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SALVINI ISOLATO, LA MELONI FLIRTA CON BERLUSCONI

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

MENTRE IL LEADER LEGHISTA CONTINUA A STRAPARLARE E PERDERE VOTI, SI CONSOLIDA L’ASSE TRA FORZA ITALIA E FDI

Che i rapporti tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, dopo lo stop alla legge Molteni, siano tesi è cosa nota.
Ma il gelo è calato nelle ultime settimane anche tra il segretario della Lega e Giorgia Meloni, un tempo uniti nel cosiddetto fronte lepenista italiano.
Tutto è iniziato a ottobre con lo schiaffo della leader di Fratelli d’Italia ai referendum autonomisti di Lombardia e Veneto. Polemica ancora aperta.
C’è stato poi il siluro della Meloni e soprattutto di Ignazio La Russa a Salvini con l’esclusione della Lega dalla giunta regionale siciliana guidata da Nello Musumeci, nonostante alle elezioni si fossero presentati con una lista unitaria che ha superato il 5%.
Il Carroccio ha poi risposto con l’accordo politico-elettorale con i sovranisti di Gianni Alemanno e Francesco Storace andando così a pescare direttamente tra gli ex Alleanza Nazionale (eclatante il passaggio del pugliese Fabrizio Tatarella, nipote di Pinuccio, alla Lega), mossa che non è piaciuta affatto ai vertici di Fdi e che è stata letta come un affronto diretto soprattutto al Sud. Non solo.
Altro punto di scontro sono le prossime elezioni Regionali. La Meloni non ha gradito l’endorsement di Salvini a Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice auto-candidatosi alla presidenza della Regione Lazio.
“Dove noi siamo più forti (Lazio, ndr) arrivano e sostengono un candidato senza averci prima consultato”, spiegano da Fdi. “E’ come se noi in Lombardia sostenessimo il signor Rossi di turno contro Maroni”.
C’è da dire comunque che la partita delle Regionali potrebbe chiudersi con l’ok di tutta la coalizione a Massimiliano Fedriga in Friuli Venezia Giulia e con il ritiro di Pirozzi e il sostegno anche della Lega alla candidatura dell’azzurro Maurizio Gasparri nel Lazio.
La Meloni accusa Salvini, dietro le quinte, anche di “rubare” il programma a Fratelli d’Italia.
Un esempio su tutti? Il sostegno alla natalità , argomento storico della destra italiana e ora, guarda caso, anche della Lega, affermano da Fdi.
Insomma, per tutti questi motivi i rapporti tra Salvini e la Meloni non sono mai stati così freddi, tanto che la leader di Fratelli d’Italia avrebbe invece riallacciato un rapporto stretto con Berlusconi (si sentono costantemente al telefono) proprio in chiave anti-Lega.
Se consideriamo poi la nascente ‘quarta gamba’ del Centrodestra con l’ex Cavaliere regista, Salvini in questa fase è davvero isolato.

(da “Affari Italiani”)

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“SPELACCHIO E’ MORTO”: IL COMUNE DI ROMA DA’ IL TRISTE ANNUNCIO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

LA STESSA AZIENDA DIETRO ALTRI CASI: LA VERGOGNA DEL COMUNE DI ROMA CHE HA PAGATO 48.000 EURO PER UN TRASFERIMENTO RIVELATOSI INADEGUATO

Alla fine, dopo tante polemiche e sfottò, il Comune di Roma ha dato il triste annuncio: Spelacchio è morto, o quasi.
Al massimo riuscirà  a sopravvivere fino alla fine delle festività , mascherando sotto gli addobbi, la sua sofferenza.
Il triste destino dell’albero di Natale che l’amministrazione Raggi ha posizionato in piazza Venezia a Roma, appare ormai segnato.
Brutto, secco e pure morto ammazzato: la parabola di Spelacchio assume sempre più i contorni di un giallo.
Di chi è la colpa? Nel botta e risposta tra il Campidoglio e i fornitori della Val di Fiemme, che da oltre 10 anni fornisce alla città  gli alberi di Natale, spunta un terzo attore: la Ecofast Sistema srl, la società  che si è occupata del trasporto e che al momento tace.
L’aspetto scarno dell’albero infatti non è certo dovuto alla sua natura. Si diceva fosse un larice e per questo più spoglio ma è falso: Spelacchio è un abete rosso.
E non è vero che soffre perchè ha poche radici: non ne ha proprio, è stato tagliato dal momento che non si può estirpare un albero così grande.
Non è vero neppure che la Val di Fiemme ha rifilato Spelacchio a Roma perchè era brutto e le faceva fare brutta figura: l’albero in partenza era bellissimo, ha perso le foglie forse per il trasporto inadeguato, forse perchè stressato per la siccità .
Secondo la Pefc, l’associazione italiana che certifica la gestione sostenibile delle foreste, “l’albero presenta oggettivamente dei traumi, tuttavia è necessario fare chiarezza su alcuni elementi e caratteristiche della pianta, per evitare di semplificare un tema delicato come quello della cura degli alberi e della gestione sostenibile delle foreste di provenienza”.
Occorre dunque fare chiarezza per capire chi ha ucciso Spelacchio. Sul banco degli imputati c’è la Ecofast Sistema, la ditta che si è occupata del trasporto dalla Val di Fiemme a piazza Venezia e della sua istallazione.
Ma anche il Comune di Roma che per quel trasferimento, considerato dagli esperti la causa del tracollo dell’albero, ha pagato ben 48 mila euro.
Scrive il Corriere della Sera che secondo il contratto infatti il Campidoglio sarebbe dovuto intervenire entro 24 ore, ma ciò non è accaduto, senza contare che la stessa ditta è incaricata della cura di altre tre aree verdi: Gianicolo, Balduina e Castel Sant’Angelo, che per la verità  tanto verdi non sembrano.

(da agenzie)

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IL PIANO (CHE NON ESISTE) DI DI MAIO PER USCIRE DALL’EURO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IN CASO DI REFERENDUM HA DETTO CHE VOTEREBBE PER USCIRE DALL’EURO, MA SPERA DI NON ARRIVARCI

Due settimane fa la deputata pentastellata Laura Castelli ha fatto scena muta alla domanda su cosa voterebbe in caso di referendum per l’uscita dall’euro. In prima battuta la Castelli aveva detto “non si dice” e poi aveva corretto il tiro dicendo “non lo so”.
È però impensabile che i rappresentanti e i portavoce di un partito che da anni cavalca il tema dell’uscita dalla moneta unica non vogliano dire in modo chiaro cosa voteranno e come vorrebbero gestire l’uscita dall’euro.
Oggi durante un’intervista a L’Aria che Tira su La 7 Di Maio ha finalmente fatto chiarezza su quale sarà  la posizione del MoVimento 5 Stelle in caso di eventuale referendum.
Secondo Di Maio «se dovessimo arrivare al referendum sull’uscita dall’euro, che per me è l’extrema ratio, è chiaro che sarei per l’uscita perchè vorrebbe dire che l’Europa non ci avrebbe ascoltato su nulla, ma prima proverei a ottenere risultati andando in Europa».
Qualche tempo fa infatti il leader pentastellato se ne era uscito con la brillante idea di usare la minaccia del referendum come arma finale una volta seduto al tavolo delle trattative con i partner europei.
Ma il piano di Di Maio è destinato a fallire miseramente. Non tanto perchè non potremo uscire dall’euro quanto per quello che succederà  in attesa dell’addio alla moneta unica.
Come è noto infatti nel nostro Paese non è possibile indire referendum consultivo.
Per renderlo possibile il M5S ha già  spiegato che interverrà  con una legge costituzionale.
Un percorso che non è esente da insidie.
La nostra Costituzione prevede infatti che per evitare un referendum popolare confermativo l’eventuale riforma costituzionale dei 5 Stelle debba essere approvata da almeno i due terzi dei componenti di entrambe le Camere.
In caso contrario la legge di modifica costituzionale che introduce il referendum consultivo sarà  a sua volta essere sottoposta a referendum.
Anche in quel caso però l’uscita dall’euro non sarà  automatica perchè il Parlamento dovrà  votare l’abrogazione della legge che ratifica il trattato di adesione all’euro.
Tutto questo procedimento richiede tempo, tempo che come nel più famoso dei proverbi è denaro.
E il denaro in questo caso sono i soldi degli italiani.
Secondo Di Maio il referendum sarà  l’extrema ratio. Ma l’arma referendaria, fino a che il governo italiano non ne creerà  le condizioni, sarà  inevitabilmente spuntata.
Il candidato Premier del M5S crede probabilmente che sia sufficiente “andare in Europa” a dire che se non otterrà  quello che vuole verrà  indetto il referendum. Ma in Europa sanno benissimo che fino a che non sarà  possibile indirlo quello di Di Maio sarà  un bluff.
Il M5S ritiene che in sede europea sia sufficiente ricordare — come ha detto Di Maio a Myrta Merlino — che “siamo noi, l’Europa, siamo la seconda forza manifatturiera d’Europa, siamo un paese fondatore”.
Il problema è che in Europa si decide democraticamente, e la storia “gloriosa” del nostro Paese conta poco.
Conta più la capacità  di saper convincere gli interlocutori.
Non si capisce quanto sia chiaro a Di Maio (e ai suoi elettori) che quella dell’uscita dall’euro non è una minaccia da fare a cuor leggero.
Anche solo parlare di referendum per uscire dall’euro può essere molto rischioso. Come la prenderebbero i mercati?
Se i sondaggi dovessero riportare una maggioranza stabile per la permanenza nell’euro, sui mercati non succederebbe nulla. Viceversa se i Sì fossero in vantaggio ci sarebbe un rialzo dello spread che andrebbe a colpire i titoli di debito italiani, i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle e il governo troverebbe deserte le aste, con conseguente difficoltà  nell’erogare stipendi e servizi (anche se va detto che il Tesoro ha sinora accumulato ingenti riserve che potrebbero essere usate per tamponare la situazione).
Stefano Fassina ha ricordato a Di Mio che «il referendum consultivo e’ impraticabile per evidenti ragioni pratiche: la fuga di capitali dall’Italia e l’impennata degli spreads sui nostri titoli di Stato al solo annuncio di volerlo celebrare. Quindi per poter votare, sin dalle prime voci di voler procedere, sarebbe necessario bloccare i movimenti di capitali, razionare accesso ai depositi bancari, rinviare emissione di Titoli di Stato e spese pubbliche».
Infine c’è un piccolo dettaglio.
Qualche giorno fa Di Maio ha detto di voler mantenere il bonus da 80 euro.
Secondo il M5S però il bonus era una sorta di “contropartita” ottenuta da Renzi in sede europea.
Come farà  Di Maio a chiederlo ancora all’Europa (ovviamente non è così ma i 5 Stelle la pensano in questo modo) e al tempo stesso minacciare di uscire dall’euro?

(da “NetxQuotidiano”)

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L’UNICEF PREMIA L’AERONAUTICA MILITARE ITALIANA PER I SUOI ANGELI DELL’ARIA

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

RICONOSCIMENTO PER IL SUO IMPEGNO QUOTIDIANO NEL SOCCORSO DEI BAMBINI

Il premio è meritato sul campo. Anzi, in cielo.
Dove gli uomini dell’Aeronautica militare italiana volano ogni per molte ore solo per portare a termine la più speciale delle missioni.
Non per difendere i confini o attaccare qualche nemico minaccioso, ma per portare in salvo tanti bambini.
Piccoli che fanno i conti con le malattie già  dalla nascita, che rischiano di morire o che vivono in zone d’Italia dove gli ospedali non sono sufficientemente attrezzati per curare patologie che sui neonati appaiono ancora più ingiuste. Ogni volta che un bambino ha bisogno di essere salvato, i militari dell’Aeronautica sono già  pronti. Il loro aereo è in pista 24 ore su 24: decolla da Ciampino e nel minor tempo possibile arriva in ogni angolo d’Italia.
Spesso anche all’estero: quando un italiano ha bisogno di cure urgenti e ci sono migranti che rischiano la vita per inseguire il sogno di una vita lontano dalla guerra o quando c’è un italiano che ha bisogno di cure urgenti.
Viaggi disperati ma quasi sempre salvifici. Ed è anche per questo che proprio all’Aeronautica militare italiana l’Unicef ha consegnato il suo premio. «Per l’altissima professionalità  — si legge nella motivazione — e il profondo senso di umana solidarietà  nell’individuare e soccorrere i migranti in pericolo, riducendo i rischi, che talvolta si tramutano in tragici episodi, soprattutto per i più piccoli e indifesi».
Il lavoro delle squadre dell’Arma azzurra è costante, giorno e notte. Ogni giorno dell’anno. Perchè le chiamate arrivano all’improvviso e da quel momento in poi non c’è più un secondo da perdere. Con una motivazione che è sempre fortissima: salvare un bambino vale più che vincere una guerra. Senza portare a casa una medaglia.

(da “La Stampa”)

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L’ENNESIMA MARCIA INDIETRO DELLA APPENDINO SUL PARCO DELLA SALUTE DI TORINO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

UN ANNO E MEZZO FA DICEVA CHE NON AVREBBE MAI APPROVATO L’ATTUALE PROGETTO, ORA HA DATO L’OK ALL’OPERAZIONE

L’alternativa è Chiara, la risposta è continuità .
Se si parla di Urbanistica a Torino si fa davvero fatica a distinguere tra le scelte compiute dalle tanto vituperate “precedenti amministrazioni” e quella a 5 Stelle guidata da Chiara Appendino.
Per ora la differenza sostanziale si riduce alla volontà  di voler utilizzare gli oneri di urbanizzazione per fare cassa.
La Appendino — nonostante le promesse fatte in campagna elettorale — lo fa, quelli “di prima” no. Un altro avvincente capitolo della saga a 5 Stelle è la decisione della giunta torinese di avallare il progetto per il nuovo polo sanitario di Torino. Un progetto che in campagna elettorale alla Appendino non piaceva.
Le colate di cemento della Appendino, a partire dal progetto sulla ex-Westinghouse che quando era all’opposizione il M5S contestava duramente, stanno diventando una costante della nuova Amministrazione comunale.
Come è ormai diventata una costante il fatto che la Appendino si rimangia, nei fatti, le promesse fatte durante la campagna elettorale.
Il caso del Parco della Salute che sorgerà  su un’area di oltre 300mila metri quadri dove sorge la ex Fiat Avio è emblematico in questo senso.
Nel 2016, durante un faccia a faccia con Piero Fassino la Appendino disse che «la Città  della Salute è certamente importante. Noi crediamo però che debba essere fatto con risorse pubbliche, non ci piace l’idea dell’intervento privato. Vediamo in maniera positiva il progetto iniziale, il Masterplan del 2011, che va a riqualificare una area già  esistente e dà  una risposta più nell’immediato e vede solo il finanziamento pubblico». Insomma per il MoVimento 5 Stelle il progetto si poteva fare a basso costo. E soprattutto senza il coinvolgimento di investitori privati.
La musica iniziò presto a cambiare: una volta eletta la Appendino (che polemizzò sul Parco della Salute con Maria Elena Boschi) iniziò a fare delle aperture al progetto della Regione per far perdere alla città  i 250 milioni di euro del finanziamento.
Ad ottobre 2016 la giunta approvò la variante urbanistica al Piano Regolatore mentre il 15 novembre 2017 la Città  di Torino, la Regione Piemonte, la Città  della Salute e della Scienza di Torino, Università , FS Sistemi Urbani e FS Italiane Spa hanno sottoscritto l’accordo di programma inerente il maxi-polo sanitario.
Accordo che è stato ratificato dal Consiglio Comunale qualche giorno fa. Il Comune ha quindi abbandonato l’idea di “tornare al Masterplan del 2011”. Se si rifacesse oggi quel confronto tra Fassino e Appendino i due direbbero le stesse cose e forse l’alternativa non sembrerebbe poi così chiara.
In consiglio comunale il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Guido Montanari ha spiegato che «si tratta di un’operazione di grande portata urbanistica, importante per il riordino di una vasta porzione di territorio nel quartiere Lingotto e Nizza Millefonti.
Al fine di creare un elevato livello di qualità  urbana è nostra intenzione impegnarci a garantire una presenza significativa di spazi verdi in piena terra a fronte dell’Oval e del Lingotto sud, e connessioni verdi tra via Nizza e il collegamento con la stazione Lingotto». Durante il voto la Presidente della Commissione Sanità  Deborah Montalbano (M5S) è uscita dall’Aula.
La cosa interessante è che il M5S in Regione si è sempre opposto al progetto della costruzione della nuova città  della salute di Torino così come concepita dalla Giunta Chiamparino.
Secondo il consigliere regionale Davide Bono “l’amministrazione di Torino fa quello che può per cercare di salvare il salvabile”. Bono su Facebook ha ribadito di essere “seriamente preoccupato dalle scelte del PD sui nuovi ospedali”. Dimenticando però che nel caso del Parco della Salute di Torino quelle scelte sono state avallate da una giunta a 5 Stelle.
Frasi di circostanza che sembrano a loro volta voler “salvare il salvabile” ovvero la faccia dell’amministrazione pentastellata torinese. Di fatto la la Città  ha rinunciato al proprio ruolo di indirizzo e programmazione nel campo della riorganizzazione sanitaria e urbanistica.
Come ha fatto notare in Consiglio Eleonora Artesio di Torino in Comune   «Appendino in campagna elettorale dichiarava: “la città  della salute si farà , cercheremo con Governo e Regione di trovare la migliore soluzione per la salute dei torinesi”. Oggi il vicesindaco afferma che la programmazione sanitaria non compete al Comune: è una sciocchezza». Ed è tutta qui l’alternativa Chiara di Chiara Appendino.

(da “NextQuotidiano”)

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L’INVASIONE DEI MIGRANTI E’ UNA BUFALA, MA GLI ITALIANI CI CREDONO PERCHE’ C’E’ CHI HA INTERESSE A CREARE UN CLIMA DI PAURA

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

APPENA 149.000 LE RICHIESTE DI ASILO PENDENTI, PERCENTUALI INFERIORI AD ALTRI PAESI EUROPEI, EPPURE 4 TITOLI SUI MEDIA SU 10 CREANO VOLUTAMENTE ANSIA

Quanti migranti ci sono oggi in Italia? C’è davvero un’invasione, un tentativo di sostituzione etnica in corso, come dice il leader della Lega Matteo Salvini?
Rispondiamo con un’immagine: stando agli ultimi dati disponibili, a settembre l’Italia aveva poco meno di 149mila richieste d’asilo pendenti; a dicembre dello scorso anno i rifugiati, ovvero i cittadini stranieri a cui lo Stato aveva già  riconosciuto una forma di protezione, erano 147mila.
In totale parliamo di meno di 300mila persone, pari allo 0,5% della popolazione. Un gruppo che da solo non riempirebbe nemmeno il Circo Massimo di Roma.
Certo, negli ultimi 10 anni l’immigrazione verso l’Italia è aumentata, ma rispetto ad altri paesi europei — come Germania, Spagna e Regno Unito (la Francia ha una percentuale di stranieri inferiore alla nostra perchè i figli degli immigrati sono considerati cittadini francesi) — i numeri sono ancora contenuti.
Insomma, parlare di invasione e sostituzione etnica è fuori luogo.
Eppure, come si legge nel quinto rapporto sulla rappresentazione del fenomeno migratorio, realizzato dall’associazione Carta di Roma, “nel 2017 si registra, di nuovo, un significativo incremento dei toni allarmistici sui media: i titoli sull’immigrazione sono ancora ampiamente caratterizzati da un linguaggio emergenziale […] e quattro titoli/notizie su 10 hanno un potenziale ansiogeno”.
Il risultato di questa narrazione, scrive il presidente dell’associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, è quello di “consolidare l’idea che l’immigrazione, e gli immigrati, non sono un fatto strutturale, che va governato, ma, appunto, una permanente emergenza, che va fermata. Si rafforza così il senso comune dei pregiudizi e si concima il terreno su cui germoglia la mala pianta degli stereotipi xenofobi e dell’hate speech” (il discorso che incita anche all’odio razziale).
Un terreno che già  oggi è molto fertile.
Nel 2014 l’Italia si piazzò prima nell’indice di ignoranza Ipsos-Mori: gli italiani coinvolti nel sondaggio dimostrarono di credere all’allarme “invasione”, sovrastimando la presenza di immigrati e musulmani.
In questi anni la posizione del nostro paese è migliorata, ma la retorica allarmistica continua a fare breccia nell’immaginario collettivo e a generare una visione falsata della realtà .
Molti intervistati hanno sovrastimato il numero di stranieri (immigrati di lungo corso, rifugiati e richiedenti asilo) e di musulmani presenti nel nostro paese e sottostimato l’apporto che gli immigrati danno alla nostra economia versando tasse e contributi.
Il problema del divario tra realtà  e percezione del fenomeno migratorio, ovviamente, non riguarda solo l’Italia: secondo l’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa con sede a Vienna, “si tratta di un fenomeno preoccupante e sempre più diffuso, che offre un’immagine falsata del fenomeno migratorio. I migranti — scrive l’Osce in una nota inviata a Business Insider Italia — danno un grande contributo alla prosperità  globale, inviando ogni anno 583 miliardi di dollari nei loro paesi di origine. Per cogliere le opportunità  legate all’immigrazione è necessario   creare dei canali regolari e sicuri, cosa di cui si sta discutendo a livello internazionale nei negoziati in corso alle Nazioni Unite, per l’adozione di un patto globale per una migrazione ordinata e legale”.

(da agenzie)

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FUCCI, LA PIETRA DELLO SCANDALO A CINQUESTELLE

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI POMEZIA CHE VUOLE RICANDIDARSI “CACCIATO” DALLE CHAT INTERNE AL MOVIMENTO: “MI HANNO OFFERTO UN INCARICO DA CAPO DI GABINETTO SE MI RITIRO”

Il primo cartellino rosso a Fabio Fucci, sindaco di Pomezia che si è improvvisamente accorto dell’ipocrisia del MoVimento 5 Stelle quando i grillini non hanno voluto fargli fare il terzo mandato nelle istituzioni, è già  arrivato: l’ex pigmalione di Valentina Corrado contro Roberta Lombardi è stato infatti escluso dalle fantasmagoriche chat interne del M5S, quelle che ogni tanto finiscono sui giornali, mentre la stessa Corrado lo ha accusato su Facebook di aver tradito i principi grillini.
Fucci ha espresso rammarico per l’esclusione dalle chat perchè voleva spiegare le sue dichiarazioni dei giorni scorsi. Illuso: non c’è bisogno di spiegazioni quando si viene espulsi dalla chat.
Significa che si è diventati parte del problema e non della soluzione, anche se in precedenza il blog di Beppe Grillo ha additato in più occasioni come esempio l’amministrazione grillina a Pomezia e a Fucci era stata offerta una scappatoia per continuare a fare politica senza essere candidato ed eletto: «Mi è stato offerto l’incarico di capo di gabinetto di un importante ente pubblico fuori Pomezia quando dovessi terminare l’esperienza da sindaco, per rimanere nel M5S», ha fatto sapere ieri, in risposta al preavviso di sfratto targato Di Maio.
Quell’ente pubblico a quanto pare è il Campidoglio, visto che quel posto è vacante dall’insediamento della giunta Raggi e dalla nomina, poi ritirata di Daniele Frongia. Ma gli spifferi di Palazzo Senatorio raccontano una storia opposta: è lui che avrebbe chiesto quel posto e sarebbe stata la Raggi a rifiutarlo.
Il rifiuto del terzo mandato per Fucci però è un segnale ben preciso nei confronti dei tanti che a Roma oggi sono al secondo: Marcello De Vito, Enrico Stefano, Paolo Ferrara, Daniele Frongia, Daniele Diaco e così via, oltre che Virginia Raggi.
Tutti sono consapevoli che questo è il loro ultimo giro nelle istituzioni e che se e quando cadrà  il Campidoglio andranno a casa anche loro. Per sempre.
Ma la questione di Fucci oltre che politica è anche giuridica. Il sindaco di Pomezia si sarà  pure autoescluso dal MoVimento, come ha detto ieri il candidato premier Luigi Di Maio, ma rimane vicesindaco della città  metropolitana, la vecchia Provincia di Roma, ente che, ricorda oggi il Messaggero, «di fatto regge, visto che la sindaca è totalmente assorbita dalla vicende del Campidoglio e passa a Palazzo Valentini una volta a settimana, il venerdì mattina.
Per dare seguito alla cacciata dal M5S, Raggi dovrebbe togliere le deleghe al suo vice (al cui posto sarebbe pronto Paolo Ferrara) e far scattare il rimpasto».
Un altro problema è quello interno al comune di Pomezia.
Fucci non ha ancora ricevuto alcuna sanzione o sospensione dal MoVimento 5 Stelle, ma in ogni caso non si capisce cosa possa succedere se viene messo alla porta dal M5S: i consiglieri grillini si dimetteranno per farlo cadere da sindaco a pochi mesi dalle elezioni?
E come prenderebbero la vicenda i cittadini di Pomezia, soprattutto ora che c’è in ballo la candidatura del presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà ?
Poi c’è il problema politico: se Fucci alla fine si candida davvero con una lista civica, il rischio è che il M5S finisca per perdere le elezioni e mandare proprio lui al ballottaggio con un avversario di centrodestra o centrosinistra.
E a quel punto i grillini veri cosa sceglieranno?

(da “NextQuotidiano“)

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LA MOSCHEA DELLA ROMA MULTIETNICA DIVENTA “TRASPARENTE”

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

“DIECIMILA NEL QUARTIERE, QUESTO E’ IL MIO PAESE”… A TORPIGNATTARA PERFETTA INTEGRAZIONE CON GLI ABITANTI

Cosa c’è dentro la moschea più chiacchierata d’Italia? Siamo a Torpignattara, il quartiere multietnico di Roma: il Centro culturale islamico Masheed e Rome è stato spesso sotto i riflettori delle telecamere per il sovraffollamento di fedeli che il venerdì occupavano i marciapiedi durante la preghiera.
Ma ora, assicura l’Imam, in dieci anni di presenza sul territorio il rapporto con il quartiere è cambiato.
“Abbiamo aperto di venerdì, il 7 luglio del 2006. All’inizio è stato un po’ più difficile: quando abbiamo cominciato con la nostra sala preghiera e con la scuola coranica, gli abitanti del quartiere non capivano cosa facessimo”, racconta a ilfattoquotidiano.it l’Imam Mizanur Rahman.
“Piano piano è stato più semplice e ora non ci sono problemi: siamo tranquilli in questo quartiere”. Lui stesso assicura di sentirsi ormai italiano: “Sento il profumo della terra. Questo è il mio paese”, dice.
Il 16 dicembre la moschea ha aperto le sue porte per la prima volta al quartiere grazie alle Passeggiate Fotografiche Romane organizzate dal ministero dei Beni culturali . Un’iniziativa che ha portato a Torpignattara “White Faces, reframing memory”, una performance per raccontare la memoria perduta del popolo curdo in Irak dell’artista curdo-irakeno Yagdar Bakir, con la regia della fotografa Linda Dorigo.
Yagdar Bakir ricostruisce, attraverso un racconto in curdo e la partecipazione del pubblico, le foto della propria infanzia.
“Quelle foto che sono state perdute da tutte le famiglie curdo-irachene durante la repressione da parte di Saddam Hussein, negli anni ottanta”, spiega l’artista. “Abbiamo pensato che il progetto si dovesse inserire in uno spazio che andava aiutato dal punto di vista della condivisione”, spiega Linda Dorigo.
“E ho pensato alla moschea. Sono mondi che corrono paralleli, che spesso si incontrano solo dal bengalese che ti vende l’ortofrutta. Mi sono detta: vediamo cosa succede a farli incontrare”.
“La relazione con la comunità  musulmana è la classica relazione autogestita”, dice Claudio Gnessi del Comitato di Quartiere di Torpignattara. “Si prova a trovare equilibrio con il buonsenso. In questo quartiere sono 25 anni che non si fanno investimenti. Abbiamo problemi con i trasporti, con i servizi, con i rifiuti. C’è un malessere diffuso che determina automaticamente la necessità  di trovare un colpevole. Ed è automatico, spesso, quando ce l’hai vicino e di un’altra cultura”.
Ora le moschee sono aumentate, il Centro Culturale Masheed è frequentato da quasi 500 persone ed i fedeli musulmani nel quartiere sono circa 10mila.
I conflitti culturali sono acuiti dalla costante emergenza terrorismo. “I terroristi?” Un musulmano che prega e ha paura di Dio non può essere terrorista”, dice l’Imam.
“Il nostro profeta dice che non possiamo neanche strappare una foglia senza motivo. Come si fa a uccidere?”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA MORTE DI ALTERO MATTEOLI: LO SCONTRO FRONTALE DOVUTO A UNA INVASIONE DELLA CORSIA OPPOSTA

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

NOVE LEGISLATURE, QUATTRO VOLTE MINISTRO… LE REAZIONI E IL CORDOGLIO

L’ex ministro Altero Matteoli è morto in un incidente stradale sulla via Aurelia, nei pressi di Capalbio. Uno scontro tra due auto che è avvenuto proprio su quell’antica strada tra Grosseto e Civitavecchia di cui in passato Matteoli si era occupato più volte mettendo in guardia dai “pericolosissimi incroci a raso” e lottando, quando era Ministro dei Trasporti del governo Berlusconi, per la costruzione della Tirrenica, il collegamento autostradale tra Livorno e Civitavecchia.
L’incidente è avvenuto oggi, nel primo pomeriggio, nei pressi della località  Torba, nella maremma grossetana. Matteoli, 77 anni, viaggiava da solo a bordo di una Bmw ed era diretto a Cecina, la città  in cui abita: in quel tratto l’Aurelia da una corsia si allarga e diventa a quattro corsie.
L’altra vettura, una Nissan con a bordo due persone, un uomo e una donna cinquantenni di Roma viaggiava in direzione opposta e per loro la strada da quattro passava a una sola corsia
Il senatore è stato estratto dalle lamiere dell’auto in fin di vita: i medici hanno tentato di rianimarlo sul posto ma non c’è stato nulla da fare.
I due feriti sono stati trasportati lui all’ospedale di Orbetello, lei che è in gravi condizioni, con l’elisoccorso all’ospedale di Siena.
Secondo una prima e ancora provvisoria ricostruzione sembra essere la Bmw di Matteoli ad aver invaso all’improvviso la corsia opposta.
“E’ una tragedia – ha spiegato il coordinatore Toscano di Forza Italia, Stefano Mugnai – dovevamo andare insieme a una cena di partito a Lucca e poi ancora il 19 a Montecatini. Abbiamo ovviamente sospeso ogni attività  e ci stringiamo alla famiglia di Altero Matteoli. Ci conoscevamo da anni, per me è stato un maestro di politica, era bravissimo nelle trattative, raggiungeva sempre un accordo. Ci mancherà ”
“Il presidente Brunetta ci ha dato una notizia molto grave – ha detto il presidente della Commissione Banche Pierferdinando Casini nel corso dell’audizione del ministro Padoan –   il senatore Altero Matteoli è deceduto in seguito a un incidente d’auto molto grave. E’ un amico grande di tutti noi. Siamo molto rattristati”.
Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, dove è in corso l’esame della manovra, ha poi interrotto i lavori per annunciare la morte dell’ex ministro. Subito dopo, la commissione ha osservato un minuto di silenzio
Matteoli, nato a Cecina (Livorno) nel 1940, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 è stato Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo di Silvio Berlusconi.
Dal 2006 al 2011 è stato sindaco del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto. Aveva cominciato l’impegno nella politica a Pisa nel Msi, poi nel 1994 aveva aderito ad Alleanza Nazionale e nel 2013 a Forza Italia.
Era un sostenitore dell’autostrada Tirrenica, progetto che da anni suscita accese discussioni in Toscana, aveva anche proposto di alzare la velocità  massima a 150 chilometri l’ora attirandosi le contestazioni dell’Associazione Familiari delle vittime della strada.
Sul luogo dell’incidente è arrivato anche il sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori: “Voglio esprimere prima di tutto le mie condoglianze. Ci conoscevamo e abbiamo collaborato su alcuni progetti quando è stato sindaco di Orbetello”.
La notizia della morte è giunta a Palazzo Chigi durante la cerimonia della firma tra Governo e sindaci di 93 progetti per la riqualificazione delle periferie delle città . L’annuncio è stato dato dal sindaco di Catania Enzo Bianco.
I sindaci e il premier Gentiloni hanno osservato un minuto di silenzio e, dopo un lungo applauso, la cerimonia ufficiale è stata interrotta.
Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha espresso il suo personale cordoglio e quello del governo ai familiari. Di Matteoli il premier ricorda la passione politica, la coerenza del suo percorso, il profondo senso delle istituzioni.
Le reazioni.   “Oggi perdo e piango un amico”, è stato invece il tweet del senatore di Ala Denis Verdini.
“Siamo addolorati e sconvolti per la morte improvvisa del senatore Altero Matteoli. In questo momento di dolore ci stringiamo alla famiglia, a cui vanno le nostre condoglianze” scrivono in una nota i vertici toscani di Fi: il deputato e responsabile comunicazione Deborah Bergamini, il coordinatore regionale Stefano Mugnai, il vicepresidente del Consiglio della Toscana Marco Stella e i vicecoordinatori regionali Massimo Mallegni e Jacopo Maria Ferri.
“Politico di spessore, sempre dalla parte della gente e del popolo – sottolineano – Altero Matteoli era un uomo di sintesi e di mediazione. Metteva la sua esperienza a disposizione del partito e dei giovani militanti e dirigenti. In questi giorni era coinvolto sul territorio toscano nelle numerose cene di auguri natalizi”.
Lo ricorda come “uomo sensibile, tessitore infaticabile, politico attento e pragmatico” Michela Vittoria Brambilla, ministro del Turismo nel governo Berlusconi IV, cordoglio è stato espresso anche dal presidente della Regione Lombardia Maroni.

(da “La Repubblica”)

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