Destra di Popolo.net

L’ULTIMO BLUFF DI MINNITI CONTRO LE FAKE NEWS

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

IL SERVIZIO DI SEGNALAZIONE NON SERVIRA’ A UNA MAZZA, E’ SOLO PROPAGANDA

Nessuno ha ancora capito come combattere le bufale e le fake news. Il problema principale sta naturalmente nella definizione del termine, fake news e bufale non sono la stessa cosa.
Perchè una bufala può ad esempio essere il messaggino che annuncia che “WhatsApp diventerà  presto a pagamento”.
Il termine fake news invece riguarda principalmente le notizie false, create ad arte, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica su questi temi.
Le fake news non sono una prerogativa della comunicazione online o di Facebook. Illustri e blasonati quotidiani, ben prima di Internet, hanno diffuso notizie false.
Se poi prendiamo in considerazione la comunicazione politica, ovvero quello che i politici dicono agli elettori per convincerli a votare per loro è ancora più facile trovare una qualche forma di distorsione della realtà .
Prendiamo ad esempio chi parla di “invasione” da parte dei migranti o di “piano di sostituzione di popolo”.
I dati ci dicono che non c’è alcuna invasione organizzata e che la percentuale di stranieri arrivati in Italia con i barconi non è tale da giustificare l’utilizzo di un termine come “invasione”.
Più di recente Silvio Berlusconi ha affermato in televisione che era stato Renzi a sottoscrivere il trattato di Dublino. Un’informazione palesemente falsa, visto che il trattato è entrato in vigore nel 2003. Nessuno però in studio a Domenica Live ha battuto ciglio.
L’attenzione però è ultimamente tutta posta a quanto accade sui social network (dimenticando ad esempio che sui social sono molto attivi anche politici, giornalisti e altri professionisti dell’informazione).
Si è scatenata una caccia ai produttori di fake news. Quelli più o meno anonimi che gestiscono i temuti network di siti che spacciano notizie false a tutto spiano.
Poco si dice dei giornali o dei tg. Nulla dei politici che evidentemente esercitano il loro diritto a diffondere “alternative facts”.
Da oggi sarà  attivo il “nuovo servizio di segnalazione istantanea contro le fake news“. L’iniziativa di stampo governativo verrà  presentata oggi pomeriggio in conferenza stampa dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli.
Poco si sa sul funzionamento di questo servizio, che sarà  affidato alle cure del Commissariato della Polizia di Stato Online, reparto che fa parte del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC). Sarà  insomma il Viminale ad occuparsi della questione, e per questo motivo c’è chi — come l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi — parla apertamente di Ministero della Verità .
Travaglio giustamente mette in luce i limiti di un’azione di controllo del genere, qualora venisse esercitata solo sui contenuti pubblicati su Facebook:
Invece contro le balle dei giornaloni, che di solito si muovono a testuggine, ripresi poi da tutti i tg, nulla è previsto perchè per lorsignori il problema non esiste: e ci mancherebbe, visto che giornaloni e tg li controllano loro e spacciano solo le fake news   che vogliono loro.
Non sono solo i giornaloni a diffondere fake news. Anche il Fatto in qualche occasione ci è cascato, ad esempio quando ha tirato fuori la storia di Roberto Burioni massone. Una bufala di poco conto, si dirà , ma che dimostra come sia possibile per tutti incappare in una notizia falsa e darla per vera.
Il CNAIPIC è infatti alle dipendenze del Ministero e il timore è quello di trovarsi di fronte ad uno scenario orwelliano dove la Polizia interverrà  a censurare opinioni “non conformi” bollandole come fake news.
Non è chiaro fino a che punto potrà  spingersi l’attività  di controllo, se si limiterà  a segnalare, come fa già  ora sulla pagina Facebook Una vita da Social, messaggi spam, frodi e catene di Sant’Antonio (e magari le sempreverdi bufale su Laura Boldrini) oppure se avrà  il potere di intervenire anche a segnalare e indagare su quanto scritto sui giornali o il contenuto delle dichiarazioni dei politici.
Le prime sono facili da combattere, per le seconde invece nella migliore delle ipotesi la Polizia Postale dovrà  aprire una sezione apposita dedicata a debunking e fact-cheking.
Molto probabilmente il “nuovo servizio” si limiterà  a segnalare le bufale più “cretine”, quelle fatte con PhotoShop e magari create per prendere in giro chi diffonde fake news (un cortocircuito interessante).
Qualche tempo fa Facebook ha abbandonato l’arma delle segnalazioni nella battaglia contro le fake news oggi il Governo ritiene che sia utile.
Ci sarebbe da fare una domanda a Minniti e Gabrielli: cosa ne pensano della risposta data qualche settimana fa dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza in merito ai nuovi incarichi conferiti a Adriano Lauro e Gilberto Caldarozzi i funzionari di Polizia condannati per i fatti della scuola Diaz nel 2001?

(da “NextQuotidiano”)

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MISSIONE IN NIGER, PER FERMARE I MIGRANTI SERVONO OPPORTUNITA’, NON SOLDATI

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

I PROGETTI DI REINTEGRO COSTEREBBERO APPENA 10.000 EURO: LAVORO, CASA, ELETTRICITA’, RISCALDAMENTO… E NOI SIAMO SOLO CAPACI DI MANDARE SOLDATI, ALTRO CHE “AIUTARLI A CASA LORO”, FACCIAMO SOLO TRIPLICARE LE TARIFFE DEI TRAFFICANTI

L’Italia sbarca in Niger. La Camera in chiusura di questa XVIII legislatura ha approvato a larghe intese le nuove missioni all’estero del 2018. Al confine con la Libia meridionale saranno impiegati tra i 120 e i 470 soldati italiani. La base delle operazioni sarà  a Madama, dove già  ci sono i francesi con l’operazione Barkhane (antiterrorismo).
La missione in Niger è la seconda più costosa approvata dal governo: 30 milioni di euro, perchè il Niger (insieme a Libia e Tunisia) è la nuova area geografica «ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».
A settembre con Emanuele Piano, Riccardo Cremona eAà¯r-Info Agadez sono stata per Nemo — Nessuno Escluso in Niger, il paese di transito per tutti i migranti che sognano l’Europa.
Il Niger è un paese poverissimo, lo capisci subito appena atterri a Niamey: 187mo su 188 nell’indice mondiale di sviluppo. Ha 18 milioni di abitanti, 80% musulmani e il più alto tasso di crescita demografica del mondo, circa il 3%.
Ovunque bambini scalzi e sorridenti. I nigerini migrano pochissimo. L’87% vive di agricoltura, il 45% vive sotto la soglia di povertà . Nelle città  di frontiera si vive invece di migranti.
Agadez è la principale città  di frontiera da cui si transita per andare verso la Libia o l’Algeria. Da qui inizia il Sahara. Prima del mare, bisogna sopravvivere al deserto. Da Agadez alla frontiera con la Libia ci sono circa 1300km. 2-3 giorni di viaggio.
Prima erano i Tuareg ed i Toubou locali ad organizzare il trasporto, famiglie collegate da secoli fra Libia e Niger. Tutto alla luce del sole. Poi nel 2015, spinto dall’Europa e dalle promesse di aiuti economici, il Parlamento nigerino ha varato una nuova legge: trasportare i migranti è illegale.
La polizia ora arresta i passeur e confisca i veicoli. Chi è in transito è costretto a nascondersi. Il paradosso è che tutti i cittadini dei 15 paesi dell’area Ecowas — Comunità  Economica degli Stati dell’Africa Occidentale — non hanno bisogno di un visto per spostarsi. Anche la Libia fa parte di Ecowas. Questa per gli abitanti dell’Africa Occidentale è come la nostra area Schengen. Eppure oggi la polizia in Niger ha il compito di fermare chiunque è sospettato di voler andare in Europa.
Con la polizia nigerina a settembre scorso ho pattugliato per una notte intera un tratto a nord di Agadez. I poliziotti non erano della zona, venivano quasi tutti da Niamey, anche il capo. “Il governo non si fida dei locali — mi hanno confessato — qui tutti trasportavano migranti. Così hanno chiamato noi da fuori per i pattugliamenti notturni”.
Si capisce subito infatti che non conoscono la sabbia di questa zona. Si perdono facilmente. Hanno anche pochissimi mezzi. Le radiotrasmittenti non funzionano. Nemmeno il gps. Così nel cuore della notte restiamo per ore nel deserto ad attendere di essere recuperati da un’altra pattuglia.
Agadez oggi è il nuovo limbo per chi fugge, nuova terra di conquista per trafficanti spregiudicati. Basta pochissimo per finire nel circuito infernale del credito, che trasforma esseri umani in schiavi, prostitute, ostaggi, donatori involontari di organi nel sud della Libia.
Il Danish Refugee Council stima che il numero di migranti che muoiono prima di raggiungere le coste della Libia o dell’Egitto sia superiore a quello di coloro che periscono nel Mediterraneo.
Oggi le nuove regole non hanno fermato le partenze, hanno solo stravolto le rotte e le hanno rese clandestine: i costi sono triplicati. Più controlli, più pericoli e quindi più soldi a passeggero.
Si viaggia prevalentemente di notte per evitare i posti di blocco dei militari. I pic-up seguono rotte alternative, che aggirano le basi. Ci sono punti di raccolta in mezzo al deserto che cambiano spesso, a seconda delle informazioni sui controlli che i trafficanti riescono a reperire.
Il risultato è… molti più morti nel deserto! Decine. Tutti i giorni. Sepolti nella sabbia.
Dunque la repressione imposta per legge dal 2015 e finanziata dall’Unione Europea vista da Agadez non sembra aver fermato i traffici.
Questo deserto è grande quando l’Europa. I migranti muoiono molto prima di Madama. I trafficanti, alla vista del primo militare, o anche solo se rischiano di restare in panne, abbandonano nel deserto uomini e donne. Senza farsi alcuno scrupolo.
Come si convince un uomo in fuga lungo questa rotta a tornare indietro? L’ho chiesto a molti nel corso del mio viaggio. Quasi tutti mi hanno risposto che piuttosto preferirebbero la morte.
È impressionante l’età  della maggior parte di coloro che ho incontrato e intervistato: tra i 12 e i 25 anni. Hanno la determinazione negli occhi. Alle spalle non lasciano niente, nemmeno le famiglie. Molti sono orfani.
Nel 2017 però 18mila migranti hanno scelto di tornare indietro, con i rimpatri volontari gestiti dall’OIM. Chissà  quanti valuterebbero di non rischiare la vita nel deserto e di tornare a casa (ammesso che una casa ci sia) se avessero un’opportunità . Se fossero assistiti e affiancati per realizzare un lavoro sostenibile.
I progetti di reintegro costano appena 10-15mila euro, per finanziare una radio comunitaria, comprare un camion frigo o una barca da pesca, mettere su un alloggio pubblico.
Non tutti i problemi possono essere risolti così. Ma in questo viaggio, più che in altri, ho constatato che sono tantissimi i giovani che avendo un’opportunità  non partirebbero. Non stiamo parlando di assistenzialismo, nè di somministrazione di pasti o posti letto. Lavoro, casa, elettricità , riscaldamento. Autodeterminazione!
Amar vuole fare il contadino. Gli serve l’elettricità  e un sostegno economico. Molte storie potrebbero essere risolte così, in Africa.
“Aiutiamoli a casa loro” è solo uno slogan elettorale.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MASSIMO D’ALEMA E IL FUTURO DIALOGO TRA PD E LIBERI E UGUALI

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

L’ESORTAZIONE A NON FARSI DEL MALE IN VISTA DI UN FUTURO GOVERNO DEL PRESIDENTE

Qualche giorno fa abbiamo spiegato che la linea delle alleanze di Liberi e Uguali in Lombardia e nel Lazio era perfettamente spiegabile come strategia elettorale perchè il nuovo partito di Bersani, D’Alema e Grasso deve distinguersi il più possibile dal Partito Democratico per avere la possibilità  di raccogliere voti.
Oggi Massimo D’Alema sul Corriere della Sera disegna la possibilità  di (e la disponibilità  di LeU a) un “governo del presidente” dopo le elezioni dal quale però, giocoforza, sarebbe impossibile escludere Forza Italia e Partito Democratico.
Già  che c’è, esorta Pd e Leu a non farsi del male:
«Per far perdere Renzi non era necessario fare un partito; bastava lasciarlo fare da solo. Il Pd ha perso tutte le elezioni, con noi o senza di noi, da Roma a Torino a Genova. Noi non nasciamo per provocare la sconfitta che c’è già  stata, ma come conseguenza della sconfitta; con l’obiettivo di riconquistare un pezzo dell’elettorato che non vota, o vota 5 Stelle, o persino Lega. Consiglierei al Pd di adottare una certa prudenza, anzichè continuare ad attaccarci».
Perchè non dovrebbe?
«Perchè attaccare noi non porta voti a loro, ma ai 5 Stelle. L’uso strumentale del voto utile per schiacciarci non funziona, ed è controproducente. Com’è accaduto in Sicilia, dove il candidato dem ha preso l’8% in meno delle liste che lo sostenevano: molti, convinti dal Pd della necessità  del voto utile, hanno votato 5 Stelle o destra. La competizione maggioritaria in gran parte del Paese avrà  questi due protagonisti. Il gruppo dirigente del Pd colleziona autogol: tra la legge elettorale, la commissione sulle banche, la campagna per il voto utile, dà  l’impressione di una certa mancanza di saggezza. Vorrei dire loro: non facciamoci del male; creiamo le condizioni per un dialogo futuro. Dopo il 4 marzo, viene il 5 marzo. Il Pd dovrebbe semmai dedicare la sua campagna a contrastare la destra».
Ad occhio insomma le dichiarazioni pubbliche di D’Alema sembrano andare in direzione ostinata e contraria rispetto alla pura logica di interesse elettorale per il partito di Grasso.
Cosa succederà  il 5 marzo?
«La classe dirigente ha il dovere di dire la verità  al Paese: questa legge è congegnata perchè nessuno abbia la maggioranza. Occorrerà  lo sforzo di garantire una ragionevole governabilità , mentre il Parlamento avrà  un compito costituente, a cominciare da una nuova legge elettorale. Il Paese pagherà  un prezzo alto al fallimento del renzismo, al modo disastroso, superficiale e arrogante con cui ha affrontato questioni delicatissime come le riforme».
Un governo del presidente?
«Per forza: una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati. E noi, che siamo una forza radicata nei valori democratici della Costituzione della solidarietà , dell’uguaglianza, del lavoro, daremo il nostro contributo, ponendo discriminanti di carattere programmatico per noi irrinunciabili».
Quali?
«Ci sono enormi istanze sociali non rappresentate. Sono cresciute le disuguaglianze, i frutti della ripresa vanno a pochi. La tragedia di Milano ci ricorda il tema drammatico della tutela della sicurezza dei lavoratori. Le scelte del governo Renzi volte a ridurre la forza contrattuale dei lavoratori li hanno indeboliti anche su questo fronte. Per un lavoratore che può essere licenziato senza giusta causa è più difficile alzare la voce per difendersi».

(da “NextQuotidiano”)

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LIBIA, MANCANO LE NAVI DI SOCCORSO, MUORE UN BAMBINO

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

RICHIESTE DI AIUTI E TRASBORDI NEL MARE IN TEMPESTA, MA NON CI SONO IMBARCAZIONI… GRAZIE AI POLITICI ASSASSINI CHE HANNO ALLONTANATO LE ONG PER UN PUGNO DI VOTI RAZZISTI

Sono ore di emergenza nel Mediterraneo in tempesta, sguarnito di navi di soccorso mentre continuano i viaggi dei migranti. Un bimbo di tre mesi, Haid, salvato due giorni fa dalla nave spagnola Proactiva Open Arms, è morto questa mattina nella vana attesa di un trasporto sanitario d’urgenza.
La nave umanitaria, che a causa delle proibitive condizioni meteo è costretta a navigare nella zona più al riparo dal vento tra le coste tunisine e quelle libiche con centinaia di persone a bordo, aveva chiesto un trasbordo urgente.
Era necessario portare a terra quanto prima il piccolo, che non riusciva ad alimentarsi,   e una donna con un parto prematuro. L’assenza di navi in zona per un possibile trasbordo ha però segnato il destino del piccolo, che non ce l’ha fatta.
Sullo stesso barcone soccorso dalla Proactiva Open Arms anche i corpi di altre due vittime, un bambino e un giovane, recuperate tra i 400 migranti amassati in uno scafo a due piani. La nave spagnola fa sapere che non è in condizione di raggiungere alcun porto almeno fino a sabato.
Alla sala operativa della Guardia costiera sono giunte nuove richieste di aiuto, ma i mezzi presenti in area Sar sono tutti in viaggio verso la Sicilia per portare a terra le circa 1500 persone (cifra record da quando sono in vigore gli accordi con la Libia) recuperate martedi in undici operazioni di soccorso.
La sala operativa ha chiesto alla nave Aquarius di contattare un cargo che navigava in zona per rendersi disponibile ad un altro salvataggio, ma il mercantile non risponde alle chiamate e la Aquarius ha appena sbarcato a Catania circa 500 persone. Altre 250 sono in arrivo a Palermo

(da agenzie)

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POCA FIDUCIA IN CHI GOVERNA, I DICIOTTENNI RIFIUTANO LE URNE

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

A UNO SU DUE NON INTERESSA LA POLITICA… PIU’ ATTRATTI DA PD E M5S CHE DAL CENTRODESTRA

Quest’anno, per la prima volta, voteranno i ragazzi che sono nati nel nuovo millennio. Cosa voteranno? Come si pongono rispetto alla politica? Ne sono attratti, non lo sono, e perchè? Cosa potrebbe portare, coloro che sono poco interessati al mondo della politica, più vicino alla vita civile e politica?
Procediamo con ordine.
I 18enni risultano essere lievemente meno interessati alla politica rispetto all’opinione pubblica in generale: poco meno della metà  dei ragazzi si dichiara interessato alla politica, contro quasi 3 italiani su 5 appartenenti alle altre età .
Quali sono dunque le motivazioni che avvicinano o allontanano i ragazzi dalla politica?
La motivazione principale che tiene i ragazzi, più che gli italiani nel loro complesso, vicini al mondo politico è la volontà  di essere informati sulle questioni della politica. Il dovere civico e la scelta del partito o del candidato da votare sono invece due motivazioni importanti ma che non differenziano i 18enni dal resto della popolazione elettorale.
Coloro che si dichiarano poco interessati alla politica, sia a livello del totale del campione, sia tra i giovani, hanno poca fiducia nei partiti e soprattutto nei politici, perchè ritengono, in maniera stereotipata, che questi facciano soltanto i loro interessi e non quelli della popolazione nel suo complesso.
In particolare va notato che la corruzione del mondo politico è molto più presente nelle menti dei ragazzi che in quelle dell’opinione pubblica in generale.
Cosa potrebbe allora, partendo da queste motivazioni, avvicinare i ragazzi alla politica? Innanzitutto l’onestà , oltre ovviamente una maggior attenzione ai problemi dei cittadini. Per i giovani inoltre servono politici più competenti che utilizzino un linguaggio simile a quello dei giovani, cioè più chiaro e diretto.
In generale, per 6 italiani su 10, la possibilità  di esprimere il proprio voto permette innanzitutto di manifestare la propria fiducia verso un partito o un candidato: la volontà  di protestare risulta, in generale, in secondo piano nella vita civile degli italiani. Più della metà  dei 18enni e quasi 7 italiani su 10 affermano infatti di non aver partecipato, negli ultimi due anni, a nessuna manifestazione sindacale, politica o di protesta.
In definitiva cosa votano i ragazzi? Ci sono delle differenze rispetto agli italiani nel loro complesso?
Ebbene i ragazzi tendono a puntare maggiormente sul centro sinistra, in particolare sul Pd, più del totale dell’opinione pubblica. Così come puntano maggiormente sul Movimento 5 Stelle, mentre il centro destra nel suo complesso non supera il 32%, cioè nettamente più basso rispetto al resto dell’elettorato.

(da “La Stampa”)

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NAPOLI, INTERVISTA A UN PRESIDE DELLA SCUOLA DI FRONTIERA

Gennaio 18th, 2018 Riccardo Fucile

“IL NOSTRO ISTITUTO APERTO FINO ALLE 22, COSI’ CONTRASTIAMO LE BABY GANG”

“Dieci minuti prima della sua telefonata è venuta da me una mamma in lacrime. La figlia, che sta per compiere sedici anni e frequenta questo istituto, non voleva più venire a scuola. La ragazzina era con lei, mi ha detto che si era stancata, che aveva deciso di fare altro”.
Paolo Pisciotta si ferma un attimo. Sospira. Di storie così, da quando – quello in corso è il quarto anno – è preside dell’istituto superiore professionale combinato con uno tecnico e uno agrario “Sannino – De Cillis” ne ha vissute tante.
Dirigere una scuola catalogata come “di frontiera”, due sedi nel quartiere Ponticelli, in una zona tra le più popolose di Napoli, ad alta densità  di povertà  e dispersione scolastica e l’ombra della criminalità  che si allunga su interi quartieri, vuol dire anche parlare con una ragazzina di quindici anni, capire le motivazioni per cui ha stabilito di interrompere gli studi e convincerla a ripensarci.
“Ho chiamato una delle sue professoresse, abbiamo provato a comprendere le ragioni della ragazza. Le ho chiesto quale futuro abbia immaginato, cosa pensasse di fare non venendo più a scuola – riprende Pisciotta – e alla fine le ho proposto un patto: frequentare per altri due mesi. Ha accettato ed è tornata in classe già  da stamattina. Sono convinto che rimarrà . Sembra una cosa banale, ma per me è una grande conquista”.
Parole che riportano alla mente “l’esercito di professori che non viene mai sostenuto” di cui ha parlato Roberto Saviano, la risposta più importante al fenomeno delle baby gang, riesploso nel napoletano negli ultimi giorni con le aggressioni, una messa a segno per impadronirsi di un telefonino, e casi drammatici come quelli di Arturo, 17 anni, accoltellato da quattro coetanei, e di Gaetano, 15 anni, picchiato a sangue da una quindicina di ragazzini.
Alla “Sannino – De Cillis”, frequentata da oltre novecento ragazzi, cosa sia la violenza giovanile si sa. “Non a caso la scuola intitolata a Davide Sannino, un ex studente ammazzato nel 1996 con un colpo di pistola alla testa, mentre festeggiava il diploma, perchè aveva sventato il furto del suo motorino”.
Si conoscono da queste parti le lusinghe della strada. “Per questo ogni ora che un nostro ragazzo passa a scuola è un’ora sottratta alla strada, all’illegalità “, aggiunge Pisciotta.
In quest’ottica va letta la decisione di tenere anche i corsi pomeridiani. Dall’inizio dell’anno scolastico la scuola è aperta fino alle 22.
“Il serale è centrato sul settore della ristorazione – spiega il preside – è una iniziativa che risponde alle esigenze reali del territorio. Frequentano un centinaio di ragazzi e sono contento che tanti hanno ripreso dopo aver abbandonato gli studi”.
Quindi, preside Pisciotta, sul fenomeno della violenza giovanile e le strategie per combatterlo, concorda con Saviano: il centro di tutto è la scuola?
“Sono d’accordo, per l’appunto abbiamo attivato i corsi serali e teniamo la scuola aperta dalle 7.30 del mattino alle 22. Per trattenere i ragazzi a scuola anche di pomeriggio, fino alle 17 organizziamo attività  extracurriculari e dal prossimo anno scolastico estenderemo il serale anche alla sede del De Cillis, il settore agrario. Una scuola illuminata di sera è una luce accesa sul territorio, un faro di legalità . La scuola può e deve essere il luogo del recupero, ma c’è un “ma””.
Vale a dire?
“La scuola deve essere messa in condizioni di poterlo fare. Noi siamo motivati, andiamo avanti, ma capita di sentirci soli”.
Che significa “sentirci soli”?
“Sono convinto che bisogna rivedere gli ordinamenti degli istituti professionali, la struttura formativa delle attività . All’istituto professionale si iscrive un ragazzo che vuole imparare un mestiere e quindi è necessario aumentare le ore dedicate ai laboratori. Certo, è importante conoscere l’italiano e l’inglese, ci mancherebbe altro, ma da noi si iscrivono soprattutto per imparare a fare”.
Ma c’è l’alternanza scuola-lavoro. Non funziona?
“Qui non è facile trovare una rete produttiva che consenta di praticare l’alternanza scuola-lavoro in un ambiente lavorativo vero e non simulato. Non siamo nel Nord est d’Italia dove la scuola è attaccata o magari vicina alla fabbrica. Se io trovo una struttura che mi consenta di fare l’alternanza scuola-lavoro in un contesto reale e non simulato, per esempio a Caserta, devo avere a disposizione anche le risorse per portare i ragazzi avanti e indietro, da Ponticelli a Caserta. Insomma, prima di assumere determinati indirizzi bisognerebbe ragionare di più con chi opera in frontiera. Noi, nel caso specifico, siamo stati fortunati ad avere la possibilità  di attivare i corsi serali. Ma mi chiedo: quante altre scuole che si trovano in contesti simili, hanno questa opportunità ? In realtà  come questa i problemi sono reali e bisogna lavorare per dare ai ragazzi delle opportunità  diverse da quelle che potrebbero trovare fuori dalla scuola”.
Tra i problemi reali cui fa riferimento c’è anche quello della violenza giovanile?
“Certo. Vede, quando la periferia si sente tale perchè distante dal centro, genera di fatto degli emarginati che cercheranno, e nei fatti cercano, di sentirsi come i compagni del centro. Se avessimo la possibilità  di creare delle centralità  diffuse anche in zone come questa, daremmo più dignità  al territorio e ai suoi abitanti”.
Cosa intende per “centralità  diffuse”?
“Servizi, luoghi di aggregazione, occasioni di cultura. I nostri ragazzi si sentono cittadini quando prendono la Vesuviana (la linea ferroviaria che collega molti paesi dell’hinterland a Napoli, ndr) e raggiungono il centro”.
Poi, però, nel caso delle baby gang, questi ragazzi aggrediscono, picchiano, si accaniscono contro loro coetanei. Secondo lei, alla base della violenza, può esserci la marginalità ?
“Il bisogno non giustifica la violenza, ma non possiamo analizzare la violenza senza analizzare i bisogni. E in queste periferie, penso a Ponticelli ma parlo di tutte le periferie, ci sono bisogni non soddisfatti. Posso raccontarle un episodio secondo me illuminante di come si sentono i ragazzi nelle nostre zone?”
Prego.
Il 28 settembre 2015 ospitammo il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la prima inaugurazione dell’anno scolastico fuori dal Quirinale. Ebbene, a un giornalista che gli chiedeva quali emozioni provasse, uno dei nostri studenti rispose: “Finalmente non ci sentiamo più ultimi”. Questi ragazzi non si sentono parte integrante della città  e vivono in un territorio che non offre nulla”.
Il tema delle baby gang legato quindi alla marginalità ?
“Marginalità  economica, familiare, territoriale. Su questo, ripeto, la scuola, anche tenendo unite le file con le famiglie di provenienza degli studenti, può e deve fare la sua parte. Abbiamo il dovere di trattenere i nostri ragazzi, distogliendoli dalla strada e contestualmente formarli e qualificarli anche per le scelte professionali future. Oggi anche per aprire un bar o una pizzeria è richiesta una qualifica professionale. È questo che spieghiamo ai ragazzi del serale. Per me loro rappresentano un esempio, l’ho detto anche alla ragazzina con cui ho parlato stamattina”.
Che cosa le ha detto?
“Che questi ragazzi hanno abbandonato gli studi, come stava pensando di fare lei, ma ora ci hanno ripensato e stanno cercando di recuperare. Che lavoro potrà  mai pensare di fare senza un titolo di studio? Completando la scuola si darà  un’opportunità  in più. Vede, ogni volta che mi si presenta un caso come questo, e capita spesso, si rinnova l’obbligo morale che avverto nei confronti dei miei ragazzi. Per questo le ho proposto il patto: abbiamo il dovere di lavorare su questa ragazza per farla restare a scuola”.

(da “La Stampa”)

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AGGRESSIONE RAZZISTA CONTRO ITALIANO SULLA METROPOLITANA DI LONDRA: “TORNATENE NELLA GIUNGLA”

Gennaio 17th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI E LA MELONI ORA DA CHE PARTE STAREBBERO? CON IL NOSTRO GIOVANE CONNAZIONALE O CON IL DEMENTE SOVRANISTA INGLESE?

Il video è stato diffuso sulla pagina Facebook degli immigrati in Gran Bretagna
Un ragazzo italiano risponde in inglese a un uomo che lo aggredisce verbalmente sulla metropolitana e lo invita a «tornarsene nella giungla» perchè, dice «questo è il mio Paese».
Il giovane risponde con calma e gli altri passeggeri che viaggiano insieme con lui lo difendono.
A un certo punto, per proteggerlo dagli abusi dell’uomo, lo invitano a sedersi lontano da lui, temendo possa accadere il peggio.
Il razzista continua ad offenderlo e a questo punto insorgono molti altri passeggeri: “Datti una calmata o ti prendiamo a pugni”.
A quel punto l’uomo si mette a leggere il giornale e bonfonchia che “sto parlando da solo” e non disturba più.
La stessa cosa che accadrà  in Italia quando sia le istituzioni che i cittadini civili cominceranno a rispondere “adeguatamente” alla feccia razzista.
Molti su Facebook commentano le immagini e raccontano che il clima verso gli stranieri è peggiorato, da quando è stata votata la Brexit.
Quello che alcuni complessati riservano agli immigrati in Italia, in Inghilterra viene rivolto agli italiani.
In questo caso Salvini, la Meloni e la loro compagnia di giro da che parte starebbero?
Con l’italiano o con l’inglese sovranista?

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I SOMMERSI E I SALVATI

Gennaio 17th, 2018 Riccardo Fucile

ULTIMO VIAGGIO A MONTECITORIO TRA ANSIE E MALUMORI… A DESTRA LITE SUI POSTI CON LA QUARTA GAMBA

All’ingresso della buvette, compare Piero De Luca, primogenito di Vincenzo, in un capannello di parlamentari campani.
Siparietto: “Stai già  familiarizzando con il Palazzo?”. Risposta: “Lo prendo come un augurio…”. Affianco Tino Iannuzzi sorride: “È molto, molto probabile che verrà  qui”. Figuriamoci se non lo eleggono, il figlio di Vicienzo: è la sua prima richiesta. L’altra è Franco Alfieri, l’uomo delle clientele organizzate “come Cristo comanda”: “Franco — disse De Luca nella famosa riunione con 300 amministratori – vedi tu come madonna devi fare. Offri una frittura di pesce, portali sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu! Ma non venire qui con un voto in meno di quello che hai promesso!”.
Imputato per bancarotta fraudolenta De Luca jr, indagato per abuso e peculato Alfieri, diventato nel corso della campagna per il referendum uno dei simboli di un sud eternamente uguale a se stesso, clientele e capibastone, voto organizzato e potere ostentato.
La richiesta è di posti sicuri, blindati, in questa campagna in cui più nulla è sicuro, neanche i feudi del sistema De Luca.
Entrambi vogliono il proporzionale, perchè anche il collegio di Salerno, dove trionfò il No al referendum è incerto. Un parlamentare mostra il suo telefonino, dove ci sono i numeri di un sondaggio in Campania: “35 M5s, 25 Forza Italia, 17 Pd”.
Il che significa che i collegi sono tutti incerti. In Campania, ma un po’ ovunque. Michele Anzaldi fotografa la situazione, parlando con un collega: “Qua sono tutti in attesa di sapere che fine fanno e la campagna è ferma, ancora non parte”.
Dove non sono incerti, i posti non bastano a salvare tutti, perchè ci sono gli alleati da tutelare, gente che alle scorse elezioni correva sotto le insegne del centrodestra.
Enzo Lattuca, parlamentare romagnolo, è sconfortato: “Da noi a Rimini ci buttano Pizzolante, in quota Lorenzin. E menomale che a Cesena è saltata la Bianconi, sennò ci potevamo chiamare Ncd… Siamo uno dei pochi posti che elegge perchè siamo dieci punti sopra la media nazionale”.
Sono le zone rosse, dove ancora esistono le sezioni pieni di cimeli: foto di Berlinguer, pagine dell’Unità  incorniciate, qualche bandiera rossa, la militanza che faceva campagne contro la Dc prima, contro il centro-destra poi.
Adesso a Bologna il Pd dovrà  eleggere Pier Ferdinando Casini, rampollo democristiano, presidente della Camera berlusconiano. È pressochè ufficiale, dopo che il segretario della federazione ha incontrato ieri Renzi al Nazareno: sarà  candidato al collegio di Bologna per il Senato. Qualcuno, sul territorio, ha pubblicato sul web un post di Renzi del 2012: “Se vince Renzi, no a Casini”.
Sussurra un parlamentare del Pd: “È ovvio che per molti dei nostri è complicato, soprattutto perchè dall’altra parte c’è Bersani. Forse era meglio catapultare un centrista meno conosciuto, piuttosto che uno che, nella vita, è sempre stato dall’altra parte rispetto a noi”.
La quota centrista, chiamiamola così, o degli ex centrodestra, o riciclati, è sinonimo di rivolta della base. E di malessere tra i parlamentari Pd.
Raccontano i calabresi che “a Crotone c’è un grande casino attorno alla candidatura di Dorina Bianchi”, una record-women delle migrazioni partitiche. Nata politicamente nell’Udc, passò alla Margherita, dunque aderì al Pd, per poi lasciarlo per tornare nell’Udc perchè “la sua bandiera non è l’antiberlusconismo”.
Un anno dopo, le foto la immortalano come candidata del Pdl a sindaco di Crotone, al fianco di Silvio Berlusconi. Era il celebre comizio in cui il Cavaliere ruppe con l’Udc e scivolò, si far per dire, sulla famosa gaffe degli elettori di sinistra che “non si lavano”. Oggi è sottosegretaria con Alfano, seguito nella scissione, e in ottimi rapporti con la Boschi. Roba che i calabresi invidiano i compagni bolognesi: “A confronto Casini pare Adenauer”.
A un certo punto in Transatlantico arriva Matteo Orfini. Tempo di percorrenza di venti metri, almeno venti minuti. I parlamentari lo avvicinano, chiedono rassicurazioni sulle liste, anime in pena in attesa di conoscere se sono nella categoria “salvati” o “sommersi”: “Scusa Matteo, ma qua non si capisce nulla. Renzi non risponde neanche agli sms”. Professionista della politica, il presidente del Pd resta abbottonato perchè sa che è ancora lunga. Sul territorio è un inferno.
In Sicilia, per dirne un’altra, c’è una rivolta sulla candidatura della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, il cui movimento Sicilia futura, schierato col centrosinistra, è diventato negli ultimi anni, la calamita che attrae ceto politico di centrodestra.
Addirittura la federazione di Caltanissetta ha scritto una lettera in cui minaccia di “manifestare il proprio dissenso” a Roma e di “disimpegnarsi” davanti a una candidatura “dinastica”.
Ecco un sorriso nel Palazzo, quello di Nunzia De Girolamo, Forza Italia: “Sì, sì, tutto a posto. Io capolista a Bevenento-Avellino, Mara a Napoli. Bisogna ancora vedere gli uninominali”.
Lì, le certezze diminuiscono, e non solo in Campania.
Arrivano notizie che Fitto e Cesa hanno appena incontrato Berlusconi. E la trattativa con la “quarta gamba” sta andando male. Dice un parlamentare informato: “Oggi ci hanno offerto 13 posti, su 30 che ne avevamo chiesti. E su questa base non ci stiamo e Cesa ha minacciato che corriamo da soli. Il punto che è Salvini vuole accollarsene solo 13 e vuole che gli altri se li prenda a carico Berlusconi”.
Andrà  avanti così, per giorni fino alla presentazione delle liste, tra minacce, tensioni, ansie, di chi ha il destino nelle proprie mani e di chi è appeso a decisioni altrui.
A fine giornata, Cosimo Latronico, fittiano, allarga le braccia: “E che ti devo dichiarare? Che Dio ci assista. Ecco, che Dio ci assista”.

(da “Huffingtonpost”)

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CAOS PARLAMENTARIE, GLI ESCLUSI CERCANO UN AVVOCATO

Gennaio 17th, 2018 Riccardo Fucile

SI PREANNUNCIA UNA PIOGGIA DI RICORSI

Le chat dei parlamentari M5s sono infuocate. I telefoni dei deputati impegnati nei lavori d’Aula alla Camera non fanno altro che squillare: “A chiamare sono gli esclusi. Vogliono sapere perchè non sono stati ammessi alle parlamentarie. Ma io non sono nulla, un motivo ci sarà …”, dice uno di loro.
Il motivo, per adesso, è chiuso nelle stanze dei vertici grillini, cioè dello staff milanese che per conto di Luigi Di Maio ha vagliato i profili degli aspiranti candidati alle elezioni pescando – viene riferito – dissidenti, infiltrati e militanti di altri partiti.
Per questo chi si è occupato della scrematura dei nomi si dice soddisfatto e non pensa a ripetere la votazione e ad annullare tutto come viene richiesto da attivisti da Nord a Sud dell’Italia. Tuttavia i vertici si riservano di fare un ulteriore controllo sui vincitori.
Intanto una prima lista provvisoria verrà  diffusa già  giovedì sera, almeno secondo le intenzioni dei big, e poi su questo elenco sarà  fatta una nuova verifica, in particolare per quanto riguarda certificati penali e indagini a carico.
Nessuna speranza però per chi non compare nell’elenco e continua a denunciare esclusioni ingiuste ed errori burocratici cercando un avvocato per un eventuale ricorso dopo che Lorenzo Borrè, il legale degli espulsi grillini, non ha dato la sua disponibilità  occupandosi solo degli iscritti alla prima associazione.
Tra gli esclusi anche il deputato Francesco Cariello e il senatore Roberto Cotti.
Il primo, in particolare, teme di essere stato tagliato fuori a causa delle sue dichiarazioni non in linea con i vertici del Movimento. Tutti comunque sono in attesa di una spiegazione che non arriva e che forse non arriverà  mai, mentre i vertici tirano dritto perchè in fondo l’apertura delle candidature alla società  civile è stata fatta per far entrare in squadra nomi grossi e portatori di voti, “non simpatizzanti o finti tali.
Quindi — viene ribadito — non imbarchiamo chiunque”. Le new entry però spaventano alcuni parlamentari uscenti che, a quanto pare, si sono organizzati in ticket uomo-donna per farsi votare e scampare il pericolo di piazzarsi troppo in basso nei listini bloccati.
Dallo staff M5S spiegano che non c’è nulla di strano in queste parlamentarie. La presentazione della candidatura, dicono, rappresentava una “disponibilità ” ma comunque doveva essere vagliata dal Movimento, non c’era nulla di scontato.
Insomma le esclusioni riguardano soggetti che non avrebbero i requisiti per essere candidati: documenti mancanti, non rispondenti al vero su indagini penali e carichi pendenti, precedenti esperienze politiche e feedback negativi provenienti dal territorio. Ci sarebbe poi chi si è finto dentista e persone che di recente si sono candidate con altri partiti.
Per fronteggiare la questione delle “quote rosa” previste dal Rosatellum, in regioni come l’Abruzzo in cui non si sono candidate abbastanza donne, sono state cambiate in corsa le regole. La legge elettorale con la quale si andrà  alle urne prevede infatti l’alternanza di genere nei listini dei collegi plurinominali.
Quindi il Movimento potrà , a suo piacimento, candidare alla Camera anche attiviste che hanno già  compiuto 40 anni d’età , contrariamente al regolamento per la selezione dei candidati.
Infine c’è un audio che pone non pochi interrogativi su queste parlamentarie. L’hanno pubblicato gli ex 5Stelle Marco Canestrari e Nicola Biondo.
La voce, secondo gli autori del libro inchiesta “Supernova”, potrebbe essere quella di un parlamentare o di un candidato che ha organizzato un pacchetto di voti: “Ti prego di girare questa richiesta di sospensione del voto anche alle persone che tu hai contattato. Il sistema non sta funzionando. L’ordine è di non votare per adesso e di aspettare la giornata di domani sperando che il sistema si aggiusti da solo; altrimenti saranno rinviate queste parlamentarie. È una malacumpassa allucinante e io comincio ad essere stanco di tutti questi problemi creati dallo staff per incompetenze ormai palesi a tutti”.
Ma lo staff va avanti per la sua strada e sottolinea che da regolamento l’ultima parola sulle candidature spetta solo ed esclusivamente a Di Maio.

(da “Huffingtonpost”)

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