Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI E’ NERVOSO PERCHE’, CROLLANDO NEI SONDAGGI, NON PUO’ PIU’ CHIEDERE IL 70% DEL COLLEGI AL NORD… E SILVIO HA BUON GIOCO A FARE IL PADRE DELLA PATRIA
A guardarli superficialmente, Berlusconi e Salvini sembrano i capponi di Renzo “che tanto s’ingegnavano a beccarsi”.
Ma mentre i pollastri del Manzoni litigavano inconsapevoli della triste fine che li attendeva, a giudicare dai sondaggi altri protagonisti della politica sarebbero destinati a finire spennati.
Perchè allora i promessi sposi del centrodestra s’azzuffano? In realtà è soprattutto Salvini a beccare Berlusconi, ad accusarlo d’eresia su questa e quella proposta di legge o addirittura d’intelligenza col nemico, quando il Cavaliere scopre l’acqua calda dicendo che se dalle elezioni di marzo non uscisse una maggioranza, Gentiloni dovrebbe restare al governo per i mesi necessari a bandire la successiva campagna elettorale.
Berlusconi incassa senza reagire, dice che Matteo è un bravo ragazzo, impulsivo ma alla fine ragionevole, come ha spiegato ad Angela Merkel spaventata come altri leader per una possibile presa di potere da parte del M5S.
E tira dritto sulla strada che si è imposto: un Padre della Patria ottuagenario che non alza la voce, ha smesso di polemizzare con i “comunisti” e vorrebbe portare tranquillamente per la quarta volta in 24 anni i moderati al governo.
I motivi di inquietudine di Salvini un fondamento tuttavia lo hanno.
Fino a qualche settimana fa, la Lega era più forte di Forza Italia e Salvini si era illuso di poter fare man bassa dei collegi vincenti. Chi conosce le campagne elettorali del Cavaliere tuttavia non si meraviglia del suo recupero e mette perfino nel conto che al momento di formare le liste a fine gennaio il suo vantaggio attuale di un paio di punti possa crescere.
Di qui una diversa ripartizione dei collegi, nei quali occorre far posto alla strategica “quarta gamba” centrista e forse dare qualcosa in più a una Meloni in crescita.
Il secondo motivo d’inquietudine per Salvini è il dopo elezioni.
Il centrodestra potrà avvicinarsi molto al 40 per cento dei voti, ma non è facile aggiungervi una combinazione di seggi che gli garantisca la maggioranza assoluta. Quando ho chiesto a Berlusconi perchè non attacchi mai il Pd, la risposta è stata «perchè è troppo debole per essere un mio competitore».
In realtà il Cavaliere, con il presumibile assenso del Quirinale, vuole dare la sua disponibilità a una pausa istituzionale se la situazione fosse particolarmente intricata. L’Italia ha bisogno di una scossa e solo un governo forte può dargliela. Berlusconi e Salvini non aspettano altro.
Ma se i numeri fossero bloccati, meglio spolverare i bicchieri che distruggere la cristalleria.
Bruno Vespa
(da “Quotidiano.net“)
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Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
“CAMBIO CASACCA E’ DENIGRATORIO, PROPORREI CAMBIO DI CANOTTIERA”
Un record difficile da battere. Luigi Compagna, 69 anni, è il re dei cambi di casacca in
Parlamento.
Eletto nell’allora Pdl, ha aderito poi al gruppo Misto, per poi passare a Gal, quindi ad Ap, tornare a Gal, ripassare in Ap, rientrare ancora in Gal, migrare a Cor (area di Raffaele Fitto), ripassare al gruppo Misto e infine approdare a Idea (formazione di Gaetano Quagliariello). Dieci passaggi che il senatore in una breve intervista al Messaggero spiega dicendo di essere stato “sempre coerente”:
“Nell’espressione cambio casacca c’è qualcosa di denigratorio. Io proporrei cambio di canottiera, poichè non son le magliette dei partiti veri che tra l’altro ho l’impressione non esistano più. In Parlamento una settimana sì e una no si vota la fiducia. I miei cambi di schieramento sono sempre stati all’interno del centrodestra, mai fatta una trasmigrazione dall’opposizione al Governo” […] “Mi dispiace per le banalità che si dicono, il principio non è la competenza, ma la rappresentanza. Se Compagna votasse per Renzi, dovrebbe essere sostituito”
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
IL MITICO DUO DELLA MOSSA DEL CAVALLO RIPARTE DA UNA SALA SEMIVUOTA
Alla fine La Mossa del Cavallo ha portato a una “Lista del Popolo” per la Costituzione.
Nella sala semi vuota dell’auditorium di via dei Frentani (teatro romano di tante costituenti della sinistra) Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia hanno dato via a un’altra gioiosa macchina da guerra che tremare il mondo farà , stavolta persino in diretta streaming.
“La Lista del Popolo appartiene a TUTTO il Popolo che ha come faro la Costituzione del 1948. Nessun partito, nessuna zavorra. Riprendiamoci la Sovranità !!!”, diceva la presentazione. Tommaso Rodano, che ha seguito per Il Fatto la presentazione, racconta che la platea che battezza la “Lista del popolo per la costituzione” è poco numerosa ma piuttosto variopinta. Molti dei presenti sono sovranisti. Ma sovranisti democratici, non nazionalisti.
“Non siamo degli eroi ma siamo coraggiosi. Siamo contro il sistema, un sistema politico-finanziario corrotto e mafioso. Contro il sistema dei partiti, tutti, che hanno paura di noi. Siamo gli unici a dire No all’Unione europea, alla Nato, alle lobby finanziarie e bancarie che dominano le nostre vite e affamano noi come popolo. Con audacia affrontiamo l’ultima battaglia dell’ultimo samurai, sull’ultima spiaggia”.
Ingroia e Chiesa tornano così alla ribalta per offrire un’alternativa politica che non sarà — giura l’ex magistrato — vicina a Rivoluzione Civile, il cui flop di cinque anni fa ancora brucia.
Quello era dipeso dai troppi politici che avevano tanta claque ma pochi voti coinvolti nel progetto. Qui sarà il popolo a incoronare l’esperienza dei due animatori della Lista del Popolo per la Costituzione.
E nel simbolo il cavallo ricorda quella Mossa del Cavallo da cui i due erano partiti. Chissà se arriveranno davvero da qualche parte.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
MANCA UN ATTO DEL COMUNE PER LA VARIAZIONE LAVORI, IL CAMPIDOGLIO TACE DA 5 MESI
La metro C a Roma è ferma e il Comune fa finta di niente. 
Ieri si è scoperto che da fine luglio che il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha sollecitato Virginia Raggi ad autorizzare la rimodulazione delle risorse all’interno del quadro economico per la costruzione della metro C, già a suo tempo approvato per consentire il completamento dei lavori sino al Colosseo.
E sono cinque mesi che dal Campidoglio tutto tace. Lo Stato, che finanzia l’opera per il 70%, attraverso il ministero delle Infrastrutture ha detto sì; idem la Regione; da Palazzo Senatorio invece nessuna risposta.
Al pre-consiglio del CIPE convocato mercoledì pomeriggio al dicastero di Via XX Settembre per mettere a punto l’ordine del giorno della riunione che il Comitato interministeriale svolgerà tra Natale e Capodanno – l’ultima prima dello scioglimento delle Camere – l’aggiornamento del quadro economico relativo alla terza linea metropolitana di Roma è stata espunta dagli argomenti in discussione.
Per procedere è necessario l’ok di tutti e tre gli enti finanziatori: Per aprire la stazione di San Giovanni occorre completare il collaudo tecnico-amministrativo della linea che parte da Montecompatri. Per ottenerlo, bisogna che il quadro economico sia quello finale, comprensivo di tutti gli aggiustamenti intervenuti in corso d’opera. Ma il Cipe non può varare le modifiche in assenza del via libera del Comune.
Dopo l’articolo di Repubblica che raccontava lo stato dell’arte ieri l’assessora Linda Meleo si è improvvisamente risvegliata dal torpore per dettare una nota alle agenzie di stampa che è un capolavoro di omissioni: “Nessuna paralisi o immobilismo del Campidoglio su Metro C. Quest’Amministrazione ha sottoscritto nero su bianco il suo impegno tramite memoria di Giunta, approvata il 13 dicembre. Con quest’atto abbiamo confermato il valore strategico dell’opera e abbiamo affermato la volontà di procedere alla realizzazione della Linea C, secondo le risorse finanziarie che saranno rese disponibili”, ha detto l’assessora.
Il 13 dicembre è proprio il giorno in cui si è riunito il CIPE a cui gli atti del Comune servivano prima della riunione e non dopo.
Non solo: per l’approvazione non serve una memoria, bensì una delibera. “Come iter amministrativo si prevede anche la presentazione dell’atto all’Assemblea capitolina per approvare impegno di spesa. — ha aggiunto la nota, confermando quindi quanto scritto ieri: l’impegno di spesa non è stato approvato — Vogliamo veder realizzata quest’opera il prima possibile, un’infrastruttura strategica per Roma, e che significhera’ il completamento di una terza linea metropolitana per la Capitale, a garanzia del miglioramento del servizio”.
«Il Campidoglio doveva produrre una delibera di consiglio con un piano pluriennale di attuazione e relativa variazione di bilancio», fanno sapere a Repubblica Roma dal ministero dei Trasporti. «La memoria di giunta non è perciò sufficiente e gli era stato pure detto». Per cui pure la sua trasmissione al Mit, che pure c’è stata, è risultata perfettamente inutile. Non solo: l’Assemblea Capitolina è attualmente impegnata con il bilancio e quindi la variazione non potrà arrivare prima della chiusura dei lavori sui rendiconti. In ritardo per la riunione del CIPE prevista tra Natale e Capodanno.
Per approvare questo atto si andrà quindi alla prossima riunione del CIPE, che probabilmente arriverà dopo le elezioni previste per marzo e quindi quando gli equilibri politici saranno definitivamente cambiati. E il tutto va a inquadrarsi in una situazione già disastrata. Nel corso degli ultimi sette anni la programmazione del trasporto metropolitano non è stata quasi mai rispettata. Inoltre nel periodo gennaio-ottobre 2017 il servizio ha registrato uno scarto negativo del -15%.
Uno dei valori più bassi da quando è iniziato il monitoraggio del servizio della Metro. La regolarità del servizio, uno dei fattori di qualità più importanti, è stato costantemente al di sotto dello standard per la metropolitana. Secondo il rapporto dell’Agenzia a limitare il servizio (fermo restando che l’infrastruttura metropolitana e la produzione sono sottodimensionati rispetto alla popolazione) è il deficit manutentivo del materiale rotabile e degli impianti che limita il parco mezzi utilizzabile. Insomma è la solita storia dei ritardi e delle corse soppresse per “mancanza di materiale“.
I dati parlano da soli: nel 2016, il 45% delle corse perse è dovuto a problemi organizzativi (mancanza personale e adeguamento orario), un dato che è in diminuzione rispetto al 2015 (78%). Aumenta invece la perdita di corse per mancanza di materiale di ricambio (dall’8% al 37%). A differenza di quanto avviene per gli autobus, i guasti incidono marginalmente sulla soppressione delle corse (8%).
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
QUALCUNO AVVISI I CAZZARI ITALIANI CHE ANCORA PARLANO DI ABBANDONARE LA UE
I sudditi di Sua Maestà sembrano far marcia indietro sulla Brexit.
Il 51% degli elettori britannici si dice ora contrario all’addio all’Ue contro il 41% che voterebbe di nuovo per il divorzio: il distacco di 10 punti è il più grande mai registrato dal referendum del 23 giugno 2016.
È quanto emerge da un sondaggio esclusivo commissionato dal quotidiano britannico The Independent alla società demoscopica BMG Research.
Nel disegno di legge sull’uscita dall’Unione europea, il governo di May stabilisce la data della Brexit al 29 marzo 2019.
Una precisazione che non è piaciuta all’opposizione e a diversi parlamentari conservatori che ritengono che fissare una data in anticipo possa indebolire la posizione di Londra nei negoziati con Bruxelles, o addirittura impedire la conclusione di un accordo.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
L’IDEA E’ PARTITA DA UN GRUPPO DI MAMME EGIZIANE CHE FREQUENTANO IL DOPOSCUOLA
Di fatto lo hanno proposto loro: «Possiamo organizzare una merenda con i nostri dolci
tradizionali per scambiarci gli auguri di Natale?».
Loro sono donne egiziane, musulmane, con il velo in testa, mai del tutto a proprio agio al cospetto degli uomini (preti compresi), più disinvolte tra le altre donne.
Madri di bambini che frequentano il doposcuola della parrocchia del Santissimo Redentore, in via Palestrina.
Al pomeriggio si ritrovano, tra le altre mamme, al bar dell’oratorio, vicine ma ancora sedute a tavoli diversi.
Le stesse egiziane si dividono tra islamiche e copte. Però da un paio d’anni, complice il discreto e costante approccio di Monia Mazzotta, studentessa di pedagogia che coordina il doposcuola, è partita la piccola tradizione di un «saluto» collettivo prima delle vacanze di Natale.
«Sono state le donne egiziane a lanciare l’idea di una merenda preparata da loro stesse – racconta – so che ci hanno lavorato un giorno intero».
E venerdì pomeriggio, finita la lezione, piatti mediorientali, venivano offerti con lieve cerimoniosità e accompagnati da un augurio che non ha turbato nessuno: «Buon Natale». Insomma, altro che tenere sotto traccia la festa cristiana per non escludere: «Sterilizzarci non serve – dice don Alessandro Noseda – anzi, le feste sono sempre una bella occasione per raccontarci e per coinvolgere. E può funzionare anche con la fine del Ramadan».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA SICILIA CHE “SARA’ BELLISSIMA” ILLUSTRATA ALL’ARS DA CHI NON VOLEVA TITOLARE L’AEROPORTO DI PUNTA RAISI A FALCONE E BORSELLINO
La detenzione di Marcello Dell’Utri è “inaudita cattiveria”, la commissione Antimafia regionale va rivista, gli stipendi dei dipendenti dell’Ars non si toccano chè “il marxismo ha fallito”.
Così Gianfranco Miccichè, deus ex machina dell’elezione di Nello Musumeci e plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia, ha salutato la sua elezione a presidente dell’assemblea regionale, arrivata dopo una prima giornata di votazioni andata a vuoto e la seconda aperta dal caos in aula per il gesto di un deputato dell’Udc che ha mostrato la sua scheda già votata all’assessore alle Infrastrutture Marco Falcone.
Neanche il tempo di ringraziare i 39 deputati che lo hanno votato, quattro dei quali del Pd, e Miccichè ha dettato l’agenda dalla poltrona sulla quale si era già accomodato nel 2006, quando il governatore era Totò Cuffaro.
Se cinque anni fa, da candidato presidente, aveva detto che era un errore intitolare l’aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino, ai quali bisognava preferire “Archimede o altre figure della scienza, figure positive”, adesso uno degli obiettivi è “modificare” la commissione regionale Antimafia, guidata fino a poche settimane fa proprio da Musumeci, perchè “così com’è non va”, ha spiegato annunciando di aver già chiesto a Claudio Fava la disponibilità a confrontarsi.
Poi ha pregato i giornalisti di non “rovinare” la sua “giornata di felicità ” con domande su Marcello Dell’Utri, difeso a spada tratta: “Nei suoi confronti c’è stata una cattiveria infinita. Sono stato zitto, perchè mi hanno detto che dovevo essere votato ma ora parlo”, afferma Miccichè.
A suo avviso c’è stata “inaudita cattiveria” da parte “di qualcuno che si arroga il diritto di essere Dio” lasciando in carcere il fondatore di Forza Italia.
“Una cosa insopportabile, non umanamente ma istituzionalmente”, aggiunge augurandosi che “questo Paese reagisca ma mi pare difficile”.
Il tutto a neanche ventiquattr’ore dalla requisitoria dei magistrati nel processo Trattativa durante il quale i pm hanno spiegato che “Dell’Utri andò dai boss prima di creare Forza Italia”.
Prima della lunga parentesi sul fondatore del suo partito, che sta scontando una condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa, Miccichè ha parlato di tagli e sprechi che “dovremo continuare ad eliminare, senza inseguire la demagogia“.
Ma i dipendenti dell’Ars possono dormire sonni tranquilli: “Nessuno mi chieda di tagliare gli stipendi”, ha tagliato corto. Il motivo? “Il mondo ha dichiarato da tempo l’insuccesso del marxismo: stipendi tutti uguali non ce ne possono essere, chi merita di più deve guadagnare di più”.
Parlare di criteri di merito all’Ars è un’ottima battuta umoristica.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA FIGLIA DELLA GUARDIA AMBIENTALE DENUNCIA LE BALLE DI MINNITI E COMPANY
«Vedo in televisione uomini in divisa e magistrati italiani che si stringono la mano e
sorridono. Cosa c’è da festeggiare? Igor ha fatto altri morti. I carabinieri avevano detto alla mia famiglia che non poteva essere andato all’estero e invece era in Spagna»: mentre Minniti e Pinotti si complimentano con le forze dell’ordine italiane perchè quelle spagnole hanno preso Igor il Russo, le parole dette a Repubblica da Francesca Verri, figlia di Valerio, la guardia ambientale uccisa l’8 aprile scorso da Norbert Feher, riportano un po’ di realtà nel surreale di questa storia.
Igor, seminascosto lungo la strada provinciale A-226 che collega Mirambel e Cantavieja, due paesini di poche centinaia di anime della comarca di Maestrazgo, era ricercato dalla Guardia Civil per una rapina a un casolare di campagna che risale a dieci giorni fa.
Solo grazie alle impronte digitali, è stato possibile accertare che si trattava proprio di quello stesso “Igor el Ruso” che la stampa spagnola ha definito in queste ore come “l’uomo più ricercato d’Italia dopo i capi della mafia”.
Che Igor il Russo si trovasse in Spagna era un’intuizione non impossibile da avere, visto che ci era stato in altre due occasioni e sembrava conoscere la lingua.
Igor però è stato cercato anche in Croazia, in Austria, in Serbia e in altri paesi: qualche tempo fa la procura di Bologna era stata proprio a Vienna.
Spiega oggi Repubblica:
Per eludere i controlli avrebbe attraversato l’Austria, la Germania e la Francia, un percorso a tappe fino alla Spagna. Un viaggio in autostrada, fatto forse sfruttando la solidarietà di camionisti serbi o slavi, inconsapevoli di quel carico di morte che si sono portati in cabina.
Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Giusi Fasano, racconta che secondo un informatore Igor il Russo aveva preso uno dei pullman che portavano a Lourdes o Medjugorie.
Da una parte gli inquirenti hanno dovuto soprattutto ‘gestire’ la rabbia dei familiari delle vittime. La moglie del barista Davide Fabbri, oltre ad aver lanciato la ‘taglia’ sul killer, è pronta a chiedere i danni allo Stato per il fatto che lo straniero, espulso dal territorio nazionale nel 2015, dopo una condanna per rapine, era ancora in Italia, libero di uccidere. I figli della guardia ecologica Valerio Verri hanno sempre sostenuto, anche con un esposto in Procura, che al padre non doveva essere permesso di pattugliare una zona che il giorno dopo il delitto è stata interdetta.
Non dimentichiamo il tema della collaborazione tra le forze dell’ordine. Che è mancata, sempre secondo i figli di Verri, che hanno citato in questi mesi una nota con cui la Questura di Ferrara diceva di essere stata informata tardi, cioè dopo i due omicidi, che il responsabile potesse essere la stessa persona, cioè il pregiudicato.
Poi c’è la questione della fuga dell’8 aprile: dopo aver ucciso per la seconda volta, Feher fece perdere le proprie tracce scappando a piedi, dopo aver incrociato tre carabinieri in borghese che gli intimarono di fermarsi, ma non fecero ricorso alle armi.
Sul tema è stato aperto un fascicolo, conoscitivo da parte della Procura militare di Verona. Una decisione presa dopo gli articoli che riportavano il verbale dell’intervento dei militari.
La Procura militare di Verona qualche tempo fa ha aperto un fascicolo di indagine per accertare eventuali responsabilità in quanto accaduto alle le 19.45 dell’8 aprile, quando tre militari si trovarono faccia a faccia con Norbert Feher alias Igor Vaclavic:
I tre carabinieri vedono sopraggiungere un mezzo, simile a un Fiorino, corrispondente alla descrizione del furgone del killer. Lo seguono e allertano la centrale operativa di Molinella, con cui rimangono costantemente in contatto. Gli si accostano in una strada di campagna e gli ordinano di scendere dall’auto e di mostrare le mani. Igor, però, mette la retromarcia, percorre 150 metri e si ferma a ridosso del boschetto vicino alla strada. Con tutta calma si dirige nella vegetazione, per poi tornare indietro per prendere uno zaino dimenticato nel furgoncino. Dopodichè si allontana definitivamente. I carabinieri comunicano che “non sembra armato“. E i superiori, per motivazioni che ora la Procura militare vuole chiarire, ordinano ai militari di mantenere la calma, limitarsi a osservare i movimenti del soggetto e aspettare i rinforzi che da lì a poco sarebbero arrivati. Erano le 19.45: secondo quanto riporta Il Giornale i rinforzi sarebbero arrivati solo un’ora e mezza dopo, alle 21.15. Da quella volta Igor non è mai più stato individuato.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
COME FARE POLITICA SPARANDO CIFRE A CASACCIO, TANTO C’E’ SEMPRE QUALCUNO CHE CI CREDE
Si possono risparmiare 12 miliardi di euro tagliando le pensioni sopra i 5000 euro come ha detto il vice presidente della Camera Luigi Di Maio ieri a Radio Anch’io?
Sì. A patto di azzerare, cioè eliminare completamente, oltre 151 mila assegni da almeno 5000 euro lordi, poco meno di 3000 euro netti.
Con un risparmio di circa 12,8 miliardi di euro.
I numeri arrivano dai dati 2015 del casellario centrale dei pensionati, inseriti in un rapporto pubblicato da Itinerari Previdenziali, e mettono in evidenza come l’idea di ottenere un risparmio permanente come quello ipotizzato da Di Maio rischierebbe di coinvolgere una platea di pensionati che proprio “d’oro” non sono.
Non a caso, meno di 24 ore dopo il Movimento 5 Stelle ha puntualizzato che il risparmio “si riferisce a più anni” e “quando parliamo di pensioni d’oro ci riferiamo a pensioni sopra i 5 mila euro nette”.
La pezza dei pentastellati, però, è peggio del buco.
Come mostrano i dati del casellario, il numero di pensioni che si trovano sopra la fascia dei 5000 euro netti, circa 8500 euro lordi, assicurerebbe risparmi di molto inferiori ai 12 miliardi di euro, meno 1,9 miliardi di euro se si sommano gli importi mensili che si trovano sopra gli 8532 euro mensili lordi.
Per un totale di poco meno di 13 mila assegni, quasi l’equivalente di 13 mila persone visto che in questa fascia pochi possono vantare più di una pensione di questo importo.
In meno di sei anni, più di una legislatura, si otterebbe quanto promesso da Di Maio.
Per ottenere questi risparmi non bisognerebbe però portare le pensioni considerate d’oro a un livello considerato accettabile dal Movimento 5 Stelle, quindi al massimo 5000 euro netti, ma addirittura cancellare integralmente l’importo.
Vorrebbe dire non dare più nemmeno un euro a chi incassa queste pensioni.
Inoltre, c’è una differenza sostanziale, ammesso e non concesso di non scontrarsi con la Corte Costituzionale su questo tema – tra immaginare un risparmio annuale e parlare di “più anni”. Significa che il taglio delle pensioni immaginato dai Cinque Stelle sarebbe temporaneo e non permanente.
Così come, di conseguenza, la eventuali nuove misure di spesa ad esso associate.
(da “La Repubblica”)
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