Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
OGGI E’ IL GIORNO IN CUI LE TRUPPE DI PAPPALARDO DEVONO ARRESTARE IL PRESIDENTE, MA AL MOMENTO TUTTO TACE SUI CANALI UFFICIALI… QUALCOSA E’ ANDATO STORTO?
Oggi è il 21 dicembre ed oggi, i rivoluzionari guidati dall’ex Generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo dovrebbero regalare agli italiani “un natale di libertà ”.
Come ampiamente annunciato nei giorni scorsi il Movimento Liberazione Italia ha intenzione oggi di arrestare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Presidente del Consiglio e tutti i ministri.
Il 18 dicembre Pappalardo, in un video dal titolo “Adesso la Questura lo sa“, rendeva noto di aver informato la Questura di Roma delle intenzioni di arrestate il Capo dello Stato.
Stando alle ultime comunicazioni sulla pagina del MLI oggi alle 14:00 una delegazione del Movimento sarebbe partita da Piazza Santi Apostoli per recarsi al Quirinale e procedere all’arresto di Mattarella.
Contrariamente a quanto accaduto durante le precedenti rivoluzioni però non ci sono nè video nè comunicazioni da parte della squadra catturandi del MLI.
In realtà nella comunicazione alla Questura si legge solo che si tratta di un preavviso di manifestazione “per protestare contro il modo in cui sono stati elette le attuali cariche dello Stato”.
Non sappiamo quindi se Pappalardo sia riuscito o meno nel suo intento.
La richiesta fatta alla Questura era quella di «disporre adeguati servizi di tutela delle persone sopra indicate affinchè le stesse possano compiere il loro dovere senza subire violenze, provocazioni o infiltrazioni da parte di facinorosi, e così procedere all’arresto, con le modalità che saranno indicate con atto scritto dai legali del Movimento».
Non è chiaro se Pappalardo abbia consegnato l’arresto a Mattarella.
Come abbiamo imparato infatti nel gergo pappalardiano arrestare non significa mettere le manette ai polsi di qualcuno nè tanto meno privarlo della libertà .
Arrestare è un’azione dimostrativa che sostanzialmente consiste nel leggere — di fronte all’arrestato — un comunicato nel quale gli si dice che è in arresto. Ma poi, come è accaduto a Ettore Rosato, lo si lascia andare tranquillamente.
Alcuni sostenitori si chiedono se il Generale sia riuscito nell’epica impresa di arrestare Mattarella.
Ma dalle parti del MLI e della delegazione che accompagna Pappalardo non trapela alcuna notizia. La preoccupazione per le sorti dell’ex Generale è alle stelle.
Eppure ieri sera Pappalardo era intento a tenere alta l’attenzione dei suoi sui “crimini” di Mattarella.
L’ex Generale ha infatti condiviso un post del Conte Alfredo Esposito che ringraziava “gli amici qualificatissimi, della nobiltà romana, del mondo dell’industria e dell’imprenditoria” per la cena di Natale.
Secondo Pappalardo — non si sa bene in base a quale indizio — la foto era stata scattata all’interno del Palazzo del Quirinale e per questo il futuro capo del Governo dell’Italia libera ha scritto: «L’abusivo Mattarella ha pensato bene a ricevere i suoi amici nobili questa sera perchè domani verrà arrestato».
Il Quirinale come Versailles, Pappalardo si pone alla testa del Popolo Sovrano per liberarci dalla politica che si immischia con la nobilità e disprezza il Popolo.
Il problema è, come ha scritto nei commenti Alfredo Esposito, che quella foto non è stata scattata al Quirinale e che non c’è stata alcuna cena di Mattarella “con i nobili”.
Curiosamente però i giacobini pappalardiani non si sono accorti della smentita e la foto è ancora presente sul profilo Facebook di Pappalardo.
Eppure con un’organizzazione così precisa e puntuale cosa poteva andare storto?
Nelle intenzioni di Pappalardo la delegazione sarebbe dovuta andare al Quirinale e chiedere ai Corazzieri di far scendere Mattarella per consegnare il verbale d’arresto per il reato di “usurpazione di potere politico” aggravato dall’aver firmato il Rosatellum.
Se Mattarella non è sceso (non sappiamo cosa è successo) allora il MLI denuncerà il Capo dello Stato per resistenza ad un pubblico ufficiale.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
L’ABETE DEL TRENTINO PROVIENE DALLA STESSO BOSCO DI QUELLO INVIATO A ROMA… E IL TRASPORTO E’ COSTATO SOLO 800 EURO, INSTALLAZIONE GRATIS A CURA VOLONTARI
L’abete svetta al centro di piazza Italia, rigoglioso, solido, verdeggiante. Addobbo
natalizio sobrio ma elegante: palle bianche di Natale acquistate con il ricavato di una tombola cittadina.
A differenza di quel che è successo a Roma con «Spelacchio», qui a Roverbella, borgo nel Mantovano di ottomila anime a metà strada tra il Garda e la sponda sinistra del Po, all’albero non hanno dato un nome esatto «ma forse perchè non ce n’è alcun motivo: sta bene, è evidente che è in ottima salute» sorride Antonella Annibaletti, 47 anni, sindaca da tre, eletta in una lista civica orientata verso il centrosinistra.
La robusta conifera è parente strettissima dell’albero piantato dal Campidoglio a piazza Venezia dove è clinicamente morto pochi giorni fa in circostanze che restano ancora vaghe.
La carta d’identità dei due fusti è assai simile. Entrambi «vengono dalla stessa foresta dietro Cavalese», spiega Giacomo Boninsegna, presidente – anzi «scario», come dicono in Trentino – della «Magnifica comunità di Fiemme», l’ente che si occupa della gestione del verde montano.
L’abete sistemato nel centro di Roverbella viene da val Cadino, «Spelacchio» aveva le radici piantate nel bosco di Trodena, poco lontano.
Lo stesso da dove è giunto un terzo tronco che troneggia, anche questo in ottima salute, a Porto Mantovano, altro paesotto che sotto le Feste ha chiesto aiuto alla «Magnifica».
Boninsegna non sa spiegarsi cosa sia accaduto al suo albero spedito nella Capitale: «Lo abbiamo consegnato in ottime condizioni. Tutto quello che è successo poi mi ha avvilito».
Il trasporto dell’abete a Roverbella è costato 800 euro raccolti dall’associazione di volontariato «Nuova Grinta» dopo la vendita di dolcetti, pigne dipinte e una tombolata al bar.
«Un’iniziativa giunta al terzo anno» spiega la presidente Lauretta Pedrazzoli «da tanti anni amica di famiglia» dello «scario» Boninsegna a cui «nel 2015 ho chiesto se potesse darci un albero di Natale della Val di Fiemme».
Inevitabile il confronto delle cifre con Roma, dove per l’arrivo di «Spelacchio» – comunque più ingombrante del «fratellino» mantovano, vista la sua altezza: 23 metri contro 11 – l’amministrazione capitolina ha speso circa 50 mila euro.
«Ma il comune di Roverbella non ha versato un centesimo» rivendica la sindaca Annibaletti – a lungo nella Caritas, laurea in Giurisprudenza e consulente di studi notarili, «papà e mamma contadini, gente che lavorava la terra» specifica con orgoglio – «perchè la sistemazione in piazza Italia è stata fatta a titolo gratuito da un’associazione di protezione civile, “la Molinella”.
Una festa cittadina per cui nessuno ha voluto un compenso, da chi ha messo a disposizione la gru agli elettricisti che hanno acceso le luminarie».
Dal suo ufficio affacciato proprio sull’abete, la prima cittadina non vuole puntare il dito contro la collega Virginia Raggi. Anzi. «A lei va la mia solidarietà . Quel che è successo a Spelacchio – scuote la testa dubbiosa – per me resta un mistero. Mi sembra abbastanza anomala una morte così…».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
AGLI ANZIANI VENIVA INIETTATA L’ARIA IN VENA, TRE CASI ACCERTATI, SI INDAGA SU ALTRI 50… ARRESTATO BARELLIERE A CATANIA… SARANNO I VALORI DELL’OCCIDENTE DA DIFENDERE DALL’INVASIONE
Avrebbe iniettato dell’aria in vena ad almeno tre persone anziane e malate per poi
vendere ai familiari i servizi di onoranze funebri a pagamento.
Così “la gente non moriva per mano di Dio”, ma per “guadagnare 300 euro, invece di 30 o 50”.
Grazie alle dichiarazioni di un pentito al programma tv “Le Iene”, stamattina i carabinieri di Catania hanno arrestato un uomo di 42 anni, il barelliere Davide Garofalo, accusato di omicidio volontario.
Un reato che gli viene contestato con l’aggravante di avere agevolato gli interessi di Cosa nostra. Le vittime sono una donna e un uomo molto anziani e un 55enne deceduto nel 2015.
Nell’inchiesta ci sono altre due barellieri indagati per altri episodi simili, a cui sono contestati gli stessi reati avvenuti su altre ambulanze.
La procura non ha voluto precisare la loro attuale posizione. Le indagini riguardano oltre 50 casi: secondo i carabinieri una decina di decessi ha “una maggiore pregnanza”.
L’indagine era in corso da poco meno di un anno. In tv, un pentito aveva ricostruito il caso: secondo il collaboratore di giustizia, le morti avvenivano durante il trasporto dall’ospedale di Biancavilla a casa dei pazienti, dimessi perchè in fin di vita. I casi sarebbero iniziati nel 2012, all’insaputa dei vertici dell’ospedale e dei medici. I carabinieri hanno acquisito anche le cartelle cliniche delle vittime.
Appunto: “La gente non moriva per mano di Dio”.
Secondo il collaboratore di giustizia, quando il malato terminale tornava a casa, “siccome era in agonia e sarebbe deceduto lo stesso, gli iniettavano dell’aria con l’agocannula nel sangue, e il malato moriva per embolia”.
In questo modo i familiari non se ne accorgevano, e approfittando del momento di grande dolore veniva proposto l’intervento di un’agenzia di onoranze funebri.
Poi, secondo il testimone, “gli facevano un regalino”: 300 euro a salma appunto per la “vestizione del defunto”. Il pentito sostiene che “erano i boss a mettere gli uomini sull’ambulanza” e che i “soldi andavano all’organizzazione”.
Così in questa storia entra anche Cosa nostra. Le “ambulanze della morte”, secondo l’accusa, agivano infatti negli interessi del clan Mazzaglia-Toscano-Tomasello e del clan Santangelo di Adrano. L’indagine è infatti una prosecuzione dell’inchiesta della procura di Catania dei carabinieri di Paternò sul clan mafioso di Biancavilla, una propaggine della famiglia catanese Santapaola-Ercolano scardinata esattamente un anno fa con le operazioni “Onda d’urto” e “Reset”.
“I testimoni – sostiene il procuratore aggiunto Francesco Puleio, che ha condotto le indagini con il procuratore Carmelo Zuccaro e il sostituto Andrea Bonomo – hanno visto molte delle persone coinvolte erano in carcere e hanno avuto meno paura”.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
CONDANNATO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA E’ ATTUALMENTE LATITANTE A DUBAI
La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un provvedimento
di sequestro e confisca di beni, emesso dalla Corte di Assise d’Appello di Reggio Calabria, nei confronti dell’ armatore ed ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e attualmente latitante a Dubai.
La confisca riguarda 12 società in Italia e all’estero, conti bancari, immobili e un traghetto in servizio nello Stretto di Messina, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.
Matacena, già condannato definitivamente, nel 2014, a tre anni di reclusione dalla Corte di Cassazione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, è stato riconosciuto quale uomo politico di riferimento delle cosche reggine a salvaguardia dei loro interessi.
Successivamente, è rimasto coinvolto nelle indagini svolte dalla Dia di Reggio Calabria che hanno portato all’emissione di diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere, oltre che nei suoi riguardi, anche a carico di sua moglie Chiara Rizzo, per intestazione fittizia di beni, e dell’ex Ministro dell’Interno Claudio Scajola, per averlo aiutato a sottrarsi alla cattura.
Nel giugno 2017, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su proposta della Procura Distrettuale, aveva confermato la «pericolosità sociale» di Matacena, disponendo nei suoi confronti il sequestro di alcune disponibilità finanziarie e di un immobile all’estero.
Con il nuovo provvedimento, la locale Corte di Assise di Appello, evidenziando che la maggior «parte dei beni che costituiscono il patrimonio del Matacena sono frutto di attività illecite e/o di reimpiego dei loro proventi», e ravvisando «una oggettiva quanto marcata sproporzione» tra gli investimenti effettuati e i suoi redditi dichiarati, ha disposto il sequestro e la confisca di 12 sue società (per l’intero capitale sociale o in quota parte), di cui 4 con sede nel territorio nazionale (Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Roma) e 8 all’estero (Isole Nevis, Portogallo, Panama, Liberia e Florida), nonchè di disponibilità finanziarie collocate in conti esteri. Le società sono attive prevalentemente nel settore armatoriale, immobiliare e di edilizia.
Oggetto di sequestro e confisca sono anche 25 immobili aziendali, oltre ad una grossa motonave di oltre 8.100 tonnellate di stazza, utilizzata per attività di traghettamento veicoli e passeggeri nello Stretto di Messina.
Il valore complessivo del patrimonio oggetto del provvedimento odierno supera i 10 milioni di euro. Le aziende sequestrate proseguiranno la loro attività con amministratori giudiziari designati dalla locale Autorità Giudiziaria.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA POLIZIA LOCALE DI ROMA DIFENDE “L’ONORABILITA’ DEL CORPO” IMPONENDO A CHI LI HA “OLTRAGGIATI” DI CHIEDERE SCUSA IN UN VIDEO
Il Corpo di Polizia Locale di Roma Capitale sa essere inflessibile quando si tratta di difendere la propria onorabilità .
Lo ha scoperto a sue spese il giornalista del Corriere Maurizio Fortuna stato querelato da ventotto “pizzardoni” per aver osato scrivere che dei vigili urbani a Roma si nota soprattutto l’assenza.
Ironia della sorte il giorno in cui Fortuna ricevette la citazione venne diffusa la notizia che la sera di San Silvestro del 2015 l’83,5% degli agenti in servizio scomparso.
In quel caso non risulta che nessuno dei vigili chiese scusa ai romani per i disagi arrecati. Venne invece spiegato che che era tutto in regola, il fatto che centinaia di colleghi fossero pronti a donare il sangue il 31 dicembre era perfettamente normale.
Se invece ad un cittadino capita di “mandare a quel paese” un agente della polizia locale le cose vanno diversamente. Oltre alla denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale c’è la gogna.
Non quella dal sapore medievale, di piazza. Ma una più subdola, digitale, su YouTube. Un luogo dove le scuse del reo possono potenzialmente essere viste da migliaia di persone.
In genere chi viene denunciato per oltraggio se la cava con un risarcimento (intorno ai 200 euro) e una lettera di scuse inviata al Corpo di Polizia Locale.
A Roma i vigili invece pretendono che le scuse vengano filmate e pubblicate “su una piattaforma di condivisione video, senza restrizioni per l’accesso e di ampia diffusione”.
A ricevere la singolare richiesta, che prevedeva che il video di scuse rimanesse online per un tempo non inferiore alle due settimane, sono stati diversi cittadini romani.
Tra questi anche il consigliere municipale del III Municipio Emiliano Bono che ha pubblicato il suo video nel 2016.
Ma la pratica della gogna digitale va avanti ancora oggi, ed è possibile trovare su YouTube video caricati nel dicembre 2017. I fatti per i quali Bono chiede scusa — come raccontava Roma Today — risalgono al 2011 e come per molti altri cittadini denunciati per oltraggio nascono da un diverbio con i vigili urbani.
Nel caso di Bono l’avviso della pubblica ammenda venne messo online nella sezione dei Vigili sul portale del Comune.
Non tutti però ci stanno, Carlo Bonini su Repubblica racconta oggi il caso di Adriana una trentaduenne che il 27 aprile scorso è stata denunciata da una coppia di vigili per aver pronunciato all’indirizzo degli agenti la frase: “Fate un lavoro di merda”.
Anche ad Adriana il Corpo di Polizia Locale ha fatto pervenire le istruzioni per la pubblicazione delle scuse. Il testo delle scuse è direttamente fornito dal Comando ed è il seguente:
Io Sottoscritto/ a… con riferimento al procedimento penale a mio carico per oltraggio a pubblico ufficiale n… esprimo profondo rincrescimento per il comportamento tenuto nelle vicende per le quali sono indagato. Per tale motivo, formulo al Corpo di Polizia locale di Roma Capitale le mie più sentite scuse per le frasi proferite nell’occasione. Voglio inoltre rivolgere a tutti gli appartenenti al Corpo di Polizia locale di Roma Capitale apprezzamento per il lavoro quotidianamente svolto a favore della cittadinanza.
A differenza di altri romani però la signora si è rifiutata di sottoporsi alla gogna su YouTube.
Non è sufficiente infatti pubblicare il video di scuse sul proprio profilo Facebook, perchè i vigili richiedono che sia visibile a tutti.
Ed in effetti la prassi seguita dai Vigili Urbani della Capitale sembra essere più una forma di bullismo e di rivalsa nei confronti di cittadini che hanno sì sbagliato ma che non meritano certo di essere messi alla gogna su Internet.
Assistita dall’avvocato Alessandro Gamberini il quale ha portato la lettera, firmata dal vicecomandante del Corpo, Massimo Ancillotti, alla procura della Repubblica «affinchè – ha spiegato Gamberini a Repubblica – valuti se esistano profili penali di estorsione da parte del Corpo».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“SORPRENDENTE CHE UN DEPUTATO M5S CHIEDA APPUNTAMENTO AL GOVERNATORE VISCO PER UN FATTO PERSONALE E NESSUNO DICA NULLA”… LA STORIA DELLA SOCIETA’ DEL FRATELLO, DI CUI LUI ERA DIPENDENTE, CANCELLATA DALL’ELENCO DEGLI INTERMEDIARI DAL MINISTERO
«Sorprendente è che un deputato Cinque Stelle chieda un appuntamento al Governatore
Visco su un fatto personale e nessuno dica una parola sul tema. Ma forse il problema è che quel deputato, Villarosa, non è toscano»: Maria Elena Boschi, come suo costume, si difende attaccando nella storia della Commissione Banche chiamando in causa il grillino siciliano Alessio Villarosa.
La vicenda del fratello di Villarosa è invece tornata in auge qualche tempo fa, con un articolo di Mattia Feltri per la Stampa che la raccontava così:
Altro e non meno inappuntabile membro della commissione è il cinque stelle Alessio Villarosa, che ha fondato la sua esperienza parlamentare nella irriducibile lotta a Bankitalia, mentre fondò quella pre-parlamentare nella Idea Finanziaria del fratello Massimiliano, in cui lavorò un paio d’anni, e che poi è stata cancellata da Bankitalia per gravi irregolarità e sospetti d’usura, confermati dal tribunale civile. Ora, in commissione, continuerà a fare il contropelo a Bankitalia.”
Il nome della società non viene citato sul sito in maniera immediata. Per capire di chi si tratta bisogna aprire il curriculum vitae.
Dall’allegato si evince che il deputato grillino ha prestato servizio presso Idea Finanziaria Spa, una società specializzata in cessione del quinto, controllata dal gruppo Barclays attraverso la holding Eudea. Secondo quanto dichiarato nelle esperienze professionali Villarosa lì ha lavorato dal 2007 al 2009 avendo come mansioni la “Gestione e formazione della rete di agenzie affiliate”.
Va detto che Idea Finanziaria è una società di famiglia, visto che il presidente del consiglio di amministrazione è il fratello Massimiliano Villarosa.
La società è stata recentemente oggetto di un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Economia e delle finanze e al ministro della Giustizia.
A presentarla è stato Ferdinando Aiello, deputato del Pd, che ha chiesto verifiche e approfondimenti visto che a Idea finanziaria sono state imputate “numerose e gravi violazioni normative” ed “irregolarità nei rapporti contrattuali con la clientela“. L’accusa più grave è la violazione della disciplina antiriciclaggio.
Tant’è che a seguito della vigilanza effettuata da Bankitalia tale società risulta essere stata cancellata dall’elenco degli intermediari dal ministero dell’Economia.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
SI RICAMBIA, NON E’ PIU’ “L’ARMA FINE DEL MONDO” PER CONVINCERE GLI STATI EUROPEI AD ACCETTARE LE CONDIZIONI DELL’ITALIA
Ieri Luigi Di Maio era ospite a Otto e Mezzo. Si è parlato di banche e di imprese. Ovviamente Banca Etruria e il caso Boschi ha ma anche di un tema molto importante per il MoVimento 5 Stelle: l’euro.
Un’aspetto non da poco delle politiche del MoVimento dato che dalla permanenza o meno nell’euro dipende la stabilità economica e finanziaria del Paese, delle imprese e delle famiglie italiane.
L’argomento è delicato e Di Maio, da politico onesto e responsabile, fa di tutto per alimentare il caos.
Lilli Gruber ha fatto a Di Maio una domanda semplice: «Qual è la posizione del M5S sulla moneta unica? Sì o no? Dentro o fuori?».
Una domanda non facile per Di Maio che negli ultimi anni, mesi e settimane ha spesso cambiato idea.
Si è passati dal referendum per uscire dall’euro con tanto di raccolta firme per un ritorno alla lira fino alla proposta di un non meglio precisato “euro 2”.
Sulla permanenza nell’euro Di Maio ha detto tutto e il contrario di tutto.
L’unica cosa che non ha detto è che gli piace.
Ad esempio ha ricordato (giugno 2016) che «abbiamo sempre detto che l’euro così non funziona e che dobbiamo preferirgli l’euro 2 o monete alternative».
Due anni prima (2014) Grillo aveva lanciato l’idea del referendum per l’uscita dall’euro. Idea che il 5 Stelle ha tirato fuori di nuovo in questi giorni.
Qualche giorno fa Di Maio ha detto che in caso si andasse a referendum (ed è una grande incognita visto che al momento non si può fare un referendum consultivo) lui voterebbe per uscire.
Questo significa che da Presidente del Consiglio Di Maio poi farebbe approvare dal Parlamento una legge per abrogare la ratifica del trattato di adesione all’euro.
Ieri dalla Gruber Di Maio ha cercato di fare chiarezza sul “nuovo” significato del referendum per l’uscita dall’euro. Perchè lo strumento è sempre lo stesso ma cambia il “senso” che Di Maio gli dà .
Insomma il contesto è cambiato, ci sono alcuni paesi europei (3 su 27) che non hanno un governo con una maggioranza stabile e questo secondo Di Maio consente all’Italia di avanzare richieste di revisione di trattati e regolamenti europei.
Una posizione abbastanza ingenua visto che in ogni caso in Europa si decide a maggioranza e che il fatto che “sul fronte interno” un paese come la Germania abbia al momento qualche problema a formare un governo di coalizione non significa automaticamente che questo comporti un’indebolimento dei tedeschi sul piano europeo.
La Merkel sta tentando la strada della GroàŸe Koalition e se avesse successo il geniale piano del leader pentastellato andrebbe in fumo.
Anche il fatto che il MoVimento non abbia alcun interesse ad uscire dall’euro è alquanto difficile da credere. Anche perchè sul sito di Grillo è presente alla pagina http://www.beppegrillo.it/fuoridalleuro/ il vademecum per uscire dall’euro.
Un’operazione che — cito — non è “nè difficile, nè impossibile!” e “si più fare! con il referendum”.
Il sito ufficiale del MoVimento 5 Stelle oltre a spiegare come fare invita a riprenderci la nostra sovranità monetaria ed in questo modo liberarci dal debito pubblico perchè “Se lo Stato può creare la moneta con la quale deve ripagare il suo debito, può SEMPRE garantire il pagamento dei titoli di Stato che ha venduto”.
Secondo il M5S non c’è alcuna ragione per rimanere nell’euro.
Secondo il M5S l’euro uccide le imprese. Fuori dall’euro invece “con una sovranità monetaria associata al valore della nostra economia le aziende italiane sarebbero avvantaggiate nelle esportazioni e produrre in Italia diventerebbe più conveniente che produrre all’estero”.
Secondo il M5S — che definisce collaborazionisti coloro che sono a favore della moneta unica (come se dovessimo fronteggiare una guerra d’invasione) — una volta riconquistata la sovranità monetaria “Rinascerebbero nuove attività , si svilupperebbe il conseguente indotto e si creerebbero posti di lavoro”.
Il fascicolo informativo si conclude con una frase molto chiara: «Fuori dall’euro per realizzare insieme l’Italia a 5 stelle!»
È chiaro che da un lato il M5S non vuole scontentare i tanti elettori che lo voterebbero proprio perchè odiano l’euro.
Dall’altro però il 5 Stelle vuole presentarsi come un partito rassicurante per gli imprenditori e quegli italiani che sanno che vedrebbero andare in fumo risparmi e investimenti.
Per Di Maio quindi le cose stanno diversamente. Non è il M5S ad aver cambiato idea sul referendum, è il mondo ad essere cambiato. In europa alcuni governi sono “deboli”? Il referendum è l’arma giusta per convincerli a fare quello che vogliamo.
Secondo Di Maio quindi sarà possibile ottenere un cambiamento senza ricorrere all’extrema ratio. E ce lo auguriamo tutti visti i costi che dovremmo sostenere non appena si iniziasse a parlare seriamente di uscita dall’euro.
Ci sono però degli elementi che il leader pentastellato non considera.
Il primo è quello strategico. Come sanno tutte le potenze nucleari l’effetto deterrente di un “extrema ratio” non sta tanto nel suo potere distruttivo quanto nel non essere mai sicuri fino in fondo che il proprio avversario la userà .
Ieri Di Maio ha detto chiaramente (anche se i fatti sembrano indicare il contrario) che il M5S non vuole uscire dall’euro. Con che credibilità quindi potrà usare l’arma del referendum? Nessuna.
Di Maio poi non considera che — alla luce dei sondaggi attuali — in Italia c’è il rischio che dopo le elezioni nessun partito o coalizione possa avere i numeri per formare un governo.
Si dovrà ricorrere quindi ad alleanze e coalizioni post-elettorali. Una strada che renderà il governo italiano simile a quelli del Portogallo, della Spagna e della Germania.
Il leader del 5 Stelle ha spiegato cosa farà in caso il M5S non raggiunga il 40%: «se invece dovremo trovare una maggioranza in Parlamento — noi la sera delle elezioni faremo un appello a tutte le forze politiche — chiederemo di convergere sui temi, se tra quei temi ci sarà anche quello di andare in Europa a contrastare il fiscal compact, a chiedere più investimenti a bloccare i trattati che stanno ammazzando i nostri agricoltori e pescatori e allora vorrà dire che entrerà nelle priorità del nuovo governo 5 Stelle della Nazione».
Ad oggi l’unica forza politica che potrebbe accettare l’idea di un’uscita dall’Euro (ma non tramite referendum) è la Lega Nord.
Proprio ieri però Salvini ha detto chiaramente che il Patto di Neanderthal tra Lega, FdI e M5S non s’ha da fare e ha ribadito che la sua prospettiva “non è uscire dall’euro ma rientrare con nuove regole”.
Rimane quindi il dubbio su chi potrebbe appoggiare i 5 Stelle in un’impresa che anche Salvini considera folle.
Del resto Di Maio non sembra avere nemmeno le idee chiare su come si forma un governo “di minoranza” dal momento che ha detto che la sua squadra di governo non sarà messa in discussione perchè “i nostri ministri saranno patrimonio del Paese” e quindi esclude che altre forze politiche possano partecipare al governo 5 Stelle della Nazione.
Il modo migliore per farsi degli alleati e rendere credibile la minaccia si uscire dall’euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
“NESSUN FAVORE, PRONTA A RICANDIDARMI”…”MI SONO INFORMATA SUL SE, NON HO CHIESTO DI: E’ UNA INFORMAZIONE, NON UNA PRESSIONE”
«Non sono stata io a chiedere di acquisire. Io mi sono informata sul se, non ho chiesto
di. à‰ una informazione, non una pressione. C’è una differenza abissale».
È questa la linea del Piave di Maria Elena Boschi, al termine di 48 ore infernali sul caso Banca d’Etruria. Una differenza semantica tra «pressione» e «informazione» che la spinge a resistere contro le richieste di dimissioni che si alzano pubblicamente dalle opposizioni. E contro le voci interne al Pd che vorrebbe non si ricandidasse.
Lei lamenta di essere diventata il capro espiatorio dell’intera crisi bancaria, quando Banca Etruria in fondo vale una piccola frazione del totale. Ma se è vero, non sente anche una responsabilità nell’errore speculare del Pd che ha impostato il lavoro della commissione come una revanche contro la Banca d’Italia e il suo governatore?
«Io non mi lamento, io prendo atto. Ci sono stati scandali, perdite bancarie per almeno 44 miliardi di euro, vergognose mistificazioni e di che cosa parlano gli addetti ai lavori? Solo della mia agenda e dei miei appuntamenti che sono, peraltro, del tutto legittimi e doverosi. Penso che il Pd abbia fatto benissimo a chiedere la Commissione di inchiesta non per vendicarsi, anche perchè non si capirebbe di cosa, ma per mettere in evidenza i nodi che impediscono alla vigilanza di funzionare bene. Noi siamo quelli della trasparenza, sempre. Qualcuno ha trasformato il racconto di questa Commissione in una caccia all’uomo, anzi alla donna. Ma ognuno è responsabile di ciò che fa: il Pd fa bene a insistere per fare chiarezza».
Il banchiere Ghizzoni, pur dicendo che lei non fece «pressioni», di fatto ha ripetuto in commissione quello che scrisse Ferruccio De Bortoli nel suo libro. Fair play vorrebbe che ritirasse la querela nei confronti di De Bortoli…
«Eh no. De Bortoli sostiene che io vada da Ghizzoni per chiedergli di comprare la banca e che l’Ad a quel punto faccia fare le verifiche. A chiedere a Unicredit di valutare l’acquisizione era stata Mediobanca e le necessarie verifiche erano state fatte prima che io chiedessi informazioni a Ghizzoni. De Bortoli mi ha confuso con Mediobanca, ma non è la prima volta che prende di mira qualcuno di noi del cosiddetto “Giglio Magico”. Proprio non gli andiamo giù, peccato. L’azione civile va avanti e spero solo che non cada tutto nel dimenticatoio».
Lei nel 2014 era già ministro e braccio destro del presidente del Consiglio. Non le sembra che già il solo fatto di chiedere informazioni a un banchiere sia una forma di pressione?
«Vediamo di dirla chiara. Non ho fatto pressioni, non ci sono stati favoritismi, mio padre è stato commissariato, mio fratello si è licenziato per non creare difficoltà ad altri dipendenti. Se qualcuno mi dimostra che ho favorito i miei, tolgo il disturbo domattina. Io penso di averli danneggiati, ma è un’altra storia. Rivendico invece il fatto di aver chiesto informazioni. Sarebbe stato assurdo il contrario. Parlare con gli amministratori delegati e ascoltare gli amministratori delegati è una delle attività di chi sta al governo: chi non lo capisce o è in malafede o è totalmente vittima della demagogia qualunquista».
Nel suo post del 9 maggio scorso lei scrisse «non ho mai chiesto all’ex Ad di Unicredit, Ghizzoni, nè ad altri, di acquistare Banca Etruria». Alla luce dell’audizione di oggi lei conferma la sua versione?
«Non sono stata io a chiedere di acquisire. Ma Mediobanca prima, il management di Bpel poi. Io mi sono informata sul se, non ho chiesto di. È una informazione, non una pressione. C’è una differenza abissale».
Siamo alla fine della commissione d’inchiesta, in questa ultima settimana si è saputo di plurimi contatti che lei ha intrattenuto con Vegas (Consob), con Panetta (Bankitalia) fino a Ghizzoni (Unicredit). Perchè di questi colloqui si è saputo solo adesso?
«Trasecolo. I miei contatti con queste persone sono talmente segreti da essere o nei palazzi istituzionali o in sedi pubbliche. Vegas, Visco e Ghizzoni dicono che il mio comportamento è stato corretto e normale. Ma davvero vi sembra una notizia che un ministro incontri il capo della Consob o un alto dirigente di Banca d’Italia o un amministratore delegato? Per di più una persona che è suo malgrado spesso seguita da fotografi. Il tentativo è quello di trovare un ottimo capro espiatorio per non discutere delle vere vicende che hanno riguardato il sistema bancario italiano. Io non mi faccio utilizzare come foglia di fico per coprire chi ha sbagliato in questi anni. Da mesi sembra che Banca Etruria sia l’unica priorità per questo Paese. A me dispiace solo che quella storia non sia stata salvata, il resto appartiene al chiacchiericcio. La mia famiglia è presa di mira da due anni, ma non abbiamo mai chiesto alcun trattamento di favore. Dura lex, sed lex. A differenza di chi è colpevole e non paga mai».
Marco Carrai sostiene di aver mandato quella e-mail a Ghizzoni per conto di un cliente e non da parte sua o di Renzi. Converrà che è coincidenza sorprendente…
«Conosco Marco Carrai. Se dice una cosa, è quella. Ma per chi non si fida basta rileggere le notizie locali dell’epoca per sapere che esisteva un interessamento per la Federico Del Vecchio. Sorprendente è che un deputato Cinque Stelle chieda un appuntamento al Governatore Visco su un fatto personale e nessuno dica una parola sul tema. Ma forse il problema è che quel deputato, Villarosa, non è toscano».
Al di là del merito, nel suo partito alcuni pensano che la vicenda bancaria sia diventata una zavorra troppo pesante in campagna elettorale. Non ha mai pensato, per il bene del Pd, di rinunciare alla candidatura?
«Io non ho un problema personale. A me pare evidente quanto sia meschina la strumentalizzazione di queste ore. Se chiedono a me, io darò la disponibilità a correre in qualsiasi collegio con l’entusiasmo e la forza di chi non ha niente da temere. Perchè la verità e più forte delle strumentalizzazioni. La decisione però spetta al Pd e ai cittadini: io nel frattempo lavoro e vado avanti».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
E’ UN PROMEMORIA DURANTE GLI INTERROGATORI DEL PENTITO MANNOIA, RISALE AL 1989
«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano».
La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata.
Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989.
Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera; una volta, il nome di Vittorio Mangano, lo stalliere boss della villa di Arcore. Il cognome di un altro mafioso, Cinà , compare anche una seconda volta nella pagina, cerchiato.
Questi nomi non sono mai finiti nei verbali di Mannoia, che si è sempre rifiutato di fare dichiarazioni ufficiali su Silvio Berlusconi.
L’appunto è stato ritrovato alcuni giorni fa nell’ufficio-museo del giudice dal suo ex collaboratore Giovanni Paparcuri.
“Il dottore Falcone prendeva degli appunti prima di verbalizzare — ha spiegato l’ispettore Maurizio Ortolan, che in quei giorni dell’89 batteva a macchina le dichiarazioni del pentito Mannoia — quando poi dettava, tagliava con un tratto di penna gli argomenti affrontati. Questo foglio, l’avrà dimenticato o lasciato in ufficio a futura memoria?”.
Le parole annotate da Falcone fra altri argomenti di mafia appaiono oggi come una conferma postuma della condanna di Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che sta scontando 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Cinà » citato dovrebbe essere Gaetano Cinà , il mafioso molto amico dell’ex senatore di Fi, che gli annunciava al telefono (conversazione intercettata nel 1986) l’arrivo di una grande cassata con il simbolo del biscione a casa Berlusconi. Gaetano Grado è uno dei boss palermitani che più frequentava Milano negli anni Settanta.
Secondo la sentenza Dell’Utri, Berlusconi avrebbe stipulato con la mafia un “patto di protezione”, nel 1974: prima, per evitare i sequestri che impazzavano su Milano, poi per «mettere a posto» i ripetitori Tv in Sicilia.
E proprio questo sembra confermare l’appunto ritrovato di Falcone quando si parla di soldi che Berlusconi avrebbe dato ai mafiosi.
In un secondo foglio, Falcone annotava il nome di Vito Guarrasi, anche questo mai citato nei verbali ufficiali di Mannoia. Un altro mistero.
Cosa sa il pentito Mannoia di Guarrasi, il potente avvocato di tanti affari siciliani che già negli anni Settanta era finito all’attenzione della commissione parlamentare antimafia?
Guarrasi è morto il 31 luglio 1999, all’età di 85 anni.
Di lui, scriveva Giuseppe D’Avanzo: «Se la memoria fosse una qualità e non un vizio dovremmo chiederci se c’è ancora e dov’è oggi Vito Guarrasi. Se ci sono, e dove, i nodi che ancora stringono la politica, l’economia, la mafia. Perchè un fatto è certo, la mafia può fare a meno dei Corleonesi, dei Lima e dei Ciancimino, dei cugini Salvo, ma non può privarsi della spregiudicata e cinica sapienza dei Guarrasi».
Cosa aveva scoperto il giudice Falcone?
(da “La Repubblica”)
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