Destra di Popolo.net

IL LATO D DEL CENTRODESTRA: SETTE LEADER PER UN NUOVO PARTITO

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

IL NOME POSSIBILE: ITALIA DELLE LIBERTA’… NON CI STANNO PARISI E GLI EX DC CON LO SCUDO CROCIATO

Lo squadrone del centrodestra ha la quarta gamba (i «magnifici sette» liberal popolari) e anche la quinta (gli ex democristiani di Cesa, Mastella e Rotondi), con il possibile innesto di «Energie per l’Italia» di Stefano Parisi nella lista dello scudocrociato.
Così le due (o tre) liste remeranno per superare la soglia del 3% sotto la quale i loro voti saranno ridistribuiti ai partiti maggiori della coalizione (FI, Lega e FdI).
Come contropartita i «cespugli» avrebbero una manciata di posti nei collegi uninominali sicuri dove piazzerebbero i candidati di rango.
Questo è lo schema di gioco.
Ma l’accordo con i tre big ancora non c’è: tant’è che Matteo Salvini e Giorgia Meloni avrebbero fatto sapere a Silvio Berlusconi che la lista dei «magnifici sette» sarà  sul conto di Forza Italia quando si tratterà  di fare le quote per i collegi.
Diverso il discorso per gli ex dc di Lorenzo Cesa che in Sicilia, con i loro 140 mila voti, sono diventati azionisti della vittoria del governatore Musumeci.
Oggi all’Hotel Minerva con vista sul Pantheon, si presenta la lista dei sette liberal popolari dei quali cinque sono ex Forza Italia: Enrico Costa (Ala per la costituente liberale), Raffaele Fitto (Direzione Italia), Maurizio Lupi (Ap), Gaetano Quaglieriello (Idea), Saverio Romano (Ala-verdiniani), Flavio Tosi (Fare, ex sindaco di Verona) ed Enrico Zanetti (Scelta civica) sotterreranno i rispettivi simboli e aderiranno al soggetto politico che dovrebbe chiamarsi «Italia delle Libertà » o «per le Libertà ».
La dislocazione territoriale delle truppe indica in Veneto un punto di frizione tra Tosi e la Lega.
Ma anche i presìdi di Romano in Sicilia, di Fitto in Puglia, di Costa in Piemonte, di Lupi a Milano, di Quagliariello a Napoli e di Zanetti nel Nord Est potrebbero essere determinanti nella competizione tra Berlusconi e Salvini.
Invece la quinta gamba è tutta giocata sulla identità  democristiana.
L’ostinazione a non voler rinunciare allo scudocrociato con la scritta «Libertas» ha portato l’Udc di Lorenzo Cesa, rompendo le trattative con i sette liberal popolari, a correre da sola: «Portiamo a Silvio un po’ di Dc», ha detto Cesa a Libero.
Ma il progetto unitario si è arenato: «Se andavamo noi con lo scudocrociato facevamo ridere», ha detto Quagliariello, «noi scendiamo in campo per recuperare chi non vota i partiti».
Poi nella lista di Cesa sono arrivati Clemente Mastella con l’Udeur, Gianfranco Rotondi con la Dc e Stefano Tassone (Cdu).
Insieme ora fanno una piccola «balena bianca» che ha le roccaforti in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Veneto.
Spiega Antonio De Poli (Udc), vice presidente del Senato: «A noi interessa l’identità . Udc e Udeur fanno parte, con Forza Italia, della grande famiglia europea del Ppe».
Sono in corso colloqui e trattative anche con «Energie per l’Italia» di Stefano Parisi che in questi giorni ha inaugurato in Campania il suo camper elettorale.
L’ex candidato di Berlusconi al Comune di Milano ha detto no ai sette («Non hanno identità  politica») ma ha aperto un canale di dialogo con Cesa: «Vedremo. Siamo nel campo del centro destra e abbiamo un forte radicamento nel modo cattolico, con noi c’è anche Gian Luigi Gigli del Movimento per la Vita, ma alle elezioni potremmo anche correre con il nostro simbolo».
E sarebbe la sesta gamba del centro destra.

(da “il Corriere della Sera“)

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ZAIA NON HA SOLDI PER FINANZIARE IL FESTIVAL TEATRALE “SCENE DI PAGLIA”: SI SONO SPUTTANATI 14 MILIONI CON IL REFERENDUM FARLOCCO

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO OTTO ANNI LA REGIONE VENETO SI DIMENTICA DI UN FESTIVAL CONOSCIUTO A LIVELLO INTERNAZIONALE CAUSA “LIMITATE DISPONIBLITA’ FINANZIARIE”

Scene di Paglia — Festival dei Casoni e delle acque è un festival teatrale che si svolge in Provincia di Padova.
Nel 2018 la rassegna festeggerà  la decima edizione. La sua esistenza però è a rischio perchè — è notizia di questi giorni — la Regione Veneto non ha concesso un finanziamento da 20 mila euro per coprire parte delle spese dell’edizione 2017.
La comunicazione è stata qualche giorno fa al Comune di Piove di Sacco che è il comune capofila degli otto comuni che compartecipano alla realizzazione del Festival.
La Regione ha fatto sapere che “alla luce delle limitate disponibilità  finanziarie complessive” non è stato possibile accogliere tutte le istanze di finanziamento.
Amaro lo sfogo di Davide Gianella, sindaco di Piove di Sacco, sorpreso dal fatto che dopo 8 anni la Regione Veneto abbia deciso di togliere l’interno contributo al Festival. Secondo il Sindaco i motivi sono politici, si tratterebbe di un dispetto da campagna elettorale visto che l’anno prossimo a Piove di Sacco ci saranno le elezioni amministrative per la scelta del Sindaco e del nuovo consiglio comunale.
Gli anni scorsi infatti la Regione, che era sempre guidata dalla stessa giunta attuale (e in Veneto anche prima di Zaia la Regione ha avuto dal 2000 una guida a trazione leghista), ha sempre concesso il finanziamento per le attività  del Festival.
La rassegna del resto non si basa unicamente sull’apporto dei contributi pubblici ma anche degli sponsor e dei finanziamenti privati.
A quanto pare quest’anno — ma sul sito della Regione non si trova la delibera di giunta — altri eventi organizzati “dagli amici” (scrive Gianella) sono stati regolarmente finanziati. Evidentemente erano prioritari.
A lasciare l’amaro in bocca è il fatto che nel 2015   il Festival abbia ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte del Ministero dei Beni Culturali e che l’edizione 2017 si sia svolta con il patrocinio della Regione.
Questo perchè il Festival ha una profonda attenzione per il territorio e chi lo abita. Quando però l’assessora alla cultura Paola Ranzato, che è anche una delle fondatrici della manifestazione, ha chiesto spiegazioni all’assessorato regionale alla Cultura le è stato risposto che se voleva i finanziamenti avrebbe dovuto andare a presentare il progetto che “era sconosciuto” all’Assessore.
Ed in effetti è curioso che l’assessore alla Cultura della Regione Veneto non fosse a conoscenza dell’esistenza di un Festival che la Regione stessa ha patrocinato e al quale la Regione ha concesso i finanziamenti negli ultimi otto anni.
Il Comune fa sapere di aver inoltrato la richiesta entro i termini stabiliti dalla legge regionale per la concessione di contributi per l’organizzazione di iniziative e manifestazioni culturali finalizzate alla promozione delle risorse e tradizioni del Veneto e all’approfondimento dei temi di attualità  di interesse regionale.
Del resto la valenza turistica della rassegna non può essere messa in discussione visto che contribuisce alla valorizzazione dei comuni compresi tra Padova e Venezia. L’assessore Ranzato fa sapere che oltre agli spettacoli teatrali vengono organizzati anche percorsi che portano gli spettatori anche alla scoperta dei prodotti del territorio. Il dubbio è che il Festival non abbia patito solo del clima da campagna elettorale imminente ma anche dello spreco di fondi pubblici che si è visto in Veneto in occasione del tanto sbandierato Referendum sull’Autonomia del Veneto.
Nella consultazione popolare fortemente voluta da Luca Zaia il Veneto ha buttato 14 milioni di euro.
Soldi che sarebbero potuti essere spesi meglio, magari proprio per valorizzare le eccellenze di quel territorio per il quale la Lega Nord ha fatto richiesta di maggiori competenze.

(da “NextQuotidiano”)

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PAZZA IDEA: LA BOSCHI CANDIDATA A POMIGLIANO CONTRO DI MAIO

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

LA PROVOCAZIONE DI RENZI IN UN COLLEGIO SIMBOLO E DATO PER INCERTO

Da quando Maria Elena Boschi è tornata nell’occhio del ciclone dopo la testimonianza di Vegas in commissione banche, si è aperto di nuovo il toto-candidatura.
La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio sembrava destinata a correre a Roma, nella zona in cui è stata votata alle primarie del Partito Democratico, ma piano piano le ipotesi su candidature alternative hanno cominciato a pullulare.
Lei da Lilli Gruber ha detto che spera di essere candidata in Toscana, mentre qualcuno ha proposto il Trentino Alto Adige.
Oggi un articolo della Stampa dà  conto dell’intenzione di Renzi di candidarla a Pomigliano D’Arco contro Luigi Di Maio:
Per quanto riguarda la Boschi, è convinto di sapere già  quello che Visco potrà  raccontare, un incontro con il vicedirettore generale dell’istituto Panetta che lei, giocando d’anticipo, ha già  commentato ieri in un’intervista. Minimizzandone il significato e il peso, come ripete anche il segretario a chi gliene chiede conto. «Leggo agenzie che parlano di una Boschi che si aggira negli uffici di Bankitalia: da quanto ne so non ci è mai andata».
Superato il primo cerchio di fuoco, oggi, domani ne arriva un altro, con la deposizione di Ghizzoni, a cui, secondo Ferruccio De Bortoli, la ex ministra delle Riforme si sarebbe rivolta chiedendo di valutare l’acquisizione di Banca Etruria da parte di Unicredit.
Frase per la quale lei ha intentato una causa civile contro l’ex direttore del Corriere della sera.
«Non c’è nulla da temere», ripete Renzi, «anche altri ministri si sono occupati di banche: Delrio, ma anche Poletti quando abbiamo fatto la riforma delle Bcc o Franceschini sulla Banca di Ferrara».
E intanto, a Largo del Nazareno si ragiona su come trattare la candidatura della Boschi. Non farà  un passo indietro, sarà  nelle liste.
Un modo per garantirle l’elezione potrebbe essere nel listino del proporzionale, sfuggendo al confronto diretto con altri candidati.
Eppure, l’idea che ronza in testa al segretario è quella di spingerla alla battaglia campale: candidarsi nel collegio uninominale di Di Maio. Che dovrebbe essere Pomigliano, per la regola del M5S di cercare l’elezione nel luogo di residenza.
Una scelta da ponderare bene, però: quel collegio è considerato incerto, il rischio di schiantarsi è molto alto, ma non solo per la Boschi..

(da “NextQuotidiano”)

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ANDREA ORLANDO SI BECCA UNA SEQUELA DI INSULTI PER L’INTERVISTA SU MARIA ELENA BOSCHI

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

ELETTORI PD E RENZIANI LO ACCUSANO DI ESSERE UN TRADITORE E LO INVITANO AD ANDARSENE… LUI PRECISA E GLI INSULTI AUMENTANO

L’altroieri il ministro della Giustizia ed ex candidato alle primarie Andrea Orlando ha rilasciato un’intervista alla Stampa in cui si diceva favorevole alla candidatura di Maria Elena Boschi nel Partito Democratico ma aggiungeva che ognuno dei candidati doveva valutare che tipo di contributo potesse dare alla campagna elettorale. T
utto il ragionamento è stato sintetizzato nel titolo: ““Boschi candidata? Valuti il Pd chi porta più voti”.
E ha scatenato una marea di insulti e inviti ad andarsene da parte dei renziani nei commenti a un altro suo status:
Ieri allora Orlando è tornato sull’argomento per spiegare che la situazione è disperata, ma non seria:
Su questa bacheca e su altre sono apparsi diversi commenti (sulla base di quel titolo)che meritano attenzione. Alcuni, i più misurati, mi invitavano a traslocare a Leu. I più fantasiosi mi additavano come complice di D’Alema, altri ancora mi imputavano un’intelligenza con il nemico pentastellato. A poco, evidentemente, era valso il fatto che nella stessa intervista denunciavo la pericolosa tendenza di Leu a corteggiare i grillini che mettevo sullo stesso piano della destra. Tralascio gli insulti sul piano personale e persino su quello fisico (alcuni devo dire divertenti). Non erano trolls nè avversari politici, scorrendo i loro profili ho constatato come fossero sostenitori del Pd e di Renzi. Per questo, meritano rispetto e considerazione
E ancora
Se il Pd diventa un partito nel quale non ci si può distinguere senza diventare traditori, siete certi che sarà  più forte? Se per contrastare giustamente una campagna di aggressione si usano le stesse parole ( non metto per dimensioni le due cose sullo stesso piano ) non si rischia di legittimare, sicuramente involontariamente, chi promuove tale campagna?
La parte curiosa della vicenda è che dopo il post di Orlando gli attacchi nei suoi confronti sono scesi di tono ma non sono affatto diminuiti di intensità .

(da “NextQuotidiano“)

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“CONTINUEREMO A PORTARE THE CALDO E BISCOTTI A CHI DORME PER STRADA”: I VOLONTARI SFIDANO L’ORDINANZA DEMENZIALE DEL SINDACO DI COMO

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

LA CARITAS CHIEDE LA REVOCA DELLA DECISIONE…   MA I SOVRANISTI SPECIALIZZATI IN PACCHI VIVERI PER I POVERI QUANDO ORGANIZZANO UNA MANIFESTAZIONE DI PROTESTA SOTTO IL COMUNE?

“Continueremo a portare tè caldo e biscotti a chi dorme per strada”. Non arretrano e hanno deciso di disobbedire al sindaco i volontari che qualche giorno fa, a Como, sono stati allontanati dai vigili mentre distribuivano la colazione ai senzatetto sotto ai portici dell’ex chiesa di San Francesco, nel centro storico.
“I nostri semplici gesti sarebbero contrari alla nuova ordinanza. Ci è stato detto che non potremo portare un piccolo simbolo d’amore a queste persone perchè in vista del Natale non è decoroso”, spiegano.
Un divieto che durerà  fino al 10 gennaio e che colpirà  clochard della città  lombarda.
Ma nessuno, a Como, ha intenzione di rispettare l’ordinanza “a tutela della vivibilità  e del decoro”, firmata il 15 dicembre dal sindaco, Mario Landriscina (sostenuto da una coalizione di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia).
A partire dal gruppo di uomini e donne, capitanati da un prete, don Roberto Malgesini, che da anni, ogni mattina, si svegliano all’alba per portare la colazione a chi non ha niente: preparano pentoloni di tè caldo e li mettono nei termos, per tenerli al caldo.
Poi insacchettano pane, biscotti e brioche donati da panettieri e pasticceri della città .
Una squadra infaticabile di volontari che da sette anni fa il giro nella città  murata cercando chi non ha un tetto per dormire per dare loro il buongiorno con un sorriso, qualcosa da mangiare e una coperta.
Il cibo è un modo per non farli sentire soli e “restituire loro un po’ di dignità  e di conforto”, spiega ad HuffPost Rossano Breda, uno degli operatori Caritas.
I senzatetto a Como sono circa 150. Ma da qualche anno, a dormire per terra, sui cartoni o sulle panchine, ci sono anche i migranti che passano da qui per provare a varcare il confine con la Svizzera per raggiungere il nord Europa.
Se si conta anche loro, il numero di chi dorme al freddo ogni notte raddoppia. “Quest’anno l’inverno è arrivato presto. La situazione è drammatica a causa delle temperature rigide”, spiega Breda, che racconta di avere appena scritto al sindaco e all’amministrazione per provare a fargli cambiare idea.
Perchè “Como è una città  di pace”. L’ordinanza contro i poveri? “Una scelta ipocrita”. Intanto anche la Caritas di Como, tramite il suo direttore, Roberto Bernasconi, ha invitato il sindaco a fare un passo indietro.
Ma non solo. In città  sono tante le manifestazioni di protesta già  in programma nella settimana che precede il Natale. Per il 23 dicembre, la rete di associazioni Como senza frontiere invita tutti i cittadini a scendere in piazza portando panini, biscotti e tramezzini per un ‘bivacco solidale’.
“Chiediamo l’immediato ritiro di un’ordinanza che colpisce i più deboli”, spiega Gianpaolo Rosso, vice presidente di Arci Como.
E la Vigilia di Natale si tornerà  in piazza con un flash mob che strizza l’occhio a Enzo Jannacci: “Dalla parte dei barbun”.
Tutti i comaschi sono invitati a presentarsi con le “scarp del tennis” e un cappello, che sarà  poi posato simbolicamente a terra come nel gesto di chiedere l’elemosina, mentre un gruppo di musicisti suonerà  il ritornello della celebre canzone.
Dal cibo alla musica, c’è una parte di Como che resiste e si ribella sotto le coreografie di luci e colori della Città  dei balocchi.

(da “Huffingtonpost”)

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DA TRIESTE A COMO ORDINANZE DEL CENTRODESTRA “MISERICORDIOSO” CONTRO CHI CHIEDE UN AIUTO PER STRADA DURANTE LE FESTE NATALIZIE

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

MA I SOVRANISTI NON ERANO QUELLI CHE PORTAVANO I PACCHI DI CIBO AI POVERI?… NE VA DEL “DECORO” DELLA CITTA’, I TURISTI POTREBBERO RIMANERE IMPRESSIONATI

Da Trieste a Como, ancora e anche sotto le festività  natalizie i comuni ripropongono provvedimenti per fermare (con scarsi risultati) chi chiede le elemosina in centro città . Non è la prima volta che succede e già  in altri casi i dispositivi sono stati bocciati dal Tar se non revocati addirittura dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella (come a Molinella in Emilia Romagna ad aprile scorso).
A Trieste la giunta di centrodestra ha lanciato una vera e propria campagna con poster e slogan contro la presunta “falsa povertà ”.
A Como il divieto dovrebbe durare 45 giorni e i primi ad accorgersene sono stati i volontari a cui è stato impedito di distribuire la colazione alle persone senzatetto.
COMO-Via i mendicanti dal centro storico di Como.
Per quarantacinque giorni “all’interno della città  murata e nelle immediate vicinanze” sarà  vietato mendicare “in forma dinamica” così come “in forma statica occupando spazi pubblici anche con l’utilizzo di cartoni, cartelli ed accessori vari che arrecano disagio al passaggio dei pedoni”.
Lo ha deciso il sindaco Mario Landriscina che ha firmato un’ordinanza che prevede sanzioni amministrative da 50 a 300 euro. I primi ad accorgersi di questo provvedimento sono stati i volontari del gruppo “Welcom — Osservatorio migranti Como” che domenica mattina non hanno potuto incontrare i senza tetto. Una denuncia lanciata dalla loro pagina Facebook: “Come tutte le mattine da più di sette anni, ci siamo recati presso l’ex chiesa di san Francesco a Como per distribuire la colazione (ma soprattutto un’occasione di relazione), alle persone che dormono fuori perchè senza casa. Ci è stato proibito di farlo perchè i nostri semplici gesti sarebbero contrari alla nuova ordinanza del Comune di Como firmata dal sindaco per ripristinare “la tutela della vivibilità  e il decoro del centro urbano”.
Ci è stato detto che fino al 10 gennaio non ci è possibile portare un piccolo simbolo d’amore a queste persone, non ci è possibile perchè in vista del Natale non è decoroso”.
L’atto del primo cittadino non lascia spazio a fraintendimenti.
Secondo il sindaco “il fenomeno si manifesta ormai in maniera costante ed impattante sulla vivibilità  della città  murata attraverso l’azione di soggetti — cita l’ordinanza — che in forma dinamica chiedono l’elemosina dopo aver fermato i pedoni con motivazioni capziose”.
Landriscina non vuole che i turisti che arrivano a Como abbiano a che fare con queste persone: “Le festività  natalizie — scrive ancora il sindaco — con il conseguente afflusso di persone che giungono in città  per turismo, si traducono in una ragione d’incremento della presenza dei soggetti dediti all’accattonaggio”. Un no secco anche ai bivacchi sotto i portici perchè “pregiudicano il decoro e la vivibilità  urbana, anche in ragione del fatto che i soggetti interessati sono spesso ubriachi e espletano nelle adiacenze i loro bisogni fisiologici”.
Parole che non sono piaciute nemmeno alla rete “Como senza frontiere” finiti sotto i riflettori per aver subito a fine novembre scorso   l’incursione di quindici militanti di Veneto Fronte Skinheads   durante una riunione.
Il 23 dicembre hanno organizzato un “bivacco solidale” dalle 10 alle 11 proprio davanti all’ex chiesa di San Francesco per protestare contro la decisione del sindaco: “Chiederemo — spiega la portavoce Anna Maria Francescato — la revoca dell’ordinanza. Il provvedimento è vergognoso ed ingiusto. Chi chiede l’elemosina non ha mai dato fastidio a nessuno. Si tratta di un atto per assecondare i commercianti in occasione delle feste natalizie ma non è servito a nulla: stamattina erano ancora tutti lì. Il sindaco sa che i dormitori sono pieni e una persona può dormire solo quindici giorni al mese. Quali soluzioni alternative propone l’amministrazione? Inutile dire che sono ubriachi e che fanno i loro bisogni per strada se il Comune non aumenta il numero dei bagni aperti. Con trecento senza tetto ci sono solo otto docce aperte”.
TRIESTE
“Fare l’elemosina per strada e dare soldi ai posteggiatori abusivi arricchisce solo le attività  illecite”, sentenzia un manifesto nel centro di Trieste. Ce ne sono oltre duecento sparpagliati nella città , tutti con il logo del Comune in evidenza. Sotto, la foto di un mendicante che allunga la mano, inginocchiato dentro un sottopassaggio. È questa la nuova iniziativa della giunta comunale di centrodestra, che invita a “spezzare la catena” delle attività  illecite.
Nel mirino del vice sindaco leghista Pier Paolo Roberti finisce il così detto “accattonaggio organizzato”, con “questuanti e posteggiatori abusivi, che porta a veri e propri fenomeni di sfruttamento”.
I manifesti invitano a sostenere, invece, le realtà  che aiutano i “veri poveri”. Ma è proprio a partire da queste realtà  che arrivano le prime critiche nei confronti dell’iniziativa: “In sè l’idea di sconfiggere un racket non sarebbe sbagliata — dichiara Don Alessandro Amodeo, direttore della Caritas diocesana, al fattoquotidiano.it — il problema è quello di salvare la persona. Chi vende per strada abusivamente è la prima vittima, non la causa del problema”.
Senza contare che, per il cittadino, è impossibile distinguere chi fa parte del “racket” da chi invece no: “E’ illusorio eliminare il problema partendo dall’ultimo anello della catena, per contrastare la criminalità  organizzata ci sono strumenti più adatti”.
Le critiche sono state mosse anche dalle forze di opposizione nel consiglio comunale, dall’ex sindaco Pd Cosolini al capogruppo pentastellato Menis, che hanno bollato come demagogica l’iniziativa.
La guerra alla povertà  (quella “falsa”) è stata inaugurata dall’attuale giunta già  a pochi mesi dall’insediamento: nell’autunno dello scorso anno era stata emessa, dallo stesso Roberti, un’ordinanza per allontanare i senzatetto dal centro cittadino. Qui si vietava di dormire all’aperto, si prevedevano sgomberi forzati e il sequestro di coperte e cartoni. Tutto per garantire il «decoro della città », a detta del leghista.
Ma a fermare l’ordinanza era allora arrivata la bocciatura del Tar del Friuli Venezia Giulia.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL CONSIGLIERE GRILLINO CHE SCAMBIA UN MONUMENTO AI CADUTI PER UN ALBERO DI NATALE

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

SIMONE SAID HA PENSATO DI DARE UN “TOCCO NATALIZIO” CON LE STELLE FILANTI ALL’OBELISCO DI PIAZZA DEL TUFELLO, A ROMA… DI FRONTE ALLE PROTESTE POI CHIEDE SCUSA

Simone Said è consigliere municipale del MoVimento 5 Stelle in III Municipio, dove i grillini hanno di recente perso la maggioranza.
Lui però è un fedelissimo di Roberta Capoccioni, tanto da sfottere la consigliera Di Giacinti, di recente passata al gruppo misto insieme a Francesca Burri, per un errore nella lettera di dimissioni.
Ma Said è anche un genio dell’arredo urbano, come dimostra questa fotografia di un suo status su Facebook, nel frattempo rimosso, in cui si vanta di aver regalato “un tocco natalizio” all’obelisco di piazza del Tufello grazie a delle poetiche stelle filanti di Natale, che in effetti hanno contribuito alla valorizzazione del paesaggio.
Dopo che la sua creatività  è stata giustamente festeggiata sulla pagina Facebook del PD Roma, però, il consigliere Said ha improvvisamente cambiato idea e ha deciso di scusarsi sulla sua pagina Facebook per l’iniziativa:
“Quando ho addobbato la stele in onore ai caduti, l’ho fatto senza avere la benchè minima intenzione di offendere o mancare di rispetto a nessuno.Tanto meno a chi ha dato la vita per rendere il nostro un paese libero e democratico. Porto rispetto alla memoria dei caduti, l’ho sempre fatto e lo farò sempre.   Sono dunque andato a deporre dei fiori sul basamento della stele. Chiedo scusa a chi si fosse sentito offeso. Non era mia intenzione”
I livelli raggiunti dalla politica dellaggente nei municipi romani sono sempre più alti: sarebbe davvero un peccato se cadesse anche il III Municipio.

(da “NextQuotidiano”)

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GLI ULTIMI DI AMATRICE, A COSSATO SI VIVE ANCORA NEI CONTAINER: LA STORIA DI GIOVANNI IN UNA STANZA GELATA DI 8 MQ

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

“LA NOTTE DI NATALE? DORMIAMO, E’ UNA NOTTE COME UN’ALTRA”

Tutte le sere, da un container di otto metri quadri, Giovanni guarda casa sua dall’altra parte della vallata di Amatrice e spera di tornarci.
A Cossito, frazione del borgo distrutto dal terremoto del 24 agosto, si vive nei prefabbricati, se fa freddo le pareti si gelano e se nevica bisogna dare spallate alla porta per riuscire ad aprirla: “Qui ci siamo noi: gli ‘scordati’. Quelli che ancora, dopo più di un anno, non hanno ricevuto la casetta provvisoria”.
Giovanni Nibbi, una settantina d’anni, è tra gli ultimi dell’elenco, tra coloro che trascorreranno il secondo inverno in queste strutture chiamate “moduli”.
La scritta “Campo Cossito” scolpita nel legno è come fosse un portone d’ingresso, ma nel buio della sera neanche si vede.
In questo spiazzo tra le montagne, dove si arriva passando tra cumuli di macerie di case distrutte, c’è un albero pieno di luci: “Che faremo la notte di Natale? Niente, andremo a dormire, come tutte le altre notti”.
A dormire in una stanzetta dove c’è spazio appena per due letti singoli, qualche scaffale, una luce per leggere e una stufetta: “Ma se la spegni anche solo per cinque minuti si muore di freddo, non resisti qua dentro. E l’acqua calda? Dobbiamo sempre lasciare che ne scorra un filo altrimenti si ghiacciano i tubi”.
Giovanni è stanco, vive con la moglie e passeggia tra i container e le roulotte dove dormono altre quattro persone.
La piccola comunità  di ciò che è rimasto della frazione di Cossito è tutta qui, ma sparse per il cratere ci sono tante altre famiglie che vivono ancora nei prefabbricati.
“I lavori per le nostre casette sono iniziati da poco, non potevano cominciarli prima? Ci vorranno almeno due mesi per completarli, ma tra neve e ghiaccio non so se riusciranno”, racconta ancora Giovanni, giacca a vento e berretto in testa: “Andiamo nel nostro salone, che qui fuori fa troppo freddo”.
Il salone è una struttura in legno, regalata dai volontari del Trentino.
C’è una cucina comune, frigoriferi comuni, un tavolo, qualche panca per sedersi e un cuore attaccato alla parete con ricamata la scritta “Campo Cossito”.
Il punto più confortevole è quello attorno alla stufa: “Questa l’abbiamo comprata con i nostri soldi. Non è triste il terremoto, una settimana ed è passato. È triste la burocrazia, qui non viene nessuno a chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. Facciamo tutto da soli”.
Con le pale e un piccolo trattore viene spazzata via le neve, per esempio: “Ma in fondo non si sta poi così male, ci siamo abituati”.
Si vive di abitudini, come quella che ha Giovanni di andare tutti i pomeriggi verso casa sua dall’altra parte della collina: “Accendo le luci, così quando torno qui, nel container, posso guardarla da lontano come se fosse abitata. La mattina dopo vado di nuovo e le spengo. Non possiamo vivere lì perchè è pericolante, chissà  quando la sistemeranno, forse mai”.
I cani iniziano ad abbaiare: “Eh sì, l’altra sera sono arrivati i cinghiali”.
Giovanni si sdraia nel suo lettino attaccato alla parete, la tocca: “Non c’è niente da fare, è sempre fredda”.
E inizia a leggere Tex, il fumetto: “Quando andate via, chiudete la porta, per favore”. Attorno a questo container, due metri per quattro, quando scende la sera solo neve e lastre di ghiaccio.

(da “Huffingtonpost”)

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“SONO UN TRAFFICANTE DI UOMINI, I PROFUGHI SONO LA MIA MERCE”: LA TESTIMONIANZA DI UNO SCAFISTA RIVELA LA COLLUSIONE CON LA GUARDIA COSTIERA LIBICA CHE L’ITALIA FINANZIA

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

“GLI ACCORDI CON L’EUROPA PER FERMARE I NIOSTRI BARCONI? QUI TUTTO E’ RIMASTO COME PRIMA E IO STO DIVENTANDO RICCO”

“La metà  della gente qui vive di questo business, non è cambiato niente». Ibrahim ha trentadue anni, è laureato in ingegneria civile e vive a Garabulli, città  costiera sessanta chilometri a est di Tripoli. È alto, snello, ha il volto sbarbato.
Indossa una felpa alla moda, le scarpe firmate, ci tiene a mostrare l’ultimo modello di tablet che ha in macchina. Ostenta le sue possibilità  economiche. Vuole comprare una casa in Tunisia, dice. E una anche in Turchia.
Ibrahim è ricco. Ibrahim è un trafficante di uomini. «Ho iniziato solo per soldi. Questa è la sola ragione. All’inizio svolgevo le mansioni minori, procuravo i motori per i gommoni oppure trasportavo i migranti dalle campagne alle spiagge di notte e il capo mi pagava. Poi ho capito tutti i meccanismi e ho creato il mio giro. Ci sono dalle cinque alle dieci persone che lavorano per me, dipende dal flusso di gente che parte, dalle condizioni del mare. Da tante cose».
Ibrahim parla seduto a terra, all’interno di una costruzione di cemento nella campagna di Garabulli. Ce ne sono decine così. «Le più piccole servono per chi è del giro, per chi deve organizzare le partenze, le più grandi – i capannoni – servono per tenere i migranti prima del viaggio». Nella sua stanza ci sono dei cuscini, un televisore, una tanica d’acqua mezza vuota. Ibrahim spiega che è qui che aspetta i suoi ragazzi di notte quando arrivano per trasportare i migranti dal capannone di fronte a noi alle spiagge. Il capannone ha le grate alle finestre. I lucchetti alla porta.
«In questa parte della Libia non ci sono stati cambiamenti, degli accordi con l’Europa abbiamo solo sentito parlare ma gli effetti qui non sono arrivati, per fortuna. Continuano ad arrivare uomini e donne dal Sud, si fermano a Beni Walid, i ragazzi da Beni Walid li trasportano qui e tutto prosegue come sempre. I capannoni di Garabulli sono pieni oggi come lo erano due mesi fa».
Ibrahim ha il suo listino prezzi, come tutti.
Un “biglietto” per la traversata organizzata da lui costa «almeno cinquecento dollari». Poi – precisa – «il prezzo aumenta se vuoi scegliere il posto più sicuro sui barconi di legno. Il posto sul gommone invece è uguale per tutti, e si riempiono finchè si può, ottanta, cento persone. Quando il mare è piatto anche centoventi».
I gommoni costano ai trafficanti circa 20 mila dinari libici, che al cambio attuale del mercato nero (un euro vale undici dinari) corrisponde a circa 2 mila euro. Senza motore. I motori si “procurano”, al porto o dai pescatori.
Spesso sotto gli occhi inermi della guardia costiera di zona.
Dalle coste di Garabulli dieci giorni fa è partito un barcone, sovraffollato. È affondato a poche miglia dalla costa, centoquaranta persone sono state portate indietro dalla guardia costiera arrivata ore dopo da Tripoli, i corpi di quelli che non ce l’hanno fatta – almeno trenta – sono stati chiusi in buste bianche e trasportati nella capitale. Trenta buste senza nome. Trenta morti senza identità . «È un rischio, certo, a volte vengono catturati, a volte annegano, ma ne sono consapevoli. Io organizzo solo i gommoni, non ho altre responsabilità ».
Ibrahim ci conduce con un 4×4 verso le spiagge delle partenze, attraversa le dune seguendo sentieri già  tracciati da centinaia di viaggi sempre uguali, dai capannoni al mare «di notte li portiamo qui e li lasciamo ad aspettare nel bosco mentre prepariamo i gommoni» dice, indicando alberi e cespugli. I sentieri portano alle anse vicino al grande faro di Garabulli.
Dalla destra del faro partono i migranti, sulla sabbia ci sono resti di scarpe, ciabatte, borse. Le ultime cose lasciate prima di partire o quelle arrivate sulla sabbia dopo l’ultimo naufragio. Alla sinistra del faro c’è la sede della guardia costiera di zona. Che però non ha mezzi. Nemmeno un gommone per controllare le coste.
L’unico che c’era giace, distrutto, nel cortile antistante. Dalle spiagge da cui partono i gommoni si vede la piccola sede della guardia costiera. Alle spalle dell’edificio sono sepolti decine di corpi di chi non ce l’ha fatta. «Hanno fatto una buca con una ruspa e li hanno buttati lì dentro, non sapevano dove metterli», dice Ibrahim, senza emozione. Non una targa, non un nome. Nulla a indicare che quel tratto di terra ospiti i corpi di uomini, donne e bambini morti in mare
Intorno alla sede della guardia costiera si muovono tutte le jeep dei trafficanti, senza targhe, Ibrahim le indica una per una.
Sa a quali gruppi appartengano, sa chi sta organizzando i prossimi viaggi. Uno degli autisti di Ibrahim ha ventinove anni, una moglie e due figli piccoli.
Fino a un anno e mezzo fa era un insegnante, lavorava a Tajoura, sobborgo della capitale. Poi il governo ha cominciato a non pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, il contante è diventato merce rara e il giovane, Khaled, non potendo lasciare il paese, ha deciso di accettare la proposta di Ibrahim: 300 dinari libici per ogni viaggio da Beni Walid a Garabulli. Tre, quattro migranti a viaggio. Così Khaled, giovane insegnante di matematica senza stipendio e senza prospettive, è diventato parte dell’unico ingranaggio che in Libia continua a garantire un flusso ininterrotto di denaro contante: il traffico di uomini.
«I ragazzi mi costano poco», spiega Ibrahim, «e ce ne sono tanti che mi chiedono di lavorare. Qui in Libia non c’è lavoro, non ci sono progetti, non ci sono investimenti, i giovani come me non sanno cosa fare, organizzare i viaggi degli africani è la cosa più semplice». Li chiama “africani” Ibrahim, i migranti per cui organizza i gommoni, come se lui e quei coetanei in fuga da fame e da guerre, quei coetanei con la pelle di un altro colore appartenessero a due continenti diversi.
Per i migranti in fuga la Libia oggi è un inferno eppure il paese nordafricano per decenni ha rappresentato la meta di un’altra migrazione, quella lavorativa.
Prima del 2011 i migranti impiegati ufficialmente nell’economia libica, ricca e in espansione, erano quasi un milione su una popolazione complessiva di poco più di sei milioni. Secondo Foreign Policy se a quella cifra si uniscono quelli privi di documenti, i migranti lavoratori in Libia prima della rivoluzione del 2011 raggiungevano i due milioni e mezzo, cioè un terzo degli abitanti del paese
Oggi sulle cifre dei migranti presenti in Libia è difficile fare chiarezza. Il presidente della Commissione africana, il ciadiano Mahamat Moussa Faki, al termine del vertice tra Unione africana e Ue ad Abijan la settimana scorsa, ha dichiarato che nei centri di detenzione libici ci sarebbero tra i 400 mila e i 700 mila migranti.
È proprio sul supporto e la ridefinizione dei centri di detenzione che si giocano parte delle relazioni diplomatiche tra Europa (Italia in particolare) e il governo libico di Fayez al Sarraj. Negli ultimi mesi il dipartimento anti-immigrazione clandestina del Ministero dell’Interno libico ha chiuso alcuni centri di detenzione per aprirne di nuovi, apparentemente più vivibili. In quello di Tajoura, periferia est di Tripoli – che contiene più di mille persone – c’è l’aria condizionata e sono state ridipinte le pareti. Ma le porte restano chiuse da lucchetti, i migranti dormono su materassi buttati a terra e il centro resta comunque una prigione controllata dalle milizie armate. È il problema principale che Sarraj sa di dover affrontare.
A Tajoura comanda la potente milizia del giovane signore della guerra Haytem Tajouri: la milizia è fedele al governo Sarraj ma sarebbe più corretto sostenere che il governo Sarraj è vincolato dalla protezione di questi gruppi che dispongono dello strumento di potere più pericoloso e ricattatorio: le armi. Sono le stesse milizie a poter decidere arbitrariamente se il personale delle organizzazioni locali possa entrare e uscire dai centri di detenzione e in quali centri possano operare volontari e personale medico.
Il centro di detenzione di Gharian, ottanta chilometri a Sud di Tripoli, conterrebbe a oggi più di diecimila persone. La maggior parte delle quali trasportate lì dopo la guerra di Sabratha di inizio settembre che ha portato alla luce decine di centri di detenzione illegali in cui il clan Dabashi nascondeva i migranti in attesa delle partenze con la complicità  di parte della guardia costiera di zona.
Per le organizzazioni locali ottenere l’accesso ai centri è un percorso a ostacoli nella corruzione dilagante degli uffici libici, nelle connivenze tra milizie e istituzioni. «Non sappiamo come fare », dice Ahmed, ventisettenne di Tripoli che lavora per una Ong locale, «dobbiamo entrare nei centri di detenzione per valutare le condizioni in cui vivono i migranti, portare loro dei questionari, fare dei censimenti e tutto questo al momento non ci è possibile. Siamo in attesa dell’autorizzazione del Ministero dell’Interno che però al momento sembra garantire l’accesso solo a organizzazioni amiche».
Ahmed racconta come dopo il servizio della Cnn che ha mostrato un’asta di migranti provocando un’ondata di indignazione in tutto il mondo, il controllo sull’accesso ai centri di detenzione sia diventato capillare al punto che pochi giorni fa al personale locale di Iom è stato impedito l’accesso ai tre centri di Tripoli.
«Ci è impossibile censire la presenza dei migranti», continua Ahmed,«e la nostra sensazione è che negli spostamenti da un centro a un altro si stiano perdendo le tracce di decine di persone, cedute, vendute, rapite. Nessuno può dirlo. Ci sono dei funzionari del ministero dell’Interno che gestiscono parte del business delle partenze a Ovest di Tripoli. È loro interesse non perdere controllo sulla “merce”». I migranti che vivono in Libia nelle baraccopoli nascoste nelle periferie delle città  sono migliaia, vivono in stanze di cemento, dormono in cinque, dieci in una stanza, non escono mai se non per lavorare. Sfruttati dai libici.
John ha ventiquattro anni, è arrivato dal Ghana un anno e otto mesi fa. Voleva attraversare il mare e raggiungere l’Europa. È stato catturato dalla guardia costiera libica e da allora è iniziato il suo inferno.
«Sono stato spostato in tre prigioni, diverse. Dopo che mi hanno catturato mi hanno portato in una prigione a Tripoli. Poi una notte è entrato un gruppo di ragazzi armati. Hanno preso me e altre cinquanta persone con la forza e ci hanno portato in un capannone dove siamo rimasti per settimane. Ci picchiavano ogni giorno, non avevamo acqua a sufficienza, nè cibo. Se avessi visto il mio corpo non mi avresti riconosciuto, ero scheletrico. I libici non pensano a noi come delle persone, pensano a noi come a degli oggetti. Non conta la nostra vita, noi neri contiamo solo quando devono venderci o ricattarci. Ora siamo qui e può entrare chiunque, portarci via e chiedere soldi alle nostre famiglie per liberarci. Gli uomini valgono duemila dinari, le donne tremila. Le donne incinte fino a quattromila».
John ha subito violenze finchè la sua famiglia non è riuscita a mandare del denaro alla milizia che lo aveva rapito, 1.500 dollari. Da allora, da quando i suoi familiari hanno pagato il riscatto, vive in una baraccopoli a est di Tripoli.
John avrebbe voluto arrivare in Europa. Oggi invece vorrebbe solo tornare a casa. «Non ho smesso di desiderare una vita migliore per me. Ma la Libia è un inferno, da qui voglio solo scappare ma non so come fare».
Durante il vertice di Abijan il premier Paolo Gentiloni ha espresso soddisfazione per quello che ha definito un «risultato straordinario»: il crollo, in cinque mesi, del numero dei migranti irregolari verso l’Italia e per l’aumento siginificativo dei rimpatri volontari. Eppure in Libia si continua a partire e morire annegati, e molti di quelli che scelgono di tornare a casa lo fanno dopo aver subito mesi di ricatti, abusi e violenze.
Lo fanno perchè dopo aver vissuto in Libia preferiscono tornare ad affrontare la fame da cui scappavano. John si addormenta e si sveglia impaurito ogni giorno. «Ci dobbiamo difendere dalla polizia, dagli Asma boys, dalle guardie delle prigioni. Chiunque può catturarti e venderti. Stare qui è una scommessa, come attraversare il mare. Puoi vivere o morire. Io sono scappato dalla povertà  ma è meglio la povertà  di questo inferno».

(da “l’Espresso”)

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