Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA “RIVOLUZIONE LIBERALE” NON SI BARATTA PER 4 COLLEGI, TRADENDO L’IMPEGNO DI CHI CI AVEVA CREDUTO
E così, siamo stati costretti a doverci medicare “nuovamente le ferite”. A dover (nuovamente)
constatare il solito epilogo infausto. Da elettori, da cittadini che credono in determinati valori, ci dovremmo essere abituati, oramai, e invece…
Sono anni che speriamo di poterci “imbattere” in un progetto politico-culturale serio, coerente ed ambizioso.
Sono anni che, svanita Alleanza Nazionale, speriamo di poter avere “nuovamente un casa” nella quale sognare ed impegnarci…
Sono anni che speriamo di poterci “imbattere” nel progetto di una destra moderna, liberale, popolare ed europeista… Una destra del merito e della legalità scritte tutte in maiuscolo. Una destra della coerenza e dell’intransigenza autentica verso il futuro.
Oramai, mi sa, che è soltanto un sogno. Una speranza vuota. Un desiderio che non troverà mai più una “risposta”…
Nelle scorse settimane, il “buio” sembrava essere totale. Il centrodestra aveva sì presentato il suo programma elettorale in vista delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, ma risultava essere — come in effetti è! — il peggiore di tutti i tempi, intriso di promesse di ogni specie, soprattutto di quelle irrealizzabili.
Saturo di contraddizioni, e sin dalla composizione della stessa coalizione.
Un progetto sostanzialmente greve, grigio, privo di sostanza autentica. Nulla di rivoluzionario. Nessuna sincera battaglia liberale.
Chiacchiere, chiacchiere ed ancora, soltanto chiacchiere.
Nel buio più pesto, però, una diversa possibilità di voto sembrava prendere sempre più consistenza… “Energie per l’Italia” e Stefano Parisi sembravano poter essere una sfida entusiasmante, sia dal punto di vista squisitamemnte elettorale che da quello di un possibile impegno civico territorialmente immaginato nel tempo. Qualcosa che ogni elettore idealista, destro-liberale e “democraticamente ribelle e rivoluzionario” avrebbe potuto sostenere.
Mi ero così entusiasmato che avevo scritto sia al “movimento” che allo stesso Parisi per dare, nell’ambito di un evidentissimo impegno civico, e per quanto “piccolo” esso potesse essere o risultare, sia la disponibilità personale che quella di questo piccolo gruppo di lavoro.
Poi, però, negli ultimi giorni, abbiamo dovuto assistere all’inspiegabile retromarcia di chi, lungi da voler effettivamente rappresentare una concreta ipotesi di “voto utile”; lungi dal voler portare avanti una battaglia di portata nazionale, ha (invece) accettato la candidatura a Presidente della Regione Lazio.
Stefano Parisi, insomma, ha fatto dietrofront e nel peggiore dei modi.
E’ stata una delusione profonda e cocente, perchè, per quanto sia vero che siamo liberi di scegliere ed anche di cambiare idea, non si potrà mai revocarsi in dubbio che c’è — sempre — “tempo e tempo” e “modo e modo” di fare le cose e, in questo caso, la “via scelta”, è stata la peggiore”
Comunque sia, ognuno è artefice del proprio destino. Noi elettori, noi cittadini “semplicemente impegnati” nella spinta ideale e nell’impegno civico, possiamo soltanto prenderne atto e tirare le somme.
Nei giorni scorsi avevamo già iniziato la nostra piccola azione di sostegno a favore di “Energie per l’Italia”. Il programma di governo era buono. Le idee si fondo sembravano essere addirittura migliori. Stefano Parisi era – ed è! – persona perbene e molto preparata. Ci sarà sfuggito qualcosa, però! Soltanto così può riuscire a spiegarsi quel profondo senso di delusione che abbiamo provato alloquando si è appreso della predetta, altrui abdicazione dall’impegno, dalla “lotta politico-nazionale” con contestuale ripiegamento su un “ridotto”, riduttivo e quasi certamente perdente “impegno territoriale”.
Pazienza. Ci eravamo illusi di aver finalmente (ri)trovato un posto dove poterci impegnare.
Ci eravamo illusi che un nuovo seme di “rivoluzione liberale” potesse far nascere una piantina destinata a diventare una quercia stupenda.
Ci eravamo illusi che si potesse finalmente ritornare a fare fatti e non più, soltanto, parole
Ma tant’è: il dado è tratto. In una delle più brutte campagne elettorali alle quali abbiamo assistito — e parlo di quella in essere, ovviamente — ne abbiamo viste, e lette, di tutti i tipi.
Amici ed amiche di “destra” che si sono buttati nel Movimento 5 Stelle, peraltro, non ottenendo nemmeno l’ammissione alla “parlamentarie”.
Sedicenti liberali che hanno, invece, sposato le “ragioni sovraniste” di Fratelli d’Italia. Presunti radicali che si sono alleati col PD.
Ex “aennini” che hanno ingrossato le liste della Lega.
Meridionali che si sono scoperti “Salviniani”.
Miseria valoriale in ogni dove, insomma. “Soprammobili” freddi ed incolore…
Da elettori ne prendiamo atto: il 4 marzo, a votare, non ci andremo proprio!
Nel continuare a non smettere mai, nè di sognare, nè di immaginare il futuro, “qualcosa” la terremo sempre bene a mente, comunque: “il futuro non appartiene a coloro che si accontentano dell’oggi, che sono apatici verso i problemi comuni e verso il prossimo, timidi e paurosi di fronte alle nuove idee e ai progetti audaci. Apparterrà piuttosto a coloro che sanno mescolare passioni, ragioni e coraggio” (Bob Kennedy)
Salvatore Castello
Right BLU -La Destra liberale
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
ANDANDO A LEGGERE BENE, I CONTI NON TORNANO COME AL SOLITO
La campagna elettorale per le Politiche 2018 entra nel vivo e le proposte (e le promesse) dei partiti si fanno finalmente più interessanti.
Se Forza Italia Lega e Fratelli d’Italia propongono un Programma per l’Italia in dieci punti il MoVimento 5 Stelle raddoppia con i suoi venti punti per la qualità della vita degli italiani.
Il che non significa necessariamente che il M5S la stia sparando grossa però il dubbio viene. Soprattutto dopo aver letto come il MoVimento ha intenzione di finanziare il suo programma.
Tutti chiedono ai 5 Stelle dove prenderanno i soldi. La risposta, per ora, è una paginetta nel quale vengono elencate le “coperture” del loro programma economico e finanziario.
I programmi elettorali purtroppo non sono un genere letterario ma meriterebbero di entrare nel filone della fantascienza.
Ed in fondo è quello che noi italiani vogliamo. Non cifre, numeri, dati ma un’esperienza nuova, in nuove realtà per liberare nuove energie e proiettarci verso un’altra idea di Paese (cit.).
Certo ci sono anche gli scettici, e per accontentare anche questi noiosoni, il M5S ci spiega subito dove troverà i soldi.
Punto numero uno: 30 miliardi annui di spending review.
Dove li trova il M5S così tanti soldi? Ci dice anche questo: utilizzando i piani approntati dai commissari alla spesa, uno su tutti Carlo Cottarelli.
Fermiamoci qui. Cosa prevedeva il piano Cottarelli?
Formulato nel 2014 si proponeva di tagliare la spesa pubblica nel triennio 2014-2016 giungendo a risparmi lordi massimi per 34 miliardi in tre anni.
Ora è evidente che qualcosa non torna, perchè il M5S dice di essere in grado, seguendo quello stesso piano, di recuperare 30 miliardi l’anno una volta a regime.
È chiaro quindi che dire che si hanno a disposizione 30 miliardi di euro l’anno subito quando inizialmente se ne possono avere al massimo una decina (lordi) non è la stessa cosa.
Curiosamente il M5S non dice nemmeno cosa prevede il piano. Perchè tutti pensano che sia sufficiente tagliare i costi della politica e gli sprechi, cosa che senz’altro contribuisce al risparmiare ma tra le misure previste c’era il taglio del Pubblico impiego che prevedeva, entro il 2016, l’esubero di 85mila dipendenti pari ad un risparmio per le casse statali di 3 miliardi.
Oppure il blocco completo del turnover e l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 41 a 42 anni.
Cottarelli inoltre indicava alcune criticità spiegando che una parte rilevanti dei risparmi di spesa andrebbero a riduzione del deficit e non della tassazione.
Il M5S però propone di utilizzare il piano Cottarelli per ridurre l’IRAP alle imprese e “superare” la legge Fornero (che da sola costa 25 miliardi).
Inoltre il M5S prevede di poter aumentare il deficit di 10-15 miliardi l’anno.
C’è infine da rilevare che il governo, contrariamente a quanto sostiene il MoVimento 5 Stelle, sta in effetti già applicando la spending review.
Si è passati da una riduzione della spesa di circa 3 miliardi di euro del 2014 a 29 miliardi del 2017.
Nel 2018, se l’andamento dei risparmi rimarrà in linea con il piano e con le attuali politiche economiche e fiscali è previsto un risparmio di circa 31 miliardi di euro.
Ecco perchè il M5S può parlare di 30 miliardi all’anno derivanti dai tagli alla spesa, perchè il lavoro è già iniziato e finito da altri.
Qualche giorno fa a Piazza Pulita lo stesso Cottarelli ha definito “un errore” il piano del M5S di fare più deficit per finanziare il taglio delle tasse: «facciamo una cosa in deficit vuol dire andiamo a prendere a prestito i soldi. Poi sperare che questo generi una crescita del PIL tale che poi le entrate aumentino e si riesca a ripagare il debito che si è fatto inizialmente. Ci hanno provato in tanti e nessuno ci è riuscito».
Aggiungendo che non è pensabile attualmente pensare di tagliare le tasse in deficit.
Oggi Cottarelli su Twitter ha spiegato che «esiste una una relazione di causalità tra alto debito e bassa crescita, soprattutto se il debito non sta scendendo».
Il M5S propone al tempo stesso di fare più debito e di abbassare il rapporto deficit/PIL del 40% in dieci anni. Allo stato attuale si tratterebbe di circa 70 miliardi
Non si può non notare che pur tenendo alta la bandiera della spending review il MoVimento 5 Stelle prevede l’assunzione di qualche migliaio di dipendenti pubblici. Diecimila agenti delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza nelle città (ai quali si spera sia previsto di dare una dotazione di mezzi adeguata) e “altre 10mila per rafforzare le commissioni territoriali che valutano le domande di diritto d’asilo”.
Nel suo piano però Cottarelli faceva notare che solo Cipro, la ex Jugoslavia, la Turchia, la Spagna, la Croazia, la Grecia e la Serbia avevano un numero maggiore di unità di polizia ogni 100mila abitanti.
Il M5S al contrario propone di assumerne altre ventimila. Ci sono poi da assumere 5mila amministrativi nei Tribunali e 1.400 magistrati “per rendere più efficiente e rapido il comparto”.
Nel programma del M5S sembra ci siano solo tagli e risparmi.
Un taglio però in realtà nasconde l’aumento delle tasse. Ed è uno dei tagli più consistenti. Perchè il M5S propone di tagliare le agevolazioni fiscali così da recuperare 40 miliardi di euro (a regime).
Ancora una volta il MoVimento dice che quei 40 miliardi di euro in più all’anno saranno una volta che il piano andrà a regime. Ma questo significa che il primo anno il M5S non avrà a disposizione tutta la cifra.
Quanta ne ce ne sarà ? Per saperlo bisognerebbe leggere i dettagli, che un tempo si chiamavano appunto “coperture”.
Ci sono alcuni punti curiosi nel programma del M5S dove si parla di “inversione dell’onere della prova: il cittadino è onesto fino a prova contraria”.
Se si fa un salto in quello del Centrodestra leggiamo: “abolizione dell’inversione dell’onere della prova fiscale e riforma del contenzioso tributario”.
E anche la riforma del sistema tributario proposta da Forza Italia/Lega&FdI prevede la “piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”.
E del resto anche Forza Italia promette investimenti, taglio degli sprechi, revisione dei trattati europei (un argomento sul quale Di Maio vorrebbe usare il referendum sull’euro come arma) “un grande Piano di sostegno ai cittadini italiani in condizione di estrema indigenza, allo scopo di ridare loro dignità economica” che in sostanza è una misura simile al reddito di cittadinanza.
Ora si può dire che Berlusconi ha copiato il 5 Stelle e che solo loro sanno come far funzionare la ricetta. E Di Maio sicuramente dirà che Berlusconi è un bugiardo seriale e che loro sono migliori perchè queste promesse non le hanno mai disattese.
Certo sarebbe più interessante poter leggere le vere coperture, con i veri dettagli, e non una zuppa di numeri che appaiono e scompaiono a piacimento.
Nel frattempo Il M5S non ha ancora presentato i suoi obiettivi di finanza pubblica come chiesto da Cottarelli.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
ATTORI, COMICI, GIORNALISTI E PERSONAGGI VIP CANDIDATI NELL’UNINOMINALE PER “SCELTA DIVINA”
Il nuovo M5S di Luigi Di Maio cambia passo e decide di non candidare solo emeriti
sconosciuti. Le elezioni sono un grande show e all’uninominale per prendere voti l’attivista conosciutissimo sul territorio per il suo impegno nei gazebo e nei banchetti in piazza non basta.
Perchè il M5S non è più ormai solo il partito venuto dal basso e dalla Rete, è un partito come gli altri.
E se gli altri si aprono alla cosiddetta società civile, il MoVimento che fa? In teoria loro la società civile ce l’hanno già in casa. Serve il personaggio famoso, il nome di richiamo.
È la carica dei candidati Vip a 5 Stelle. Qualche giorno fa Luigi Di Maio ne ha fatti debuttare due a Porta a Porta.
Sono il professor Lorenzo Fioramonti ed Emilio Carelli, giornalista e già direttore di SkyTg24, quest’ultimo in lista per un seggio alla Camera a Roma.
Evidentemente il M5S ha fatto pace con i giornalisti perchè ne schiera altri due. Uno è l’ex direttore de Il Centro Primo Di Nicola che sarà all’uninominale nel collegio Pescara-Chieti.
Un altro invece è l’ex direttore de La Padania, il quotidiano della Lega Nord pagato (quello sì) con i contributi pubblici, Gianluigi Paragone.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando sul blog venivano pubblicate le liste di proscrizione del “giornalista del giorno”.
È passato molto meno tempo (era il settembre del 2017) da quando Grillo si rivolse ai cronisti dicendo: «Vi mangerei per il solo gusto di vomitarvi Un minimo di vergogna voi la percepite per il mestiere di che fate, sì o no? O perchè fate il vostro lavoro da 10 euro al pezzo pensate che giustifichi tutto questo».
La cosa divertente è che sul blog di Grillo gli attacchi ai giornalisti sono scomparsi mentre sul Blog delle Stelle che è il nuovo house organ ufficiale del partito ci sono ancora.
Ma non ci sono solo i giornalisti. Ci sono anche attori e cabarettisti.
Ad esempio Nicola Acunzo attore che ha recitato con Verdone, Salemme, Siani e Pieraccioni sarà candidato a Battipaglia.
Tra i film in cui Acunzo ha recitato c’è anche Il ritorno del Monnezza il remake della saga del celebre personaggio di Tomas Milian diretto da Carlo Vanzina.
Che sia un buon viatico per la soluzione del problema dei rifiuti?
Di sicuro Acunzo ha già imparato la parte del portavoce pentastellato, almeno a giudicare da alcuni post sull’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Certo bisogna lavorare sugli esempi. A settembre dello scorso anno Acunzo elogiava Al Pacino che “continua a fare solo l’attore” e la virtù di “rimanere al proprio posto” definendolo il talento delle persone serie.
Molto più lineare invece il percorso di Paolo Maria Veronica, cabarettista di Coloradò Cafè con un passato da candidato comunale per il PCI a Novara che qualche anno fa aveva dichiarato di votare M5S. Più di recente si è presentato alle parlamentarie.
I click non lo hanno premiato (non è tra i candidati del proporzionale) ma stando a quanto scrive il Corriere della Sera il “Senatore Paolino” (come si firmava ironicamente) potrebbe correre per la Camera dei Deputati a Bologna Casalecchio.
Perchè va bene la democrazia diretta ma è il Capo Politico che decide.
Anche gli sportivi hanno accolto l’invito a scendere in campo per il MoVimento 5 Stelle. Uno di questi è il Presidente del Potenza Calcio, Salvatore Caiata, candidato alla Camera dei deputati nel collegio uninominale Potenza-Lauria.
A ufficializzare la candidatura è stato proprio Luigi Di Maio che in una nota ha fatto sapere di essere contento «che Salvatore, da imprenditore ed esterno a logiche politiche, abbia accettato di mettere la sua esperienza e le sue competenze manageriali a disposizione del nostro progetto per il Paese e per la Basilicata in particolare. L’Italia ha bisogno di persone capaci, che hanno dimostrato di saper fare tanto e bene per il proprio territorio».
Lui risponde su Facebook con lo slogan della sua squadra e accettando con entusiasmo l’invito di Di Maio di mettersi al servizio della propria terra.
Peccato però che Caiata non sia davvero “esterno a logiche politiche”.
Risulta infatti — come scrive il Foglio — che nel 2009 fu nominato membro del Coordinamento provinciale del Popolo della libertà a Siena città dove la famiglia di Caiata possiede alcune attività e un ristorante in Piazza del Campo. Non una carica elettiva, ma sicuramente un ruolo politico.
Della partita ci dovrebbe essere anche l’olimpionico Fabrizio Donato. Campione europeo nel salto triplo a Helsinki nel 2012 Donato ha conquistato il bronzo olimpico a Londra 2012 e dovrebbe essere candidato all’uninominale in Lazio.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
SI PORTA DIETRO MIGLIAIA DI LINK, MA NON I POST ZAVORRA… INACCESSIBILI I CONTENUTI FILORUSSI
I link sono soldi e potere. In una forza politica come il M5S, centrata e costruita sul possesso e l’uso dei dati (secondo il Garante per la privacy, peraltro, un uso non regolare), i link del sito principale (il blog di Grillo) sono volumi pubblicitari e peso politico, cioè denaro.
I link sono l’autostrada, diretta o indiretta, verso pagine social con milioni di utenti: profilazione potenziale, controllo politico, estrazione di valore, eventuale cessione a parti terze.
I link però si portano dietro anche pagine web, la memoria del passato, a volte imbarazzante – le derive antivacciniste, le teorie antiscientifiche, la narrativa pro Cremlino più imbarazzante – cose a volte da resettare, per ripartire.
Per questo bisogna mettere a fuoco l’aspetto cruciale della separazione in corso di Beppe Grillo da Davide Casaleggio: quanto pesano i link di Grillo al confronto del blog M5S, il blog delle stelle, quello rimasto all’Associazione Rousseau, presieduta da Casaleggio?
E poi: cosa significa che pagine e pagine del vecchio blog di Grillo non risultano più apribili nel nuovo blog – al momento in cui scriviamo, cioè tre giorni dopo la nascita?
È una migrazione, faticosa, da Casaleggio alla Beppe Grillo srls, o una revirgination, una nascita ex novo?
Prima risposta: il confronto (fonte Moz.com) tra il blog della Grillo srl e quello delle stelle è impietoso, per il secondo.
Diversi parametri dicono che il blog di Grillo vale molto, il blogdellestelle molto molto meno.
Il primo pesa in rete 78 (su 100), quello delle stelle pesa 50.
Il ranking del primo è 6,46, quello del secondo è 5,83.
Il totale dei link interni del primo è 21732, quello del secondo è un modesto 2686. Il totale dei link esterni di Grillo è 114 mila, quello del blogdellestelle è appena 14591. Questi numeri, che possono sembrare incomprensibili, significano quanto Google (per fare solo un esempio) è disposta a pagare per la pubblicità sui due rispettivi supporti. Grillo sa bene di questa sua forza, e può usarla contro l’asse Casaleggio-Di Maio.
Eppure Grillo ha capito, ormai, che molte pagine dietro quei link sono una zavorra. Stiamo testando in maniera continua la performance del nuovo blog, e ancora ieri, per tutto il giorno, risultavano inaccessibili («“Error 504”: this page is currently offline», o «errore 404. la pagina richiesta non esiste») molti dei post più imbarazzanti nella storia del blog di Grillo quand’era gestito alla Casaleggio.
L’esempio famigerato è il post che correlava vaccini e autismo: «Un bambino su 150 soffre di autismo. Venti anni fa solo uno su 2000. Gli scienziati attribuiscono la crescita all’inquinamento ambientale, alimentare, e da vaccini e farmaci». Titolo “L’epidemia del’autismo”, blog di Grillo, 7 aprile 2007. La pagina figurava inesistente sia dal nuovo blog di Grillo, sia dal blogdellestelle.
Spiega l’informatico David Puente che le ipotesi sono due: «O sul blog delle stelle i post vecchi non li hanno caricati. Oppure Grillo non li voleva nel nuovo blog». Chiarissimo. Si tiene il peso commerciale dato dai link, ma non le pagine imbarazzanti.
«Se non li ripubblicano – dice Puente – il distacco con Casaleggio è ancora più drastico». Se invece è solo questione di tempo, vuol dire che la migrazione «è stata gestita tecnicamente molto male».
Potremmo fare tanti esempi, di pagine in questo limbo non più apribile: cose come il post sulla biowashball, una palla di plastica contenente dei granelli ceramici che sarebbe in grado di pulire la biancheria senza utilizzare detersivi, con danno per le multinazionali: tutto ovviamente smontato dai chimici.
I post putiniani, ma anche il celebre vecchio post in cui Grillo inneggiava (prima della svolta pro Cremlino) ad Anna Politkovskaja.
La sfida sui link è solo l’inizio di una controffensiva politica di Grillo?
(da “La Stampa“)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
DI MATTEO: “CI HANNO DEFINITI EVERSIVI E NESSUNO CI HA DIFESO”
Ottantotto anni di carcere in totale per gli uomini accusati di aver dato vita alla più perversa
delle interlocuzioni: quella tra Cosa nostra e lo Stato.
È la somma delle pene chieste dalla procura di Palermo alla fine della requisitoria del processo sulla Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e la mafia.
Dopo 4 anni e 8 mesi di dibattimento, a 1914 giorni dalla prima udienza preliminare e a dieci anni esatti dall’apertura dell’inchiesta, l’accusa ha dunque tirato le somme.
I pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene hanno impiegato otto delle 210 udienze celebrate fino ad oggi per esporre la requisitoria. Un racconto lungo e complesso che comincia alla fine degli anni ’80, attraversa il biennio stragista che ha destabilizzato il Paese e riscrive nei fatti la storia della nascita della Seconda Repubblica.
Le richieste di pena
Alla corte d’Assise presieduta dal giudice Alfredo Montalto i pm hanno chiesto di condannare a 16 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, l’uomo che guidò i corleonesi dopo l’arresto del capo dei capi, il 15 gennaio del 1993. C’è Bagarella ai vertici di Cosa nostra quando bombe e stragi escono per la prima volta dalla Sicilia e colpiscono Roma, Firenze e Milano. È Bagarella che a un certo punto ispira la nascita di Sicilia Libera, il movimento che doveva rappresentare le istanze dei mafiosi nel mondo politico. Ed è sempre il padrino corleonese che a poi dirotta il sostegno di Cosa nostra sulla neonata Forza Italia. Non doversi procedere invece per intervenuta prescrizione per Giovanni Brusca, il collaboratore di giustizia che partecipò ai vari summit in cui si organizzò l’assalto di Cosa nostra alla Stato e che è stato condannato — tra le altre cose — per essere stato l’esecutore principale della strage di Capaci.
Il prequel e i carabinieri
Antonino Cinà , medico fedelissimo di Riina, accusato di aver consegnato a Massimo Ciancimino il papello, cioè la lista con le richieste avanzate dalla mafia per far cessare le stragi. Ciancimino junior avrebbe consegnato quel foglio al padre, don Vito, l’uomo agganciato dai carabinieri nel giugno del 1992 — dopo l’omicidio di Giovanni Falcone — con l’obiettivo di avere un’interlocuzione con la Cupola e far cessare le stragi. Per questo motivo sono imputati per tre ex ufficiali dell’Arma: Antonio Subranni, ex capo del Ros, per il quale l’accusa ha chiesto 12 anni, il suo vice del tempo Mario Mori, su cui pende una richiesta di condanna pari a 15 anni, e l’ex colonnello, anche lui in servizio al Raggruppamento speciale, Giuseppe De Donno, che invece i pm vorrebbero condannare a 10 anni. Per Cinà la richiesta è di 12 anni.
Il ruolo di Dell’Utri
La procura ha poi chiesto di considerare colpevole anche Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia che sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: per lui sono stati chiesti altri 12 anni di carcere. Braccio destro di Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia, è Dell’Utri — secondo l’accusa — l’uomo che chiude il patto con i boss ottenendo sostengo per il suo neonato partito politico. “Alla fine del 1993 Marcello Dell’Utri si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del consiglio”, hanno sostenuto i magistrati alla fine della requisitoria.
E ancora: “La Cassazione ci dice che tra Cosa nostra e Berlusconi e Dell’Utri il rapporto era paritario. Dell’Utri era un nuovo autorevole interlocutore del dialogo con Cosa nostra”.
Sono tutti imputati di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato. Per la procura di Palermo “risulta provato che l’incontro tra esponenti mafiosi e Marcello Dell’Utri siano stati plurimi e ripetuti nel tempo, da collocare sia prima delle elezioni del ’94 che dopo le politiche. Nel corso di questi incontri — dice Del Bene in aula con i colleghi Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo — sia Graviano che Mangano hanno sollecitato Dell’Utri a intervenire a favore di Cosa nostra. In quel momento storico e politico è il linguaggio della violenza quello prediletto dai mafiosi che sulla cultura della violenza hanno costruito un sistema di potere, la loro carriera personale. È solo con l’uso di questo linguaggio che i capi di Cosa nostra e, in particolare uomini sanguinari come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, pensano di potere realizzare i loro obiettivi con l’uso della violenza. E Dell’Utri non si è sottratto e si è fatto interprete degli interessi di Cosa nostra“.
Mancino e il Romanzo Quirinale
Accusato di falsa testimonianza è, invece, Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno. Davanti ai giudici che celebravano il processo per favoreggiamento a Cosa nostra in cui era all’epoca imputato Mori, Mancino ha negato di aver saputo dall’allora guardasigilli Claudio Martelli di contatti “anomali” tra i carabinieri del Ros e Ciancimino.
Contatti che, secondo la procura, avrebbero costituito il primo atto formale della stessa trattativa. Finito coinvolto nell’inchiesta Mancino diventa poi il protagonista del Romanzo Quirinale. Intercettando l’ex presidente del Senato i pm registrano anche Giorgio Napolitano: un evento che nel 2012 farà scontrare la procura di Palermo e il Quirinale, con il Colle che ottenne la distruzione di quelle telefonate. Per lui i pm hanno chiesto 6 anni di reclusione.
Gli altri imputati
Cinque anni di carcere è poi la richiesta pena avanzata per Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, accusato di calunnia e concorso esterno (prescritto) e, allo stesso tempo, teste del processo.
Ciancimino, che dopo una condanna per detenzione di esplosivo si è visto revocare l’indulto concessogli dopo un precedente verdetto di colpevolezza per riciclaggio, è detenuto. Sono tutti stati rinviati a giudizio il 7 marzo del 2013. In origine, però, gli imputati erano 12. L’ex ministro Calogero Mannino, invece, scelse il rito abbreviato: processato separatamente è stato assolto in primo grado. L’appello a suo carico è ancora in corso.
La posizione del boss Bernardo Provenzano venne presto stralciata in quanto il capomafia, poi deceduto, venne dichiarato non in grado di partecipare consapevolmente all’udienza. A novembre ecco venir meno anche Riina, personaggio chiave nella ricostruzione della Procura del dialogo che pezzi dello Stato avrebbero stretto con Cosa nostra negli anni delle stragi.
La mancata cattura di Provenzano
Il boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano “non poteva essere catturato perchè l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte, sparigliato gli accordi e comportato per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica” ha detto il pm Nino Di Matteo. Una vicenda per la quale il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu sono stati assolti in via definitiva.
“Questo era il motivo per il quale non poteva essere arrestato Bernardo Provenzano — dice ancora Di Matteo — il motivo per cui Mario Mori e Antonio Subranni, ai vertici del Ros, non potevano e non dovevano e non hanno voluto catturare Provenzano. Non perchè potenzialmente corrotti, o intimiditi, o pregiudizialmente collusi con la mafia, ma perchè preoccupati di rispettare il patto con l’ala moderata di Cosa nostra e di garantire la perpetuazione della segretezza” .
Un’inchiesta lunga 10 anni
L’udienza di oggi, tra l’altro, è l’ultima alla quale hanno partecipato i pm Di Matteo e Del Bene: promossi alla procura nazionale antimafia sono stati applicati al processo sulla Trattativa solo fino alla fine della requisitoria.
Sono anche gli unici due magistrati che seguono l’inchiesta dall’inizio: dal 2008 era Di Matteo il pm che ordinò le prime iscrizioni del registro degli indagati. “Siamo arrivati al termine della requisitoria, la presenza mia e del collega Francesco Del Bene cessa con l’udienza di oggi. Personalmente è stato per me un impegno, tra le Procure di Caltanissetta e di Palermo durato 25 anni. Ho seguito questo processo fin dall’inizio, dalle indagini preliminari. Un processo che è destinato a portarsi dietro una scia infinita di veleni e di polemiche” ha detto Di Matteo concludendo la sua requisitoria al processo sulla trattativa tra Stato e mafia.
I due magistrati non potranno nemmeno più seguire le udienze dedicate alla discussione della difesa. “Man mano che siamo andati avanti ho avuto contezza del costo che avrei pagato per questo processo — dice ancora — e credo di non essermi sbagliato. Hanno più volte affermato che l’azione di noi pm è stata caratterizzata persino da finalità eversive, e nessuno ha reagito. Nessuno ci ha difeso di fronte ad accuse cosi gravi, ma noi lo abbiamo messo in conto. Così avviene in questi casi, in cui l’accertamento giudiziario non si limita agli aspetti criminali ma si rivolge a profili più alti e causali più complesse”. “Siamo veramente onorati di avere avuto l’occasione di confrontarci con la serenità e l’autorevolezza della corte d’Assise — prosegue Di Matteo — abbiamo l’ulteriore certezza che ci fa vivere con coraggio che nessuno ci potrà togliere: quella di avere agito per cercare la verità ”. Se questa verità costituisce o meno un reato, toccherà ai giudici deciderlo.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
RAPPRESENTA QUELLA FOGNA UMANA CHE ODIA CHIUNQUE NON PENSI SOLO AI SUOI MISERABILI INTERESSI… GODONO DI EVIDENTI PROTEZIONI, IN ALTRI PAESI SAREBBERO A SPACCARE LE PIETRE CON UNA PALLA AL PIEDE
Lei guarda la platea rigida, nel suo vestito dai colori sgargianti, la gonna corta sulle cosce e la guàªpière bene in vista. “C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia stata già esibita”, gigioneggia al microfono il leader nella sua t-shirt celeste cielo, e la folla esplode in un grido di giubilo.
Appena dietro, un collaboratore sorridente solleva la bambola gonfiabile in favore del pubblico riunito sotto il palco a Soncino, in provincia di Cremona, per applaudire Matteo Salvini.
Quando la presidente della Camera su Facebook gli fa notare che “le donne non sono bambole e la lotta politica si fa con gli argomenti”, lui rincara: “Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti! #sgonfialaboldrini“.
Era il 24 luglio 2016, non molto tempo fa.
Oggi il segretario nazionale della Lega non ha potuto fare altro che condannare i Giovani Padani della Lega che hanno bruciato in piazza un fantoccio con le fattezze della Boldrini.
Oggi Salvini spiega che quel gesto è “un’idiozia“, ma con le sue intemerate contro l’esponente di Liberi e Uguali ha sdoganato e alimentato quel movimento d’opinione che ogni giorno specie sui social network la mette nel mirino con un linguaggio violento e ingiurioso, trasformandola nel simbolo di tutto ciò che la destra e il centrodestra — con in testa il nuovo Carroccio formato nazionale — odiano: non più i terroni (nel caso della Lega) ma i migranti, chi ne difende i diritti e tutto ciò che gravita attorno al mondo dell’accoglienza a partire dalle ong.
Oggi Salvini spiega che nel Nord Italia “il fuoco può essere tradizione, ma bruciare è una sciocchezza”, riferendosi al fantoccio della presidente della Camera dato alle fiamme in piazza a Busto Arsizio in un barcone sormontato dalle scritte “Costa Discordia”, “Offerta irripetibile — Boldrinia viaggi: viaggio della risorsa all inclusive — solo andata destinazione Africa“.
Ma era stato lui il primo a voler mettere la Boldrini in uno dei natanti sui quali i miranti affrontano il mare e spedirla sull’altra sponda del Mediterraneo: “E’ matta, da internare — attaccava il 15 marzo 2016 a La Zanzara su Radio 24 — ha detto che siccome gli italiani non fanno figli, allora dobbiamo portare in Italia 400mila schiavi stranieri (…). Impeachment, sfiducia, oppure da mettere in un barcone, in senso contrario però”.
Nulla di nuovo, il legittimo giudizio politico (“il peggior presidente della Camera della storia”) aveva da tempo lasciato posto all’offesa personale.
Il 20 giugno 2015, all’avversaria che sosteneva che in Italia non esiste un’emergenza in tema di immigrazione il segretario del carroccio aveva replicato: “La Boldrini deve essere ricoverata“.
L’argomento è lo stesso il 6 agosto 2016, ma i toni salivano: “Sei una tarata mentale — diceva Salvini — se pensi che bisogna sostituire gli italiani che non fanno figli con gli immigrati”.
Il 15 novembre 2016, poi, Salvini evocava i gulag: “La Boldrini ha detto che l’elezione di Trump è inquietante. E pure Napolitano si è detto sconvolto. Dovrebbero andarsene tutti e due in Siberia“, la regione della Russia in cui sorgevano i campi di lavoro forzato dove l’ex Unione sovietica confinava criminali e oppositori politici.
Il climax è ascendente: il linguaggio si deteriora di comizio in comizio, tweet dopo tweet, post dopo post.
Se il 31 marzo 2014 l’esponente di LeU viene additata come “una vergogna per l’Italia”, il 15 aprile 2015 diventa “un’ignorante” e il 22 dicembre subisce un’ulteriore evoluzione in “l’essere più inutile che la Camera ricordi negli ultimi anni”.
Giusto il giorno prima, parlando del caso degli ospiti di un centro per richiedenti asilo di Ceranova (Pavia) che avevano protestato chiedendo maggiore igiene nella struttura, il leader leghista aveva commentato per il ludibrio del suo popolo: “A fare le pulizie manderei la Boldrini!“. Forse perchè l’ex portavoce dell’Unhcr è una donna. Per la precisione, come sentenziava Salvini su Radio padania per la gioia degli ascoltatori, “il nulla fatto donna“.
Una tentazione, quella di mettere nel mirino la Boldrini, cui non aveva resistito neanche Beppe Grillo: da sempre molto critico nei confronti della terza carica dello Stato: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”, aveva domandato su Facebook il 1° febbraio 2014 il fondatore del M5s, allegando un video di un ragazzo che guidava l’auto accanto a una sagoma di cartone raffigurante la presidente della Camera. Il post aveva scatenato una raffica di insulti sessisti, molti dei quali inneggianti alla violenza.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DELLA GIOVANE GUARDIA MEDICA FA IL GIRO DEI SOCIAL
“Non mi faccio visitare da un negro” ha detto una paziente che si era presentata
nell’ambulatorio della guardia medica di Cantù, trovandosi di fronte al dottor Andi Nganso, 30 anni, nato in Camerun e da 12 anni in Italia.
“Ti ringrazio. Ho un quarto d’ora per bere un caffè”, ha postato ironicamente su Facebook il medico, come riportano oggi alcuni quotidiani.
“Sono medico da due anni e capita di rendermi conto che i pazienti sono sorpresi e magari un po’ incerti davanti a un medico nero, ma una reazione tanto violenta – ha poi commentato il dottore, che prima di arrivare a Cantù ha lavorato al centro di accoglienza di Bresso e pure in quello di Lampedusa – non mi era mai capitata prima”.
“In diversi casi mi sono trovato davanti persone che non sono riuscite a nascondere la sorpresa e magari anche il loro disappunto. Una volta una bimba mi ha fatto notare con stupore che ero gentile mentre i suoi genitori le dicevano di non parlare con gli uomini neri. In altri casi, con una scusa qualcuno ha lasciato l’ambulatorio. Non me la prendo.”
Dopo aver postato il messaggio su Facebook si sono susseguite le reazioni di vicinanza al dottore di Cantù: “Indignato di cotanta ignoranza! Andi sono orgoglioso di avere un medico come te alla guardia medica di Cantàº! Ce ne fossero di persone come te!” ha scritto un utente, mentre altri cercano di ironizzare: “E tu perchè sei nero? Non potevi essere fucsia? O giallo fluorescente? Io per metà sto cercando di diventare verde”.
Tutti concordi nel definire il razzismo un male molto più difficile da curare.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IN 500 SCRIVONO UNA LETTERA A DI MAIO E FONDANO UN COMITATO: “CHI SI E’ ATTRIBUITO IL POTERE DI GIUDICARE?… FATTI FUORI ANCHE ANDREATTA E BALDINO
La democrazia diretta del click inciampa nelle proteste degli esclusi alle Parlamentarie dei cinquestelle.
Un gruppo di attivisti lasciati a casa prima ancora di raggiungere i blocchi di partenza ha costituito il comitato #annullatetutto, scrivendo una lettera a Beppe Grillo e a Luigi Di Maio per chiedere trasparenza nelle decisioni prese, una materia prima non troppo diffusa nel Movimento.
I grillini indignati vengono dalla Puglia, e a sentir loro sarebbero cinquecento: “I sottoscritti, ‘non candidati’ e ‘candidati’ alle Parlamentarie in possesso dei requisiti formali per l’autocandidatura – scrivono – chiedono nel rispetto della trasparenza, della onorabilità delle persone e della democrazia, di conoscere la metodologia applicata per deliberare le numerose esclusioni realizzatesi con la pubblicazione dei profili votabili on-line”.
“Non possiamo accettare l’etichetta attribuita già il 16 gennaio attraverso i media cartacei e digitali — scrivono – di “infiltrati, arrivisti, indegni, scalatori e poltronisti”. Ne va della loro “onorabilità personale da difendere, tutelare e far rispettare”.
Il guaio sarebbe quel leggero venticello della calunnia, che a quanto pare spira così liberamente negli ingranaggi della politica digitale pentastellata da costringere gli stessi militanti a difendersi con le unghie: “Respingiamo fermamente le ipotesi circolanti riguardo le possibili segnalazioni addebitate a molti candidati. Se tutti segnalano tutti, chi decide? Con quale metodo, con quali criteri, avvalendosi di quali strumenti, applicando quali principi di legge e democrazia? Chi si è attribuito il potere di decidere e giudicare sulle presunte segnalazioni, sulla vita e sul valore delle persone, ed in che modo lo esercita?”.
La richiesta, a questo punto, è che Di Maio e Grillo “nelle loro rispettive qualità di portavoce e garante del Movimento, provvedano a intimare ai gestori della piattaforma Rousseau l’immediato annullamento in autotutela associativa delle Parlamentarie on-line” tenutesi il 16 e 17 gennaio per “tutelare la personalità morale e politica di ciascuno dei sottoscritti alla luce delle numerose anomalie” riscontrate, quali “la presenza nelle liste dei votabili di persone che non hanno trasmesso la documentazione necessaria”.
Intanto, a 5 giorni dalla pubblicazione delle liste prosegue l’epurazione selettiva dei candidati ai collegi proporzionale: nel collegio Veneto 2 salta Gedorem Andreatta, il consigliere comunale a Marostica che essendo al secondo posto in lizza aveva buone chance di farcela, travolto dalle polemiche perchè gestore di un hotel che ospitava profughi. Verrà sostituito da Giacomo Bortolan.
Alla Camera invece Vittoria Baldino, terza nel collegio Lazio 2 e impegnata ancora stamattina a far campagna elettorale, viene sostituita dall’avvocata Angela Salafia; la quale era quarta nel collegio Lazio 3 dove sarà sostituita da Chiara Morelli, spuntata a sorpresa saltando la lista dei supplenti.
Nei giorni scorsi, invece, Maria Pompilio è stata sostituita da Silvana Abate, proveniente dalla lista dei supplenti, nel collegio della Calabria per il Senato.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
OPERAZIONE SQUALLIDA: L’EX PRESIDENTE ERA NATO NELLA CITTA’ TOSCANA
La maggioranza M5S in consiglio comunale a Livorno ha bocciato oggi definitivamente la
mozione presentata dal Pd per l’intitolazione della Rotonda di Ardenza, storico parco cittadino che si affaccia sul mare, alla memoria dell’ex presidente della Repubblica e livornese di nascita Carlo Azeglio Ciampi.
Il sindaco Filippo Nogarin si è astenuto, compatta la maggioranza che con 16 voti a 10 ha respinto la mozione.
Insieme al gruppo Pd hanno votato a favore i consiglieri delle liste civiche Città Diversa, un consigliere di Livorno libera (due hanno votato contro), il consigliere di Livorno per tutti e due di Futuro.
Assente giustificata la consigliera di Forza Italia che nella votazione effettuata nel precedente consiglio, votazione infruttuosa perchè finita in parità , aveva votato a favore della mozione.
La questione di una dedica all’ex Presidente della Repubblica nella toponomastica cittadina era stata già oggetto di un aspro dibattito in consiglio comunale, dopo la delibera della Giunta.
I consiglieri di maggioranza infatti avevano espresso già lo scorso ottobre le loro perplessità sulla figura di Ciampi, “colpevole” insieme a Romano Prodi dell’entrata dell’Italia nell’euro.
Il consigliere Edoardo Marchetti per esempio, riferendosi all’ex Capo dello Stato, aveva parlato di “molte luci e molte ombre”.
A margine aveva poi spiegato: “Per quanto possa essere un illustre livornese i lavoratori hanno subìto l’introduzione della concertazione nel ’93 perdendo potere contrattuale È stato uno degli artefici dell’ingresso dell’Italia nell’euro. Ha reintrodotto la parata militare”.
Come se la concertazione dipendesse da lui, l’euro non avesse permesso al Paese di restare legato al traino europeo e la parata militare fosse un delitto (salvo quando non la fa Putin).
Curatevi, ne avete bisogno.
(da agenzie)
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