Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL CANE E’ RIMASTO PER ORE AL GELO ACCANTO AL CORPO, GRAZIE AL BAGLIORE DEI SUOI OCCHI E’ STATO RITROVATO… SE IMPARASSIMO QUALCOSA DA LORO, MAGARI IL MONDO ANDREBBE MEGLIO
È stato il riflesso dei suoi occhi. Le lampade frontali dei soccorritori hanno illuminato un dirupo e improvvisamente eccoli, gli occhi di Leon. Brillavano nel buio.
Era rimasto lì per ore e ore, al gelo, a vegliare il corpo senza più vita dell’uomo che lo aveva amato come nessun altro al mondo.
Leon è un golden retriever, l’uomo che ha vegliato – il suo umano di riferimento – si chiamava Marco Scrimaglio, aveva 56 anni, era ligure e quasi certamente è finito in fondo al pendio dov’è stato trovato per uno scivolone sul giaccio. Tutto questo a Limone Piemonte, in provincia di Cuneo.
Marco aveva organizzato un weekend solitario a Limonetto, frazione di Limone dove aveva una casa di vacanza. Ma domenica era atteso per pranzo dai familiari che vivono a Ventimiglia. Giuliana, la sua compagna di vita e di lavoro (gestivano assieme un’impresa edile specializzata in sicurezza autostradale), non vedendolo arrivare ha dato l’allarme.
I carabinieri che sono andati a cercarlo a casa hanno trovato le valigie già pronte all’ingresso, le stanze chiuse, l’auto parcheggiata lì vicino. E hanno ipotizzato la dinamica più probabile.
Marco deve aver preparato tutto per partire ma prima di mettersi al volante avrà pensato di portare Leon a fare una passeggiata lungo uno dei sentieri che partono dalla sua frazione.
E infatti lo hanno poi ritrovato a circa mezz’ora da casa. Gli è stato fatale il ghiaccio che si è formato nei giorni scorsi anche a bassa quota. Proprio perchè l’intenzione era quella di una passeggiata facile, Marco non aveva addosso nessuna delle attrezzature antighiaccio che usava in montagna da escursionista esperto quale era.
È scivolato per circa duecento metri, non ha avuto scampo.
Leon deve aver piantato le unghie nel ghiaccio per raggiungere il corpo senza ferirsi.
Quando gli uomini del Soccorso Alpino Piemonte e della Guardia di Finanza hanno individuato i suoi occhi era quasi mezzanotte di domenica. Il cane non ha nemmeno abbaiato, solo qualche lamento «che sembrava quasi un pianto», per dirla con i soccorritori.
Si è lasciato accarezzare, gli hanno parlato con dolcezza mentre le sue pupille luccicanti nella notte seguivano le operazioni per riportare sul sentiero il corpo di Marco Scrimaglio, l’umano della sua vita.
Ha seguito a testa bassa quella specie di corteo funebre fino a quando la salma non è partita per l’obitorio.
Marco non si muoveva mai senza Leon, lo portava con sè anche quando il sentiero era ben più impegnativo di quello affrontato per l’ultima volta. Era un appassionato di montagna e a Limonetto non c’è persona che non lo conoscesse, anche perchè – nonostante vivesse a Ventimiglia – da un paio d’anni era attivo nella Pro Loco di cui era tesoriere.
Era anche un delegato, per la provincia di Imperia, della Federazione italiana sport invernali. Insomma, non uno sprovveduto.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
CHE SI PAGHINO 48.000 EURO PER UN ALBERO DI NATALE IN QUELLE CONDIZIONI E’ DIVENTATA LA BARZELLETTA DEI MEDIA NEL MONDO
«Hanno ammazzato Spelacchio, Spelacchio è vivo»: l’ennesima troupe televisiva
presentatasi a Piazza Venezia per un servizio sull’albero di Natale della Giunta Raggi ieri è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Mentre i media di mezzo mondo, complice anche lo svuotamento di notizie del periodo natalizio, si concentra sull’albero della Val di Fiemme — Russia Today l’ha battezzato “toilet brush” — il Comune di Roma “ammette” che Spelacchio è morto e fa sapere che partirà un’indagine per accertare le responsabilità del decesso prematuro.
Secondo il dipartimento Ambiente del Comune, quello di «Spelacchio» è un destino comprensibile: «Da sempre gli alberi di Natale sono recisi e dopo le feste vanno buttati. Nessuno è mai stato ripiantato. Trasportarli con le radici comporterebbe costi spropositati e l’utilizzo di un macchinario speciale che si trova in Germania».
Nel caso specifico dell’abete rosso addobbato in queste festività 2017, «una pianta certificata Fsc (di origine sostenibile) continuano dal dipartimento capitolino — andava abbattuta per consentire la manutenzione del bosco, perchè era diventato troppo fitto».
Dall’altra parte c’è la versione del Trentino, che è ovviamente lontana da quella del Campidoglio: «Come tutti gli anni l’abete è stato tagliato, legato, trasportato, una volta sulla piazza è stato slegato e addobbato — ha spiegato al Corriere Roma Stefano Cattoi dell’Ufficio tecnico forestale della Magnifica comunità di Fiemme -. Noi non puntiamo il dito contro nessuno ma qualcosa a quell’albero è successo. È evidente. Ha subito uno stress troppo grande. In genere in quelle condizioni, come è sempre successo, un abete rosso resiste tranquillamente un mese, un mese e mezzo. E invece questa volta…».
Per questo c’è chi in Campidoglio vuole fare chiarezza. La sindaca ha chiesto ai tecnici comunali un rapporto sull’accaduto, per cercare di accertare le eventuali responsabilità . Qualche punto fermo, gli “007” del Dipartimento Ambiente, lo hanno già stabilito.
Per esempio è stato accertato che l’abete di 22 metri in Trentino era perfettamente sano, come dimostrano le varie schede tecniche vagliate alla vigilia del trasporto dagli esperti del Campidoglio. E anche le fotografie scattate prima che iniziasse il viaggio verso la Capitale mostrano un albero in piena salute.
Qui, spiega il Messaggero, dev’essere avvenuto il fattaccio: secondo le prime ricostruzioni del Comune, lungo il viaggio sarebbe stato coperto solo parzialmente, lasciando la chioma senza protezione. E per questo il grosso delle foglie sarebbe poi venuto giù.
Se così fosse, Palazzo Senatorio potrebbe davvero chiedere di applicare una penale alla ditta che si è occupata del trasporto e del montaggio, al prezzo di 48mila euro (tre volte tanto rispetto all’anno passato).
All’origine di tutto questo caso, anche se molti fanno finta di nulla, c’è The Dark Side of Spelacchio.
Ovvero il fatto che l’amministrazione, quella che “fa le gare e per questo si va lenti” secondo Virginia Raggi, ha fatto un affidamento diretto per l’albero.
L’abete avrebbe dovuto essere posizionato in Piazza Venezia appena venti giorni dopo, il 1 dicembre. Motivo per cui nella determina era prevista la possibilità di procedere d’urgenza con una procedura di affidamento diretto senza gara.
Cosa che pare essere puntualmente avvenuta.
Il giorno successivo alla determina che prevedeva l’indizione della gara è stata avviata la procedura di Trattativa Diretta che ha poi consentito l’affidamento all’Impresa “ECOFAST SISTEMA S.r.l.” del “Servizio di ritiro, trasporto eccezionale, posizionamento di n. 1 abete di 20/22metri circa per il Natale 2017 da collocare a Roma — Piazza Venezia, comprensivo di rimozione e smaltimento al termine delle festività natalizie”. Importo dei lavori: 39.899,24 IVA esclusa.
Curiosamente sotto la soglia dei 40mila euro che per legge obbligherebbero il Comune a indire una gara pubblica.
Non che per il M5S questa sia una novità , visto che qualche tempo fa nell’XI Municipio lavori per un importo complessivo pari a 270mila euro vennero affidati opportunamente frazionando gli importi in contratti di 39.900 euro per rimanere sotto la soglia dei 40 mila euro che permette di poter affidare i lavori senza gara.
A rendere ancora più interessanti le cose c’è il fatto che anche lo scorso anno fu proprio la ECOFAST ad aggiudicarsi l’affidamento per il servizio di allestimento e ritiro dell’albero di Piazza Venezia.
Anche l’anno scorso il Comune a 5 Stelle ha indetto con un certo ritardo (il 10 novembre) la gara. Gara che andò deserta e così il 25 novembre 2016 Roma Capitale si vide costretta dall’urgenza ad affidare il servizio alla ECOFAST.
Ancora una volta procedura di affidamento diretto (perfettamente legale e legittima) e senza gara d’appalto.
Senza nulla togliere alla competenza dell’azienda la decisione di ricorrere a quelli che i 5 Stelle a parti invertite chiamerebbero “i soliti noti” non è certo il segnale della “chiusura della mangiatoia”. Anche perchè dopo aver visto le condizioni dell’albero alla partenza dal Trentino c’è chi ha sollevato il dubbio che il trasporto non sia stato svolto correttamente.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’ALBERO ERA PARTITO IN BUONE CONDIZIONI: GLI ESPERTI DELLA VAL DI FIEMME ACCUSANO LA DITTA A CUI IL COMUNE DI ROMA HA AFFIDATO ILTRASPORTO SENZA GARA
“È morto”. Il Comune ha dato il triste annuncio: Spelacchio non ce l’ha fatta a sopravvivere con la sua enorme forza per giungere verde a Natale. È seccato prima.
La sua storia è difficile da raccontare perchè si rischia di inciampare sulle parole.
“L’abete rosso – spiega Ilario Cavada, esperto della Magnifica Comunità della Valle di Fiemme che ha fornito alla Capitale l’albero di Natale – è partito da noi già morto, nel senso che come prassi gli sono state tagliate le radici essendo impossibile altrimenti il trasporto”.
“Pur essendo di fatto morto – prosegue Cavada – l’albero è in grado di restare rigoglioso per un mese e mezzo o due, come sempre avvenuto, garantendo lo scopo estetico per cui è stato messo in Piazza Venezia”.
§Ma qualcosa non ha funzionato, se il gigantesco albero è seccato prematuramente, dopo appena poche settimane, e soprattutto prima di Natale.
“Quando è partito dalle nostre valli – spiega ancora Cavada – era in ottime condizioni, come dimostrato dalle foto. Qui è stato legato correttamente, una manovra necessaria per farlo entrare in un autoarticolato. Escludo che sia seccato così in fretta per colpa del freddo, o, come detto da qualcuno, perchè avvelenato perchè non ci sono evidenti sintomi per avvalorare questa ipotesi”.
“Quello che è successo – continua l’esperto – è che sia stata eseguita non correttamente l’operazione di slegatura della pianta una volta arrivata a Roma, procedura, questa, di estrema delicatezza perchè c’è il rischio di rottura dei rami. Ecco, a mio giudizio, e senza accusare nessuno, la causa di quel che è successo va ricercata in questa fase”.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE IL LEADER LEGHISTA CONTINUA A STRAPARLARE E PERDERE VOTI, SI CONSOLIDA L’ASSE TRA FORZA ITALIA E FDI
Che i rapporti tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, dopo lo stop alla legge Molteni,
siano tesi è cosa nota.
Ma il gelo è calato nelle ultime settimane anche tra il segretario della Lega e Giorgia Meloni, un tempo uniti nel cosiddetto fronte lepenista italiano.
Tutto è iniziato a ottobre con lo schiaffo della leader di Fratelli d’Italia ai referendum autonomisti di Lombardia e Veneto. Polemica ancora aperta.
C’è stato poi il siluro della Meloni e soprattutto di Ignazio La Russa a Salvini con l’esclusione della Lega dalla giunta regionale siciliana guidata da Nello Musumeci, nonostante alle elezioni si fossero presentati con una lista unitaria che ha superato il 5%.
Il Carroccio ha poi risposto con l’accordo politico-elettorale con i sovranisti di Gianni Alemanno e Francesco Storace andando così a pescare direttamente tra gli ex Alleanza Nazionale (eclatante il passaggio del pugliese Fabrizio Tatarella, nipote di Pinuccio, alla Lega), mossa che non è piaciuta affatto ai vertici di Fdi e che è stata letta come un affronto diretto soprattutto al Sud. Non solo.
Altro punto di scontro sono le prossime elezioni Regionali. La Meloni non ha gradito l’endorsement di Salvini a Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice auto-candidatosi alla presidenza della Regione Lazio.
“Dove noi siamo più forti (Lazio, ndr) arrivano e sostengono un candidato senza averci prima consultato”, spiegano da Fdi. “E’ come se noi in Lombardia sostenessimo il signor Rossi di turno contro Maroni”.
C’è da dire comunque che la partita delle Regionali potrebbe chiudersi con l’ok di tutta la coalizione a Massimiliano Fedriga in Friuli Venezia Giulia e con il ritiro di Pirozzi e il sostegno anche della Lega alla candidatura dell’azzurro Maurizio Gasparri nel Lazio.
La Meloni accusa Salvini, dietro le quinte, anche di “rubare” il programma a Fratelli d’Italia.
Un esempio su tutti? Il sostegno alla natalità , argomento storico della destra italiana e ora, guarda caso, anche della Lega, affermano da Fdi.
Insomma, per tutti questi motivi i rapporti tra Salvini e la Meloni non sono mai stati così freddi, tanto che la leader di Fratelli d’Italia avrebbe invece riallacciato un rapporto stretto con Berlusconi (si sentono costantemente al telefono) proprio in chiave anti-Lega.
Se consideriamo poi la nascente ‘quarta gamba’ del Centrodestra con l’ex Cavaliere regista, Salvini in questa fase è davvero isolato.
(da “Affari Italiani”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
LA STESSA AZIENDA DIETRO ALTRI CASI: LA VERGOGNA DEL COMUNE DI ROMA CHE HA PAGATO 48.000 EURO PER UN TRASFERIMENTO RIVELATOSI INADEGUATO
Alla fine, dopo tante polemiche e sfottò, il Comune di Roma ha dato il triste annuncio: Spelacchio è morto, o quasi.
Al massimo riuscirà a sopravvivere fino alla fine delle festività , mascherando sotto gli addobbi, la sua sofferenza.
Il triste destino dell’albero di Natale che l’amministrazione Raggi ha posizionato in piazza Venezia a Roma, appare ormai segnato.
Brutto, secco e pure morto ammazzato: la parabola di Spelacchio assume sempre più i contorni di un giallo.
Di chi è la colpa? Nel botta e risposta tra il Campidoglio e i fornitori della Val di Fiemme, che da oltre 10 anni fornisce alla città gli alberi di Natale, spunta un terzo attore: la Ecofast Sistema srl, la società che si è occupata del trasporto e che al momento tace.
L’aspetto scarno dell’albero infatti non è certo dovuto alla sua natura. Si diceva fosse un larice e per questo più spoglio ma è falso: Spelacchio è un abete rosso.
E non è vero che soffre perchè ha poche radici: non ne ha proprio, è stato tagliato dal momento che non si può estirpare un albero così grande.
Non è vero neppure che la Val di Fiemme ha rifilato Spelacchio a Roma perchè era brutto e le faceva fare brutta figura: l’albero in partenza era bellissimo, ha perso le foglie forse per il trasporto inadeguato, forse perchè stressato per la siccità .
Secondo la Pefc, l’associazione italiana che certifica la gestione sostenibile delle foreste, “l’albero presenta oggettivamente dei traumi, tuttavia è necessario fare chiarezza su alcuni elementi e caratteristiche della pianta, per evitare di semplificare un tema delicato come quello della cura degli alberi e della gestione sostenibile delle foreste di provenienza”.
Occorre dunque fare chiarezza per capire chi ha ucciso Spelacchio. Sul banco degli imputati c’è la Ecofast Sistema, la ditta che si è occupata del trasporto dalla Val di Fiemme a piazza Venezia e della sua istallazione.
Ma anche il Comune di Roma che per quel trasferimento, considerato dagli esperti la causa del tracollo dell’albero, ha pagato ben 48 mila euro.
Scrive il Corriere della Sera che secondo il contratto infatti il Campidoglio sarebbe dovuto intervenire entro 24 ore, ma ciò non è accaduto, senza contare che la stessa ditta è incaricata della cura di altre tre aree verdi: Gianicolo, Balduina e Castel Sant’Angelo, che per la verità tanto verdi non sembrano.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IN CASO DI REFERENDUM HA DETTO CHE VOTEREBBE PER USCIRE DALL’EURO, MA SPERA DI NON ARRIVARCI
Due settimane fa la deputata pentastellata Laura Castelli ha fatto scena muta alla
domanda su cosa voterebbe in caso di referendum per l’uscita dall’euro. In prima battuta la Castelli aveva detto “non si dice” e poi aveva corretto il tiro dicendo “non lo so”.
È però impensabile che i rappresentanti e i portavoce di un partito che da anni cavalca il tema dell’uscita dalla moneta unica non vogliano dire in modo chiaro cosa voteranno e come vorrebbero gestire l’uscita dall’euro.
Oggi durante un’intervista a L’Aria che Tira su La 7 Di Maio ha finalmente fatto chiarezza su quale sarà la posizione del MoVimento 5 Stelle in caso di eventuale referendum.
Secondo Di Maio «se dovessimo arrivare al referendum sull’uscita dall’euro, che per me è l’extrema ratio, è chiaro che sarei per l’uscita perchè vorrebbe dire che l’Europa non ci avrebbe ascoltato su nulla, ma prima proverei a ottenere risultati andando in Europa».
Qualche tempo fa infatti il leader pentastellato se ne era uscito con la brillante idea di usare la minaccia del referendum come arma finale una volta seduto al tavolo delle trattative con i partner europei.
Ma il piano di Di Maio è destinato a fallire miseramente. Non tanto perchè non potremo uscire dall’euro quanto per quello che succederà in attesa dell’addio alla moneta unica.
Come è noto infatti nel nostro Paese non è possibile indire referendum consultivo.
Per renderlo possibile il M5S ha già spiegato che interverrà con una legge costituzionale.
Un percorso che non è esente da insidie.
La nostra Costituzione prevede infatti che per evitare un referendum popolare confermativo l’eventuale riforma costituzionale dei 5 Stelle debba essere approvata da almeno i due terzi dei componenti di entrambe le Camere.
In caso contrario la legge di modifica costituzionale che introduce il referendum consultivo sarà a sua volta essere sottoposta a referendum.
Anche in quel caso però l’uscita dall’euro non sarà automatica perchè il Parlamento dovrà votare l’abrogazione della legge che ratifica il trattato di adesione all’euro.
Tutto questo procedimento richiede tempo, tempo che come nel più famoso dei proverbi è denaro.
E il denaro in questo caso sono i soldi degli italiani.
Secondo Di Maio il referendum sarà l’extrema ratio. Ma l’arma referendaria, fino a che il governo italiano non ne creerà le condizioni, sarà inevitabilmente spuntata.
Il candidato Premier del M5S crede probabilmente che sia sufficiente “andare in Europa” a dire che se non otterrà quello che vuole verrà indetto il referendum. Ma in Europa sanno benissimo che fino a che non sarà possibile indirlo quello di Di Maio sarà un bluff.
Il M5S ritiene che in sede europea sia sufficiente ricordare — come ha detto Di Maio a Myrta Merlino — che “siamo noi, l’Europa, siamo la seconda forza manifatturiera d’Europa, siamo un paese fondatore”.
Il problema è che in Europa si decide democraticamente, e la storia “gloriosa” del nostro Paese conta poco.
Conta più la capacità di saper convincere gli interlocutori.
Non si capisce quanto sia chiaro a Di Maio (e ai suoi elettori) che quella dell’uscita dall’euro non è una minaccia da fare a cuor leggero.
Anche solo parlare di referendum per uscire dall’euro può essere molto rischioso. Come la prenderebbero i mercati?
Se i sondaggi dovessero riportare una maggioranza stabile per la permanenza nell’euro, sui mercati non succederebbe nulla. Viceversa se i Sì fossero in vantaggio ci sarebbe un rialzo dello spread che andrebbe a colpire i titoli di debito italiani, i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle e il governo troverebbe deserte le aste, con conseguente difficoltà nell’erogare stipendi e servizi (anche se va detto che il Tesoro ha sinora accumulato ingenti riserve che potrebbero essere usate per tamponare la situazione).
Stefano Fassina ha ricordato a Di Mio che «il referendum consultivo e’ impraticabile per evidenti ragioni pratiche: la fuga di capitali dall’Italia e l’impennata degli spreads sui nostri titoli di Stato al solo annuncio di volerlo celebrare. Quindi per poter votare, sin dalle prime voci di voler procedere, sarebbe necessario bloccare i movimenti di capitali, razionare accesso ai depositi bancari, rinviare emissione di Titoli di Stato e spese pubbliche».
Infine c’è un piccolo dettaglio.
Qualche giorno fa Di Maio ha detto di voler mantenere il bonus da 80 euro.
Secondo il M5S però il bonus era una sorta di “contropartita” ottenuta da Renzi in sede europea.
Come farà Di Maio a chiederlo ancora all’Europa (ovviamente non è così ma i 5 Stelle la pensano in questo modo) e al tempo stesso minacciare di uscire dall’euro?
(da “NetxQuotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
RICONOSCIMENTO PER IL SUO IMPEGNO QUOTIDIANO NEL SOCCORSO DEI BAMBINI
Il premio è meritato sul campo. Anzi, in cielo.
Dove gli uomini dell’Aeronautica militare italiana volano ogni per molte ore solo per portare a termine la più speciale delle missioni.
Non per difendere i confini o attaccare qualche nemico minaccioso, ma per portare in salvo tanti bambini.
Piccoli che fanno i conti con le malattie già dalla nascita, che rischiano di morire o che vivono in zone d’Italia dove gli ospedali non sono sufficientemente attrezzati per curare patologie che sui neonati appaiono ancora più ingiuste. Ogni volta che un bambino ha bisogno di essere salvato, i militari dell’Aeronautica sono già pronti. Il loro aereo è in pista 24 ore su 24: decolla da Ciampino e nel minor tempo possibile arriva in ogni angolo d’Italia.
Spesso anche all’estero: quando un italiano ha bisogno di cure urgenti e ci sono migranti che rischiano la vita per inseguire il sogno di una vita lontano dalla guerra o quando c’è un italiano che ha bisogno di cure urgenti.
Viaggi disperati ma quasi sempre salvifici. Ed è anche per questo che proprio all’Aeronautica militare italiana l’Unicef ha consegnato il suo premio. «Per l’altissima professionalità — si legge nella motivazione — e il profondo senso di umana solidarietà nell’individuare e soccorrere i migranti in pericolo, riducendo i rischi, che talvolta si tramutano in tragici episodi, soprattutto per i più piccoli e indifesi».
Il lavoro delle squadre dell’Arma azzurra è costante, giorno e notte. Ogni giorno dell’anno. Perchè le chiamate arrivano all’improvviso e da quel momento in poi non c’è più un secondo da perdere. Con una motivazione che è sempre fortissima: salvare un bambino vale più che vincere una guerra. Senza portare a casa una medaglia.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
UN ANNO E MEZZO FA DICEVA CHE NON AVREBBE MAI APPROVATO L’ATTUALE PROGETTO, ORA HA DATO L’OK ALL’OPERAZIONE
L’alternativa è Chiara, la risposta è continuità . 
Se si parla di Urbanistica a Torino si fa davvero fatica a distinguere tra le scelte compiute dalle tanto vituperate “precedenti amministrazioni” e quella a 5 Stelle guidata da Chiara Appendino.
Per ora la differenza sostanziale si riduce alla volontà di voler utilizzare gli oneri di urbanizzazione per fare cassa.
La Appendino — nonostante le promesse fatte in campagna elettorale — lo fa, quelli “di prima” no. Un altro avvincente capitolo della saga a 5 Stelle è la decisione della giunta torinese di avallare il progetto per il nuovo polo sanitario di Torino. Un progetto che in campagna elettorale alla Appendino non piaceva.
Le colate di cemento della Appendino, a partire dal progetto sulla ex-Westinghouse che quando era all’opposizione il M5S contestava duramente, stanno diventando una costante della nuova Amministrazione comunale.
Come è ormai diventata una costante il fatto che la Appendino si rimangia, nei fatti, le promesse fatte durante la campagna elettorale.
Il caso del Parco della Salute che sorgerà su un’area di oltre 300mila metri quadri dove sorge la ex Fiat Avio è emblematico in questo senso.
Nel 2016, durante un faccia a faccia con Piero Fassino la Appendino disse che «la Città della Salute è certamente importante. Noi crediamo però che debba essere fatto con risorse pubbliche, non ci piace l’idea dell’intervento privato. Vediamo in maniera positiva il progetto iniziale, il Masterplan del 2011, che va a riqualificare una area già esistente e dà una risposta più nell’immediato e vede solo il finanziamento pubblico». Insomma per il MoVimento 5 Stelle il progetto si poteva fare a basso costo. E soprattutto senza il coinvolgimento di investitori privati.
La musica iniziò presto a cambiare: una volta eletta la Appendino (che polemizzò sul Parco della Salute con Maria Elena Boschi) iniziò a fare delle aperture al progetto della Regione per far perdere alla città i 250 milioni di euro del finanziamento.
Ad ottobre 2016 la giunta approvò la variante urbanistica al Piano Regolatore mentre il 15 novembre 2017 la Città di Torino, la Regione Piemonte, la Città della Salute e della Scienza di Torino, Università , FS Sistemi Urbani e FS Italiane Spa hanno sottoscritto l’accordo di programma inerente il maxi-polo sanitario.
Accordo che è stato ratificato dal Consiglio Comunale qualche giorno fa. Il Comune ha quindi abbandonato l’idea di “tornare al Masterplan del 2011”. Se si rifacesse oggi quel confronto tra Fassino e Appendino i due direbbero le stesse cose e forse l’alternativa non sembrerebbe poi così chiara.
In consiglio comunale il vicesindaco e assessore all’Urbanistica Guido Montanari ha spiegato che «si tratta di un’operazione di grande portata urbanistica, importante per il riordino di una vasta porzione di territorio nel quartiere Lingotto e Nizza Millefonti.
Al fine di creare un elevato livello di qualità urbana è nostra intenzione impegnarci a garantire una presenza significativa di spazi verdi in piena terra a fronte dell’Oval e del Lingotto sud, e connessioni verdi tra via Nizza e il collegamento con la stazione Lingotto». Durante il voto la Presidente della Commissione Sanità Deborah Montalbano (M5S) è uscita dall’Aula.
La cosa interessante è che il M5S in Regione si è sempre opposto al progetto della costruzione della nuova città della salute di Torino così come concepita dalla Giunta Chiamparino.
Secondo il consigliere regionale Davide Bono “l’amministrazione di Torino fa quello che può per cercare di salvare il salvabile”. Bono su Facebook ha ribadito di essere “seriamente preoccupato dalle scelte del PD sui nuovi ospedali”. Dimenticando però che nel caso del Parco della Salute di Torino quelle scelte sono state avallate da una giunta a 5 Stelle.
Frasi di circostanza che sembrano a loro volta voler “salvare il salvabile” ovvero la faccia dell’amministrazione pentastellata torinese. Di fatto la la Città ha rinunciato al proprio ruolo di indirizzo e programmazione nel campo della riorganizzazione sanitaria e urbanistica.
Come ha fatto notare in Consiglio Eleonora Artesio di Torino in Comune «Appendino in campagna elettorale dichiarava: “la città della salute si farà , cercheremo con Governo e Regione di trovare la migliore soluzione per la salute dei torinesi”. Oggi il vicesindaco afferma che la programmazione sanitaria non compete al Comune: è una sciocchezza». Ed è tutta qui l’alternativa Chiara di Chiara Appendino.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
APPENA 149.000 LE RICHIESTE DI ASILO PENDENTI, PERCENTUALI INFERIORI AD ALTRI PAESI EUROPEI, EPPURE 4 TITOLI SUI MEDIA SU 10 CREANO VOLUTAMENTE ANSIA
Quanti migranti ci sono oggi in Italia? C’è davvero un’invasione, un tentativo di sostituzione etnica in corso, come dice il leader della Lega Matteo Salvini?
Rispondiamo con un’immagine: stando agli ultimi dati disponibili, a settembre l’Italia aveva poco meno di 149mila richieste d’asilo pendenti; a dicembre dello scorso anno i rifugiati, ovvero i cittadini stranieri a cui lo Stato aveva già riconosciuto una forma di protezione, erano 147mila.
In totale parliamo di meno di 300mila persone, pari allo 0,5% della popolazione. Un gruppo che da solo non riempirebbe nemmeno il Circo Massimo di Roma.
Certo, negli ultimi 10 anni l’immigrazione verso l’Italia è aumentata, ma rispetto ad altri paesi europei — come Germania, Spagna e Regno Unito (la Francia ha una percentuale di stranieri inferiore alla nostra perchè i figli degli immigrati sono considerati cittadini francesi) — i numeri sono ancora contenuti.
Insomma, parlare di invasione e sostituzione etnica è fuori luogo.
Eppure, come si legge nel quinto rapporto sulla rappresentazione del fenomeno migratorio, realizzato dall’associazione Carta di Roma, “nel 2017 si registra, di nuovo, un significativo incremento dei toni allarmistici sui media: i titoli sull’immigrazione sono ancora ampiamente caratterizzati da un linguaggio emergenziale […] e quattro titoli/notizie su 10 hanno un potenziale ansiogeno”.
Il risultato di questa narrazione, scrive il presidente dell’associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, è quello di “consolidare l’idea che l’immigrazione, e gli immigrati, non sono un fatto strutturale, che va governato, ma, appunto, una permanente emergenza, che va fermata. Si rafforza così il senso comune dei pregiudizi e si concima il terreno su cui germoglia la mala pianta degli stereotipi xenofobi e dell’hate speech” (il discorso che incita anche all’odio razziale).
Un terreno che già oggi è molto fertile.
Nel 2014 l’Italia si piazzò prima nell’indice di ignoranza Ipsos-Mori: gli italiani coinvolti nel sondaggio dimostrarono di credere all’allarme “invasione”, sovrastimando la presenza di immigrati e musulmani.
In questi anni la posizione del nostro paese è migliorata, ma la retorica allarmistica continua a fare breccia nell’immaginario collettivo e a generare una visione falsata della realtà .
Molti intervistati hanno sovrastimato il numero di stranieri (immigrati di lungo corso, rifugiati e richiedenti asilo) e di musulmani presenti nel nostro paese e sottostimato l’apporto che gli immigrati danno alla nostra economia versando tasse e contributi.
Il problema del divario tra realtà e percezione del fenomeno migratorio, ovviamente, non riguarda solo l’Italia: secondo l’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa con sede a Vienna, “si tratta di un fenomeno preoccupante e sempre più diffuso, che offre un’immagine falsata del fenomeno migratorio. I migranti — scrive l’Osce in una nota inviata a Business Insider Italia — danno un grande contributo alla prosperità globale, inviando ogni anno 583 miliardi di dollari nei loro paesi di origine. Per cogliere le opportunità legate all’immigrazione è necessario creare dei canali regolari e sicuri, cosa di cui si sta discutendo a livello internazionale nei negoziati in corso alle Nazioni Unite, per l’adozione di un patto globale per una migrazione ordinata e legale”.
(da agenzie)
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