Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
LA RIFORMA PENALIZZO’ SOPRATTUTTO LE LAVORATRICI DEL SETTORE PRIVATO, MA TORNARE INDIETRO SAREBBE UN SUICIDIO ECONOMICO
Abolizione degli «effetti deleteri della Legge Fornero» sulle pensioni, annuncia il
centrodestra nel comunicato al termine dell’incontro tra Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) «per fare il punto sul programma da presentare agli elettori».
Ma che cosa significa in concreto cancellare la legge 214 del 22 dicembre 2011, passata appunto alla storia come riforma Fornero?
Ci sarebbero conseguenze sulle persone, perchè cambierebbero le regole di pensione, e finanziarie, cioè sul bilancio dello Stato, perchè verrebbero meno importanti risparmi previsti dalla legge.
La riforma Fornero, dal nome del ministro del Lavoro del governo Monti, l’economista Elsa Fornero, fu decisa alla fine del 2011 per inasprire le riforme già prese dal governo Berlusconi, con due riforme Maroni-Sacconi, rispettivamente ministro (della Lega) e sottosegretario al Lavoro del governo guidato dal leader del centrodestra.
Due riforme che aveva già stretto notevolmente i rubinetti del pensionamento. Vediamo i principali punti della legge 214.
Pro-rata per tutti
La Fornero estende il calcolo contributivo pro-rata sui versamenti all’Inps dal primo gennaio 2012 per tutti i lavoratori che fino a quel momento erano stati esclusi e avevano mantenuto il più vantaggioso calcolo retributivo.
Le persone colpite da questa norma sono quelle che al primo gennaio 1996, data di entrata in vigore della riforma Dini, avevano versato più di 18 anni di contributi (gli altri, hanno già il sistema contributivo pieno, se hanno cominciato a lavorare dopo il 1995, oppure misto, se avevano contributi precedenti).
I lavoratori, interessati da questa norma, quindi, sono quelli che al primo gennaio 2012 aveva almeno 33 anni di versamenti.
La loro pensione, alla luce della Fornero, viene calcolata col sistema retributivo (la regola base, semplificando, è: 2% dello stipendio per ogni anno di contributi) per i versamenti fino al 31 dicembre 2011 e col contributivo (somma dei versamenti, rivalutata per il Pil e moltiplicata per coefficienti che tengono conto dell’età del pensionamento) per i versamenti successivi.
Considerando che nel 2018 questi lavoratori hanno almeno 39 anni di contributi e che molti di loro sono già andati in pensione, un eventuale cancellazione del calcolo contributivo pro-rata riguarderebbe una platea residuale di lavoratori che potrebbe maturare pochi euro in più di pensione, a meno di non pensare a un effetto retroattivo al 1 gennaio 2012 dell’abolizione della norma, che appare però irrealistico.
Abolizione delle quote
La riforma del 2011 aumentò di un anno il requisito contributivo per lasciare il lavoro con la pensione di anzianità , che venne ridenominata pensione «anticipata» e cancellò il precedente sistema delle quote.
In pratica, prima della Fornero per andare in pensione di anzianità bisognava raggiungere una quota risultato della somma tra età anagrafica e almeno 35 anni di contributi.
Per i lavoratori dipendenti la quota era 96 con minimo 60 anni di età (quindi 60 più 36 di contributi o 61 più 35).
La quota era soggetta all’adeguamento alla speranza di vita che, contrariamente a quanto molti credono, non è stato introdotto dalla Fornero ma dalla legge Maroni-Sacconi del 2010 (a partire dal 2014 con cadenza triennale) e anticipato (al 2013) dalla riforma Maroni-Sacconi.
Dal 2013 , inoltre, queste riforme prevedevano uno scatto di un anno della quota, che quindi saliva a 97, cui aggiungere tre mesi per l’adeguamento alla speranza di vita. Secondo le tabelle pre-Fornero, nel 2018 la quota sarebbe salita a 97,6.
Per i lavoratori autonomi la quota era più alta di un anno, ma tutti i lavoratori potevano comunque andare in pensione anzianità , indipendentemente dall’età anagrafica, con 40 anni di contributi, che diventavano 41 sommando la “finestra” di pensionamento allora vigente che poteva allungare di 12 mesi la decorrenza dell’assegno.
Sarebbe soprattutto il ritorno ai 40 o 41 anni (considerando la “finestra”) a fare la differenza rispetto alla Fornero.
Oggi infatti, in seguito anche agli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti (adeguamenti che la Fornero ha solo disposto che dal 2019 siano biennali anzichè triennali), per andare in pensione anticipata servono 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne uno in meno), che dal 2019 saliranno a 43 anni e tre mesi.
Quanto agli adeguamenti alla speranza di vita, essi non verrebbero cancellati con la semplice abolizione della Fornero, ma invece di essercene uno ogni due anni (il prossimo nel 2021) ce ne sarebbe appunto uno ogni tre (il prossimo nel 2022).
Colpite le donne
Quanto alla pensione di vecchiaia, quella che richiede un minimo di età e almeno 20 anni di contributi, la riforma Fornero inasprì i requisiti d’età portandoli , dal primo gennaio 2012 a 66 anni per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego (un anno in più rispetto a prima, dove però c’era la “finestra” di 12 mesi che poteva allungare appunto di un anno l’età effettiva di pensionamento, portandola comunque a 66) mentre per le lavoratori del settore privato ha disposto un percorso accelerato di equiparazione dell’età pensionabile a quella degli uomini , che si e concluso proprio il primo gennaio 2018, data dalla quale i requisiti sono uguali per tutti.
Le donne del privato, dunque, furono le più colpite. Quelle del pubblico lo erano già state con la prima riforma Maroni-Sacconi, in seguito alla richiesta dell’Ue di equiparare l’età di vecchiaia femminile con quella maschile.
Tenendo conto degli adeguamenti alla speranza di vita intervenuti nel frattempo, la soglia attuale di accesso alla pensione di anzianità è per tutti i lavoratori di 66 anni e sette mesi d’età . Salirà a 67 anni dal 2019.
Prima della riforma Fornero le tabelle prevedevano per il 2018 un’età minima per la pensione di vecchiaia (tenendo conto della «finestra») di 66 anni e 7 mesi per gli uomini e per le donne del pubblico impiego (quindi come ora) e di 62 anni e 10 mesi per le lavoratrici del privato (qui lo scarto è invece di ben 3 anni e 9 mesi in più).
Blocco della perequazione
La riforma Fornero prevedeva anche il blocco totale della perequazione, cioè dell’adeguamento degli assegni al costo della vita, per tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo per gli anni 2012-2017. Ma con la sentenza 70 del 2015 la Corte Costituzionale ha già cancellato questa norma, dichiarandola incostituzionale. Il governo, dopo aver valutato i mancati risparmi conseguenti alla sentenza in 5 miliardi, ha provveduto con un parziale rimborso, superando un nuovo giudizio di costituzionalità .
Quanto vale la Fornero
Secondo l’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato (ministero dell’Economia), si tratta a valori correnti di una cifra imponente.
I risparmi dal 2012 al 2060 ammonterebbero infatti a circa 350 miliardi di euro (21 punti di pil).
Ecco infatti cosa si legge nel rapporto numero 18 sulle «Tendenze di medio e lungo periodo del sistema pensionistico» dello scorso agosto: «Considerando l’insieme degli interventi di riforma approvati a partire dal 2004 (L 243/2004), si evidenzia che, complessivamente, essi hanno generato una riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica in rapporto al Pil pari a circa 60 punti percentuali di Pil, cumulati al 2060 (circa mille miliardi di euro a valori attuali, ndr.) . Di questi, circa due terzi sono dovuti agli interventi adottati prima del DL 201/2011 (convertito con L 214/2011) e circa un terzo agli interventi successivi, con particolare riguardo al pacchetto di misure previste con la riforma del 2011 (art. 24 della L 214/2011) (cioè la riforma Fornero, ndr.)
Quest’ultimo intervento, in particolare, fornisce un contributo rilevante alla sostenibilitaÌ€ del sistema pensionistico, realizzando una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012.
L’effetto di contenimento, che include anche le misure di deindicizzazione delle pensioni nel breve periodo, eÌ€ inizialmente crescente passando da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020. Successivamente, esso decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045. Nell’ultimo quindicennio del periodo di previsione, la riduzione del numero di pensioni, conseguente all’elevamento dei requisiti di accesso al pensionamento, risulta sostanzialmente compensato, in termini di spesa pensionistica, dai piuÌ€ elevati importi medi. L’effetto di contenimento del rapporto spesa/Pil, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali».
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
COME DA TRADIZIONE LA ZONA DOVE ABITA IL PRIMO CITTADINO A ROMA E’ TRATTATA CON UN OCCHIO DI RIGUARDO
Nelle more dell’emergenza rifiuti che non esiste, Il Tempo oggi rinfocola una polemica secolare sulla monnezza e le case dei sindaci di Roma.
Come da tradizione dai tempi di Ugo Vetere, infatti, la zona dove abita il primo cittadino, che oggi è Virginia Raggi, tende a essere “leggermente” più pulita rispetto al resto della città .
La tradizione si ripete a Ottavia, dove abitano sia la sindaca che l’ex marito. Susanna Novelli sul quotidiano spiega che «Nel quartiere Ottavia, a nord della Capitale, ci sono un paio di strade che ricordano un cantone svizzero. Personale Ama che passa regolarmente, bidoncini puliti e svuotati fuori al portone, strada quasi “luccicante”».
Ma da via Casal del Marmo a via della Stazione Ottavia invece la situazione è molto differente: sacchetti di rifiuti che giacciono per strada, accanto magari ai cassonetti che non vengono svuotati da un po’.
Insomma, l’AMA è al centro di una scena (e una polemica) annosa che coinvolge molte zone della Capitale d’Italia dopo la sovrapproduzione di rifiuti registrata durante le feste e la cronica difficoltà nello smaltirla per l’assenza di impianti.
Niente di nuovo sul fronte: va avanti così da secoli (e da sindaci) fa.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
L’ABRUZZO HA RISPOSTO CHE DA LORO LA MONNEZZA NON VIENE SMALTITA E CHE DOPO IL TRATTAMENTO DOVREBBE ESSERE DISTRUTTA DAGLI INCENERITORI (EMILIANI?)… COSI’ ROMA PAGHEREBBE DUE VOLTE
Colpo di scena nell’emergenza rifiuti che non esiste. 
Ieri l’assessora all’Ambiente di Roma Capitale Pinuccia Montanari e altri esponenti del MoVimento 5 Stelle — ad esempio il presidente della Commissione Ambiente Daniele Diaco — hanno sostenuto che portare i rifiuti di Roma in Emilia Romagna costa 180 euro a tonnellata, molto di più rispetto all’Abruzzo.
In completa trance agonistica, l’assessora ha persino accusato “qualcuno” (il PD) di speculare “economicamente e politicamente” sulla vicenda.
Oggi la Regione Abruzzo precisa che sì, è vero che gli impianti emiliani applicano una tariffa intorno ai 180 curo a tonnellata rispetto ai 130-140 curo dell’Abruzzo, come sottolineato dal M5S, ma va detto che in Emilia il servizio, come si dice, è completo, cioè la spazzatura è anche smaltita dagli inceneritori, mentre in Abruzzo sarebbe solo trattata e poi servirebbero altri 40-50 euro a tonnellata per spedirla nelle discariche di Molise, ancora Emilia o Toscana
Così i rifiuti in Abruzzo potrebbero costare di più che in Emilia
La monnezza quindi farebbe dei giri immensi per poi ritornare, come nella canzone di Venditti, ad essere un problema.
La stessa tesi del minor costo è stata sostenuta ieri da Lorenzo Bagnacani dell’AMA. Mario Mazzocca, sottosegretario alla presidenza della giunta regionale abruzzese con delega all’Ambiente gli ha risposto a brutto muso: “Ci lasciano sconcertati le dichiarazioni fatte a mezzo stampa dall’amministratore delegato di Ama, secondo il quale ci sarebbe un’inversione di rotta nel voler trasportare i rifiuti dall’Emilia Romagna all’Abruzzo, tra l’altro motivandola con ragioni economiche che non sono assolutamente vere: in Emilia Romagna i rifiuti andavano per essere smaltiti, una cosa ben diversa dal trattamento, che noi possiamo fare in Abruzzo e che ha costi certamente più elevati”.”.
Il governatore dell’Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ha intanto spedito a Virginia Raggi una lettera con le condizioni della sua Regione per accogliere i camion carichi di monnezza romana.
Messaggio chiaro, scrive il Messaggero:
La Capitale voti subito un piano anti-emergenza vero, altrimenti non aspettatevi una mano da noi. Il documento è partito ieri notte da Pescara, direzione Campidoglio Dopo lo stop ego della trattativa con l’Emilia Romagna a guida Pd, l’amministrazione di Virginia Raggi ora è costretta a sperare nel «sì» dell’Abruzzo. Ma da Pescara — anzi, dagli impianti di Sulmona e Chieti — non arriverà un aiuto immediato. E la Capitale è sempre più in emergenza.
Entro cinque giorni, senza valvole di sfogo, il fragile sistema degli impianti cittadini rischia di collassare definitivamente. Ne sono convintigli esperti della Regione Lazio e fonti qualificate dell’Ama. In una delle poche strutture comunali, il Tmb del Salario, già ieri giacevano montagne di rifiuti fermi nelle vasche. E lo stesso accadeva nell’altro “Tmb pubblico, quello di Rocca Cencia. Senza alternative in campo, la situazione nel week-end potrebbe precipitare, perchè ogni domenica si ferma lo smaltimento. Il rischio è che lunedì i netturbini non sappiano più dove portare i sacchetti di pattume che già straripano da giorni dai cassonetti.
Domenica il tentativo furbo del MoVimento 5 Stelle di dare la colpa alla Regione e agli altri per la situazione si è andato a schiantare contro i commenti di cittadini infuriati che ricordavano di averli votati per trovare soluzioni ai problemi invece di sviare l’attenzione sui nemici politici.
La brillante strategia del M5S per cancellare l’emergenza rifiuti a Roma si va piano piano schiantando contro lo scoglio della realtà .
Anche perchè nel frattempo le accuse alla Regione sono state confutate dai documenti della Città Metropolitana, dai quali si scopre che il piano rifiuti di via della Pisana non è stato aggiornato anche perchè Roma non ha detto dove vuole fare gli impianti che ha promesso.
E la situazione degli impianti di trattamento è quella certificata dalla Fp Cgil Roma e Lazio che in una nota fa sapere che «Roma regge a stento e solo perchè conserva nella pancia degli impianti Ama un’enorme quantità di rifiuti, mandando oltre il 25% a smaltire fuori dal proprio territorio».
E se i rifiuti non riescono a passare per i TMB anche se fosse aperta Malagrotta non farebbe alcuna differenza perchè l’indifferenziato deve passare prima per gli impianti di trattamento meccanico-biologico che — a Roma — sono allo stremo.
Nel frattempo la decisione e la posizione ideologica della Sindaca e dalla Giunta pentastellata che si ostinano a non dire dove vorrebbero che venissero posizionati i nuovi impianti sta producendo i suoi effetti nelle strade di Roma.
I continui richiami alla differenziata e agli obiettivi futuri del porta a porta non possono risolvere il problema attuale che è dovuto alle carenze strutturali dei TMB che la Raggi non dice dove vorrebbe posizionare.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
LE FAMIGLIE MAFIOSE CONTROLLAVANO TUTTO: DALLE AZIENDE AGRICOLE AGLI APPALTI, DAL VINO ALLA GESTIONE DEI MIGRANTI… LA POLITICA LOCALE SPESSO PARTE ATTIVA DELL’ORGANIZZAZIONE
Una decina amministratori locali tra sindaci, vicesindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali di Cirò Marina, Strongoli, Mandatoriccio, Casabona e San Giovanni in Fiore.
In manette anche il presidente della Provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto esattamente un anno fa con il 62,2% dei voti.
Un’inchiesta mastodontica, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, è stata portata a termine stanotte dai carabinieri del Ros che hanno arrestato per mafia 170 persone in Calabria: 131 sono finite in carcere e 39 agli arresti domiciliari.
Numerosi sequestri, inoltre, sono stati eseguiti dai militari del Comando provinciale di Crotone e dal Noe di Catanzaro. L’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Stige” è stata firmata dal gip di Catanzaro Giulio De Gregorio su richiesta del procuratore Nicola Gratteri, dell’aggiunto Vincenzo Luberto e dei sostituti Domenico Guarascio, Fabiana Rapino e Alessandro Prontera.
Associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, favoreggiamento, turbativa d’asta e corruzione elettorale. C’è di tutto e di più nelle oltre 1300 pagine che riassumono il lavoro della Dda. Anni di indagini che hanno fatto luce sul controllo capillare del territorio, a cavallo tra le province di Crotone e Cosenza, da parte della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina e del clan Giglio di Strongoli.
Il blitz è scattato stamattina all’alba in Calabria e in altre regioni d’Italia. Ma anche all’estero, in Germania dove la holding dei clan ha allungato i suoi tentacoli. Tredici gli arresti che gli uomini del Raggruppamento operativo speciale hanno eseguito nelle zone dell’Assia e di Stoccarda dove, grazie a una cellula distaccata delle famiglie calabresi, la cosca dei “cirotani” si è imposta nel settore della distribuzione dei prodotti vinicoli e di semilavorati per pizze.
Se la Germania è un territorio da colonizzare, il crotonese era casa loro.
Soprattutto i Comuni di Cirò Marina, Cariati, Torretta di Crucoli, Strongoli e Casabona dove gli interessi della cosca vanno dal mercato ittico ai servizi portuali, dai servizi di lavanderia industriale a quelli della distribuzione di prodotti alimentari, dalla gestione dei servizi per l’accoglienza dei migranti allo smaltimento dei rifiuti, dalle agenzie di slot-machine a quelle per la distribuzione di bevande, dai servizi di onoranze funebri alla gestione dei lidi fino agli appalti per il taglio dei boschi della Sila.
Il pubblico come il privato doveva sottostare ai desiderata della ‘ndrangheta. Nelle carte della Procura, infatti, ha trovato spazio la storia di un’azienda agricola e di un frantoio che due imprenditori non sono riusciti a vendere perchè il boss Salvatore Giglio ha allontanato l’ex deputato Franco Laratta e il sindaco di Petilia Policastro Amedeo Nicolazzi influenzando le trattative che questi avevano con i proprietari.
Se le estorsioni sono una costante, gli appalti arrivano dopo i voti.
È tutto legato per la Dda di Catanzaro secondo cui, se alcuni politici locali sono concorrenti esterni della ‘ndrangheta, molti altri sono di fatto affiliati alla cosca Farao-Marincola.
Non è un caso che, con l’operazione “Stige”, sia stata praticamente decimata l’amministrazione del Comune di Cirò Marina dove, assieme a boss e gregari, sono finiti dietro le sbarre anche il sindaco Nicodemo Parrilla che, proprio grazie “alle pressioni ‘ndranghetistiche esercitate sui consiglieri del Comune di Casabona” è stato eletto anche presidente della Provincia di Crotone.
Tramite Antonio Anania, ritenuto “tra gli esponenti più attivi della ‘ndrangheta cirotana”, per Parrilla i voti li avrebbe trovati Giuseppe Sestito, detto “Pino” uno dei plenipotenziari della cosca che, dal 2006 al 2016 ha sempre deciso chi doveva guidare il Comune.
I carabinieri hanno arrestato anche il vicesindaco Giuseppe Berardi, il presidente del Consiglio comunale Giancarlo Fuscaldo, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio che è stato anche lui ex assessore dello stesso Comune.
Sono finiti in carcere pure il vicesindaco di Casabona Domenico Cerrelli, il sindaco di Mandatoriccio Angelo Donnici, il suo vice Filippo Mazza (che ha la delega ai lavori pubblici), l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore Giovanbattista Benincasa e il sindaco di Strongoli Michele Laurenzano, del Pd.
Quest’ultimo, secondo i pm della Dda di Catanzaro, forniva un “concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione mafiosa”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO USA: “IL MERCATINO E’ STATO ROVINATO, PERDENDO IN DECORO E ATTENZIONE PER I PRODOTTI”
La discussa Befana della Città Eterna fa il giro del mondo, guadagnando le colonne del New
York Times. “Per generazioni di romani, l’Epifania, non il Natale, è stato il giorno di festa principale per ricevere doni. Ma quest’anno — scrive il quotidiano newyorkese — è evidente che i tempi sono cambiati, e che una nuvola si è addensata sul mercatino”.
“Le preoccupazioni sul terrorismo hanno soffocato l’evento, e mentre le code si formavano agli ingressi dell’elegante piazza barocca, polizia e carabinieri stazionavano accanto alle barriere in acciaio. Agenti con metal detector controllavano gli zaini sotto gli occhi sorpresi dei bambini”.
Il quotidiano si sofferma quindi sulle alterne vicende del mercatino della Befana negli ultimi anni, sino al caso assegnazioni di quest’anno, che ha comportato il ritardo nell’apertura delle bancarelle.
“È stato un disastro – commenta un commerciante intervistato dal Nyt l’apertura del 19 dicembre, avvenuta “quando ormai la maggior parte delle persone aveva già allestito il proprio presepe”.
Non mancano poi i riferimenti alle glorie di un tempo, a quella piazza Navona che fu. Teatro di una tradizione ormai “morta”, secondo Sergio Balestrini, organizzatore della sfilata annuale della Befana in Vaticano dal 1986.
“Il mercato era una fiaba. Adesso, sono solo in quattro gatti malridotti”, che vendono cineserie da quattro soldi.
C’è poi chi ha comparato la Befana di piazza Navona al Natale di Spelacchio, divenuto “un’esagerazione” grazie ai social, scrive ancora il Nyt. Che si interroga sul destino dell’abete, non ancora rimosso. Citando anche le lamentele copiose dei cittadini nei confronti dell’amministrazione grillina su un’Epifania sottotono.
Il guaio è, scrive il Nyt, che adesso ci sono “poche attività ricreative per i bambini, all’infuori di un teatro di marionette con spettacoli ogni ora, tre stand con giochi da fiera e un carosello tedesco del 19esimo secolo, pezzo forte del mercatino”.
“Negli anni, il mercatino è stato rovinato, perdendo in decoro e attenzione per i prodotti”, ha detto al New York Times Viviana Piccirilli De Capua, presidente di un’associazione di residenti del centro storico.
“La mia amata Roma – conclude – ha perso la capacità di trasmettere la sua bellezza”.
(da agenzie)
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