Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
SI IPOTIZZA UN REIMPIEGO OCCULTO DEI RIMBORSI TRUFFA… MANCANO 47 MILIONI REGOLARMENTE ISCRITTI A BILANCIO… NEL MIRINO STRANI TRASFERIMENTI BANCARI E IL TRAVASO DI 2 MILIONI A “NOI PER SALVINI”
La Procura di Genova ha aperto un’inchiesta per riciclaggio sulla Lega Nord. 
Gli accertamenti riguardano il possibile reimpiego occulto dei rimborsi-truffa ottenuti da Bossi e Belsito, secondo l’ipotesi accusatoria travasati attraverso conti e banche diverse, al fine di metterli al riparo da possibili sequestri.
In altre parole, nell’opinione dei pm, quei fondi sono stati incamerati, riutilizzati e forse messi al sicuro dai sequestri consapevolmente dalla Lega durante le gestioni di Maroni in primis e poi di Salvini.
Un arco temporale in cui il partito, che all’inizio si era costituito parte civile contro il suo fondatore, ha rinunciato a ogni pretesa.
L’indagine – al momento a carico d’ignoti e coordinata dai magistrati del pool reati economici Francesco Pinto e Paola Calleri – nasce da un esposto di Stefano Aldovisi, ex revisore dei conti condannato per il raggiro al Parlamento, assistito dall’avvocato Stefano Goldstein.
Pur consce della provenienza indebita di quei fondi, insiste il commercialista, le gestioni successive a quella di Bossi-Belsito hanno dolosamente utilizzato e in parte occultato alcuni milioni per dribblare la giustizia.
Risale al luglio scorso la sentenza che dà il via ai sequestri: per i giudici la Lega di Umberto Bossi con tesoriere Francesco Belsito incassò una valanga di soldi pubblici senza averne diritto, grazie a certificazioni false.
Per questo vengono condannati Bossi (2 anni e mezzo), Belsito (4 anni e 10 mesi) e i revisori contabili: Diego Sanavio (2 anni e 8 mesi), Antonio Turci (2 anni e 4) e appunto Aldovisi (1 anno e 9 mesi).
A quel punto il tribunale dispone il sequestro “conservativo” da 49 milioni di euro, stima del danno alle casse pubbliche, per evitare che il denaro evapori prima della Cassazione.
Sui conti del Carroccio, e delle sue propaggini locali, la Guardia di Finanza blocca circa 2 milioni di euro. A quel punto, non essendocene altri, la ricerca del tesoro leghista prosegue sui depositi dei singoli imputati, ai quali vengono congelati beni per altri 2 milioni di euro.
Aldovisi però non ci sta a pagare quasi per tutti.
Durante il processo ammette che i controlli di fatto erano inesistenti, ma sostiene di non aver mai saputo che l’obiettivo dei vertici politici fosse una truffa. Mentre a lui pignorano tutto, il Senatùr continua infatti a beneficiare di buona parte del vitalizio da parlamentare (inattaccabile da pignoramenti).
E la Lega, rimarca, avrebbe messo al sicuro il tesoro.
Le indagini si muovono su due elementi clou.
Il primo attraversa il periodo in cui il ruolo di segretario passa a Roberto Maroni. «Secondo il settimanale L’Espresso – si legge nell’esposto – all’inizio del 2013 19,8milioni di euro in liquidità e titoli (in quella nella disponibilità del partito, ndr) sono stati trasferiti dalla filiale Unicredit di Venezia alla sede di Banca Aletti a Milano, per essere messi in sicurezza» dai creditori.
Come mai, allora, «in fase di esecuzione del sequestro» vengono trovati un paio di milioni, a fronte di «un bilancio che al 31 dicembre del 2012 era in attivo di 47 milioni di euro»?
Il secondo passaggio cruciale avviene durante il mandato di Matteo Salvini e riguarda un presunto travaso di liquidità (2 milioni) fra i conti della vecchia Lega e il movimento “Noi con Salvini”.
Il legale di Aldovisi, Stefano Goldstein, si limita a confermare l’esistenza e i contenuti dell’esposto, presentato il 28 dicembre.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
FACENDO I CONTI IN TASCA ALLA PROPOSTA SI SCOPRE CHE E’ UN BLUFF, COSTA 80 MILIARDI, FAVORISCE SOLO I RICCHI E NON C’E’ LA MINIMA COPERTURA
La flat tax fa parte del programma di Lega e Forza Italia, anche se con sfumature diverse: la stima “prudenziale” fornita da Forza Italia che secondo Silvio Berlusconi dovrebbe essere l’ipotesi di partenza su cui operare tagli — secondo Salvini deve essere più bassa — i risparmi rilevanti partono dai redditi da 25mila euro annui in su e i benefici più tangibili sono per gli stipendi più alti.
Spiega oggi Roberto Perotti su Repubblica che quella della Lega costerebbe 80 miliardi.
Il reddito totale di tutte le dichiarazioni Irpef del 2016 è di 832 miliardi: un’aliquota del 15 percento darebbe un gettito di 125 miliardi, contro i 166 miliardi attuali (al netto del bonus 80 euro e degli assegni famigliari, che verrebbero aboliti); ma dobbiamo ancora togliere la deduzione fissa per ogni famigliare, e la no tax area.
Il costo finale è di 70 miliardi.
La Lega propone di portare anche l’aliquota Ires (l’imposta sul reddito delle società ) al 15 per cento, un costo addizionale di circa 10 miliardi.
In totale, quindi, 80 miliardi.
La flat tax di Forza Italia costerebbe 83 miliardi.
Perchè le stime dei costi di Perotti sono diverse da quelle fornite dai due partiti, che dicono che la proposta costerebbe una trentina di miliardi?
In parte è classica propaganda elettorale.
In parte nel caso della Lega è una piccola clausola che nessuno ha notato: «Il dipendente statale e il pensionato dovrebbe ricevere direttamente il netto pattuito senza tassazione».
In altre parole, la flat tax non si applica ai dipendenti statali e ai pensionati.
Una clausola palesemente incostituzionale e politicamente inapplicabile.
Poi ci sarebbero due altre fonti di finanziamento.
Secondo Lega e Forza Italia con la flat tax riemergerebbe almeno 160 miliardi di sommerso, che tassati al 15 percento porterebbe 25 miliardi.
Ma è credibile? Ci si dimentica che chi evade risparmia anche sui contributi.
Un autonomo con coniuge e due figli che guadagna 30 mila euro oggi paga un’aliquota media del 43 per cento, il 32 per cento con la flat tax.
Se si evade al 43 per cento si evade anche al 32 per cento.
E Perotti sottolinea che anche se la flat tax facesse il miracolo di far recuperare 25 miliardi di evasione fiscale mancherebbero pur sempre 55 miliardi alla Lega e 105 a Forza Italia.
Le quali pensano di recuperarli con la maggior crescita economica. In più, la flat tax della Lega beneficia molto più i ricchi dei meno abbienti, perchè prevede una deduzione molto bassa, 3 mila euro, e una aliquota fissa bassissima, il 15 per cento. La flat tax di Forza Italia è leggermente più progressiva, ma di poco.
“La flat tax viene spesso presentata come un modo per tagliare il nodo gordiano delle centinaia di agevolazioni fiscali, molte delle quali senza alcuna ratio economica o sociale, che finora nessuno è riuscito a sciogliere: una deduzione generosa che dà la scusa per tagliare tutte le altre agevolazioni, e magari anche un po’ di spese sociali”, conclude Perotti.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI EMANUELE DESSI’, CANDIDATO AL SENATO E IL VIDEO RISALE A TRE ANNI FA
Eugenio Patanè, consigliere regionale del Partito Democratico, sulla sua pagina Facebook va
all’attacco di Emanuele Dessì, candidato nel proporzionale al Senato nel collegio della provincia di Latina con il MoVimento 5 Stelle:
“Il movimento dell’onestà vorrebbe portare in Parlamento gli amici degli SPADA, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. In questo video pubblicato sull’account del #M5sdi Frascati, EMANUELE DESSI’ candidato nel proporzionale al Senato nel collegio della provincia di Latina balla tutto contento con l’amico DOMENICO SPADA, detto Vulcano, il pugile amico pure dei Casamonica, condannato per usura ed estorsione. Io mi vergogno a nome di tutta la gente onesta della provincia di Latina, che dovrebbe essere rappresentata da questi personaggi nelle Istituzioni. Che ne dice Roberta Lombardi, di cui Dessì sarebbe fedelissimo sostenitore?
Patanè si riferisce a un video pubblicato su Youtube da un account chiamato Movimentocinquestelle Frascati in cui, dal minuto 1.55 e seguenti, si vedono Emanuele Dessì e Domenico Spada, cugino di Roberto noto ultimamente per alcune comparsate a La7 in cui ha parlato della mafia a Ostia.
Il video è stato hostato nel marzo 2014 e serviva a presentare la lista dei candidati del MoVimento 5 Stelle di Frascati. Emanuele Dessì, scrive lui stesso sul suo profilo facebook, è ex consigliere comunale di Frascati e dell’area metropolitana di Roma Capitale.
Domenico Spada detto Vulcano, cugino di Roberto, pugile ed ex campione del mondo Silver, qualche mese dopo la comparsata nel video è stato arrestato insieme ad altre quattro persone, due uomini e due donne di etnia rom, legate al clan dei Casamonica.
Il 27 ottobre 2016 è stato condannato in primo grado, dalla decima sezione penale del Tribunale di Roma, a sette anni e sei mesi di reclusione.
Il video in cui compaiono Dessì e Vulcano è precedente all’arresto e alla condanna di Domenico Spada.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
FABIO FRANCESCHI CORRERA’ IN VENETO… TRAVAGLIO: “COMPREREMO LE SUE QUOTE”
Il nome di Fabio Franceschi, titolare di Grafica Veneta di Trebaseleghe in provincia di Padova, compare nelle liste di Forza Italia per il Veneto: lui, imprenditore, è nato a Camposampiero, nel padovano, classe 1969, ha fatto parte dei consigli di Confindustria provinciale di Padova e del Veneto con delega alla tecnologia ed innovazione. L’università patavina gli ha conferito una laurea honoris causa in ingegneria meccanica per i suoi meriti imprenditoriali.
“Ho ricevuto molto dalla vita, successo e fortuna — ha spiegato ieri Franceschi — ora è tempo che io restituisca qualcosa alla comunità . Sono un imprenditore a servizio del Paese: l’Italia, che deve tornare protagonista in Europa”.
Il Fatto Quotidiano pubblica una nota oggi a pagina 2 firmata da Cinzia Monteverdi, amministratore delegato della società editoriale Il Fatto SPA, e Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano
“APPRENDIAMO dalle agenzie di stampa che Fabio Franceschi, titolare di Grafica Veneta e azionista di minoranza della Società editoriale Il Fatto Spa con il 4% delle quote (acquisite a suo tempo dal nostro socio storico Francesco Aliberti e senza alcun incarico operativo), ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni con Forza Italia.
Intendiamo tranquillizzare i nostri lettori sulla assoluta incompatibilità con la nostra società editoriale per chiunque ricopra incarichi in qualunque forza politica. Entro breve tempo dunque Franceschi — al quale auguriamo le migliori fortune — riceverà una proposta per la cessione del suo pacchetto azionario.
Polemica disinnescata da subito.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
UNA SERIE DI SCELTE AUTOLESIONISTE CON GAFFE EVITABILI
«La nostra è una squadra di supercompetenti», ha detto Luigi Di Maio al Tempio di Adriano
presentando i candidati nei collegi uninominali.
Qualche ora dopo dalla squadra cadeva il primo titolare, quello presentato per primo durante la kermesse, perchè i “supercompetenti” si sono accorti soltanto dopo la pubblicazione di questo articolo che Rinaldo Veri, ammiraglio che doveva guidare la nave dei 5 Stelle nel collegio di Roma 10 alla Camera, era stato candidato sindaco e poi eletto consigliere comunale a Ortona con una lista civica alleata con il Partito Democratico.
Naturalmente nessuno può mettere in dubbio la supercompetenza degli uomini e delle donne scelti da Luigi Di Maio per sfidare i candidati degli altri partiti nei collegi uninominali del Rosatellum; di certo però qualche idea sulla supercompetenza con cui il MoVimento 5 Stelle ha indagato sui suoi candidati prima di proporli ce la possiamo fare tranquillamente.
E così notiamo che la notizia di Veri ex candidato sindaco a Ortona era talmente nascosta da trovarsi sulla pagina Wikipedia dedicata all’ammiraglio.
Da lì è stato facile trovare la lista degli eletti e contattare chi era in consiglio comunale per verificare che Veri fosse ancora consigliere della lista civica: un lavoro di pochi minuti che tuttavia chi si sta candidando alla presidenza del Consiglio di una potenza industriale non è evidentemente riuscito a fare.
Non solo: Veri, nella nota con cui ha ritirato la candidatura, ha sostenuto di non essere informato sulla “regola prevista dal regolamento del M5S che impedisce a chi ha già una carica elettiva di potersi candidare e proprio per questo non avevo ritenuto necessario informare di questa mia carica il candidato premier Luigi Di Maio”.
Il che sembra incredibile, visto che le polemiche sugli ex qualcosa poi candidati con il MoVimento 5 Stelle riecheggia a ogni presentazione dei candidati grillini e il nuovo regolamento del M5S è regolarmente disponibile online e indica chiaramente i motivi di incompatibilità .
Ma soprattutto: il M5S prima di candidarlo non si è informato su di lui, non ci ha parlato per verificare la sua conoscenza e la sua adesione ai principi grillini? La supercompetenza del M5S non l’ha ritenuto necessario?
Dei 630 deputati, 231 saranno eletti in collegi uninominali. Dei 315 senatori, 115 saranno eletti in collegi uninominali.
Ma il M5S ha schierato in moltissime sfide deputati e senatori uscenti, su cui i controlli erano superflui (o comunque molto più facili). I nomi restanti da controllare non erano certo moltissimi e in due settimane era possibile farli tranquillamente.
Eppure il M5S non si è accorto che lo sfidante di Renzi nel collegio senatoriale di Firenze 1, Nicola Cecchi, è un ex iscritto al Partito Democratico e un ex renziano che ha fatto campagna per il referendum sulle riforme.
Dov’è finita la supercompetenza? E chi non riesce a controllare una lista di nomi è in grado di tenere sotto controllo il Paese?
E Salvatore Caiata, 47 anni, candidato alla Camera in Basilicata con il M5S, presidente del Potenza Calcio e con un passato da dirigente del PDL provinciale?
E Renato Scalia, ex ispettore capo della Digos a Firenze, che dal palco parla di «uno Stato che sta dalla parte dei carnefici» dicendosi «giustizialista» ed è candidato alla Camera a Empoli, ma ha già corso a sostegno del sindaco Dario Nardella a Firenze («Era in una lista civica — spiegano i vertici — può restare»)?
I casi per l’uninominale non finiscono qui.
Vittoria Casa, candidata alla Camera nel collegio di Bagheria, è stata assessora di giunta e personalità importante del Partito Democratico nella cittadina dove sindaco è Patrizio Cinque. Anche qui i tempi i tempi delle regole del M5S la dovrebbero penalizzare, ma è giusto che Di Maio scelga in totale libertà chi può rappresentare il suo partito in Parlamento.
Ma allora a cosa serve fare regole così stringenti se poi bisogna violarle?
Altro caso: Riccardo Nuti segnala su Facebook Francesco Mollame, assessore nel 2013 per Gianfranco Bonnì sindaco contro il m5s, e nel 2008 candidato sindaco con l’ MPA.
I giornali siciliani parlano di Rino Marinello, candidato con Berlusconi.
Il tutto ovviamente accade mentre Vincenzo Spadafora, braccio destro di Di Maio, va a candidarsi in Campania e Elio Lannutti, uscito dal parlamento nel 2013 (era entrato con l’Italia dei Valori), si presenta con il M5S.
E tanti candidati continuano a “sparire” dopo essere arrivati nella lista del M5S pubblicata sul Blog delle Stelle senza alcuna motivazione, cosa che espone i grillini ai rischi di risarcimenti a quattro o cinque zeri.
Il caso di Mario Corfiati è emblematico: il Corriere parla di alcune sue foto su siti di incontri (e se anche fosse, che male ci sarebbe?) e lui, il più votato alle Parlamentarie di Torino, sparisce dalla lista.
Su Facebook Corfiati scrive: “Non mi sono ritirato dalle Parlamentarie M5S Camera 2018, fino ad ora non ho ricevuto comunicazione ufficiale con annesse motivazioni del movimento per il mio depennamento dalla lista”.
Non si fa tanta fatica a credergli, visto che tutti quelli che sono finiti fuori dicono di non aver ancora saputo perchè. Eppure il M5S aveva detto che i profili dei candidati erano stati scandagliati PRIMA dell’apertura delle Parlamentarie (era sfuggito lo “stripmen”, ma sono cose che succedono!).
La supercompetenza del MoVimento 5 Stelle è questa qua?
E i grillini si rendono conto che governare un paese è molto più complesso di selezionare candidati per le Parlamentarie?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA ANCORA LONTANO DALLA MAGGIORANZA ALLE CAMERE
Un sondaggio IPSOS pubblicato oggi dal Corriere della Sera e che si riferisce a una rilevazione conclusasi il 27 gennaio scorso dà in crescita il centrodestra con Forza Italia a fare da forza trainante: in quattordici giorni il consenso per il partito di Berlusconi è arrivato al 16,9%, crescendo di quasi mezzo punto percentuale.
L’incremento è innegabile ma l’obiettivo finale del Cavaliere è ancora lontano, così come i “fasti” delle elezioni 2013, quando pur sconfitta Forza Italia era arrivata al 23%.
Alla crescita di Forza Italia fa da contraltare il leggero calo di Lega e Fratelli d’Italia, un fenomeno che si esplica spesso durante le elezioni politiche, quando i consensi finiscono per spostarsi dalla destra verso il centro della coalizione.
C’è da segnalare che invece nel sondaggio EMG Acqua pubblicato ieri dal Tg di La7 il centrodestra è dato invece complessivamente in lieve calo e anche Forza Italia perde uno 0,1% rispetto alla settimana precedente (l’universo temporale di riferimento è quindi diverso rispetto a quello del sondaggio IPSOS).
Invece il centrosinistra e il Partito Democratico sono dati addirittura in crescita, di uno 0,6% complessivo, nonostante la vicenda delle liste che ha fatto scoprire i nervi un po’ a tutti nel partito e fuori:
Anche il MoVimento 5 Stelle è dato in perdita, addirittura di mezzo punto percentuale in una sola settimana: evidentemente nel campione EMG Acqua è sondata una fetta di popolazione che è indecisa tra M5S e PD (e sembra curioso vista la distanza programmatica tra i due soggetti).
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
C’E’ ANCHE L’ATTUALE PRESIDENTE LEGHISTA DEL CONSIGLIO REGIONALE, L’ATTUALE CAPOGRUPPO DI FDI E UN EX AN PASSATO A CASAPOUND… COINVOLTI ANCHE PD E FORZA ITALIA
Il pm Massimo Terrile ha chiesto il rinvio a giudizio per 19 ex consiglieri regionali dei gruppi Forza
Italia, Pd, Verdi e Alleanza Nazionale nell’ambito dell’inchiesta sulle cosiddette spese pazze in Regione Liguria.
Le accuse sono per tutti di peculato per avere usato fondi pubblici per spese non istituzionali nella legislatura 2005-2010.
Per quella legislatura sono già state rinviate a giudizio 13 persone di vari schieramenti: per il centrodestra, allora all’opposizione, l’attuale presidente del consiglio regionale Francesco Bruzzone (Lega), Sandro Biasotti (deputato e attuale coordinatore di FI in Liguria), Nicola Abbundo, Angelo Barbero, Fabio Broglia, Giovanni Macchiavello, Matteo Marcenaro, Luigi Patrone e Franco Rocca, attuale sindaco di Zoagli. Poi Tirreno Bianchi, Rosario Monteleone (Udc), Carmen Patrizia Muratore e Giovanni Battista Pittaluga del centrosinistra.
Sempre per la legislatura 2005-2010 sono già stati condannati la nuora di Mastella Roberta Gasco (Udeur), Lorenzo Castè (Prc) e Franco Bonello (Unione a sinistra).Gasco era stata condannata a 2 anni e 4 mesi e aveva risarcito il danno, Castè a 4 anni e 11 mesi, Bonello a 4 anni e 5 mesi.
Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio per Matteo Rosso, unico ancora in Consiglio regionale, oggi esponente di Fratelli d’Italia, allora con Forza Italia.
Insieme a lui, per Fi, è stato chiesto il giudizio per Franco Orsi, Gabriele Saldo, Gino Garibaldi, Luigi Morgillo e Pietro Oliva mentre è stata chiesta l’archiviazione per Graziano Falciani.
Per quanto riguarda il Partito Democratico, il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio per Vito Vattuone, ora segretario regionale e candidato alle prossime elezioni politiche nel collegio proporzionale per il Senato in Liguria, Michele Boffa, Luigi Cola, Nino Miceli, Ezio Chiesa, Moreno Veschi e Minella Mosca, mentre è stata chiesta l’archiviazione per Lorenzo Basso. Per i Verdi risultano coinvolti nell’inchiesta Cristina Morelli e Carlo Vasconi, mentre per Rifondazione comunista Giacomo Conti e Vincenzo Nesci. Infine per l’allora Alleanza Nazionale Gianni Plinio (adesso passato a Casapound) e Alessio Saso.
Claudio Scajola testimone: «Il consigliere Matteo Rosso mi regalò cravatte di Finollo due o tre volte»
«Le cravatte di Finollo mi ricordo che me le regalò per due, tre volte a Natale il consigliere Matteo Rosso. Me lo ricordo perchè io personalmente non le avrei mai comprate». Lo ha detto l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, sentito come teste della difesa nel corso del processo sulle cosiddette spese pazze in Regione Liguria per le quali sono imputati 22 tra ex e attuali consiglieri regionali.
«Le mie preferite – ha detto Scajola sempre riferendosi alle cravatte – erano quelle di Marinella, che mi regalava il presidente Silvio Berlusconi. I regali ricevuti dal consigliere nella sua veste istituzionale, erano tutti accompagnati da biglietti di auguri».
Secondo il procuratore Francesco Pinto, i consiglieri di vari partiti avrebbero speso soldi pubblici in cene, viaggi, gite al luna park, birre, gratta e vinci, ostriche, fiori e biscottini. In alcuni casi, per gli inquirenti, venivano consegnate ricevute dimenticate da ignari avventori. In altri venivano modificati gli importi a mano.
Tra gli imputati ci sono l’attuale assessore allo Sviluppo Edoardo Rixi e il presidente del consiglio regionale Francesco Bruzzone, entrambi candidati alle prossime elezioni. L’udienza odierna in cui è stato sentito l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, come teste a difesa, riguarda il processo scaturito da una inchiesta sulle spese rimborsate agli ex e attuali consiglieri regionali della legislatura 2010-2015. In particolare, le spese `pazze’ contestate riguardano il periodo compreso tra il 2010 e il 2012.
C’è anche Vito Vattuone, capolista del Pd nel collegio plurinominale per il Senato in Liguria alle prossime elezione, e segretario regionale, tra i 19 ex consiglieri regionali per i quali la procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’indagine sulle cosiddette `spese pazze’.
L’inchiesta riguarda i gruppi Forza Italia, Pd, Verdi e Alleanza Nazionale durante la legislatura 2005-2010. Le accuse sono per tutti di peculato per avere usato fondi pubblici per spese non istituzionali.
Sono poco più di 4 mila euro le spese contestate a Vito Vattuone. «Vattuone – spiega il suo legale, l’avvocato Massimo Boggio – per un anno non era nemmeno consigliere. Inoltre, e lo abbiamo anche spiegato al sostituto procuratore Massimo Terrile, che quanto gli è stato contestato non è nemmeno riconducibile a lui. Non ci sono ricevute della carta di credito di Vattuone e nemmeno ricevute. Ci sono solo scontrini che potrebbero essere riferiti a chiunque».
Secondo l’accusa, i consiglieri si sarebbero fatti rimborsare decine di migliaia di euro per spese di rappresentanza che però agli occhi degli inquirenti sarebbero state in realtà personali.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile
POI NE HA ANCHE PER LA MELONI: “FA PURGHE STALINISTE”… E ZINGARETTI RACCOGLIE
«Fai un passo indietro». «No, fallo tu».
I due candidati del centrodestra per le prossime elezioni regionali del Lazio si lanciano lo stesso appello. E si danno la stessa risposta.
In mattinata Stefano Parisi ha confermato l’invito fatto nei giorni scorsi al sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. Lo ha invitato a fare squadra insieme, unire le loro liste e gli ha proposto la vice presidenza della giunta regionale del Lazio.
L’APPELLO DI PARISI
«Noi — ha detto il candidato di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Quarta Gamba — abbiamo bisogno della sua popolarità e della sua esperienza. Io ho sempre detto che sarebbe stato un ottimo candidato alla presidenza della Regione, certo la precondizione è unire il centrodestra. Mi auguro che lui tenga a cuore le sorti di questa Regione e si unisca a noi. Se si potesse lavorare insieme sarebbe un’ottima soluzione per il Lazio e per tutti noi».
LA RISPOSTA DI PIROZZI
Sergio Pirozzi risponde «Lasciamo perdere i tentativi di dimostrare che sono io a cercare di dividere il centrodestra. Questi sono i giorni della merla ma noi non siamo i tordi. Ringrazio la stima di Parisi: se vuole dare un sostegno al Lazio lo faccia venendo a fare il vice presidente a me».
Uno a uno e palla al centro? No. Pirozzi rincara la dose: si dice certo che Parisi non accoglierà il suo invito. «Non lo farà . Ha scelto di essere il candidato sindaco di Milano, il candidato del Lazio e prossimamente alle Europee. Io dico: non ci sono candidati giusti per tutte le stagioni».
PARISI COME CETTO
L’attacco diventa frontale dopo pochi minuti. In diretta web, Sergio Pirozzi paragona il suo avversario al candidato Cetto Laqualunque reso celebre dal film Qualunquemente nel quale basava il suo programma sul qualunquismo più becero pur di strappare cinsenso e su promesse mirabolanti quanto irrealizzabili.
Il sindaco di Amatrice riprende un passaggio dell’intervento fatto da Stefano Parisi ieri sera nella convention di Fondi. «Dice che bisogna investire sulla Roma-Latina, tipo Cetto la Qualunque chiù pilu pi’ tutti». Perchè no? «Dire bisogna investire sulla Roma-Latina è come dire ‘daremo posti di lavoro per ogni albero ai forestali».
ESPULSO? GRAZIE
Poi c’è pure un passaggio su Giorgia Meloni. Che Sergio Pirozzi ringrazia per averlo espulso dal centrodestra. «Ricorda le purghe staliniane e c’è qualcosa che non funziona».
ZINGARETTI: MI RIVOTERA’ PURE M5S
Nicola Zingaretti invece punta sui risultati conseguiti, sulle cose messe a posto in questi cinque anni di governo regionale.
Punta il dito contro chi, in campagna elettorale, sta dicendo che nel Lazio le cose non funzionano. «Chiedo rispetto per il Lazio. Vedo troppe scorribande politiche e giochi sulle spalle della nostra comunità . In questi anni ci siamo rialzati in piedi solo grazie alle nostre forze e ora tutti si azzuffano e affrettano a parlare male e denigrare. Non lo permetterò, difenderò la nostra comunità da chi la vuole far tornare indietro e da chi è solo capace di raccontare i problemi e non risolverli».
In un’intervista a ‘Leggo’ ha rivendicato i risultati raggiunti. Sostiene che il suo buon governo abbia messo in difficoltà il centrodestra, rendendogli quasi impossibile trovare un candidato. «Trovo abbastanza incredibile che il centrodestra abbia candidato presidente del Lazio una persona che non vive qui da oltre 20 anni. Che per due decenni ha vissuto a Milano tanto da candidarsi addirittura a sindaco neanche due anni fa».
Poi attacca il Movimento 5 Stelle. Usa Roma come leva per gli elettori grillini scontenti. Per avvicinarsi ai delusi dal governo di Virginia Raggi. «Gli elettori dei 5 stelle sono liberi — sottolinea il Governatore — Molti di loro alle Regionali voteranno Zingaretti: nessuno scandalo è già successo nel 2013 e succederà di nuovo il 4 marzo. Le persone sono libere e per fortuna ragionano con la loro testa senza condizionamenti. Moltissimi mi scrivono e lo dicono apertamente: a lei la votiamo perchè ha fatto molte cose concrete, ora non ci tradisca».
PIROZZI? UNA FERITA
Ce n’è pure per Sergio Pirozzi. Il Governatore dice: «Confesso che per me vedermelo contro in questo modo sia stata una ferita. Ma è andata così, e ora Sergio sta facendo la sua battaglia, con coraggio. Come dicevo prima, chiedo a tutti proposte e rispetto per la nostra terra. Mi sembra che Pirozzi questo lo stia facendo».
(da “Alessio Porcu”)
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Gennaio 29th, 2018 Riccardo Fucile
CORRE PER IL PD MA E’ ANCHE PRIMO DEI NON ELETTI IN REGIONE PER FORZA ITALIA DOVE POTREBBE ENTRARE AL POSTO DI UN EX FORZISTA CHE ADESSO PERO’ CORRE PER FRATELLI D’ITALIA
Se Giacomo Mancini Jr. fosse un paradosso potremmo chiamarlo il candidato di Schrà¶dinger. 
Perchè al momento Mancini è al tempo stesso un possibile deputato PD e un consigliere regionale di Forza Italia. La verità si saprà , come nel più famoso paradosso del gatto, solo all’apertura delle urne con le schede elettorali del 4 marzo.
Ma Mancini non è un esperimento mentale; è una solida realtà , per altro di nobili origini visto che è nipote di Giacomo, uno dei grandi vecchi del Partito Socialista e più volte deputato nonchè figlio dell’ex sindaco di Cosenza, Pietro.
Mancini Jr. è il candidato su cui il Pd renziano punta per conquistare il collegio maggioritario di Cosenza.
Non è la prima volta che ci prova. Accadde già nel 2001 e assieme a lui a Cosenza era candidato anche l’attuale Ministro dell’Interno Marco Minniti. Non ci è riuscito.
E nel frattempo ha tentato la sorte in Regione, questa volta con il centrodestra e diventando assessore regionale al Bilancio per Forza Italia. Nel 2014 Mancini sosteneva la corsa di Raffaele Fitto alle europee.
A novembre 2014 un altro tentativo in Regione, sempre con Forza Italia, e c’era anche chi lo dava per probabile candidato Presidente, ma così non è stato.
Ad ogni modo con 7000 preferenze Mancini Jr. risulta essere il primo dei non eletti nella lista di Forza Italia. A vincere però è il PD con Marco Oliverio.
Nel 2016 Mancini aveva sostenuto la corsa a sindaco di Cosenza di Carlo Guccione, consigliere regionale del PD per il quale si erano spesi due ex forzisti come Pino Galati e Denis Verdini.
Le appartenenze politiche insomma sono già parecchio sfumate. Nel 2018 di nuovo con il PD di Renzi, questa volta per un seggio alla Camera. In un post su Facebook promette a Giacomo, il nonno, che non ha potuto avere la gioia di vederlo eletto deputato, di battersi come un leone”tenendo ben a mente i tuoi insegnamenti. La tua determinazione. Il tuo coraggio”.
La situazione fino a qui non è assolutamente singolare.
Mancini non è certo l’unico politico ad aver cambiato più volte partito. E del resto il PD ha bisogno dei voti di Mancini, la cui famiglia è a Cosenza molto più che un’istituzione. A rendere interessante il caso del candidato Dem è il fatto che con Fratelli d’Italia corre, in un collegio “quasi blindato” l’ex forzista Fausto Orsomarso.
Orsomarso è attualmente consigliere regionale e qualora venisse eletto dovrebbe rinunciare al seggio in favore proprio di Mancini che entrerebbe così in consiglio regionale per Forza Italia (almeno inizialmente) pur essendo attualmente impegnato a fare campagna elettorale per il PD.
Anche se il PD è in difficoltà nei sondaggi c’è chi scommette che il bacino elettorale di Mancini gli consentirà di essere eletto e di evitare così l’imbarazzo al PD di vedere un suo candidato entrare in Regione grazie a Fratelli d’Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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