Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
DATI ISTAT, CRESCE LA DISAFFEZIONE
Seggi sempre più vuoti, e sempre meno voglia di partecipare, di informarsi e di parlare di politica.
In Italia, secondo i dati dell’Istat, continua a crescere la disaffezione verso la cosa pubblica. Il crollo del voto (solo il 46 per cento degli elettori ai ballottaggi per le amministrative di giugno) si è accompagnato a un minore desiderio di informarsi su siti e giornali, guardare i talk show: il 24,5% non si informa mai di politica mentre 32,8% non ne parla mai.
Studiando il comportamento degli italiani nel 2016, l’Istat indica al 32,8 per cento la media degli italiani non parla mai di politica.
Cifra che diventa ancora più altra tra le donne (40 per cento), tra i giovanissimi (53 per cento nella fascia d’età tra 14 e 17 anni), e tra gli over 75 (47 per cento). In Italia c’è un 24,5 per cento di cittadini che non si informa mai di politica: nel 2015 erano di meno, sono cresciuti di due punti in dodici mesi.
Allo stesso modo, ascoltare un dibattito politico interessa non più del 17,7 per cento degli italiani: anche in questo caso nel 2015 erano il due per cento in meno. Insomma la tendenza è chiara: meno interesse per i fatti della politica.
I numeri della disaffezione crescono al Sud e nelle isole, sono più contenuti al centro e al nord. Chi è a digiuno di politica spiega il proprio atteggiamento con il disinteresse (61 per cento dei casi) la sfiducia (30 per cento) l’eccessiva complicazione della materia (10 per cento).
Resta invece più o meno stabile la partecipazione politica diretta, che riguarda però una piccola fetta della popolazione: il 4,3 per cento degli italiani nel 2016 ha partecipato a un corteo (piccolo aumento rispetto all’anno precedente) , lo 0,8 ha fatto il volontario per un partito (due decimi in meno) , l’1,5 ha versato soldi a un partito (tre decimi in meno).
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
IL MINISTRO FA SAPERE CHE CALDAROZZI, CONDANNATO IN VIA DEFINITIVA PER FALSO, “NON E’ STATO PROMOSSO” A VICE DIRETTORE DELL’ANTIMAFIA
Gilberto Caldarozzi, nuovo numero due dell’Antimafia, ha un curriculum di tutto rispetto.
Sono pochi i poliziotti che possono vantare una condanna a tre anni e otto mesi per falso (mai scontati) con sospensione per cinque anni dai pubblici uffici e conservare il distintivo.
Non proprio una presentazione edificante per un servitore dello Stato che è stato condannato per aver collaborato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare chi venne pestato dagli agenti alla scuola Diaz durante il G8 di Genova 2001.
Nella sentenza la Cassazione scrisse che a Caldarozzi e gli altri condannati “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”.
Ora quella persona è stata nominata dal Ministro dell’Interno Marco Minniti Vice direttore tecnico operativo della Direzione Investigativa Antimafia.
Sempre secondo la Cassazione l’ex capo del Servizio centrale operativo della polizia (SCO) si «è prestato a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici». Che sia stato questo a convincere Minniti ad affidargli un ruolo così importante?
In fondo qualche giorno fa Repubblica scriveva che Caldarozzi vanta con Minniti e Gianni De Gennaro (Capo della Polizia nel 2001 e ora Presidente di Finmeccanica) un’antica amicizia.
Non è un caso che in attesa di rientrare in Polizia Caldarozzi sia stato chiamato come consulente alla sicurezza proprio a Finmeccanica.
L’Antimafia invece dipende direttamente dal ministro dell’Interno.
Da un certo punto di vista ora che Caldarozzi ha scontato la sua pena ha tutto il diritto di continuare a lavorare. Ma c’era davvero il bisogno e la necessità di mettere un pubblico ufficiale condannato per falso ai vertici della DIA?
La logica poliziesca direbbe di no, ma al Ministero dell’Interno la pensano diversamente.
Un discorso analogo si può fare per Adriano Lauro che all’epoca del G8 di Genova era vicequestore e che il 20 luglio si trovava in Piazza Alimonda.
Lauro rimarrà nella storia per aver urlato a un manifestante, riferendosi a Carlo Giuliani a terra, “lo hai ammazzato tu, sei stato tu con le pietre, pezzo di m…”. Quattro anni dopo durante il processo ai black-block Lauro ammise candidamente di aver lanciato pietre all’indirizzo dei manifestanti.
Più di recente Lauro è stato protagonista anche a San Nicola nel 2015 negli scontri con Casapound. Anche in quell’occasione c’entravano le pietre: avvicinandosi ai neofascisti Lauro intimò minaccioso: “Mi sono arrivati due sassi in testa, se non ve ne andate vi arresto tutti”. Evidentemente sei bravo ti tirano le pietre ma almeno ti promuovono questore.
Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza fa sapere in una nota che a “nessuno” dei funzionari e dei poliziotti coinvolti nelle vicende del G8 di Genova “è stato affidato un incarico che rappresenta alcun tipo di promozione”.
Quindi diventare questore non è una promozione mentre essere nominato vice-direttore operativo della DIA non significa che Caldarozzi sia stato promosso.
Probabilmente non c’era nessun’altro in grado di ricoprire quel ruolo per il quale — fa sapere il Dipartimento — “per le specifiche esperienze maturate nella lotta alla criminalità organizzata, con particolare riferimento a quella di stampo mafioso” Caldarozzi è “perfettamente corrispondente alla qualifica già ricoperta”.
Non c’è stata quindi alcuna promozione perchè a Caldarozzi è stato affidato un incarico che in un certo senso già ricopriva dal momento che non è stato possibile “procedere ad alcuna forma di destituzione” e in ogni caso tra due anni “cesserà dal servizio per raggiunti limiti di età ”.
Poco importa che nel frattempo sia stato condannato per falso e che sia stato riconosciuto colpevole di aver collaborato alla creazione delle prove che fornirono il pretesto per la macelleria messicana della DIA.
Poco importa che per quello che è successo alla Diaz l’Italia venne condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per violazione delle norme sulla tortura.
In base a quali criteri Minniti ha preso quella decisione?
Non è dato di saperlo perchè il ministro non vuole esporsi e lascia parlare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza.
Ed è curioso che qualche mese prima della nomina di Caldarozzi Franco Gabrielli il capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza a proposito della Diaz disse che la gestione dell’ordine pubblico a Genova durante il G8 “fu semplicemente una catastrofe” e che “se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso. Per il bene della Polizia”.
Sappiamo poi come sono andate le cose. De Gennaro non si è dimesso e si è trovato (grazie a Enrico Letta) ai vertici di un’azienda di Stato.
Caldarozzi non si è dimesso e Minniti non ha trovato niente di meglio per lui che la direzione dell’Antimafia.
Ma a questo punto il problema non è più Caldarozzi è il Ministro dell’Interno.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTE LE RAGIONI CHE INDUCONO A RISPONDERE NO
La coalizione di centro-destra arriverà prima alle elezioni del 4 marzo ma difficilmente otterrà la maggioranza del Parlamento, poichè l’impianto in larga misura proporzionale della nuova legge elettorale ci consegnerà una sostanziale “tripartizione” dei seggi (in coerenza con la divisione in tre grandi blocchi del voto popolare).
La crisi del Pd (non tanto di consensi, che sono più o meno sul livello del 2013, quanto di capacità di aggregazione nei collegi uninominali) può però portare a un risultato sì improbabile ma non impossibile, cioè la vittoria dell’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni e altri anche in termini assoluti, con maggioranza nei due rami del Parlamento.
Ecco perchè ha senso porsi una semplice domanda: è questa alleanza elettorale in grado di governare con sufficiente spirito di condivisione degli obiettivi e forza della compagine ministeriale?
La risposta è molto più vicina al no che al sì, pur volendo applicare la ragione del dubbio e senza voler sventolare certezze assolute, per almeno tre “poderosi” motivi.
Il primo riguarda la figura del leader carismatico, cioè Silvio Berlusconi, corpo e anima di tutto ciò che non è sinistra nella politica italiana da ormai 24 anni (1994-2018).
Egli è leader geniale e imprevedibile, capace di risorgere più volte dalle sue ceneri, siano esse giudiziarie o politiche, sentimentali o sanitarie. Berlusconi però è un leader “assoluto”, che dice a parole di voler fare l’allenatore fuori campo, salvo poi giocare in porta, a centrocampo e in attacco contemporaneamente (come ha fatto tutta la vita).
La riprova è che quando ha ispirato “da fuori” ha retto ben poco: così sulla Bicamerale per le Riforme di fine anni ’90 (presieduta da Massimo D’Alema), così sul sostegno al governo Monti (ritirato dopo 12 mesi esatti), così sul “Patto del Nazareno”, siglato in pompa magna con visita ufficiale a Renzi nella sede del Pd e prontamente naufragato sul nome del Capo dello Stato da eleggere.
Esiste dunque qualcuno in grado di fare il primo ministro a lungo con i voti di Berlusconi che abbia un cognome diverso dal suo? Molto, molto improbabile.
C’è poi un secondo tema, che riguarda i contenuti programmatici. Europa, fisco, immigrazione.
Assai difficile mettere insieme le intenzioni di Salvini e Meloni con l’arroganza burocratica di Bruxelles, soprattutto per una coalizione di cui il Cavaliere è primo azionista ma di maggioranza relativa, condizione assolutamente nuova per lui (nel 2008 il PdL prese il 37 % e la Lega l’8 %, tanto per essere chiari).
Il centro-destra italiano quindi potrebbe trovarsi a governare in una situazione del tutto inedita, cioè quella di un condominio dove nessuno ha i “millesimi” per imporsi sugli altri, con le conseguenze che ben conosciamo tutti per esperienza vissuta in quelle devastanti serate del lunedì (tipica convocazione degli amministratori di condominio, anche perchè non si giocano partite di calcio).
Una drastica riduzione delle tasse troverà opposizione furibonda in Europa, una stretta sui migranti sarà dolorosa. Quindi i margini di manovra saranno decisamente più stretti di quanto sembrerà in campagna elettorale, con conseguenti litigi e frustrazioni nella coalizione.
Infine, c’è un tema di persone. Occorre trovare un primo ministro che vada bene a Berlusconi e Salvini, ma che non sia nessuno di loro due (una risposta di buon senso sarebbe Roberto Maroni, ma qualcuno dovrà spiegarlo a Salvini).
E poi c’è una compagine ministeriale tutta da inventare, anche perchè quel che resta della dirigenza di Forza Italia è lì da 10-15 anni, con molte defezioni (Urbani, Scajola, Verdini, Alfano) e ben pochi inserimenti robusti.
Facciamo un esempio, il più delicato di tutti.
Chi va a via XX Settembre al ministero dell’Economia? Giulio Tremonti è stata la risposta di sempre, così nel ’94 (alle Finanze), così nel 2001 e nel 2008. E adesso?
Chi tra i papabili, Brunetta in testa, può reggere lo scontro con Bruxelles (e con Draghi a Francoforte) su un programma di tagli importanti alle tasse (nel Paese dell’area Euro con il più grande debito pubblico)?
E ancora: guardiamo al Viminale. Vorrà il leader della Lega prendere le redini di un dicastero che impone una drastica riduzione del proprio ruolo politico?
Potremmo continuare, ma già così si fa strada un pensiero. Non è proprio detto che convenga al Cavaliere vincerle del tutto queste elezioni.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
IN UNA INTERVISTA AL “FATTO” RIFIUTA LA DOMANDA SULL’ARGOMENTO… POI UN’ALTRA TESI BISLACCA SULL’ASSENZA DI GOVERNO NEGLI ALTRI PAESI
Luigi Di Maio a colloquio oggi con Luca De Carolis del Fatto Quotidiano dimostra di aver
finalmente capito che dire sciocchezze sul tema può essere controproducente oltre che pericoloso dal punto di vista economico.
E così, dopo essere stato stuzzicato sull’evasione fiscale — i 5 Stelle, come ha notato Travaglio in altre occasioni, sono piuttosto timidi sul tema — semplicemente rifiuta di rispondere alla domanda:
La base però dovrebbe essere il programma. Perchè lei non parla mai di lotta all’evasione fiscale? Per non turbare gli imprenditori?
Bisogna smetterla con questi pregiudizi nei confronti delle imprese, in Italia c’è gente che paga il 70 per cento di tasse ed esporta merci ovunque.
Va bene: il vostro programma in materia?
La chiave è la digitalizzazione, con l’incrocio delle informazioni tra le varie banche dati della Pubblica amministrazione. Poi dobbiamo sgravare le imprese di tutti questi adempimenti inutili, e smetterla con gli scudi fiscali: lo Stato non può dare il cattivo esempio.
Dire che voterebbe sì nel referendum sull’uscita dall’euro è stato un autogol. Conferma il suo sì?
Non mi soffermo più su questo argomento, perchè dà adito solo a strumentalizzazioni. Io confido che il referendum non si debba fare, anche perchè l’Europa è molto cambiata rispetto al 2013.
E perchè?
La Germania non riesce a formare un governo, in Portogallo c’è n’è uno di minoranza, e in Francia i partiti tradizionali sono stati spazzati via. In questo quadro per l’Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire in sede europea
In compenso, Di Maio torna a sostenere la bizzarra tesi secondo la quale siccome la Germania non riesce a formare un governo, noi dovremmo essere avvantaggiati in sede europea.
La parte divertente della tesi è che per il resto dell’intervista ha spiegato che il M5S ha intenzione di proporre un governo di minoranza, sperando che qualcuno ci stia.
Però è la Germania che è senza governo, tranquilli.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
“UN ACCORDO CON GRASSO? NON MI PARE REALISTICO” … “LE PROPOSTE ELETTORALI DI BERLUSCONI? COSTANO 150 MILIARDI, COME LE PAGA?”
Si chiude una legislatura tra le più travagliate. Matteo Renzi, quali sono le riforme che più hanno trasformato il Paese?
«Lavoro, tasse e diritti. Ma nessuna riforma di questa legislatura ha trasformato radicalmente il nostro Paese, sarebbe presuntuoso sostenere il contrario. Più semplicemente l’Italia era in grave difficoltà , a un passo dalla bancarotta: con l’impegno di questa legislatura siamo tornati in carreggiata. Le riforme più importanti hanno riguardato il mondo del lavoro con il Jobs Act e Industria 4.0; il mondo delle tasse con 80 euro, Irap costo del lavoro, Imu prima casa; il mondo dei diritti, dalle unioni civili al terzo settore, dal “dopo di noi” al “fine vita”. Lavoro, tasse, diritti: in questi settori il cambio di passo c’è stato e nessuno che sia in buona fede può negarlo. Ma è un cambio di passo, non una trasformazione radicale. La strada è ancora lunga».
Lei era sceso in campo per cambiare l’Italia. Dove sente di aver colto i risultati maggiori e quali sono state le resistenze più difficili da superare?
«Il fatto che la cultura non sia più giudicata la cenerentola dei bilanci ma richieda investimenti straordinari, dalla gestione dei musei al finanziamento dei privati è una piccola cosa nel dibattito pubblico ma per me è elemento di grande orgoglio. Non siamo invece riusciti a portare con noi la maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego e soprattutto della scuola: spero che il rinnovo del contratto sia una buona occasione ma non c’è dubbio che questo sia stato uno dei settori in cui abbiamo sofferto di più le resistenze».
E ora quale dovrebbe essere una nuova agenda di riforme per il prossimo governo?
«Non ci sono ricette magiche, ma c’è solo da continuare migliorando ciò che è stato impostato. Secondo Istat i lavoratori italiani erano 22 milioni nel 2014, sono 23 milioni oggi. Bene, un milione in più. Dobbiamo creare le condizioni per arrivare a 24 milioni, certo. Ma dobbiamo anche porci il problema di come migliorare la qualità di quel lavoro, non solo la quantità . E per farlo servono gli incentivi e gli sgravi certo, ma anche la certezza della giustizia o la semplicità della burocrazia. Una visione di insieme per i prossimi anni. Possiamo permetterci di parlare di futuro perchè abbiamo fatto uscire l’Italia dalle sabbie mobili. Ma dire futuro non significa sparare promesse in libertà : oggi ho fatto i calcoli delle ultime tre proposte elettorali di Berlusconi. Siamo già oltre 150 miliardi e la cosa folle è che non si scandalizzi nessun editorialista. Come le paga? Spunta un miliardario cinese all’improvviso come è successo per il Milan o alza le tasse? Noi del Pd non proporremo riforme mega-galattiche, non scriveremo un libro dei sogni: siamo coerenti e concreti».
Solo in Gran Bretagna risiedono 500 mila nostri connazionali, in gran parte giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi 15 anni. Quali riforme potrebbero convincerli a tornare?
«L’Italia deve essere all’avanguardia nell’attrarre intelligenze. Dobbiamo creare centri di ricerca globali dove poter far crescere i nostri talenti. Dove ricollocare chi vuole tornare in Patria, certo. Ma anche dover invitare i migliori cervelli di tutto il mondo. Non c’è solo l’emergenza dell’immigrazione da barconi, che abbiamo affrontato con umanità e onore, a differenza di altri Paesi europei: c’è anche un’immigrazione diversa, da coltivare e promuovere nelle università del Sud-Est asiatico o dell’America latina, nei centri di ricerca europei e africani. Fare dell’Italia un grande centro di attrazione di cervelli di tutto il mondo, bloccando la fuga e iniziando a importare ciò che oggi esportiamo».
Obama ritiene che le democrazie avanzate debbano porsi la necessità di un nuovo welfare per far fronte all’impatto delle nuove tecnologie sul mercato del lavoro. Anche l’Italia ha bisogno di un nuovo welfare?
«L’Italia ha un sistema di welfare che gli americani si sognano. Però possiamo e dobbiamo fare meglio. Perchè la mancanza di sicurezza non è solo nella paura del crimine, ma anche nella paura del futuro. La gente è spaventata perchè non ha più le certezze del passato, chiede protezione. E studiare un paracadute nuovo che protegga il ceto medio spaventato è una delle imprese più difficili da realizzare. Qui però sta la grande sfida dell’Europa. E la prossima legislatura dovrà vedere un protagonismo italiano su questo punto, accompagnando e stimolando la crescente leadership della Francia di Macron».
Come mai ha scelto di correre per fare il senatore dopo aver caldeggiato la trasformazione della Camera alta in Senato delle autonomie? Non le pare una contraddizione?
«Non è un contrappasso dantesco, ma la scelta responsabile di inchinarsi alla volontà popolare. Continuo a pensare che questo Paese avrebbe funzionato meglio con una sola Camera a dare la fiducia, ma ho perso quella battaglia. I cittadini hanno scelto di tenere vivo il Senato e adesso trovo doveroso sottopormi al voto degli italiani per entrare o meno in Senato. Anzi: ho letto che Salvini vuole sfidarmi dove mi candido io: lo aspetto nel collegio senatoriale di Firenze».
Quale atteggiamento terrà nei riguardi dell’Europa di qui al voto? In primavera come sempre dovranno giudicare i nostri conti pubblici…
«Noi diciamo da tempo che siamo per un’Europa capace di ripensarsi. Europa sì, ma non così. Tuttavia se guardiamo gli schieramenti in campo noi siamo l’unico polo realmente europeista. Pur di prendere una trentina di collegi in più Berlusconi ha imbarcato Salvini, unico caso europeo di popolari e populisti che stanno dalla stessa parte. Dall’altro i Cinque Stelle sono impressionanti nella loro assurda visione europea: propongono un referendum che non si può fare per votare no alla permanenza nell’Eurozona, sapendo che questa scelta affosserebbe la nostra economia. In questo scenario il centrosinistra è davvero l’unica chance di un’Italia europeista che vuole un’Europa diversa, più forte e più giusta. Quanto ai conti pubblici, abbiamo messo a posto i conti, nonostante il Fiscal Compact: dall’Europa ci attendiamo elogi, non polemiche».
In caso di stallo dopo le urne, lei darebbe il suo ok ad un governo istituzionale, magari a guida Gentiloni? O chiederebbe un ritorno alle urne?
«Quello che accadrà il giorno dopo lo deciderà il Presidente della Repubblica dopo aver visto i risultati e aver ascoltato le forze politiche. Nutro un rispetto non formale per le attribuzioni che la Costituzione ha dato al Capo dello Stato. Spero in un Governo guidato da un premier Pd non per spirito di corpo ma perchè lo considero un fatto positivo per l’Italia. L’Italia è più sicura se guidata dal Pd: non è tempo di apprendisti stregoni che si qualificano come nuovi o del ritorno di chi ha fatto schizzare lo spread a livelli record. È tempo di solidità e di forza tranquilla».
Ritiene possibile dopo il voto un accordo con il partito di Grasso per formare un governo, se aveste i numeri sufficienti?
«Non abbiamo niente contro Grasso, ma vedendo quanto sono accreditati nei sondaggi non mi pare l’ipotesi più realistica».
Il Pd cala nei sondaggi, anche per via delle banche. Cosa farà per invertire il trend?
«Sulle banche rivendico ciò che abbiamo fatto a cominciare dalla riforma delle popolari. Non credo che i sondaggi calino per quello, ma c’ un solo modo per invertire la rotta: faremo tutti insieme la campagna elettorale. E appena partirà la campagna, finalmente, la musica cambierà . Il Pd se la gioca sul filo dei voti per essere il primo partito contro i Cinque Stelle: non dimentichiamo che due terzi dei seggi vengono attribuiti sulla base del sistema proporzionale dove conta il singolo partito. Sul terzo restante, che viene definito dai collegi, sono fiducioso del fatto che metteremo i candidati migliori. E che saremo il primo gruppo in Parlamento: pronto a scommetterci».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
VINCENZO FIGUCCIA, ASSESSORE AI RIFIUTI: “SONO UN UOMO LIBERO, IMPOSSIBILE PER ME LA PROSECUZIONE DEL MANDATO”… MUSUMECI, “L’UOMO DELLA LEGALITA’ E DELL’ONESTA'”, LO AVEVA INVITATO A TACERE
Dopo le polemiche, le dimissioni. 
Vincenzo Figuccia si dimette da assessore regionale ai Rifiuti dopo aver polemizzato con Gianfranco Miccichè per il via libera agli stipendi d’oro e dopo essere stato scaricato dalla maggioranza: “Oggi più che mai – scrive in una nota – sento di essere un uomo libero e da tale condizione continuo a portare avanti le mie idee, rimanendo fedele al mandato degli elettori che mi hanno votato per tutelare la posizione dei cittadini, di chi soffre, di chi vive una condizione di difficoltà economica e di chi è lontano dai palazzi dorati. La mia maggioranza è la gente che ha creduto in un’azione di cambiamento e di discontinuità . Ci sono tante aspettative verso questo governo, che sono certo non verranno disattese, ma non posso non tenere conto degli accadimenti politici, consumatisi nelle ultime ventiquattro ore, che ledono la dignità dei cittadini siciliani, consegnano un’immagine inopportuna e distorta e che rendono impossibile la prosecuzione del mandato di assessore all’Energia e ai servizi di pubblica utilità , conferitomi dal presidente Nello Musumeci”.
Proprio poche ore fa Musumeci, “l’uomo della onestà e della legalità ” aveva invitato i suoi assessori a “lavorare e tacere”.
Un’uscita che dopo le polemiche sugli stipendi d’oro sollevate dall’assessore ai Rifiuti era suonata come una sconfessione: “Si tratta di una decisione maturata dopo profonda e attenta riflessione – scrive adesso Figuccia – ponderata su aspetti di carattere politico e supportata da valutazioni di natura tecnica e personale. Per queste ragioni ho deciso di rassegnare le mie irrevocabili dimissioni, rimanendo garante e anello di congiunzione fra i cittadini e i luoghi deputati a legiferare per il cambiamento. Continuerò a lavorare per le reali priorità di questa terra, in linea con i percorsi concreti che il presidente Musumeci sono certo sarà capace di creare con il conforto, il sostegno e la condivisione dei siciliani che meritano di sognare e, soprattutto, di avere un futuro migliore”.
Il Pd, con Antonello Cracolici, va già all’attacco: “Neanche nelle previsioni più azzardate — dice – avrei immaginato che in appena due settimane il governo perdesse un pezzo in un settore strategico e fondamentale per la Sicilia. Alla luce di quello che è avvenuto aumenta il rammarico per ciò che è successo nel Pd: se tutti i deputati avessero tenuto la ‘barra dritta’ oggi avremmo reso ancora più evidente la crisi di questa maggioranza, una crisi che si era manifestata già nel corso delle votazioni per l’elezione di Miccichè all’Ars”.
Ieri, commentando le dichiarazioni di Gianfranco Miccichè (eletto presidente dell’Assemblea siciliana e commissario di FI nell’Isola) favorevole allo sfondamento del tetto sulle retribuzioni dei burocrati dell’Ars fissato a 240 mila euro fino al 31 dicembre di quest’anno, Figuccia ha detto che “è stato un errore eleggere Miccichè presidente”. Subito contestato dal suo partito e poi da esponenti di Forza Italia come il senatore Francesco Scoma, Figuccia era finito anche nel mirino del deputato nazionale Saverio Romano, vicepresidente della neo formazione Noi con l’Italia, che definisce “ingenerosi e strumentali gli attacchi a Miccichè che può contare sul nostro sostegno”.
Dopo 4 indagati in Consiglio, ora le prime dimissioni, sembre più “bellissima”.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
“SOLO PROPAGANDA ELETTORALE” … AVREBBERO UN COSTO DI CENTO MILIARDI L’ANNO
“Come si fa a dire che i sogni non sono belli? Tutti vorremmo realizzarli ma l’agenda di Berlusconi prevede maggiori spese e minori entrare”.
Secondo l’economista Francesco Daveri, professore di macroeconomica all’Università Bocconi di Milano, qualcosa non quadra nelle proposte lanciate dal leader di Forza Italia che vorrebbe inserire in Italia un ‘Reddito di dignità ‘.
Una misura drastica per far fronte all’emergenza della povertà garantendo a tutti almeno mille euro al mese, pensionati compresi.
Inoltre l’ex premier propone uno sgravio fiscale totale per quelle aziende che assumono giovani con contratto di apprendistato o di primo impiego per tre anni. E infine agevolazioni fiscali anche per chi si prende cura di un animale domestico.
“Tutte queste — spiega il professore Daveri – sono misure che presumibilmente aumenteranno il deficit pubblico ma di quanto è difficile a dirsi. Sembra di essere davanti a un altro giro di promesse elettorali per le cui coperture ci si preoccuperà solo una volta vinte le elezioni dando poi la colpa agli altri componenti della coalizione quando non si realizzeranno”.
Tuttavia, spiega ancora l’esperto, sulla carta” si tratta di buonsenso, che vanno nella direzione della coesione sociale. Chi può essere contrario al reddito di dignità ?
Ma Berlusconi non ha indicato i mezzi per realizzarlo. La spesa pubblica ha dei costi, l’alternativa sarebbe andare in Europa a rinegoziare i trattati e chiedere di aumentare il deficit, ma non la ritengo la giusta via”.
Sta di fatto che Berlusconi con questa idea del Reddito di dignità , che si ispira all’imposta negativa sul reddito lanciata dal premier Nobel americano Milton Friedman, prova a scavalcare il Movimento 5 Stelle con il loro “reddito di cittadinanza”.
Tanto che i grillini replicano parlando di “fotocopiatrice impazzita” e Luigi Di Maio aggiunge: “Ci ha copiato”. “Berlusconi abusa della parola ‘Reddito di dignità ‘ che era il nome la campagna promossa da Libera-Gruppo Abele alla quale il Movimento 5 Stelle ha aderito — ricordano Pesco, Moronese e Catalfo – mentre non c’è mai stata nessuna adesione da parte di Forza Italia. Se il condannato per frode fiscale Berlusconi vuole fare una cosa dignitosa la smetta di prendere in giro gli italiani”.
Dai possibili alleati, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per adesso tutto tace, mentre il Pd rivendica il “reddito di inclusione dei governi Renzi e Gentiloni, prima misura universale di contrasto alla povertà “.
Il responsabile Welfare Giovanni Lattanzi in una nota ricorda che sono stati “messi oltre 2 miliardi per il 2018. La nostra misura – osserva – supera il mero assistenzialismo, mettendo al centro la persona”.
Nel dettaglio va invece Stefano Fassina esponente di Liberi e Uguali, che facendo un rapido calcolo tira le somme: “Reddito di dignità per portare tutti a 1000 euro al mese, senza specificare se è richiesto lavorare o se ne possa comodamente fare a meno; pensioni innalzate fine a 1000 euro al mese, estese anche alle casalinghe; decontribuzione totale per giovani neo-assunti, in continuita’ con l’inutile intervento da 20 miliardi del Governo Renzi nel 2015; una pioggia di agevolazioni fiscali, come nelle ultime Leggi di Bilancio renziane e gentiloniane. Poi, ovviamente, la cancellazione della Legge Fornero e la Flat tax. Insomma, più spesa e meno tasse per tutti, nell’ordine del centinaio di miliardi all’anno”.
Viene stimato dunque un centinaio di miliardi di euro all’anno, ammesso che un calcolo sia possibile farlo.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
IL MECCANISMO DEL “REDDITO DI DIGNITA” E’ IDENTICO A QUELLO DEL M5S
Per contrastare “subito” l’”emergenza della povertà ” Silvio Berlusconi propone una
“misura drastica sul modello della proposta di Milton Friedman“.
“Lui la chiamava ‘imposta negativa sul reddito’, io lo chiamo “Reddito di dignità ”. Secondo Silvio “chi si trova sotto una certa soglia di reddito, potrebbe essere di 1000 euro al mese da aumentare di un tot per ciascun figlio a carico, non solo bisognerebbe non pagasse le taste, ma lo Stato dovrà versare a lui la somma necessaria per arrivare ai livelli di dignità garantita da Istat. Una somma che può variare, a seconda della zona del Paese in cui la persona vive”.
Non vi ricorda niente tutto ciò?
Se per caso vi sembra di averne già sentito parlare, siete nel giusto.
Il meccanismo descritto da Silvio Berlusconi è infatti identico a quello proposto dal MoVimento 5 Stelle per quello che i grillini chiamano reddito di cittadinanza ma che in realtà è un reddito minimo garantito, visto che nella loro proposta di legge si definisce il reddito di cittadinanza come « l’insieme delle misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà come definita alla lettera d) al fine di garantire la pari dignità sociale e la partecipazione al progresso della nazione».
La soglia di povertà relativa, invece, dice sempre la legge, «è il valore convenzionale calcolato dall’ISTAT che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia anche composta da un singolo soggetto, viene definita povera in termini relativi ossia in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione».
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
SULL’USCITA DALL’EURO ERA STATA CHIARA: “NON LO SO”… MA ORA SULLA NATALITA’ HA LE IDEE CHIARE
L’attuale governo Gentiloni (e gli altri di questa legislatura) hanno tante colpe. Ma è davvero difficile sostenere che il governo abbia fatto diminuire la natalità .
Il clima in Parlamento è quello della campagna elettorale, e il più classico dei “piove, governo ladro” si trasforma così in “la natalità è bassa, governo ladro”.
Autrice di questo capolavoro è l’onorevole pentastellata Laura Castelli, che già tante soddisfazioni ci ha dato quando ha risposto “non lo so” alla domanda “cosa voterebbe in caso di referendum per l’uscita dall’euro?”.
Il 21 dicembre, durante quello che è stato il suo ultimo intervento in aula in questa legislatura, la Castelli ha ringraziato vivamente il governo e la maggioranza per averle insegnato tutto quello che non bisogna fare quando si è alla guida del Paese.
Durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia alla legge di bilancio la Castelli ha così elencato tutti gli errori e le colpe del governo Gentiloni (e del governo Renzi).
Ed è interessante che a farlo sia proprio la Castelli che con il suo 53,32% di presenze in Aula è la seconda più assenteista tra i deputati eletti nella sua circoscrizione (Piemonte 1).
La Castelli non vede l’ora di essere forza di governo assieme ai colleghi del MoVimento 5 Stelle e ci spiega come il governo abbia fatto diminuire la natalità di centomila bambini in cinque anni.
«Vi battete il petto anche per le famiglie. E avete proposto più soldi al bonus bebè. Siete riusciti a far diminuire la natalità di 100mila bambini in cinque anni e pensate che un bonus possa risolvere la situazione della natalità . Non siete in grado neanche di copiare i paesi europei che su questo in questi anni hanno fatto delle politiche che sembra stiano portando risultati migliori».
In realtà le cifre snocciolate dalla Castelli sono sbagliate.
Per scoprirlo è sufficiente prendere il rapporto Istat su natalità e fecondità della popolazione residente (pubblicato a fine novembre) per scoprire che “nel 2016 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 473.438 bambini, oltre 12 mila in meno rispetto al 2015. Nell’arco di 8 anni (dal 2008 al 2016) le nascite sono diminuite di oltre 100 mila unità ”.
In Italia si fanno pochi figli, ma non da oggi
Non è quindi negli ultimi cinque anni che la natalità è diminuita ma è negli ultimi otto che abbiamo assistito ad un sensibile un calo.
Diminuzione che è all’incirca di 100 mila unità , la stessa cifra enunciata dalla Castelli. Come spiega l’Istat la fase di calo della natalità si è avviata infatti con l’inizio della crisi economica (nel 2008 per i più distratti) e quindi il governo Gentiloni (e il governo Renzi) non hanno nulla a che vedere con la diminuzione della natalità .
Contestualmente alla natalità dal 2008 ad oggi abbiamo assistito ad un calo del PIL (del resto è quello che fa una crisi economica).
Ma anche il prodotto interno lordo è in una fase di timida (molto timida) ripresa. Per la Castelli la colpa è del “bonus bebè” del governo.
Ma in realtà gennaio la minore natalità è dovuta anche al fatto che in Italia ci sono meno donne in età feconda.
Nel 2017 le donne residenti tra 15 e 29 anni sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Inoltre in Italia stiamo assistendo ad una diminuzione della propensione ad avere figli.
Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno e tenendo in considerazione il fatto che nuzialità e natalità nel nostro Paese sono ancora fortemente legate dal 2015 ad oggi si è assistito ad un timido aumento dei matrimoni (nel 2014 si è toccato il record negativo del numero di matrimoni celebrati).
Dato che potrebbe far ben sperare su una futura inversione di tendenza per la natalità . Scrive l’Istat che in seguito all’aumento del numero di matrimoni «ci si può quindi attendere nel breve periodo un ridimensionamento del calo delle nascite».
I dati provvisori riferiti al periodo gennaio-giugno 2017 parlano di solo 1.500 nati in meno rispetto allo stesso semestre del 2016, «un calo decisamente più contenuto rispetto a quanto si è verificato nei primi sei mesi del 2016 (oltre 14.500 nati in meno rispetto al primo semestre 2015)».
Se così fosse il ragionamento della Castelli non avrebbe ragione di esistere e i detrattori del “bonus bebè” dovrebbero trovare altri argomenti.
Il fatto è che, in seguito ad una crisi economica come quella del 2008, imputare ad un solo governo (o al lavoro di una legislatura) la diminuzione del numero delle nascite significa non avere idea di quali siano i fattori (economici, sociali, culturali e strutturali) che regolano l’andamento demografico.
Di sicuro il “bonus bebè” è una misura tampone che non inverte in maniera eclatante la situazione. E la tendenza alla diminuzione delle nascite non si inverte certo nell’arco di cinque anni.
(da “NextQuotidiano”)
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