Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
IL PIROZZI PENSIERO NON PREVEDE IL CONGEDO PARENTALE MASCHILE, POI COME FA AD ANDARE ALLO STADIO?
Devo dire che questa volta Sergio Pirozzi ha davvero fatto bingo. 
In una sola affermazione è stato capace di fare l’en plein mettendo insieme due concetti uno peggio dell’altro: il primo è il razzismo, il secondo è la misoginia.
Non che le due cose non vadano spesso di pari passo, ma questa volta l’ha veramente teorizzata grossa nel dire che poichè non abbiamo bisogno di tate straniere perchè “Non insegnano i valori fondanti di questa nazione” allora e anche per questo “Le mamme devono tornare a fare le mamme“.
Ma c’è di più, per rafforzare questa sua teoria così restauratrice, Pirozzi trova il modo di accattivarsi le giovani italiche promettendo loro un compenso per stare a casa con i figli. Eppure, a pensarci bene, forse non è semplicemente un’idea anacronistica buttata lì per caso ma una visione quanto mai attuale, nel suo razzismo e nella sua idea di confinare nuovamente la donna al solo focolare domestico.
Una visione ricca non solo di stereotipi ma condita dalla volontà di fare mille passi indietro sul terreno dei diritti e dell’emancipazione.
Una visione dettata dalla volontà di mettere la parola fine a ogni reale sostegno alle politiche di genere: donna a casa, problema risolto.
Pirozzi, infatti, non è il primo a rilanciare il tentativo di comprare ogni libertà , conquista e autodeterminazione femminile, con la promessa di pochi spicci.
Qualche anno fa fu il responsabile generale della comunità papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, a trovare la nuova ricetta per far crescere i figli sani, promettendo un reddito alle neomamme a patto che decidessero di rinunciare al lavoro e al nido per i primi tre anni di vita del bambino.
Senza poi preoccuparsi di cosa sarebbe stato della donna dopo dopo i tre anni, una volta rimasta tagliata fuori dal lavoro.
Questa cosa non ha nulla a che fare con il reddito di cittadinanza, nè tanto meno con la crescita “sana” dei figli.
E i motivi sono tanti: la crescita sana non è esclusivo appannaggio materno, nè è garantita con una madre iper-presente.
È garantita dall’equilibrio tra lavoro e famiglia, dalla realizzazione personale che è responsabile di tante cose, è garantita anche dalla figura del padre.
E allora perchè, ad esempio, non parlare anche del congedo parentale maschile? E perchè insistere sul concetto di rinuncia, che posto così esula da quello di scelta?
Ma soprattutto, perchè non dare alle donne la possibilità di scegliere se essere mamme, lavoratrici o (addirittura) entrambe, senza per questo restare scoperte?
C’è un tema vero, che si chiama conciliazione ed è lì andrebbero trovate le risposte.
Caro Pirozzi, la coperta è troppo corta e tira solo dalla parte tua.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
USATO PER SPEDIRVI I DISSIDENTI, ERA UNO DEI PIU’ TERRIBILI D’EUROPA… LE STORIE DEI SUPERSTITI E DEI LORO DISCENDENTI
«La stiva della nave Punat si aprì all’alba. «Dall’esterno sentivo grida confuse: “Uaaaaa bandaaa”, abbasso i banditi. “Doleee izdainiciiii”, abbasso i traditori. A un tratto, arrivò sulla nave un gruppo di persone che iniziò a picchiarci all’impazzata, e si scatenò una fuga generale verso la scaletta che portava fuori. Davanti a noi si presentava una scena impressionante: due lunghissime file di individui che si snodavano dalla riva dell’isola verso una serie di baracche. Era lo “stroj”, il sentiero: il saluto di benvenuto sull’isola dei dannati. Noi dovevamo passare tra le due file di uomini, che ci colpivano forte con calci e pugni, sfigurando i nostri volti fino a farli diventare irriconoscibili. Nessuno riusciva ad attraversarlo tutto: dopo qualche decina di metri, si rovinava a terra, sfiancati dalle botte. La cosa che mi lasciò sbalordito è che non erano i militari a picchiarci, ma gli stessi detenuti del campo: stavano dando prova alle guardie della loro avvenuta “rieducazione”. Prigionieri trasformati in aguzzini degli altri prigionieri. Gli agenti dell’Udba erano posizionati lungo il percorso, e controllavano attentamente che tutti picchiassero con la dovuta violenza. Pena? Unirsi alla “nova banda”, ed essere pestati a loro volta. Ogni volta che un nuovo gruppo di detenuti arrivava sull’isola, i militari organizzavano lo “stroj”. Anch’io, come tutti gli altri, ne presi parte picchiando forte i nuovi sventurati, per non dover subire ancora quel supplizio».
Ci sono luoghi che non hanno bisogno di targhe alla memoria, dove qualcosa è successo tanto tempo fa, muri che non possono fare a meno di tacere. Luoghi dove i sassi, se avessero una voce, sarebbero capaci di raccontare la loro storia.
Una storia che ti si attacca addosso come salsedine e che ti resta dentro come un nodo alla gola che non si scioglie. E anche se dopo tanti anni la pioggia ha lavato via il sangue dalle pietre, rimangono parole mute inchiodate alle pareti, che attendono di essere raccolte.
Uno di questi luoghi si trova al largo della Dalmazia settentrionale, e si erge in mezzo all’Adriatico come una roccaforte naturale di una bellezza terrificante: si chiama Goli Otok (isola calva), e tra il 1949 e il 1956 è stata una delle più terribili prigioni in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Per sette lunghissimi anni, il dittatore comunista jugoslavo Josip Broz Tito fece rinchiudere su questa arida pietraia in mezzo al mare non solo tutti i suoi avversari politici, ma anche chi fosse minimamente sospettato di esserlo: tra questi, un gran numero dei suoi combattenti, ufficiali, generali, ex partigiani.
E il 90 per cento dell’intellighenzia di un’intera nazione: studenti, intellettuali, giornalisti, professori, scrittori.
Tutto iniziò nel giugno del 1948, quando vi fu la “rottura” tra la Jugoslavia di Tito e l’Unione Sovietica di Stalin.
Dopo la scomunica di Mosca al governo di Belgrado (accusato di “deviazionismo nazionalista”), in Jugoslavia vennero delineandosi due schieramenti contrapposti: da una parte i comunisti solidali con Tito; dall’altra, quelli che scelsero di restare fedeli alla linea politica del Cremlino.
Per questi ultimi la repressione arrivò all’improvviso, devastando vite e famiglie da un giorno all’altro.
Era l’Udba – la polizia segreta jugoslava – ad avere il compito di individuare e colpire i non-allineati al regime, incriminandoli come “nemici del popolo”, anche solo per aver detto una parola di troppo – il cosiddetto “delitto verbale” – o per aver espresso una minima perplessità in pubblico.
Molti altri non seppero mai il motivo della propria condanna. Dopo la delazione di un compagno e un processo farsa, per tutti i “cominformisti traditori” si aprivano le porte dei campi di rieducazione, come venivano chiamati.
Ancora oggi nel campo di Goli Otok, di cui fino a pochi anni fa si ignorava l’esistenza, il soffio incessante della bora solleva polvere di sale che impedisce all’erba di crescere tra le rovine delle prigioni e i bunker che ospitarono circa 30 mila detenuti, quasi tutti comunisti torturati da altri comunisti.
Grazie a un’accurata ricerca compiuta da una commissione dell’associazione croata degli ex deportati “Ante Zemljar”, oggi sappiamo che oltre 16 mila subirono le più sadiche sevizie e 446 persone morirono a seguito della “rieducazione”.
Racconta il sopravvissuto rovignese Sergio Borme: «Sull’isola c’erano ventiquattro baracche. In ognuna, duecento prigionieri. Dormivamo su tavolacci a tre piani, stipati come sardine, e potevamo coricarci soltanto di fianco. E di fianco ci risvegliavamo la mattina seguente. Sull’isola eravamo obbligati a trasportare pesanti massi di pietra da un luogo all’altro, senza alcuna ragione o utilità : era solo una tecnica per stremarci. Passavamo 8-10 ore al giorno, sotto il sole o la pioggia, immersi fino al collo nell’acqua del mare, a spalare sabbia. Ma il peggiore supplizio era la fame. Una fame nera che non dava tregua, e che ti faceva perdere il lume della ragione, portandoti al degrado umano più totale: senza più coscienza, senza più inibizioni, senza più rispetto per te stesso».
Sull’isola il sadismo era la normalità , e più gli aguzzini punivano i compagni, più diventavano potenti e rispettabili. I responsabili di quelle torture non vennero mai puniti per i loro soprusi.
Racconta Ratko Radosevic, figlio del sopravvissuto Petar: «Un’altra delle torture consisteva nello stare dritti come pali sotto il sole cocente d’estate a fare da ombra ai pini appena piantati, girando tutto intorno per seguire il movimento del sole».
A causa della carenza vitaminica, le gambe dei prigionieri nel tempo si gonfiavano come travi e le falangi delle dita andavano in cancrena. Molti morivano per fame o dissenteria, altri stroncati da tifo, epatite, distrofia o insolazione. In diversi casi i cadaveri non venivano sepolti, ma gettati direttamente in mare.
Come accadde a Mario Quarantotto, originario di Rovigno, che venne ucciso durante un feroce pestaggio, dopo essere tornato per la seconda volta sull’isola-lager.
Nei ricordi dei suoi compagni di prigionia, Mario urlava rifiutandosi di indossare la camicia nera, marchio riservato agli “irriducibili”. La sua famiglia non ebbe mai notizie del cadavere, nè del luogo della sua sepoltura: solo un documento attestante «morte per insolazione».
A volte, per aver contravvenuto a qualche regola o semplicemente per la delazione dei propri compagni, si subiva il “boikot”: il boicottaggio.
Ed era quanto di peggio potesse capitare, visto che al boicottato venivano affidati i lavori più pesanti. Bisognava lavorare in coppia con un altro prigioniero, che a sua volta era costretto a fare da aguzzino, tutto di corsa, senza un attimo di tregua, con i piedi protetti solamente da un copertone di gomma legato con un filo di ferro.
Ogni sera i boicottati dovevano attraversare lo “stroj” formato dai detenuti della sua baracca e ricevere la dose quotidiana di botte. Prima di andare a dormire, l’aguzzino di guardia spingeva la testa dei boicottati nel kibla, l’orinatoio della baracca. E questo strano tipo di inferno poteva durare anche qualche mese. Pochi sopravvivevano.
«A Goli Otok ho subito tanti boikot, non ricordo neanche quanti. Soprattutto all’inizio. E non capivo perchè. Con i miei compaesani arrivati prima di me, mi sfogavo raccontando il mio tormento, la mia disperazione. Loro mi ascoltavano, dandomi consigli sulle regole del campo e su come comportarsi. A distanza di poco però, venivo sempre condannato al boikot. Mi sembrava impossibile che compagni di sventura, potessero andare dalle guardie a riferire tutto. Poi, con il tempo e con l’esperienza, mi resi conto che invece erano proprio loro a fare la spia. Se non mi avessero denunciato alle guardie, a loro volta avrebbero subito il boikot. Eravamo obbligati periodicamente a fare rapporto al funzionario dell’Udba, riferendo tutte le confidenze e le espressioni di sconforto sentite dai compagni. Se non si era sentito nulla, allora non restava che inventarsi qualcosa e denunciare qualcuno a caso, meglio se parenti o amici ancora in libertà . Ci avevano trasformati in un esercito di delatori, messi gli uni contro gli altri, in modo da non poterci fidare di nessuno. Eravamo completamente soli, soli contro tutti. Dopo qualche mese e i primi boikot, ero arrivato a pesare 43 chili. Uno scheletro, l’ombra di me stesso. La stessa ombra umana che tante volte avete visto in televisione quando raccontano le atrocità di Auschwitz. Eravamo degli zombi, denutriti, distrutti nel fisico e nell’animo. Diventava un tormento anche lo stare seduti, perchè le ossa erano ricoperte soltanto da pelle. Ma la cosa che rendeva peculiare quel campo, non era tanto l’annientamento fisico, quanto quello morale. Tutti, me compreso, abbiamo pensato al suicidio come possibile via d’uscita a quell’inferno. Un atto estremo di liberazione. Ma a Goli Otok, persino morire era un sogno irrealizzabile, visto che la sorveglianza era strettissima. Ci tenevano in vita quel tanto che bastava per costringerci a subire quell’incubo, solo per il gusto di tormentarci».
Costretti in una buca
Spiega Darko Bavoljak, attuale Presidente dell’Associazione “Ante Zemljar” e autore di un documentario su Goli Otok: «Le dinamiche dei gulag sovietici, la violenza fisica e psicologica dei lager nazisti, un perverso metodo di rieducazione e l’asprezza della natura: sono questi i fattori che rendono l’isola un’inquietante anomalia tra i campi di detenzione, una fabbrica del terrore dove la dignità della persona veniva calpestata, palcoscenico spettrale e disumano di crimini che tuttora pesano come un macigno sul corso della Storia».
Tra le altre cose, Darko ci mostra ciò che resta del famigerato “R-101”: il temutissimo campo all’interno dell’isola – una sorta di prigione nella prigione – riservato ai detenuti più resistenti alla rieducazione, che meritavano un trattamento particolarmente violento.
È una buca profonda otto metri e mezzo, larga 25, e poteva contenere circa 20 detenuti in isolamento totale, dove tra torture e lavori forzati difficilmente riuscivano a sopravvivere, o a evitare l’impazzimento.
Su questa vergogna venne posta scientemente una pietra tombale. E un silenzio durato decenni, finito soltanto negli anni Novanta del secolo scorso. Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, e il crollo del muro di Berlino, alcuni testimoni cominciarono a raccontare l’orrore vissuto sull’isola dei dannati.
Giacomo Scotti, giornalista e scrittore che vive a Fiume dal 1947, fu il primo a raccogliere le loro testimonianze, a renderle pubbliche dalle pagine de “La Voce del Popolo”, e poi nel suo libro-inchiesta “Ritorno all’Isola Calva”, pubblicato in Italia nel 1991, che all’epoca destò un enorme scalpore e molto interesse.
Dalle memorie di Sergio Borme: «Eravamo negli anni Cinquanta, quando l’Europa aveva già voltato pagina dagli orrori della Seconda guerra mondiale: noi vivevamo ancora le stesse condizioni dei lager nazisti. La mia scarcerazione arrivò un giorno qualsiasi. Uno come tanti trascorsi a Goli Otok in tre anni e tre mesi di reclusione. All’immediata felicità , subentrò un’infinita tristezza per l’abisso morale nel quale ero precipitato».
Ritorno alla libertà
I figli degli internati conservano oggi vecchie fotografie in bianco e nero, frammenti di lettere, manoscritti e qualche articolo di giornale: cimeli che mostrano durante le interviste, mentre cercano le parole giuste che possano raccontare il dramma delle loro famiglie segnate per sempre. Da Buie a Zagabria, da Pola a Fiume, la stessa espressione malinconica negli occhi, lo stesso strazio nel ricordare le tristi vicende dei loro padri.
Racconta Irene Mestrovich, figlia di Gino Kmet, che anche una volta rientrato a Fiume, il dramma di suo padre proseguì: i familiari e i vecchi amici lo evitavano come un appestato, poi arrivarono lo sfratto da casa, la miseria, la ricerca disperata di un impiego che gli permettesse di mantenere la famiglia.
Ma su Goli Otok non diceva una parola: prima di tornare in libertà , i detenuti erano costretti a firmare una dichiarazione in cui si impegnavano a non rivelare mai a nessuno ciò che avevano vissuto.
Sicchè Gino non ne parlò mai nemmeno coi propri figli: si limitava a raccontare che, essendo un bravo meccanico, era stato messo a lavorare in un’officina, evitando così le torture riservate agli altri. Solo dopo la morte di Tito, Gino cominciò a rintracciare gli ex compagni, impegnandosi in prima persona per divulgare questa storia, anche se per tutta la sua vita non parlò mai più di politica per il terrore di essere spiato.
Paura non senza fondamento: racconta Jasmina Bavolcav, figlia di un ex internato croato, che quando nel 1995 fu aperto l’archivio dell’Udba trovò il fascicolo di suo padre e casualmente anche un altro che portava il suo nome: «Fu uno choc terribile scoprire di essere stata pedinata e spiata fino al 1970».
Cos’è rimasto oggi
Dice Dolores Barnaba, di Buie: «Mio padre, Emilio Tomaz, raccontava spesso l’episodio di uno sloveno legato al palo mentre tutti gli altri in fila dovevano passargli davanti e sputargli addosso: alla fine non si vedeva più il colore della pelle. Una volta tornato a Montona, gli informatori dell’Udba si presentavano spesso in casa e facevano domande: fu costantemente controllato, fino agli anni Sessanta. Oggi, quando mi capita di passare in auto sulla litoranea, guardo quell’isola e ogni volta sento un nodo alla gola, anche perchè noi figli abbiamo vissuto le conseguenze di quel calvario: ricordo, da bambina, che mio padre aveva incubi notturni, urlava e graffiava il muro con le unghie».
Biancastella, figlia di Licio Zanini – ex detenuto e autore del bellissimo libro “Martin Muma” – ha lavorato alla Radio Rai di Trieste per 40 anni, dedicando molte delle sue trasmissioni alla memoria di Goli Otok e intervistando i sopravvissuti come suo padre. «Papà dopo la mia nascita disse: “Mia figlia si chiamerà Stella Bianca, perchè dopo quello che ho passato, alla stella rossa non credo più”. I nostri genitori per anni furono esclusi ed emarginati persino dagli amici di una vita. A volte mi chiedo qual è il testamento che lascia una vicenda del genere. Oltre a svelare cosa poteva succedere in quegli anni, penso che possa servire a ricordare che cosa vuol dire essere liberi e quanto dolore è costato a quegli uomini quell’anelito di libertà ».
Nel periodo estivo, oggi, l’isola calva è meta di migliaia di imbarcazioni e turisti attratti dalla sua ruvida bellezza; ed è forse per questo che qualcuno ha pensato di trasformare l’ex lager in un resort di lusso. Idea che non piace a chi su quell’isola si è visto strappare un pezzo di vita, ai figli di chi è sopravvissuto, e a chi ha preso a cuore la tutela del ricordo di Goli Otok. Come Furio Radin, che rappresenta la minoranza italiana nel Parlamento croato: «Cosa troviamo oggi a Goli Otok? Solo baracche semidiroccate, edifici sgretolati e pericolanti, mangiati dalla polvere di sale. La natura e l’incuria dell’uomo hanno trasformato quello che dovrebbe essere un luogo della memoria in un cimitero abbandonato di detriti di ferro, legno, cemento. Dieci anni fa la Commissione per i diritti umani del Parlamento croato ha iniziato a occuparsi di un Memoriale sull’isola, voluto fortemente dall’associazione degli ex-deportati. Ma non se n’è fatto nulla: purtroppo, ancora oggi la politica croata preferisce evitare di parlarne. Io penso invece che la memoria di ciò che è successo deve essere mantenuta».
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
SEI MINORI DENUNCIATI, MIGLIAIA DI EURO DI DANNI, LINEA INTERROTTA… SONO TUTTI RISORSE PADANE DI BUONA FAMIGLIA
Cinque minorenni che prendono a calci e pugni gli arredi della metropolitana a Milano,
prima nella banchina, poi a bordo di un vagone.
Un gruppo di trentacinque coetanei, che li incita o semplicemente fa finta di nulla. È l’immagine registratata dalle telecamere di Atm nella notte di Natale, sulla linea verde della metropolitana di Milano.
Il gruppo è salito a bordo alla stazione Porta Genova. Il blitz vandalico – replicato poi il 7 gennaio, dallo stesso gruppo di giovani – ha prodotto “migliaia di euro di danni e 70 minuti di sospensione del servizio”, come riferito da Federico Zamboni, responsabile Sicurezza di Atm.
L’indagine dell’Ufficio prevenzione generale della polizia, comandato da Maria Josè Falcicchia, ha portato all’iscrizione come indagati di tre ragazzi, fra cui un maggiorenne, e di una ragazzina di 15 anni. I reati per cui si procede sono danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio. A coordinare l’inchiesta è la procura presso il tribunale per i minorenni, guidata dal procuratore capo Ciro Cascone.
Falcicchia ha detto: “I giovani si muovevano come un branco. Hanno infastidito altri passeggeri, manomesso a pugni l’armadio delle dotazioni di sicurezza in banchina, devastato il grande vagone unico che compone il treno. Per danneggiare alcuni arredi, si sono serviti di un estintore”.
Il gruppo è sceso alla fermata Centrale, dove alcuni giovani hanno attraversafo ripetutamente i binari, rischiando la vita. Quindi, sono saliti su un secondo convoglio, proseguendo negli atti vandalici e scendendo poi alla stazione di Vimodrone.
“L’episodio si è ripetuto quasi identico il 7 gennaio, sempre sulla linea verde. Da qui il nome dell’operaione condotta dagli uomini della Polmetro: ‘green line'”, ha detto Falcicchia, che spiega: “I giovani, 39 dei quali identificati, sono tutti incensurati. Vanno a scuola. Uno solo, il maggiorenne, ha genitori con precedenti di polizia, ma anche loro incensurati. I ragazzi abitano per lo più nell’hinterland. Non è chiaro se fossero amici già prima, o se si siano trovati solo per danneggiare i vagoni. Di sicuro, interagivano fra loro tramite social network. Non sono una gang, non hanno segni di appartenenza a bande. Nel gruppo ci sono sono anche 5 ragazze”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
COME SI RINNEGANO ANNI DI BATTAGLIE PER I DIRITTI … “SE NON ORA, QUANDO?” FORSE ERA RIFERITO ALLA POLTRONA
Era entrata in Parlamento nel 2006 con Alleanza Nazionale e poi con il Pdl, grazie a una intuizione dell’allora presidente Gianfranco Fini, per poi seguirlo nell’avventura di Futuro e Libertà , dove ha rappresentato il riferimento femminile nella battaglia dei diritti civili, della tutela delle donne e delle minoranze, del “volto umano e moderno” della destra laica, del suo senso di giustizia contro l’arroganza del potere e del sistema dei privilegi dei politicanti.
Finita l’era futurista, i primi segnali di confusione politica, con l’adesione al movimento di Corrado Passera, naufragato nel nulla.
Ora ha accettato di fare da “cavallo di Troia” di una forza xenofoba in cerca di volti presentabili al Centro-sud, in nome di una società dei muri, delle barriere, delle discriminazioni razziali e religiose, dell’imbarbarimento della lotta politica, dove vengono candidati personaggi riciclati e trombati in cerca di poltrone.
A differenza di altri, noi non riteniamo Giulia Bongiorno una riciclata mossa da mero interesse, anche se lei stessa ha ammesso che stare lontano dal Parlamento comporta avere meno voce in capitolo.
Giulia Bongiorno è semplicemente una che ha tradito l’Italia, gli ideali per i quali ha combattuto per anni, mutuando a sua convenienza lo slogan “se non ora quando” che l’aveva vista protagonista nella battaglia trasversale per il riscatto della donna nel nostro Paese.
Giulia Bongiorno ha preferito seguire il vento della moda, rinnegando tante lotte per i diritti e l’uguaglianza di genere, la giustizia giusta e la solidarietà , accompagnandosi e mettendo a disposizione la sua immagine “datata” delle forze più reazionarie, becere, maschiliste e razziste del nostro Paese.
Fa sorridere che oggi abbia giustificato la sua scelta con la necessità di “sanzioni, regole e meno contumaci”.
Bene, potrebbe cominciare con il far versare alla Lega i 48 milioni di euro di contributi elettorali dei contribuenti italiani che si sono fottuti spendendoli per usi personali e per i quali esiste una sentenza esecutiva e i più disparati tentativi legali di impedirne la riscossione.
Ma faccia presto.
Perchè il Bongiorno si vede dal mattino…
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
IL BLOGGER, FIERO OPPOSITORE DEL REGIME IMPERIALISTA: “PUTIN STA DESTABILIZZANDO L’EUROPA APPOGGIANDO FORZE POPULISTE DI ESTREMA DESTRA E SINISTRA”
L’ufficio è incorniciato da grandi finestre angolari ed è inondato di luce – per quanta ce
ne possa essere a Mosca in gennaio. Alexei Navalni, lo ‘zar’ degli oppositori russi, il nemico pubblico numero uno, l’uomo che Vladimir Putin non nomina neppure per nome e cognome, ci accoglie con grande cortesia.
Alle sue spalle un muro-lavagna molto hipster e una sfilza di libri accanto alla scrivania. Si parla di tutto. Ma quando si affronta il tema dei rapporti fra Russia e Italia le sue parole si fanno nette e precise: “Vorrei che il vostro Paese fosse un po’ più amico del nostro popolo e un po’ meno di oligarchi e corrotti”.
“L’Italia – sostiene in un’intervista esclusiva rilasciata all’ANSA, la prima a una testata italiana da quando la Corte Suprema lo ha ufficialmente escluso dalla corsa al Cremlino – è meta privilegiata dei soldi sporchi rubati qui in Russia: sono investimenti che portano con sè corruzione e criminalità organizzata. Credo non ne abbiate bisogno, vi basta già la vostra”. Un ragionamento che, politicamente, dovrebbe tradursi in una posizione più “attiva” sulle sanzioni individuali europee e americane contro ‘gli amici del circolo Putin’. Già , lo zar.
Quello vero. Secondo Navalni, ha voluto farsi “presidente a vita” e starebbe costruendo “un sistema feudale basato sui clan”, amici e figli di amici che ormai controllano “l’85% dell’economia russa”. È da qui che in un certo senso nasce la ‘fatwa’ putiniana nei suo confronti. “Noi vogliamo un’equa distribuzione delle risorse naturali russe, la separazione tra il potere esecutivo e quello giudiziario, una limitazione dei poteri del presidente: la mia è una posizione politica che definirei normale”. Ecco allora i guai giudiziari fabbricati ad arte – “la Corte di Strasburgo mi ha dato ragione – e l’esclusione da ogni processo politico. “Noi questo non lo accetteremo mai”.
La lotta dunque continua. Il prossimo 28 gennaio Navalni ha indetto un’altra grande mobilitazione pan-russa contro queste finte presidenziali. E se in Occidente Navalni è ormai una figura alquanto popolare, tale popolarità il fondatore del Fondo Anti Corruzione non reputa si sia convertita in chissà quale “sostegno”. “Vinco i ricorsi a Strasburgo, tutto qui”.
Al contrario, Navalni reputa “i legami esistenti tra il regime di Putin” e, ad esempio, “l’establishment italiano”, in particolare con partiti come “la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle” come “incomprensibili e irritanti”.
Nel caso della Lega – da lui definita di “estrema destra” – un punto di contrasto starebbe nella posizione di Putin sull’immigrazione “senza controllo” in Russia, in particolare dal Centro Asia.
“Ideologicamente dovrebbero avere posizioni inconciliabili”. Nel caso dei 5 Stelle, per i quali Navalni esprime “simpatia”, il rammarico sono le ripetute “aperture” alle posizione putiniane: “Sulla base di quel che affermano pubblicamente – dice – dovrebbero odiarlo”.
Quel che invece non fa una grinza è la strategia di Putin per l’Europa, ovvero destabilizzarla appoggiando indifferentemente movimenti di estrema destra e sinistra.
“Ed è quel che accade anche in Italia. Prove certe non ne ho, in particolar modo sui legami finanziari, non abbiamo effettuato indagini in quel senso. Ma per me è palese”. Peraltro è una strategia che costa poco.
“Con 1 miliardo di dollari si creano danni per 1000, con 20 milioni spesi in hacker si destabilizzano Paesi occidentali altrimenti stabili: queste operazioni sono avvenute, quanto siano state efficaci è da dimostrare. Ma a Putin piace che se ne parli, è parte della strategia”.
Navalni – ed è un aspetto forse inedito – si emoziona sinceramente quando si parla di Europa in generale e Unione Europea nello specifico. “Sì, si può dire che io mi ispiri politicamente all’Europa. Il modello americano è unico, difficilmente replicabile. I russi sono europei, lo dice la nostra identità , e la Russia dovrebbe diventare un Paese leader in Europa. L’Ue, pur con i suoi problemi, è stata capace di dare una vita stabile ai suoi cittadini. Questa visione terza dell’ideologia putiniana, una Russia diversa da Europa ed Asia, che deve svilupparsi autonomamente, è nociva, oltre che falsa.
Le elite russe hanno i loro figli studiano lì, è tutta una cortina fumogena per mascherare i loro veri interessi”. Ecco perchè Navalni dice che non “mollerà mai”, nonostante chi fa politica in modo indipendente oggi in Russia “corra dei rischi”.
Le sue ultime parole sono dardi. “Come marito, padre e cittadino non posso accettare che un movimento che ha milioni di sostenitori venga escluso dalla costruzione del futuro del mio Paese: il consenso di Putin, davanti a candidati veri, si scioglie, mi creda”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
ATTIVISTI STORICI DEL FOGGIANO ESCLUSI, LUI DICE DI AVERCELA FATTA
Luigi Di Maio ha annunciato oggi ai microfoni di Radio 24 che i partecipanti alle Parlamentarie del MoVimento 5 Stelle sono stati diecimila.
Di Maio ha anche accennato al fatto che “i candidati sono stati selezionati in maniera ferrea”. Lo Staff ha fatto insomma un lavoro incredibile scremando migliaia di candidature in pochissimo tempo e garantendo che solo il meglio del meglio degli attivisti a 5 Stelle possa essere votato ed eventualmente candidato alle politiche del 4 marzo.
Curiosamente però la selezione ferrea ha lasciato passare attivisti che avevano pensato di candidarsi ma che poi hanno rinunciato oppure che non hanno inviato la documentazione necessaria.
In altri casi lo Staff ha candidato “a loro insaputa” persone che non avevano alcuna intenzione di autocandidarsi. C’è stato chi ha rifiutato invitando amici e parenti a non votare e chi invece ha accettato con entusiasmo e senso del dovere la decisione del M5S. Gli esclusi invece protestano, chiedono l’annullamento del voto e parlano di democrazia ferita e vilipesa.
Quasi nessuno ha compreso come funziona il filtro di qualità del MoVimento 5 Stelle.
A Foggia ad esempio si chiedono come mai siano stati esclusi degli attivisti storici e candidati altri. Uno di coloro che sono riusciti a superare il filtro è Domenico Impagliatelli in arte “Costantino Strapmen“.
Intrattenitore, attore, cantante, ballerino devoto di Padre Pio e della Madonna di Fatima e — stando a quanto scrive su uno dei suoi tanti profili — stripmen. Anzi: “Stripmen….indimenticabile e….misterioso…scoprilo tu!” come recita una pagina Facebook dove garantisce “professionalità e passione”. Passione che a quanto pare è anche passione politica.
A confermare l’identità — non proprio segreta — di Strapmen è lui stesso in un post in cui invita i suoi amici a votare per lui, ovvero per Domenico Impagliatelli.
In un altro post Strapmen/Impagliatelli ringrazia lo Staff del MoVimento 5 Stelle e Luigi Di Maio per aver creduto in lui: «superare il filtro di qualità non è stato facile» ammette. Aggiungendo: «Io lo dico sempre durante le mie esibizioni nei locali: il talento prima o poi esce “fuori”».
Domenico/Costantino chiede “con tutto il rispetto” ai suoi amici di votarlo. Lui è un “ragazzo molto onesto nella vita”. E si sa che l’onestà è il principio cardine e la prima stella, la stella polare per così dire, che guida la strada di un candidato a 5 Stelle.
Qualcuno però dubita dell’attivismo di Strapmen/Impagliatelli. Cosa ha fatto per il MoVimento? Ha partecipato a banchetti per la raccolta firme? Gazebo per fare volantinaggio? Riunioni del MeetUp locale? Non è dato di saperlo.
E anche il nostro stripman non sembra molto interessato a farlo sapere; ciò che conta è che lui crede nel suo attivismo, Sarà un successo amici di 5 Stelle. Strapmen sarà “un senatore di tutto il Gargano”, lui è un “ragazzo di poche parole” (visto il lavoro che fa è chiaro) che si fa capire e crede “nel successo di movimento 5 stelle cambiare il governo farà bene a tanti politici”.
Leggendo il profilo di Costantino non sembra di trovarsi di fronte ad un possibile candidato, o ad un candidabile che abbia davvero superato il filtro qualità .
Si dirà che lo Staff non poteva certo essere a conoscenza dell’utilizzo di questo alias. L’Url del profilo però è chiarissimo: “domenico.impagliatelli.7”.
Ieri un post sul Blog di Grillo ha fatto un po’ di chiarezza sulle motivazioni che hanno portato alcuni candidati ad essere esclusi.
In particolare si legge che «era richiesto ai sensi dello Statuto e del Codice Etico di astenersi da comportamenti che possano pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle e attenersi a criteri di lealtà e correttezza nei confronti degli altri iscritti, di mantenere comportamenti eticamente ineccepibili, anche a prescindere dalla rilevanza penale degli stessi». Fare lo stripman è un lavoro come un altro e la categoria merita di essere rappresentata in Parlamento e questo punto ci auguriamo che Impagliatelli diventi davvero senatore.
Quello che viene alla luce qui però è che se questi sono gli attivisti che l’hanno superata la selezione forse non è stata così ferrea.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
E DENUNCIA: “IN CALABRIA HANNO AMMESSO UN PERSONAGGIO VICINO ALLA ‘NDRANGHETA”
Il presidente del Codacons Carlo Rienzi denuncia “il flop delle parlamentarie” del M5s e
l’esclusione della sua candidatura avanzata attraverso la piattaforma Rousseau. “Nonostante i vari tentativi di iscrizione secondo la procedura indicata dal Movimento, ad oggi non si ha alcuna conferma della mia candidatura — spiega Rienzi — Una situazione di incertezza intollerabile per un movimento che fa della trasparenza il proprio cavallo di battaglia. Non sappiamo se gli ostacoli alla mia partecipazione alle parlamentarie siano da attribuire a problemi tecnici del sito, agli hacker o ad una precisa volontà del movimento di escludere una associazione come il Codacons e i sui esponenti i quali, doverosamente e nel rispetto dei cittadini, hanno dovuto criticare o denunciare i vari sindaci grillini, al pari dei sindaci di altre forze politiche”.
“Ciò che è certo è che, in mancanza di risposte certe, sarà inevitabile un ricorso in Tribunale per bloccare la procedura relativa alle parlamentarie del M5S — conclude Rienzi.
“All’associazione è inoltre giunta una segnalazione secondo cui, tra i candidati alle parlamentarie in Calabria, figurerebbe un soggetto balzato agli oneri delle cronache per vicende legate alla ‘ndrangheta. Un fatto che, se confermato, dimostrerebbe il caos che regna attorno alle parlamentarie del M5s”, chiude il comunicato.
Probabilmente l’eliminazione di Rienzi è dovuta al fatto che era candidato contro Raggi alle amministrative 2016.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
L’UOMO ERA STATO ARRESTATO E RESTO’ 45 GIORNI IN CARCERE, SCAGIONATO DAL DNA: LA 87ENNE PADANA SI ERA INVENTATA LA VIOLENZA PER ALLONTANARLO DALLA PALAZZINA
Rimase 45 giorni in carcere, ma dopo oltre un anno la sua posizione è stata definitivamente archiviato.
La procura di Brescia ha deciso di non procedere nell’inchiesta su Saint Petrisor, un giovane romeno accusato di stupro dalla vicina di casa 87enne.
I fatti risalgono all’ottobre del 2016, quando la donna aveva denunciato l’uomo, raccontando di essere stata minacciata con un coltello e poi abusata.
Subito dopo la denuncia della donna — fatta con tanto di riconoscimento — il 32enne romeno, era stato arrestato e portato in carcere, dove rimase per 45 giorni.
Ma in seguito, grazie alla prova del Dna, l’uomo fu scagionato: le tracce biologiche trovate sulle lenzuola non erano dello straniero, ma di un altro vicino di casa, che aveva una relazione con l’anziana.
Non c’era stato quindi alcuno stupro da parte di Petrisor.
Dalle indagini è emerso che il giovane è stato “vittima” della donna, che lo ha incolpato di violenza sessuale per allontanarlo dalla palazzina, teatro dell’intera vicenda.
Tra i due infatti ci sarebbero stati degli screzi in passato. “Non so perchè si è inventata la violenza, ma la perdono e la rispetto vista l’età ”, ha commentato l’uomo sottolineando come senza l’esame del Dna “sarei rimasto in carcere”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile
ATTIVISTI STORICI FATTI FUORI SENZA ALCUNA SPIEGAZIONE, NESSUN DIBATTITO INTERNO, NESSUNA POSSIBILITA’ DI REPLICA, SCELTE DALL’ALTO…E’ LA DEMOCRAZIA “DIRETTA” DA GRILLO E CASALEGGIO
È il partito del vaffanculo ma il turpiloquio nei confronti degli avversari politici può
essere “ostativo ai fini della candidatura”.
Ieri il MoVimento 5 Stelle ha dichiarato concluse le Parlamentarie più pazze del mondo in un turbinio di annunci di ricorsi, candidature a propria insaputa e, soprattutto, lagne e lamentele da parte di iscritti che si erano proposti e sono stati esclusi senza sapere il perchè.
Tutto in pieno, totale e completo stile M5S, ma per molti la prima volta vissuta sulla propria pelle è stata sconvolgente
Eppure era tutto annunciato. La lista dei candidati a 5 Stelle per le elezioni politiche 2018 è provvisoria, per adesso la conoscono solo i vertici M5S, e dovrebbe essere annunciata domenica alla fine della kermesse di Pescara.
Ma fino al 29, giorno della presentazione definitiva delle liste, rimarrà provvisoria perchè Beppe Grillo e Luigi Di Maio si riservano il diritto di selezione all’ingresso, come nelle discoteche ma per un motivo più nobile: non vogliono piantagrane e seguaci delle scie chimiche e li escluderanno ancora ove possibile, pure se gli scampati alla prima scrematura fatta dai collaboratori parlamentari su indirizzo di Rousseau avranno passato le forche del voto “popolare”.
E ieri un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo a proposito delle Parlamentarie ha rivelato i criteri che sono stati utilizzati per escludere i candidabili: «Per esempio anche il turpiloquio nei confronti degli avversari politici a mezzo social è stato considerato ostativo ai fini della candidatura. Inoltre era richiesto ai sensi dello Statuto e del Codice Etico di astenersi da comportamenti che possano pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle e attenersi a criteri di lealtà e correttezza nei confronti degli altri iscritti, di mantenere comportamenti eticamente ineccepibili, anche a prescindere dalla rilevanza penale degli stessi».
E così sono rimasti fuori attivisti come la fiorentina Silvia Fossi o la romana Bianca Maria Zama, senza che nessuno abbia spiegato loro perchè.
Come del resto accade da anni nelle cose che riguardano Beppe Grillo, gli Amici di Beppe Grillo prima e il MoVimento 5 Stelle poi: nessun dibattito interno, nessuna spiegazione, nessuna possibilità di replica, scelte dall’alto, decide Beppe.
Ciò nonostante, il M5S può giustamente bearsi del fatto — incontrovertibile — di aver fatto scegliere le sue candidature ai suoi iscritti, visto che il Partito Democratico non ha organizzato le primarie per deciderle e negli altri partiti non c’è questa abitudine. Non esattamente il “conoscere per deliberare” di Einaudi, visto che gli iscritti hanno avuto poco tempo per leggere e valutare le schede di presentazione dei candidati nel loro territorio (e per verificarne la correttezza) su una piattaforma, la Rousseau, che per l’ennesima volta ha dimostrato i suoi limiti tecnici. Ma sempre meglio di niente.
Ieri poi è stato pubblicato da Marco Canestrari, esponente della Casaleggio & Dissociati, su Youtube un file audio di Whatsapp in cui un eletto del MoVimento 5 Stelle si lamenta per le Parlamentarie.
A inviarlo sarebbero stati degli attivisti di Messina, si sente una persona che con accento catanese, e usando l’espressione “malacumparsa”, brutta figura, dice: «Sta succedendo un manicomio, il sistema è in tilt, chiedi di sospendere il voto anche a chi hai contattato per i clic».
L’audio è interessante soprattutto per la frase sui click e per quell’«Enrico» all’inizio che sembra il destinatario del messaggio.
“È molto grave — si legge in una nota in risposta inviata dallo staff comunicazione del M5S — che la stampa pubblichi un audio anonimo, non attribuibile a nessuno, probabilmente messo in giro ad arte, senza fare alcuna verifica neanche nel merito della veridicità del contenuto. Si tratta di un atteggiamento irresponsabile e deontologicamente inaccettabile”.
Non è la prima volta che il partito che elogia il whistleblowing diffida e critica la pubblicazione di audio “anonimi”.
Il blog di Beppe Grillo nel febbraio 2015 pubblicava un dialogo tra due parlamentari, l’ex 5 Stelle Mara Mucci e Mariano Rabino di Scelta Civica, linkandolo dall’account M5S Camera Facebook (dove attualmente è ancora pubblicato).
Se è sbagliato pubblicare audio con registrazioni di parlamentari che parlano, perchè ciò non valeva per la Mucci?
(da “NextQuotidiano”)
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