Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
“LA NOTTE DI NATALE? DORMIAMO, E’ UNA NOTTE COME UN’ALTRA”
Tutte le sere, da un container di otto metri quadri, Giovanni guarda casa sua dall’altra
parte della vallata di Amatrice e spera di tornarci.
A Cossito, frazione del borgo distrutto dal terremoto del 24 agosto, si vive nei prefabbricati, se fa freddo le pareti si gelano e se nevica bisogna dare spallate alla porta per riuscire ad aprirla: “Qui ci siamo noi: gli ‘scordati’. Quelli che ancora, dopo più di un anno, non hanno ricevuto la casetta provvisoria”.
Giovanni Nibbi, una settantina d’anni, è tra gli ultimi dell’elenco, tra coloro che trascorreranno il secondo inverno in queste strutture chiamate “moduli”.
La scritta “Campo Cossito” scolpita nel legno è come fosse un portone d’ingresso, ma nel buio della sera neanche si vede.
In questo spiazzo tra le montagne, dove si arriva passando tra cumuli di macerie di case distrutte, c’è un albero pieno di luci: “Che faremo la notte di Natale? Niente, andremo a dormire, come tutte le altre notti”.
A dormire in una stanzetta dove c’è spazio appena per due letti singoli, qualche scaffale, una luce per leggere e una stufetta: “Ma se la spegni anche solo per cinque minuti si muore di freddo, non resisti qua dentro. E l’acqua calda? Dobbiamo sempre lasciare che ne scorra un filo altrimenti si ghiacciano i tubi”.
Giovanni è stanco, vive con la moglie e passeggia tra i container e le roulotte dove dormono altre quattro persone.
La piccola comunità di ciò che è rimasto della frazione di Cossito è tutta qui, ma sparse per il cratere ci sono tante altre famiglie che vivono ancora nei prefabbricati.
“I lavori per le nostre casette sono iniziati da poco, non potevano cominciarli prima? Ci vorranno almeno due mesi per completarli, ma tra neve e ghiaccio non so se riusciranno”, racconta ancora Giovanni, giacca a vento e berretto in testa: “Andiamo nel nostro salone, che qui fuori fa troppo freddo”.
Il salone è una struttura in legno, regalata dai volontari del Trentino.
C’è una cucina comune, frigoriferi comuni, un tavolo, qualche panca per sedersi e un cuore attaccato alla parete con ricamata la scritta “Campo Cossito”.
Il punto più confortevole è quello attorno alla stufa: “Questa l’abbiamo comprata con i nostri soldi. Non è triste il terremoto, una settimana ed è passato. È triste la burocrazia, qui non viene nessuno a chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. Facciamo tutto da soli”.
Con le pale e un piccolo trattore viene spazzata via le neve, per esempio: “Ma in fondo non si sta poi così male, ci siamo abituati”.
Si vive di abitudini, come quella che ha Giovanni di andare tutti i pomeriggi verso casa sua dall’altra parte della collina: “Accendo le luci, così quando torno qui, nel container, posso guardarla da lontano come se fosse abitata. La mattina dopo vado di nuovo e le spengo. Non possiamo vivere lì perchè è pericolante, chissà quando la sistemeranno, forse mai”.
I cani iniziano ad abbaiare: “Eh sì, l’altra sera sono arrivati i cinghiali”.
Giovanni si sdraia nel suo lettino attaccato alla parete, la tocca: “Non c’è niente da fare, è sempre fredda”.
E inizia a leggere Tex, il fumetto: “Quando andate via, chiudete la porta, per favore”. Attorno a questo container, due metri per quattro, quando scende la sera solo neve e lastre di ghiaccio.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
“GLI ACCORDI CON L’EUROPA PER FERMARE I NIOSTRI BARCONI? QUI TUTTO E’ RIMASTO COME PRIMA E IO STO DIVENTANDO RICCO”
“La metà della gente qui vive di questo business, non è cambiato niente». Ibrahim ha trentadue anni, è laureato in ingegneria civile e vive a Garabulli, città costiera sessanta chilometri a est di Tripoli. È alto, snello, ha il volto sbarbato.
Indossa una felpa alla moda, le scarpe firmate, ci tiene a mostrare l’ultimo modello di tablet che ha in macchina. Ostenta le sue possibilità economiche. Vuole comprare una casa in Tunisia, dice. E una anche in Turchia.
Ibrahim è ricco. Ibrahim è un trafficante di uomini. «Ho iniziato solo per soldi. Questa è la sola ragione. All’inizio svolgevo le mansioni minori, procuravo i motori per i gommoni oppure trasportavo i migranti dalle campagne alle spiagge di notte e il capo mi pagava. Poi ho capito tutti i meccanismi e ho creato il mio giro. Ci sono dalle cinque alle dieci persone che lavorano per me, dipende dal flusso di gente che parte, dalle condizioni del mare. Da tante cose».
Ibrahim parla seduto a terra, all’interno di una costruzione di cemento nella campagna di Garabulli. Ce ne sono decine così. «Le più piccole servono per chi è del giro, per chi deve organizzare le partenze, le più grandi – i capannoni – servono per tenere i migranti prima del viaggio». Nella sua stanza ci sono dei cuscini, un televisore, una tanica d’acqua mezza vuota. Ibrahim spiega che è qui che aspetta i suoi ragazzi di notte quando arrivano per trasportare i migranti dal capannone di fronte a noi alle spiagge. Il capannone ha le grate alle finestre. I lucchetti alla porta.
«In questa parte della Libia non ci sono stati cambiamenti, degli accordi con l’Europa abbiamo solo sentito parlare ma gli effetti qui non sono arrivati, per fortuna. Continuano ad arrivare uomini e donne dal Sud, si fermano a Beni Walid, i ragazzi da Beni Walid li trasportano qui e tutto prosegue come sempre. I capannoni di Garabulli sono pieni oggi come lo erano due mesi fa».
Ibrahim ha il suo listino prezzi, come tutti.
Un “biglietto” per la traversata organizzata da lui costa «almeno cinquecento dollari». Poi – precisa – «il prezzo aumenta se vuoi scegliere il posto più sicuro sui barconi di legno. Il posto sul gommone invece è uguale per tutti, e si riempiono finchè si può, ottanta, cento persone. Quando il mare è piatto anche centoventi».
I gommoni costano ai trafficanti circa 20 mila dinari libici, che al cambio attuale del mercato nero (un euro vale undici dinari) corrisponde a circa 2 mila euro. Senza motore. I motori si “procurano”, al porto o dai pescatori.
Spesso sotto gli occhi inermi della guardia costiera di zona.
Dalle coste di Garabulli dieci giorni fa è partito un barcone, sovraffollato. È affondato a poche miglia dalla costa, centoquaranta persone sono state portate indietro dalla guardia costiera arrivata ore dopo da Tripoli, i corpi di quelli che non ce l’hanno fatta – almeno trenta – sono stati chiusi in buste bianche e trasportati nella capitale. Trenta buste senza nome. Trenta morti senza identità . «È un rischio, certo, a volte vengono catturati, a volte annegano, ma ne sono consapevoli. Io organizzo solo i gommoni, non ho altre responsabilità ».
Ibrahim ci conduce con un 4×4 verso le spiagge delle partenze, attraversa le dune seguendo sentieri già tracciati da centinaia di viaggi sempre uguali, dai capannoni al mare «di notte li portiamo qui e li lasciamo ad aspettare nel bosco mentre prepariamo i gommoni» dice, indicando alberi e cespugli. I sentieri portano alle anse vicino al grande faro di Garabulli.
Dalla destra del faro partono i migranti, sulla sabbia ci sono resti di scarpe, ciabatte, borse. Le ultime cose lasciate prima di partire o quelle arrivate sulla sabbia dopo l’ultimo naufragio. Alla sinistra del faro c’è la sede della guardia costiera di zona. Che però non ha mezzi. Nemmeno un gommone per controllare le coste.
L’unico che c’era giace, distrutto, nel cortile antistante. Dalle spiagge da cui partono i gommoni si vede la piccola sede della guardia costiera. Alle spalle dell’edificio sono sepolti decine di corpi di chi non ce l’ha fatta. «Hanno fatto una buca con una ruspa e li hanno buttati lì dentro, non sapevano dove metterli», dice Ibrahim, senza emozione. Non una targa, non un nome. Nulla a indicare che quel tratto di terra ospiti i corpi di uomini, donne e bambini morti in mare
Intorno alla sede della guardia costiera si muovono tutte le jeep dei trafficanti, senza targhe, Ibrahim le indica una per una.
Sa a quali gruppi appartengano, sa chi sta organizzando i prossimi viaggi. Uno degli autisti di Ibrahim ha ventinove anni, una moglie e due figli piccoli.
Fino a un anno e mezzo fa era un insegnante, lavorava a Tajoura, sobborgo della capitale. Poi il governo ha cominciato a non pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, il contante è diventato merce rara e il giovane, Khaled, non potendo lasciare il paese, ha deciso di accettare la proposta di Ibrahim: 300 dinari libici per ogni viaggio da Beni Walid a Garabulli. Tre, quattro migranti a viaggio. Così Khaled, giovane insegnante di matematica senza stipendio e senza prospettive, è diventato parte dell’unico ingranaggio che in Libia continua a garantire un flusso ininterrotto di denaro contante: il traffico di uomini.
«I ragazzi mi costano poco», spiega Ibrahim, «e ce ne sono tanti che mi chiedono di lavorare. Qui in Libia non c’è lavoro, non ci sono progetti, non ci sono investimenti, i giovani come me non sanno cosa fare, organizzare i viaggi degli africani è la cosa più semplice». Li chiama “africani” Ibrahim, i migranti per cui organizza i gommoni, come se lui e quei coetanei in fuga da fame e da guerre, quei coetanei con la pelle di un altro colore appartenessero a due continenti diversi.
Per i migranti in fuga la Libia oggi è un inferno eppure il paese nordafricano per decenni ha rappresentato la meta di un’altra migrazione, quella lavorativa.
Prima del 2011 i migranti impiegati ufficialmente nell’economia libica, ricca e in espansione, erano quasi un milione su una popolazione complessiva di poco più di sei milioni. Secondo Foreign Policy se a quella cifra si uniscono quelli privi di documenti, i migranti lavoratori in Libia prima della rivoluzione del 2011 raggiungevano i due milioni e mezzo, cioè un terzo degli abitanti del paese
Oggi sulle cifre dei migranti presenti in Libia è difficile fare chiarezza. Il presidente della Commissione africana, il ciadiano Mahamat Moussa Faki, al termine del vertice tra Unione africana e Ue ad Abijan la settimana scorsa, ha dichiarato che nei centri di detenzione libici ci sarebbero tra i 400 mila e i 700 mila migranti.
È proprio sul supporto e la ridefinizione dei centri di detenzione che si giocano parte delle relazioni diplomatiche tra Europa (Italia in particolare) e il governo libico di Fayez al Sarraj. Negli ultimi mesi il dipartimento anti-immigrazione clandestina del Ministero dell’Interno libico ha chiuso alcuni centri di detenzione per aprirne di nuovi, apparentemente più vivibili. In quello di Tajoura, periferia est di Tripoli – che contiene più di mille persone – c’è l’aria condizionata e sono state ridipinte le pareti. Ma le porte restano chiuse da lucchetti, i migranti dormono su materassi buttati a terra e il centro resta comunque una prigione controllata dalle milizie armate. È il problema principale che Sarraj sa di dover affrontare.
A Tajoura comanda la potente milizia del giovane signore della guerra Haytem Tajouri: la milizia è fedele al governo Sarraj ma sarebbe più corretto sostenere che il governo Sarraj è vincolato dalla protezione di questi gruppi che dispongono dello strumento di potere più pericoloso e ricattatorio: le armi. Sono le stesse milizie a poter decidere arbitrariamente se il personale delle organizzazioni locali possa entrare e uscire dai centri di detenzione e in quali centri possano operare volontari e personale medico.
Il centro di detenzione di Gharian, ottanta chilometri a Sud di Tripoli, conterrebbe a oggi più di diecimila persone. La maggior parte delle quali trasportate lì dopo la guerra di Sabratha di inizio settembre che ha portato alla luce decine di centri di detenzione illegali in cui il clan Dabashi nascondeva i migranti in attesa delle partenze con la complicità di parte della guardia costiera di zona.
Per le organizzazioni locali ottenere l’accesso ai centri è un percorso a ostacoli nella corruzione dilagante degli uffici libici, nelle connivenze tra milizie e istituzioni. «Non sappiamo come fare », dice Ahmed, ventisettenne di Tripoli che lavora per una Ong locale, «dobbiamo entrare nei centri di detenzione per valutare le condizioni in cui vivono i migranti, portare loro dei questionari, fare dei censimenti e tutto questo al momento non ci è possibile. Siamo in attesa dell’autorizzazione del Ministero dell’Interno che però al momento sembra garantire l’accesso solo a organizzazioni amiche».
Ahmed racconta come dopo il servizio della Cnn che ha mostrato un’asta di migranti provocando un’ondata di indignazione in tutto il mondo, il controllo sull’accesso ai centri di detenzione sia diventato capillare al punto che pochi giorni fa al personale locale di Iom è stato impedito l’accesso ai tre centri di Tripoli.
«Ci è impossibile censire la presenza dei migranti», continua Ahmed,«e la nostra sensazione è che negli spostamenti da un centro a un altro si stiano perdendo le tracce di decine di persone, cedute, vendute, rapite. Nessuno può dirlo. Ci sono dei funzionari del ministero dell’Interno che gestiscono parte del business delle partenze a Ovest di Tripoli. È loro interesse non perdere controllo sulla “merce”». I migranti che vivono in Libia nelle baraccopoli nascoste nelle periferie delle città sono migliaia, vivono in stanze di cemento, dormono in cinque, dieci in una stanza, non escono mai se non per lavorare. Sfruttati dai libici.
John ha ventiquattro anni, è arrivato dal Ghana un anno e otto mesi fa. Voleva attraversare il mare e raggiungere l’Europa. È stato catturato dalla guardia costiera libica e da allora è iniziato il suo inferno.
«Sono stato spostato in tre prigioni, diverse. Dopo che mi hanno catturato mi hanno portato in una prigione a Tripoli. Poi una notte è entrato un gruppo di ragazzi armati. Hanno preso me e altre cinquanta persone con la forza e ci hanno portato in un capannone dove siamo rimasti per settimane. Ci picchiavano ogni giorno, non avevamo acqua a sufficienza, nè cibo. Se avessi visto il mio corpo non mi avresti riconosciuto, ero scheletrico. I libici non pensano a noi come delle persone, pensano a noi come a degli oggetti. Non conta la nostra vita, noi neri contiamo solo quando devono venderci o ricattarci. Ora siamo qui e può entrare chiunque, portarci via e chiedere soldi alle nostre famiglie per liberarci. Gli uomini valgono duemila dinari, le donne tremila. Le donne incinte fino a quattromila».
John ha subito violenze finchè la sua famiglia non è riuscita a mandare del denaro alla milizia che lo aveva rapito, 1.500 dollari. Da allora, da quando i suoi familiari hanno pagato il riscatto, vive in una baraccopoli a est di Tripoli.
John avrebbe voluto arrivare in Europa. Oggi invece vorrebbe solo tornare a casa. «Non ho smesso di desiderare una vita migliore per me. Ma la Libia è un inferno, da qui voglio solo scappare ma non so come fare».
Durante il vertice di Abijan il premier Paolo Gentiloni ha espresso soddisfazione per quello che ha definito un «risultato straordinario»: il crollo, in cinque mesi, del numero dei migranti irregolari verso l’Italia e per l’aumento siginificativo dei rimpatri volontari. Eppure in Libia si continua a partire e morire annegati, e molti di quelli che scelgono di tornare a casa lo fanno dopo aver subito mesi di ricatti, abusi e violenze.
Lo fanno perchè dopo aver vissuto in Libia preferiscono tornare ad affrontare la fame da cui scappavano. John si addormenta e si sveglia impaurito ogni giorno. «Ci dobbiamo difendere dalla polizia, dagli Asma boys, dalle guardie delle prigioni. Chiunque può catturarti e venderti. Stare qui è una scommessa, come attraversare il mare. Puoi vivere o morire. Io sono scappato dalla povertà ma è meglio la povertà di questo inferno».
(da “l’Espresso”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
SUL SALVATAGGIO DI GTT I CONSIGLIERI M5S NON CONCORDANO CON IL PIANO DEL COMUNE E LA SINDACA LASCIA LA RIUNIONE
Il salvataggio di GTT rischia di andare di traverso ai grillini torinesi. 
Tanto che Chiara Appendino ieri ha lasciato una riunione con i suoi consiglieri comunali sul destino dell’azienda dopo le contestazioni nei confronti del suo operato. Il retroscena è raccontato dalla Stampa e ha bisogno di un prologo: la Regione chiede al Comune garanzie sul futuro dell’azienda dei trasporti: si tratta di tirar fuori una ventina di milioni di euro.
I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle non perdono occasione per polemizzare con il Pd — al governo di Torino per 23 anni — accusandolo di aver distrutto Gtt. I loro colleghi in Comune, invece, tacciono, stretti tra la tentazione di polemizzare con gli avversari e la necessità di non sabotare la loro sindaca, per cui l’appoggio di Chiamparino in questa partita è essenziale.
Il malessere su Gtt è però emerso in tutta la sua potenzialità esplosiva ieri sera, quando i consiglieri Cinquestelle hanno reclamato risposte e chiarimenti sul futuro dei lavoratori, sugli investimenti sul trasporto pubblico, sulle esternalizzazioni di alcuni servizi, previste nel piano di Gtt e da loro non condivise. Una sequenza di interventi da cui traspariva un certo nervosismo per l’essere tenuti all’oscuro dell’evolversi della situazione, che ha fatto perdere la pazienza ad Appendino. La sindaca ha abbandonato la riunione.
E quindi, racconta il quotidiano, le tensioni si sono andate a sommare con quelle del Parco della Salute:
Non era mai successo. Come non era mai successo che alcuni consiglieri del Movimento non votassero come da indicazioni della giunta. È accaduto due volte nell’ultima settimana: la prima quando la presidente della commissione Welfare Deborah Montalbano non ha partecipato al voto su Città della salute, progetto cui è apertamente contraria: «C’è da preoccuparsi seriamente rispetto al nuovo strategico disegno che la Regione Piemonte sta costruendo rispetto ai servizi sanitari», ha scritto. «Tutto naturalmente presentato come nuove “eccellenze sanitarie”, da tremare e indignarsi».
È capitato nuovamente ieri, su una delibera del tutto secondaria: la riorganizzazione di Urban Center. Eppure tre consiglieri — il presidente della commissione Urbanistica Carretto, Paoli e Amore — non hanno partecipato al voto degli emendamenti concordati dal vice sindaco Montanari con il capogruppo del Pd Lo Russo.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DI BANKITALIA SCAGIONA L’EX MINISTRA: IL SUO LEGITTIMO INTERESSE PER IL TERRITORIO”… “DELLA VIGILANZA HO PARLATO SOLO CON PADOAN”… “MAI FATTO PRESSING SU VICENZA”
La crisi delle banche italiane è frutto di una doppia recessione che ha fatto scoppiare il problema dei crediti deteriorati: la maggior parte di loro ha superato le difficoltà , “alcune hanno invece ceduto, anche per comportamenti incauti e irregolari”.
Ma, alla “opinione di alcuni” secondo la quale “la Banca d’Italia avrebbe sempre detto che ‘andava tutto bene’ e avrebbe sottovalutato la situazione”, si oppone un secco: “Non è vero”.
Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, in audizione alla Commissione banche, difende l’operato della Banca centrale nella gestione delle crisi bancarie.
Un intervento nel quale non concede spazio alla critica, para i colpi e nega responsabilità sue e della sua struttura nell’avvitarsi delle crisi bancarie.
LE CRISI BANCARIE E LA POLITICA
Come da attese, le domande dei commissari convergono sulle possibili ingerenze dei membri del governo e Visco chiarisce che delle crisi bancarie “ha sempre e solo parlato con il ministro dell’Economia”, Pier Carlo Padoan, “per altro in quanto presidente del Cicr, il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio”.
Con lui, Visco dice di “parlare spesso più volte al giorno” e con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, “si è visto più volte”.
Con i cinque governi con cui ha avuto a che fare – Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni -, Visco assicura che ci sono stati “rapporti di collaborazione pienissimi, nei miei colloqui con i presidenti del consiglio non c’è mai mai stato uno screzio, ma ampia condivisione”.
Anche con Renzi “ci siamo visti moltissime volte, abbiamo parlato degli stress test, degli Aqr (la revisione della qualità degli attivi della Bce, ndr) e dei problemi gravi delle banche in risoluzione. Abbiamo avuto approcci diversi, ma sempre con trasparenza”.
L’ex premier ha mostrato interesse per la questione di Banca Etruria, una delle quattro banche mandate in risoluzione a fine 2015 di cui il padre di Maria Elena Boschi è stato vice-presidente.
Ancora Visco spiega che in uno degli incontri con Renzi, nell’aprile del 2014, l’ex premier domandò perchè la Popolare di Vicenza (altra banca andata poi a gambe all’aria) volesse acquisire Etruria, “ma non risposi: non entrai per niente nei temi della Vigilanza, presi la sua come una battuta sugli orafi”, vista la vocazione di gioiellieri di entrambi i territori.
La riservatezza dei temi di Vigilanza fu opposta anche alle domande dell’allora ministra Boschi, che parlò con il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta.
Dialogo del quale riferisce lo stesso Visco: “Pressioni dalla Boschi su Etruria? No. C’era un legittimo interesse dell’allora ministro su una questione che interessava il territorio”, argomenta il governatore.
“Ne parlò con Panetta, ma lui non disse nulla perchè non si parlava delle questioni della Vigilanza, che sono riservate”.
“Da Boschi – spiega ancora il governatore – venne espresso dispiacere e preoccupazione sulle ripercussioni che l’acquisizione della banca poteva avere sul territorio”, ma “non ci fu nessuna richiesta di intervento” o “sollecitazione”.
Più avanti, Visco dettaglia: “Boschi ha chiarito esplicitamente di non voler trattare atti su Etruria e di non aver nulla da recriminare per la sanzione” comminata al padre, “ma ha espresso preoccupazione per l’economia della provincia la cui crisi avrebbe potuto essere aggravata dalla crisi del credito, sottolineando che bisognava stare attenti”.
Un altro nodo caldo viene svolto fin dall’introduzione, quando il governatore scandisce “in modo chiaro che la Banca d’Italia non ha mai fatto pressioni su nessuno per favorire la Banca Popolare di Vicenza o sollecitarne un intervento. Mai”.
Visco ricorda di avere visto Zonin, l’ex dominus della Popolare veneta, come gli altri banchieri, “mai da solo”.
Il governatore smentisce l’ex dg della Bpvi, Vincenzo Consoli: non “ha mai telefonato” al presidente Zonin, che incontrò “in Banca d’Italia Zonin per 5 minuti” e al quale raccomandò “equilibrio e interventi paritari” rilevando come “fu Consoli a parlarne per primo in vigilanza”.
Quanto alla possibile operazione con Banca Etruria, Visco ripercorre il carteggio con la stessa a proposito della ricerca di un partner bancario in grado di rendere più solido l’istituto.
Da un lotto di oltre venticinque possibili candidati, Visco spiega che gli advisor ne avevano individuati due, uno dei quali era proprio la Vicenza. “Nessuna pressione e indicazione, abbiamo solo recepito l’interesse” di PopVicenza per Banca Etruria, spiega. “Io ho appreso dell’interesse di Vicenza su Etruria ad aprile 2014”, e poi aggiunge: “Non abbiamo sollecitato un intervento”.
LA DIFESA DEL RUOLO DI BANKITALIA
In generale, nella gestione delle crisi bancarie secondo Visco gli uomini della Vigilanza hanno “agito con il massimo impegno e nell’esclusivo interesse del Paese”. Le perdite “sopportate dai risparmiatori nei casi in cui non è stato possibile risolvere altrimenti le crisi sono state diffuse e dolorose. E’ questa una spinta a cercare di migliorare la nostra azione in ogni modo possibile”, aggiunge.
La linea di difesa dell’operato di via Nazionale è chiara: “A determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese. La mala gestio di alcune banche, comunque, c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato; le gravissime condizioni dell’economia hanno fatto esplodere le situazioni patologiche”.
Citando Ciampi sulla funzione di Vigilanza “che riduce le probabilità di crisi ma non può annullarle”, ribadisce che “le imprese gestite male finiscono inevitabilmente per andare in crisi e per chiudere. Nel caso delle banche la questione più delicata è come assicurare che questo processo avvenga senza creare gravi rischi per la stabilità finanziaria e con il minimo impatto sui risparmiatori”.
Alle accuse “di avere evidenti e gravi responsabilità nella gestione e perfino nella genesi di queste crisi”, ribatte: “Non è così”. Anzi, le conseguenze della doppia recessione sul sistema finanziario sarebbero state “ben peggiori senza la nostra attività di supervisione”, ha sottolineato sul punto.
Una parziale critica alla gestione delle situazioni difficili, o meglio al quadro regolatorio che la governa, arriva quando Visco indica “i tempi lunghi — troppo lunghi — che sono stati impiegati per definire e attuare la soluzione prescelta. È necessario, doveroso, approfondire le cause dei ritardi e operare per rendere rapide le procedure di gestione”.
Sul fenomeno delle porte girevoli, il passaggio dall’Autorità agli istituti privati di alcune persone, si difende ricorrendo alla storia: “In oltre 120 anni della Banca d’Italia non ci risulta vi sia mai stato un ispettore che nell’esercizio della propria funzione si sia reso colpevole di omessa vigilanza, o sia stato condannato per corruzione o concussione. L’onestà e l’integrità del personale della Banca d’Italia non sono mai venute meno”.
L’audizione del governatore arriva in una settimana-chiave dei lavori della Commissione banche. Alla vigilia è stata la volta del ministro dell’Economia, Padoan, che ha riferito di non aver “autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione” a tenere colloqui sulle risoluzioni delle banche, in riferimento particolare a quelli dei ministri Maria Elena Boschi e Graziano Delrio sulla vicenda Banca Etruria.
Il presidente della Commissione, Casini, aveva introdotto i lavori odierni sottolineando i “profili di criticità ” fin qui emersi, in particolare nella comunicazione tra Consob e Bankitalia sulle crisi bancarie e le “problematicità ” sulle capacità preventive degli strumenti di vigilanza.
I rapporti tra Authority sono stati trattati da Visco: “In questi anni la collaborazione tra la Banca d’Italia e la Consob è stata leale e costante, a livello sia tecnico sia di vertice. Anche grazie a questa collaborazione è stato possibile gestire e superare casi di crisi, insieme con il governo”.
Visco ammette: “Alcune nostre comunicazioni con la Consob sono state giudicate ‘criptiche’; ne sono state evidenziate difformità rispetto agli interventi rivolti direttamente agli intermediari”.
E aggiunto: “Riconosciamo che, nonostante i passi avanti conseguiti con il protocollo del 2012 e con la collaborazione a livello tecnico, altro può essere ancora fatto per migliorare la comunicazione. Sono già in corso i lavori per il riesame dei protocolli che governano la condivisione di informazioni tra le due autorità , al fine di renderli più efficaci”.
Con l’audizione di Visco, si chiude la parte dei lavori dedicata proprio alle autorità .
Il prossimo nome sottolineato in rosso tra coloro che verranno auditi è quello di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, che secondo alcune ricostruzioni (smentite dall’interessata) sarebbe stato invitato a occuparsi del dossier di Banca Etruria da Boschi.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL SENATORE ERA IN PARLAMENTO DAL 1992
Il senatore modenese Carlo Amedeo Giovanardi, 67 anni, non si ricandiderà alle
prossime elezioni politiche.
E’ stato lo stesso senatore, che oggi fa parte del nuovo partito di centro destra Idea, a darne l’annuncio.
Giovanardi è stato in parlamento ininterrottamente dal 1992 fino ad oggi, entrando da deputato della Dc.
Recentemente, nel 2014, si è anche candidato alle elezioni amministrative per diventare sindaco di Modena, dove ha ottenuto il 3,9% dei voti.
In questa legislatura è stato oppositore di due leggi approvate in parlamento, quella sulle unioni civili per le coppie omosessuali e quella sul biotestamento.
“Continuerò a fare politica sul territorio”, ha dichiarato.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’APERTURA A UN GOVERNO CON GRASSO E IL PD SENZA RENZI SA TANTO DI PRIMA REPUBBLICA
Non è il passato che non passa, ma che ritorna.
Oltre a segnare una svolta del M5S dal percorso duro e puro seguito fin qui, e a dimostrare che anche Grillo e Casaleggio si muovono nella logica del proporzionale, stile Prima Repubblica, l’offerta di Di Maio di infrangere la severa regola del «no» a qualsiasi alleanza con i partiti tradizionali, per aprire a un eventuale governo di coalizione, con «Liberi e uguali» e se necessario con un Pd derenzizzato, ha uno storico precedente, che risale a trentacinque anni fa.
Nel novembre 1982, dopo la caduta del governo Spadolini a causa della famosa «lite delle comari» tra i ministri Formica e Andreatta, alle consultazioni che si aprirono per risolvere la crisi, il leader del Pci Berlinguer fu autore di una strana uscita.
«Accetteremmo un governo diverso, che segnasse una discontinuità », disse, rivolgendo a De Mita la proposta di varare un governo Dc-Pri, senza i socialisti, e con l’appoggio esterno dei comunisti.
I democristiani non potevano accettare di rompere la già compromessa collaborazione con il Psi, così non se ne fece niente e si andò alle elezioni anticipate.
Ma il passaggio segnò egualmente una fibrillazione dei cristallizzati rapporti politici del tempo, e nella nuova legislatura, complice un forte calo elettorale dello Scudocrociato, i socialisti alzarono il prezzo e ottennero la presidenza del consiglio per Craxi.
Tra allora e oggi, va detto, tutto, o quasi tutto, è cambiato.
E non c’è alcuna analogia tra un grande, tradizionale e novecentesco partito di massa come il Pci e un movimento imbevuto di logica antisistema come i 5 Stelle.
E tuttavia il meccanismo dell’offerta di Di Maio è lo stesso.
Il candidato premier pentastellato si smarca dalla rigida divisione di campo che lo ha tenuto fin qui dentro i confini del populismo nostrano, per proporsi come attore a tutto campo della partita politica che si aprirà dopo il voto di marzo, quando l’assenza di una maggioranza chiara uscita dalle urne (la nuova legge elettorale non è in grado di assicurarla) costringerà il Presidente della Repubblica a esercitare tutta la sua fantasia, per cercare di dare al Paese un governo pienamente legittimato.
Fino a ieri, prima dell’ultima mossa di Di Maio, lo scenario più probabile era uno solo: a meno di una chiara, quanto incerta, vittoria del centrodestra, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno a un esecutivo di larghe intese, come quello guidato da Enrico Letta, che inaugurò la legislatura che sta per chiudersi.
Di Maio invece, con congruo anticipo in modo che anche gli elettori possano capirla e rifletterci su, ha messo in campo una seconda possibilità : un governo 5 Stelle-Liberi e uguali-Pd (ma senza Renzi, nell’ipotesi terremotato da una sconfitta non improbabile e convinto a farsi da parte), costruito in Parlamento su un programma condiviso.
Naturalmente non basta esprimere una disponibilità , e specie in campagna elettorale, come ormai siamo, è lecita qualsiasi domanda e qualsivoglia retropensiero.
Viene da chiedersi, ad esempio, se Di Maio sarebbe disposto a rinunciare a guidare un siffatto governo, qualora i potenziali alleati lo richiedessero per riequilibrare la coalizione.
E in questo caso chi potrebbe assumere il ruolo di presidente del Consiglio: lo stesso Gentiloni, o il veto espresso dal M5S nei confronti di Renzi dovrebbe intendersi automaticamente esteso all’attuale premier?
O il presidente del Senato Grasso, leader di «LeU», neonata formazione di sinistra non programmaticamente ostile a Grillo, Casaleggio, Di Maio e al loro Movimento?
E nel Pd – un Pd bastonato dai risultati, perchè questo è il presupposto -, piuttosto che ritrovarsi all’opposizione, davvero potrebbe maturare il capovolgimento dell’attuale sfida anti-populista e anti-5 Stelle?
Sono domande destinate in gran parte a restare senza risposta, almeno fino al voto.
Eppure la novità esiste, e sarà interessante capire in che modo l’accoglierà Mattarella, quando Di Maio, oggi stesso, andrà a spiegargliela.
Per il momento non resta che prendere atto del cambiamento in corso: la logica binaria politica/antipolitica, populismo/antipopulismo, sinistra di governo/di opposizione, che aveva accompagnato il tramonto della Seconda Repubblica, è finita tutt’insieme.
Le larghe intese, che di questa logica erano figlie, non sono più ineluttabili.
È aperto il cantiere di un «governo diverso», e chissà che stavolta non vada come trentacinque anni fa.
Nella stagione del ritorno al passato, chi ha più filo tesse, la politica è di nuovo l’arte del possibile.
(da “La Stampa“)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
I NUMERI CI SAREBBERO, L’ALTERNATIVA E’ IL PATTO DI NEANDERTHAL CON LEGA E FDI, QUASI LA STESSA COSA
«Il nostro obiettivo è arrivare al 40% e governare da soli. Se no, ci assumeremo la
responsabilità di governare. La sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo»: Luigi Di Maio è stato chiaro in più di un’occasione sulla possibilità di varare un esecutivo a 5 Stelle con chiunque ci stia.
Il candidato premier grillino si rende conto della difficoltà nel raggiungere la maggioranza anche solo in una delle due Camere dopo le elezioni e si sta preparando a una chiamata generalizzata che, nei suoi piani, dovrebbe fornire la possibilità di utilizzare i voti di altre forze politiche per varare un governo. E poi si vedrà .
Un governo purchessia, come si diceva anni fa, che potrebbe anche godere, racconta oggi Ilario Lombardo sulla Stampa, dell’appoggio di uno dei nemici pubblici storici del M5S: il Partito Democratico.
Secondo una fonte molto accreditata vicina al leader grillino, gli unici veti sono nei confronti di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi.
Ma Matteo Renzi non è tutto il Pd. E questo è il punto della svolta che non ti aspetti.
«Se alle elezioni il Pd andrà male e Renzi verrà fatto fuori nella resa dei conti interna, noi saremmo pronti a sederci anche con il Pd e la sinistra».
Nello staff di Di Maio è stato letto con molta attenzione un articolo della Stampa di venerdì scorso che raccontava dell’incubo di Berlusconi di vedere realizzarsi un’intesa post voto tra M5S e Pd.
Il catenaccio recitava: «Renzi potrebbe lasciare se sconfitto e i dem aprire ai grillini».
La fonte conferma: «Ma saremmo noi ad aprire ai dem senza Renzi».
Del flirt con Piero Grasso si era già detto. Ma il ragionamento di una convergenza programmatica sarebbe adesso allargabile a tutta l’area della sinistra. Anche al Pd, seppur de-renzizzato.
Insomma, un’ipotesi ad oggi di fantapolitica ma che potrebbe concretizzarsi dopo le urne, se queste rappresentassero la sconfitta più grande del renzismo e costringessero l’attuale segretario del Partito Democratico a farsi da parte, esattamente come successe a Bersani nel 2013.
Così si aprirebbe una fase nuova politica in cui il PD sarebbe retto da un segretario provvisorio in attesa di nuove primarie: a lui toccherebbe giocarsi le consultazioni con il capo di Stato, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e subito dopo le discussioni per un nuovo governo.
Un governo purchessia
Numericamente i voti necessari per raggiungere una maggioranza alla Camera arriverebbero agevolmente da un’alleanza (ipotetica) M5S-PD-LeU.
Così come ci sarebbero se dal centrodestra si staccassero a sorpresa Lega e Fratelli d’Italia (con la loro quota di eletti nei collegi) per dare vita con i grillini a quello che si potrebbe chiamare il Patto di Neanderthal.
Il problema sarebbe quello di varare un esecutivo a guida di Di Maio — su questo il M5S non discuterebbe — ma infarcito di tecnici super partes che avrebbero come obiettivo quello di “tirare avanti” mentre il parlamento legifera.
E su cosa legifera?
E i parlamentari renziani eletti ma senza leader si piegheranno a dare il voto all’acerrimo nemico?
Dipende dall’alternativa, ragionano i retroscenisti. Se quella più probabile fosse di tornare alle urne in tempi brevi, probabilmente ci rifletterebbero.
Insomma per tutti vale il concetto: prima la poltrona.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
DAL NATALE DI ROMA A GIACHETTI, DALLA FOTO SBAGLIATA DI PIATTELLI AL PATTO DEI SINDACI GIA’ ESISTENTE
Si dice che un vero leader non debba spiegare il perchè delle proprie decisioni. Si diceva anche prima che inventassero Twitter e Facebook.
Ad esempio, come scrive oggi Virginia Raggi in un tweet: «Ritengo inopportuno che la salma di Vittorio Emanuele III venga trasferita al Pantheon». Ecco, sarebbe stato sufficiente. E invece, la sindaca di Roma offre un suo ulteriore sintetico ragionamento: «Fortunatamente la monarchia fa parte del passato di questa Repubblica».
Lo strafalcione è servito e la Rete, ovviamente, non perdona: «La famosa Repubblica monarchica dei bei tempi andati», si legge tra le centinaia di sberleffi piovuti sulla pagina della sindaca.
«Questa Repubblica, mica un’altra. Ha fatto bene a specificare», ironizza un altro utente. Peccato, perchè contro la sepoltura al Pantheon del re che favorì il fascismo e sottoscrisse le leggi razziali si erano già schierati il Pd, l’Anpi, la comunità ebraica e il Movimento 5 stelle. Rimaneva solo da raccogliere il consenso e invece è arrivata la gaffe.
Non è la prima volta che la sindaca di Roma scivola sul terreno preferito dei Cinque stelle, quello dei social.
La tendenza all’inciampo online Raggi l’aveva già messa in evidenza durante la campagna elettorale, quando lo sfidante a sindaco di Roma del Pd Roberto Giachetti rispose scherzosamente su Facebook al profilo satirico di un altro candidato, Alfio Marchini. Raggi però lo prese per vero e gridò all’inciucio tra Pd e centrodestra.
Tristemente celebre è poi il tweet per festeggiare il compleanno di Roma: «Happy 2.700th Birthday Rome. #NataleDiRoma», scriveva Raggi lo scorso 21 aprile.
Nessun errore grammaticale, in un inglese affatto ostico alla sindaca, ma gli anni della Capitale sarebbero 2770.
Pari imbarazzo, forse, suscitò il tentativo di rimediare al mancato omaggio da parte del Comune di Roma a Settimio Piattelli, uno degli ultimi testimoni della Shoah morto all’età di 95 anni e membro della comunità ebraica della Capitale.
La sindaca corse tardivamente ai ripari esprimendo la propria vicinanza «e quella di tutta Roma alla sua famiglia e ai suoi cari».
Non solo, in contemporanea all’annuncio arrivò anche il tweet dell’account ufficiale di Roma. Tutto perfetto, se non fosse che a corredo del messaggio di condoglianze venne postata la foto di un’altra persona, Adriano Ossicini, quasi coetaneo e amico del povero Piattelli, ma ancora in vita.
L’album delle cadute web di Raggi purtroppo è ricco di momenti passati alla storia della satira online.
Come il selfie di una Raggi sognante, mentre alle spalle l’incendio devasta una pineta romana.
E poi i tweet di trionfo per la riuscita del progetto stadio quando la Conferenza dei Servizi, chiamata a decidere, era ancora in corso.
E ancora, quando in occasione della giornata conclusiva del summit internazionale «Acqua e Clima. I grandi fiumi del mondo a confronto», organizzata proprio in Campidoglio, il sito del Comune salutò entusiasticamente «la proposta di adesione di Roma al “Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia”», pur avendo stretto quel patto nel 2009.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA DI ROMA INTERVIENE NEL DIBATTITO SULLA TUMULAZIONE DI VITTORIO EMANUELE III, MA SBAGLIA IL TWEET
“In che senso?” ripeteva un famoso personaggio interpretato più volte da Carlo
Verdone, ed è una domanda che si sono posti i romani dopo aver letto l’ultimo tweet di Virginia Raggi.
La sindaca di Roma, infatti, ha detto la sua sulla volontà della famiglia Savoia di tumulare Vittorio Emanuele III al Pantheon e lo ha fatto tramite un cinguettio che sembra rendere contemporanei il periodo storico della repubblica con quello della monarchia.
E agli occhi degli utenti del social network la nuova gaffe della sindaca a 5 stelle non è di certo passata inosservata.
“Fortunatamente la monarchia fa parte del passato di questa Repubblica” ha scritto infatti la Raggi, aggiungendo poi di essere fermamente contraria al trasferimento del re all’interno di uno dei monumenti storici e più significativi d’Italia.
I follower della prima cittadina, tuttavia, hanno subito sottolineato l’inesattezza storica del messaggio, in quanto ovviamente l’istituto monarchico e quello repubblicano non possono coesistere in un medesimo Stato.
“La famosa Repubblica monarchica dei bei tempi andati…” ha commentato con ironia uno dei tanti utenti, mentre un altro è stato ancora più pungente: “Hai capito perchè Casaleggio sta puntando forte sull’intelligenza artificiale?”.
Una altro utente, invece, mette in dubito la paternità dell’opera: “Questo l’ha scritto Di Maio, si riconosce”.
Le ultime ore sembrano quindi essere state negative per la giunta romana, alle prese anche con la figuraccia della prematura dipartita di Spelacchio.
Il dipartimento per l’ambiente del Comune di Roma ha infatti annunciato che l’abete rosso addobbato a piazza Venezia non arriverà vivo al 25 dicembre, scatenando l’ironia dei cittadini capitoli: il giorno di Natale alle 13 si terranno simbolicamente i funerali dell’albero romano più sfortunato di sempre.
(da “NextQuotidiano”)
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