto che ci si limita a parlare di «forte criticità »?
Secondo gli investigatori, «Silva all’epoca dei fatti era uno dei manager di riferimento di Mp & Silva, il soggetto economico che aveva acquisito — a più riprese — presso la Lega, della quale Galliani è vice presidente, i diritti internazionali della Serie A e B». La conclusione sulle «criticità », viene ulteriormente spiegata dal fatto che «le somme di denaro in questione provengono da uno dei manager della società che maggiormente ha beneficiato economicamente, dal business dei diritti televisivi».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
GLI ALTRI UOMINI COINVOLTI NON SONO STATI IDENTIFICATI O E’ SCATTATA LA PRESCRIZIONE… AVEVANO ABUSATO DI LEI ANCHE I NONNI
Per avere giustizia ha atteso diciotto anni.
Disabile, oggi affidata a una comunità , quando era ancora minorenne (all’epoca andava alla scuola media) veniva «venduta» dai genitori a clienti molto anziani, amici e conoscenti della coppia.
Anche i due nonni avevano abusato di lei. Decine e decine di incontri sessuali con uomini di cui la ragazza sapeva spesso dire solo un nome o una professione.
Morti o prescrizioni
La giustizia è arrivata tardi e tra l’altro è stata parziale: va a punire solo un colpevole, il padre. Molti degli uomini che hanno avuto appuntamenti con la ragazzina, infatti, non sono mai stati identificati; altri se la sono cavata prima ancora dell’udienza preliminare, per prescrizione dei reati.
La madre e altri due clienti, invece, sono morti nelle more di un processo partito tardi. Dei quattro condannati a Novara nel 2011, due sono stati assolti in Appello. E un terzo, una sorta di padre putativo cui la ragazza veniva affidata in più occasioni, è stato prosciolto in Cassazione per prescrizione.
Il silenzio del paese
Alla fine, nella drammatica storia di disagio e di ripetute violenze sessuali, solo il padre della giovane, G.G., pagherà per quanto accaduto nel silenzio di un paese alle porte della città , dove tanti sapevano e pochi hanno parlato: nei giorni scorsi l’uomo è stato raggiunto dal personale della Squadra Mobile che gli ha notificato un ordine di carcerazione per scontare una condanna a 8 anni di carcere.
Dopo un rimpallo in Cassazione, che aveva annullato con rinvio a una nuova Corte d’Appello. La vittima ha subito ogni genere di umiliazione. L’imputato ha atteso quasi vent’anni per essere riconosciuto colpevole: si è fatta addirittura fatica a rintracciarlo per portarlo in carcere. Tutto è venuto alla luce il 5 giugno 1999: dopo pedinamenti e servizi di osservazione della polizia, era stata trovata in campagna in compagnia di un habituè, ex guardia giurata, in atteggiamenti inequivocabili. L’uomo era finito in manette.
L’aiuto della professoressa
A lui si era arrivati grazie a un’insegnante di sostegno che aveva raccontato al preside le confidenze della bimba. Venne fuori uno scorcio di vita familiare raccapricciante di cui, il processo ne dà atto, molti erano a conoscenza.
Quando andava alle elementari, la bambina era stata costretta ad assistere ai rapporti sessuali di papà e mamma, per imparare.
Aveva solo undici anni quando incontrò i primi clienti: abiti succinti, trucco, profumo, «conciata come una prostituta», secondo i testimoni.
E poi botte e minacce se per caso diceva «no». Un’interminabile serie di abusi in luoghi appartati. Il pretesto con cui la convincevano a frequentare uomini più anziani di lei era quasi sempre uguale: «Così impari bene a leggere».
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL REGISTA ANTICIPA I TEMI DEL PRIMO FORUM NAZIONALE DI DOMANI A ROMA “PER CAMBIARE L’ORDINE DELLE COSE”
Per Andrea Segre c’è “una ipocrisia diffusa” nel modo in cui “tanti nostri partiti si
rapportano alla questione immigrazione”.
Forze politiche che fanno parte di quello che il regista veneto, classe 1976, definisce “L’ordine delle cose”.
Si chiama così il suo ultimo film, proiezione speciale alla settantaquattresima Mostra del cinema di Venezia, centrato sulla tratta di esseri umani tra Libia e Italia, gli accordi con il governo e i capi locali per bloccare i migranti prima che si imbarchino alla ricerca di una vita migliore.
Chiaroveggenza? Segre ha risposto: “No, ho avuto la possibilità di ascoltare chi per l’Italia ci stava preparando a questo che di fatto mette in pratica una nuova violazione dei diritti umani per i quali l’Italia è già stata condannata: stiamo utilizzando centri di detenzione libica, campi per rinchiuderli lì, in sostanza nuovi respingimenti”.
Ne consegue, nel ragionamento di Segre, che quest’ordine delle cose su cui oggi è improntato il rapporto tra Europa e flussi migratori, basato sulla costruzione di uno spazio protetto chiuso ed esclusivo che ha l’effetto di rendere più pericolosi gli arrivi, produrre grandi violenze e violazioni e generare tensioni, deve essere modificato.
Con questo obiettivo si riunirà domani a Roma il primo forum nazionale, intitolato – per l’appunto – “per cambiare l’ordine delle cose”, organizzato da Amnesty International Italia, Banca Etica, Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, Naga Onlus e ZaLab. Proprio di quest’ultima associazione fa parte Segre, tra i fautori dell’iniziativa, promossa con un appello “al quale – dice il regista ad HuffPost – hanno aderito circa ottocento persone da oltre centotrenta città d’Italia. Ci ritroveremo nel centro congressi Frentani per studiare, riflettere ed elaborare proposte. Stiamo percependo una urgenza nella società civile di uscire dal blocco che sta caratterizzando il dibattito sulla questione immigrazione: o silenzio o slogan. Ci sono tante persone nel nostro Paese che non accettano che di un tema così importante, di una questione che cambierà l’Italia e l’Europa, non si parli o lo si fa a colpi di slogan. C’è un’Italia che non ti aspetti, che pensa che il fenomeno migratorio sia un’opportunità “.
Ma c’è anche, nel nostro Paese, chi lo considera un’emergenza da temere. Non più tardi di ieri, da un luogo simbolo della questione, una cittadina di forte immigrazione come Castelvolturno, nel casertano, il leader della Lega, Matteo Salvini, parlava di “una invasione pianificata e organizzata”.
“Le migrazioni sono la conseguenza di grandi disuguaglianze sociali ed economiche. Vogliamo occuparcene o vogliamo tenere queste persone fuori dalla porta e far finta che queste disuguaglianze non esistano? A Salvini chiedo: se ai nostri giovani venisse impedito di muoversi saremmo d’accordo con chi glielo impedisce o grideremmo all’ingiustizia? Credo che Salvini sia ipocrita quando vuole impedire agli altri di muoversi mantenendo il suo, il nostro diritto a farlo. E se passassimo noi dalla parte di chi non ha più questo diritto, come reagiremmo?”.
Ha parlato di ipocrisia a proposito della Lega. Come giudica la frase di Renzi, in passato utilizzata proprio dal Carroccio, “Aiutiamoli a casa loro”?
“È preoccupante che questa posizione di ipocrisia cominci ad essere condivisa da forze politiche che dovrebbero mettere i diritti di chi ha più bisogno, di chi è vittima di disuguaglianze, al centro delle proprie strategie e sostenendo idee di chiusura finiscono per appoggiare il diritto di chi ha più privilegi. Assistiamo ad una trasformazione, con le forze più progressiste incamminate in una direzione di chiusura che ci impensierisce”.
Eppure, dati alla mano, dopo gli accordi con la Libia il numero degli arrivi via mare verso l’Europa è diminuito e nei palazzi del potere c’è più d’uno che tira un sospiro di sollievo. Secondo lei la strategia del ministro Minniti, la strategia del Governo, funziona per risolvere la questione?
“Non vorrei personalizzare, riferendomi a Minniti, nel senso che non si tratta di colpe personali. Da ministro dell’interno, ovviamente con tutte le responsabilità legate al suo ruolo, applica la strategia del Governo, una strategia comune ad altri stati europei, basata sulla chiusura delle vie regolari di migrazione. Quanto alla diminuzione degli sbarchi, credo sia sbagliato giudicare la strategia guardando solo ai numeri. Bisogna chiedersi dove sono le persone che tentano di mettersi in viaggio. Ebbene, sono nei centri di detenzione, in Libia come in Turchia e in Tunisia e subiscono violazioni ai loro diritti. Il punto sul quale si deve riflettere, e noi vorremmo farlo nel forum, è come si costruisce un sistema che metta al centro il diritto dell’essere umano di spostarsi in maniera regolare e sicura”.
L’estate scorsa Minniti ha dichiarato di aver temuto per la tenuta democratica dell’Italia quando, prima degli accordi con la Libia, in trentasei ore erano sbarcati 12.500 migranti su 25 navi diverse. C’è, a suo avviso, il rischio che l’immigrazione metta a repentaglio la tenuta democratica del Paese?
“Per scongiurare il rischio bisogna dare al bisogno di migrare vie regolari, diffuse e sicure. Se le persone non hanno altra scelta che ricorrere ai barconi, sono costrette a incanalarsi in un imbuto che non fa altro che alimentare, dunque aumentare, le tensioni e far crescere il business dei trafficanti”.
Poco fa, lei ha fatto cenno alla “direzione di chiusura delle forze progressiste”. La registra anche in merito al sostegno della legge sulla cittadinanza, relativa allo ius soli?
“Le persone che sono nate o cresciute in Italia devono avere gli stessi diritti di chi è nato in Italia da italiani, diciamo per intenderci, “doc”. Si tratta di una riforma necessaria in un mondo in cui la globalizzazione ha portato le persone a muoversi, a spostarsi da un posto all’altro. Non riconoscere questa necessità vuol dire chiudersi in una ipocrisia, basata sulla distinzione delle persone su base etnica. I diritti sono legati all’essere umano non al tuo essere bianco, giallo o verde. Anche sullo ius soli è in gioco la capacità di riconoscere i diritti dell’essere umano oltre e soprattutto prima di qualsiasi appartenenza etnica”.
Il senatore Manconi, in un recente post su Facebook, ha scritto, riferendosi anche alla legge sullo ius soli, passata alla Camera e oggi ferma a Palazzo Madama: “Si era aperto uno spiraglio favorevole ma credo che si stia pericolosamente chiudendo”, e “penso che sia una manifestazione di codardia politica”. Berlusconi ha detto che Forza Italia non voterà la fiducia alla legge che sembra scomparsa anche dall’agenda di dem mentre i Cinque Stelle hanno dichiarato che non voteranno. Crede che si farà il passaggio in Senato?
“Dipende dalla capacità e dalla dignità dei parlamentari, se intenderanno o meno accettare il ricatto di slogan populisti, anteponendo a questi ultimi i diritti degli esseri umani. Altrimenti andranno a ledere questi diritti e si prenderanno la responsabilità della scelta. Vede, io non credo che gli italiani siano solo Di Maio, Berlusconi, Renzi e Salvini, credo che siano, come dire, qualcosa di più complesso e che ci siano molti italiani che si rifiutano di accettare di stare dentro quegli slogan. Il nostro forum è un tentativo di dare voce a questi italiani”.
Non le sarà sfuggita, a proposito di immigrazione, l’onda montante di paura, quella che Diamanti ha definito “la paura degli altri”, alla quale in politica si accompagna anche un aumento di consenso alle forze di destra e destra radicale. Elemento, la paura, che in vista della campagna elettorale, potrebbe essere utilizzato dalla politica per raccogliere nuovo consenso.
“Noi puntiamo alla ragione, alla dignità , alla giustizia per creare una nuova forma di consenso. Per questo abbiamo lanciato un appuntamento per radunare gli italiani e i nuovi italiani – chi non potrà esserci fisicamente potrà seguire i lavori attraverso la diretta streaming trasmessa sulla pagina Facebook dell’associazione ZaLab – attivi quotidianamente per costruire una società più degna, più aperta, più giusta”
Non vorrete creare un partito?
“Un partito assolutamente no, ma un movimento di pressione sociale che avanzi delle proposte sì. Un movimento che non candiderà nessuno, ma elaborerà e avanzerà proposte, mettendole a disposizione di coloro che, tra i candidati, vorranno farle proprie. Le proporremo nel corso della campagna elettorale, che, se sarà declinata a slogan e paura, non riuscirà a proporre nulla di nuovo. Il nostro è un percorso di dialogo che intendiamo avviare a partire da questa campagna elettorale, ma per portarlo avanti in futuro, sia con i politici che con la società civile. Un percorso per cambiare l’ordine delle cose”.
Come si fa, da dove intendete cominciare?
“Ne discuteremo e poi ragioneremo sulla base di proposte concrete”.
Tornando “alla paura degli altri” e all’ostilità di parte del Paese verso i migranti, un altro cavallo di battaglia di chi soffia sul fuoco della paura è “i lavoratori di origine straniera sono in competizione, sottraggono il lavoro agli italiani”. Non pensa, Segre, che anche al sindacato possa essere attribuita qualche responsabilità , per non aver fornito con maggiore determinazione interpretazioni e chiavi di lettura del fenomeno alternative?
“Intanto, per cominciare, ci sono sindacati e sindacati. Poi, come ha spiegato Alessandro Leogrande in un suo intervento, questo conflitto in gran parte non esiste perchè i lavori a cui accedono gli stranieri sono lavori ai quali gli italiani non vogliono più accedere”.
Leogrande, intellettuale esperto di migrazioni contemporanee scomparso qualche giorno fa, in un suo recente intervento aveva fatto riferimento all’idea, diffusa, “che i migranti siano una massa informe, numeri, corpi che hanno bisogno di essere sfamati, assistiti, aiutati. Invece di essere persone con dei desideri, una volontà , dei progetti”. Si potrebbe partire da questo mutamento di prospettiva per cambiare l’ordine delle cose?
“Alessandro doveva intervenire al forum, che non a caso abbiamo pensato di dedicargli, il suo sarebbe stato tra gli interventi iniziali. Mi sembra una citazione pertinente, un’indicazione da seguire. Sarà nostro dovere morale ed etico ricordare il suo contributo al tema immigrazione, il suo lavoro che continuerà ad illuminare la nostra conoscenza e la nostra coscienza”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
I MODERATI SCELGONO ALTRI PARTITI, E IL M5S RISCHIA DI PERDERE LA PROPRIA BASE TRADIZIONALE
Da Cernobbio a Washington, ormai le missioni diplomatiche del candidato premier Luigi Di Maio non si contano più.
Obiettivo è ostentare moderazione. Affidabilità . Credibilità
Ma siamo proprio sicuri che tutto questo agitarsi per mostrarsi forza matura di governo porterà consensi ai Cinque Stelle?
Difficile che la sedicente borghesia e gli autocertificati moderati voltino le spalle a Pdl e magari anche al Pd.
Qui c’è gente che ha digerito senza nemmeno fare il ruttino la sconcia alleanza Pd-Pdl quando gli elettori nel 2013 avevano chiesto proprio il contrario.
Gente che ha accettato senza battere ciglio il sostegno di Denis Verdini e Angelino Alfano a una maggioranza di centrosinistra.
Crediamo davvero che possano votare un giorno il Movimento Cinque Stelle? No, non bastano certo due comparsate o i cravattini luccicanti di Di Maio.
In compenso i Cinque Stelle rischiano di perdere la loro base.
Gente che li aveva scelti perchè finalmente mettevano in discussione lo strapotere della finanza e non perchè andavano a Cernobbio.
Gente che voleva la tutela dell’ambiente e non le giustificazioni “dell’abusivismo di necessità ”.
Gente, soprattutto, che si è sempre battuta contro la corruzione e non vuole strizzate d’occhio a chi si è nutrito di quel sistema.
Ma c’è un’altra ragione. Forse la più importante. Gli italiani hanno scelto il Movimento di Grillo perchè faceva paura. Sì, paura.
I cittadini, soprattutto quando si sentono poco ascoltati, hanno bisogno di sentirsi forti. Così forti da poter far paura. Il timore che susciti negli altri è conferma che finalmente conti. Esisti. Sei qualcuno.
Questa era la forza del M5S e insieme la sua grande novità . Faceva paura a chi governava, ma non perchè prometteva di sovvertire l’ordine democratico. Anzi, l’opposto, perchè portava di nuovo al centro il cittadino.
Difendeva la Costituzione. Combatteva corruzione ed evasione. Metteva sotto esame la finanza ladrona.
Così il Movimento ha conquistato consensi e ha evitato all’Italia la nascita di partiti razzisti e davvero populisti. Nel nostro Paese la protesta è stata legalitaria, ambientalista.
No, Di Maio, voi non dovevate rassicurare. Dovevate incutere timore. Paura di far diventare l’Italia quello che meriterebbe di essere spazzando via chi l’ha ridotta così. Senza blandire i cittadini, ma anzi sferzandoli.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO BERNINI E’ STATO CONDANNATO A PAGARE 70.000 ALL’ASSISTENTE PARLAMENTARE PER AVERLO LICENZIATO SENZA MOTIVAZIONE… MA NON ERA IL PARTITO DELL’ONESTA’ E DELLA TRASPARENZA?
Il tribunale di Roma ha condannato in primo grado in sede civile il deputato M5s Paolo
Bernini a risarcire il suo ex assistente parlamentare, Lorenzo Andraghetti, perchè il suo licenziamento è inefficace, non “presentando alcuna motivazione”.
La decisione risale al 12 aprile scorso, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, e prevede il pagamento di tutte le mensilità dal momento in cui è stato lasciato a casa fino al termine della legislatura, marzo 2018.
Circa 70mila euro, 2.333 euro al mese a partire dal licenziamento dell’ottobre 2015.
Ma nonostante la sentenza esecutiva, Andraghetti non ha ancora visto un soldo.
Tanto che Filippo Roma delle Iene ha pensato bene di chiedere conto all’interessato del suo comportamento.
Perchè un parlamentare del Movimento 5 stelle non rispetta una sentenza?
Perchè rivendica l’impignorabilità , tipico privilegio di quella che chiamano casta?
Ma se Bernini non sente ragioni, il suo leader Luigi Di Maio dice di pensarla diversamente: “Le sentenze si rispettano”, risponde alla Iena, e si impegna a far rispettare anche quella che dà torto a Bernini e ragione ad Andraghetti.
Ma l’ex assistente, raggiunto in videochat da ilfattoquotidiano.it in Brasile, dove si è trasferito e insegna Scienza politiche, non ha più avuto notizie di quella promessa: “Sono ormai passati 10 giorni dalla registrazione di quella intervista a Di Maio. Nessun contatto, nessun bonifico, nulla”.
Poche settimane dopo il licenziamento, Andraghetti venne espulso dal Movimento, verso il quale aveva assunto posizioni critiche.
Aveva sfidato il capogruppo uscente in consiglio comunale a Bologna Massimo Bugani, fedelissimo di Grillo e Casaleggio, alle primarie per la candidatura a sindaco.
Lui fu cacciato e le primarie nel capoluogo emiliano cancellate.
“Se Di Maio onorasse la promessa di far rispettare la sentenza del tribunale eviterebbe anche un danno di immagine al Movimento”, riflette Andraghetti, che aggiunge: “Sono passati due anni dal mio licenziamento, non mi è stato pagato nemmeno il TFR da Bernini, sul quale io ho dovuto anche pagare le tasse: siamo in causa anche su quel fronte”.
E conclude: “Il mio non è un caso isolato: è pieno zeppo di casi come il mio, dentro e fuori dal Movimento 5 stelle”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
RUSSIAGATE: ORA POTREBBE TOCCARE AL GENERO DI TRUMP
Doveva essere un grande weekend per il presidente Donald Trump, con il Senato vicino ad approvare la sua riforma fiscale, contestata da vari economisti, ma che rappresenterà la prima legge importante del suo mandato.
E anche il licenziamento dell’ormai detestato Segretario di Stato Tillerson, da rimpiazzare con il fedelissimo capo della Cia Pompeo, era atteso con ansia.
Invece, la confessione del generale Michael Flynn , controverso consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump rimasto in carica appena tre settimane, rimette al centro della politica Usa il rapporto tra lo staff e la famiglia del presidente e i servizi russi e di altre potenze.
Dollaro e mercati hanno perso quota, per poi recuperare nel pomeriggio.
Il compromesso
Il procuratore speciale Robert Mueller, austero ex capo dell’Fbi incaricato dell’inchiesta sul dossier, cosiddetto Russiagate, per le interferenze del Cremlino nella campagna per la Casa Bianca 2016, ha offerto un compromesso nitido a Flynn.
Se l’ex generale avesse confessato di aver mentito agli agenti federali sui rapporti con la Russia a proposito di sanzioni anti Putin e di una risoluzione Onu contro Israele, lo avrebbe incriminato solo sulle menzogne (pena fino a 5 anni), salvandolo dal reato di aver agito da lobbista con Paesi stranieri senza autorizzazione e altre più pesanti accuse. Inoltre Mueller lascia fuori dalla sua indagine il figlio di Flynn, estremista scapestrato che s’è ficcato in guai che possono costargli caro.
Secondo i giuristi Bradley Moss e Renato Mariotti, Mueller ha fama di essere molto «avaro» in questi accordi penali con gli imputati, dunque se ha ridotto le incriminazioni a Flynn è in cambio «di sue testimonianze contro personaggi di maggiore, non minore, rilievo nell’inchiesta».
Il cerchio si stringe
Primo a indicare che il «personaggio di rilievo» cui punta Mueller potrebbe essere lo stesso presidente, arriva Brian Ross di Abc news, persuaso che Flynn accuserà direttamente Trump di avergli chiesto una mediazione, segreta e illegale, con l’ambasciatore russo Kislyak su sanzioni a Mosca e dati anti Hillary Clinton.
Kislyak ha, nel frattempo, lasciato gli Stati Uniti, richiamato da Putin, mentre il collega all’Onu Churkin è improvvisamente deceduto a 64 anni, portando così a sei il numero di alti diplomatici russi morti di botto, a ridosso del Russiagate.
Intercettazioni dirette
Trump ha lasciato che il suo legale, Ty Cobb, prendesse le distanze da Flynn con nonchalance, «le stesse bugie raccontate all’Fbi, Flynn le aveva raccontate anche al vicepresidente eletto Pence», ma l’aria resta pesante.
Perchè l’Fbi, allora diretto da James Comey, poi licenziato in tronco da Trump, aveva messo sotto controllo le linee legate ai russi e quindi contesta a Flynn intercettazioni dirette dei colloqui.
L’inchiesta aveva già travolto tre uomini della campagna di Trump, tra cui Paul Manafort, ex numero 1 del team, ma Flynn è il primo membro dell’amministrazione nella rete di Mueller.
Il ruolo di Kushner
Che accadrà ora? Flynn potrebbe accusare Kushner, il genero e consigliere di Trump che varie fonti sospettano come fonte delle pressioni pro Israele.
Altri ritengono invece che proprio i russi abbiano fatto il doppio gioco sulla risoluzione Onu, per incastrare i collaboratori di Trump, debuttanti nel Grande Gioco Intrigo Internazionale.
Mueller tiene comunque Flynn in pugno, perchè la legge gli consente, qualora non collaborasse come concordato, di ricusare, durante le indagini o in tribunale, il patto, rovesciando ancora sull’ex generale reati capaci di mandarlo dietro le sbarre, trame illegali con la Turchia, lobby clandestine, reati fiscali e finanziari.
Sotto pressione
Donald Trump si è astenuto dall’uso del social media Twitter, arma preferita quando va sotto pressione. L’ex capo Fbi Comey twitta invece un versetto della Bibbia, dal libro di Amos, 5:24: «Piuttosto scorra come acqua il Diritto/ e la Giustizia come un torrente perenne» e non occorre una laurea in esegesi biblica per riconoscerne l’aspra polemica contro la Casa Bianca.
Wall Street
Trump sa bene sopravvivere al clima d’assedio mobilitando la base che lo sostiene, minoritaria nel Paese, forte in potenza alle urne. Wall Street resta ottimista su tagli fiscali e ripresa, ma processi, intrighi, sospetti, accuse, veleni non permettono al presidente di concentrarsi a governare la superpotenza garante della stabilità dal 1945, mentre Putin e Xi Jinping cercano nuovi equilibri e il crescente vuoto strategico di leadership preoccupa, Washington e il mondo.
(da “La Stampa“)
argomento: Giustizia | Commenta »