Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
LE FALLE DELLA PIATTAFORMA M5S: DAI CARTEGGI CON IL GARANTE SI SCOPRE CHE E’ GESTITA DALLA CASALEGGIO ASSOCIATI, NON DIRETTAMENTE DA DAVIDE
Una lunga inchiesta del Foglio fa luce su alcuni aspetti poco chiari della piattaforma Rousseau e del ruolo della Casaleggio Associati negli strumenti che il Movimento Cinque Stelle ha sempre presentato come viatici della democrazia diretta.
L’inchiesta si basa su carteggi inediti che il Foglio ha ottenuto dal Garante della privacy. Scrive il quotidiano:
“La prima notizia riguarda il tema della trasparenza […]. Il 2 gennaio i giornali hanno riportato le accuse del garante della privacy sul tema degli “illeciti nel trattamento dei dati degli utenti” e sul voto elettronico “non anonimo”. Basta sfogliare le carte però per capire che in realtà sono gli stessi legali di Davide Casaleggio il 5 ottobre 2017 a riconoscere che i gestori della piattaforma Rousseau sono consapevoli che il voto non risponde ai criteri di segretezza e che può essere tracciato. Sentite qui: “A specifica domanda dei verbalizzanti, la parte (Casaleggio) ha fatto presente che sussiste la possibilità teorica di ricondurre, tramite altre informazioni disponibili nel sistema, il voto espresso all’identità del votante, possibilità che tuttavia non è mai stata utilizzata”. E a conferma di questa consapevolezza gli avvocati ammettono che i gestori di Rousseau stanno studiando “delle soluzioni basate su tecnologia blockchain, che consentirebbe di pervenire ad una certificazione dei voti espressi, rispettando la segretezza del voto”. Cosa che finora, ammettono gli avvocati di Casaleggio, non è stata garantita”.
Il Foglio cita anche un “rapporto, finora inedito, di trentaquattro pagine, depositato il 29 novembre 2017 presso l’archivio del garante per la protezione dei dati personali, e che è così intitolato: ‘Note sugli aspetti di sicurezza relativi alle piattaforme on line gestite dalla Casaleggio & Associati S.r.l per conto di Giuseppe Piero Grillo, dell’Associazione Rousseau e del Movimento 5 stelle'”.
Già in questa presentazione — fa notare Il Foglio – c’è una notizia: “al contrario di quello che sostiene Davide Casaleggio, che il 2 gennaio ha dato mandato ai suoi legali di “riservarsi il diritto di procedere in qualsiasi sede giudiziale, sia penale che civile, nei confronti di tutti coloro che in modo mendace e in mala fede continueranno intenzionalmente e pubblicamente a confondere la predetta società (la Casaleggio Associati con l’Associazione Rousseau, il garante della privacy afferma che anche Rousseau “è gestita” non da Davide Casaleggio come persona fisica ma direttamente dalla Casaleggio Associati”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
IN LISTA ANCHE AUGUSTO SINAGRA, DIFENSORE DEL “VENERABILE” E DI COLONNELLI VICINI A VIDELA
E’ un ex magistrato “quasi piduista”, già avvocato di Licio Gelli, il candidato numero uno di
CasaPound nel Lazio. La punta di diamante di una lista che, a livello nazionale, consegna al possibile ingresso in Parlamento — fra gli altri — una persona condannata per aggressione, un’altra per resistenza aggravata e lesioni, un economista “complottista” (per sua stessa ammissione) e la campionessa di voti di Ostia amica di Roberto Spada, a processo per l’aggressione ai giornalisti di Nemo Daniele Piervincenzi e il film-maker Edoardo Anselmi.
La tartaruga di estrema destra, per la prima volta nella sua storia decennale, è riuscita a presentarsi in tutti i collegi d’Italia e promette di fare il proprio ingresso in Parlamento sfondando il muro del 3%.
Una truppa di parlamentari nazionalisti e antieuropeisti, pronti a portare istanze dell’estrema destra fra le mura di Montecitorio e Palazzo Madama.
Sinagra, dal colonnello Olivera al dem Crisafulli
Fa sensazione, in questo contesto, trovare fra i candidati il nome di Augusto Sinagra. Docente di diritto delle Comunità europee presso la Sapienza di Roma, il “professore” è noto, in realtà , per essere stato l’avvocato difensore di Licio Gelli, il “Venerabile” della P2.
E proprio alla loggia massonica — che negli anni ’70 ospitava molti dei presunti cospiratori pronti a organizzare un golpe di stampo sudamericano in Italia — Sinagra si era iscritto con la tessera 2234, anche se ufficialmente non vi è mai entrato in quanto “sequestrarono le liste prima della mia iniziazione”.
Nella sua carriera di avvocato, il docente — console onorario della Repubblica turca di Cipro — vanta anche il mandato di legale del governo turco nel caso Ocalan e la difesa di alcuni colonnelli argentini vicini al dittatore Jorge Rafael Videla, fra cui il torturatore Jorge Antonio Olivera.
Proprio Olivera fu scarcerato clamorosamente nel 2000 dalla Corte d’Appello di Roma in seguito alla presentazione di un certificato rivelatosi poi falso.
Fra le altre cose, Sinagra è stato rinviato a giudizio l’ottobre scorso nell’ambito di un’inchiesta per calunnia ai danni dell’ex procuratore di Enna, Calogero Ferrotti, a sua volta conseguenza di un’indagine sulla facoltà di Medicina in lingua rumena di Enna ideata dall’ex senatore del Pd, Vladimiro Crisafulli.
Proprio Sinagra e Crisafulli sono stati rinviati a giudizio insieme, in quanto rispettivamente legale e patron della Fondazione Proserpina che gestiva l’università .
Chiaraluce: “Lady Ostia” ci prova
Dall’esperienza dello storico 9% di Ostia, invece, arriva la candidatura di Carlotta Chiaraluce, già “lady preferenze” — seppure non eletta — in Campidoglio nel 2016. Chiaraluce è la compagna di vita e di politica di Luca Marsella, distintosi per il risultato elettorale di novembre nel Municipio già sciolto nel 2015 per infiltrazioni mafiose.
Su entrambi, però, sono calate le polemiche a causa di un’amicizia mai troppo nascosta con Roberto Spada, arrestato pochi giorni fa insieme ad altri esponenti dell’omonimo clan — capeggiato dal fratello Carmine — con l’accusa di essere ai vertici di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, sebbene già al 41bis all’indomani dell’aggressione al giornalista di Nemo, Daniele Piervincenzi.
“Robertino”, alla vigilia del primo turno delle elezioni municipali, pubblicò un post su Facebook con endorsement al partito della Tartaruga. Sebbene la chiusura dei profili social di Spada da parte dell’Autorità giudiziaria abbia portato anche alla rimozione delle conversazioni pubbliche con Marsella e Chiaraluce, i contatti sono stati confermati e, in qualche modo, censurati anche dal leader nazionale di CasaPound, Simone Di Stefano.
Il candidato premier, in un’intervista del 12 novembre scorso a Lucia Annunziata, ha infatti definito “sconvenienti” i rapporti fra gli esponenti del partito di estrema destra e l’allora reggente del clan, pur difendendo la “buona fede” dei due (che non sono sfiorati da alcuna indagine in merito).
Ex Msi, Fdi e Lega
La crescita di CasaPound sembra aver spinto alcuni esponenti di centrodestra a lasciare i rispettivi partiti e movimenti, per cavalcare la spinta neofascista del movimento fondato da Gianluca Iannone.
E così, oggi troviamo candidato in Lombardia, ad esempio, Daniele Contucci, il “poliziotto anti immigrati” che solo un anno e mezzo fa correva con Fratelli d’Italia per il Campidoglio, raggranellando appena 300 voti.
Dalla Lega Nord, invece, proviene Luciano Vescovi, ex sindaco di Cividate al Piano, mentre sempre da Fratelli d’Italia arriva Roberta Capotosti, salita agli onori delle cronache quando, da consigliera provinciale di Milano, si esibì il 29 aprile 2014 in un discusso saluto romano al “Presente!” gridato durante la commemorazione in ricordo di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani.
Ancora, a Cassino l’ex consigliere comunale (per 13 anni) e provinciale di Frosinone, l’imprenditore Maurizio Rossi, per anni iscritto a Alleanza Nazionale, ha fatto storia per aver eretto una statua di Mussolini in un piazzale acquistato dalla sua ditta di pneumatici. In tutto questo mentre, sui social network, vanno per la maggiore le teorie complottiste e antieuropeiste di Marco Mori, economista candidato in Liguria, su cui CasaPound punta moltissimo.
Chiudono l’elenco Filippo Castaldini, di Trento, condannato a maggio 2017 in seguito all’aggressione ad alcuni militanti di sinistra, e Francesco Amato, responsabile Sport di Casapound, condannato l’11 dicembre 2017 a 3 anni a 7 mesi per resistenza aggravata e lesioni durante gli scontri con la polizia a Casale San Nicola del 17 luglio 2015.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
LUNGA LA LISTA DEGLI IMPRESENTABILI CHE CERCANO PROTEZIONE… E A MOLTI LE POLTRONE IN REGIONE O IN COMUNE VANNO STRETTE
Se fossero tutti eletti, il 5 marzo mezza Regione Liguria emigrerebbe a Roma: sono in corsa per il Parlamento assessori, presidente del consiglio, capigruppo e consiglieri.
A metà mandato — la giunta di Giovanni Toti, centrodestra, è stata eletta nel 2015 — molti vorrebbero mollare la poltrona per cercarne una più comoda.
Ma non è l’unica sorpresa per gli elettori liguri, tra candidati indagati, fedelissimi premiati, paracadutati da Roma e rappresentanti di vecchi poteri che rialzano la testa.
INDAGATI O IMPUTATI
Cominciamo dai candidati indagati. L’ultima new entry è nel Partito Democratico: la procura di Genova ha appena chiesto il rinvio a giudizio per Vito Vattuone, segretario regionale dei democratici e candidato come capolista nel collegio plurinominale del Senato. Anche Vattuone — come 62 consiglieri ed ex consiglieri in carica nei mandati 2005-2010 e 2010-2015 a guida centrosinistra — è stato toccato dall’inchiesta spese pazze. L’accusa è di peculato. Quindi su di lui, in teoria, incomberebbe la legge Severino: in caso di condanna a una pena superiore ai due anni, dopo il primo grado rischierebbe di decadere dal seggio. Previa votazione dello stesso Senato.
E’ lo stesso Vattuone che, ricordano le cronache, nel marzo 2017 si astenne quando il Senato votò la decadenza di Augusto Minzolini. Non fu il solo, nel Pd. Tra gli altri c’era anche un altro senatore ligure: Massimo Caleo (non indagato), lui pure ricandidato il prossimo 4 marzo.
Ma in Liguria, nella classifica degli indagati e degli imputati in corsa per il Parlamento, vince il centrodestra.
Il nome di maggior peso è quello di Edoardo Rixi, a lungo vice di Matteo Salvini nella Lega. Oggi è assessore allo Sviluppo Economico e braccio destro di Toti in Regione. Ma la Lega ha deciso di promuoverlo in Parlamento. Nonostante sia imputato di peculato nel processo per le spese pazze in Liguria.
Il pubblico ministero Francesco Pinto gli ha contestato spese sostenute in Costa Azzurra e in Valle d’Aosta. Un compagno di partito di Rixi ha patteggiato nel frattempo due anni. Non è il solo imputato nelle liste del Carroccio.
C’è anche Francesco Bruzzone, presidente del consiglio regionale. Lui pure imputato per le spese pazze. Nelle scorse settimane ha strappato un rinvio del processo per affrontare la campagna elettorale (il pm era contrario): prossima udienza il 5 marzo, a urne chiuse.
Indagato per spese pazze anche Sandro Biasotti, ex governatore e senatore uscente di Forza Italia: “Spero di non essere rinviato a giudizio, la mia vicenda è particolare”, si augura Biasotti che nel frattempo corre per essere confermato.
PORTE GIREVOLI
Poi, appunto, il capitolo di chi ha già una poltrona, ma corre per averne una più confortevole. In pratica mezza Regione Liguria. Assessori come Rixi, presidenti del Consiglio Regionale come Bruzzone. Ma anche capigruppo.
C’è Angelo Vaccarezza, che guida il plotone di Forza Italia dopo essere stato presidente della Provincia di Savona (tra i consiglieri di centrodestra candidate anche Stefania Pucciarelli e Lilli Lauro).
Stesso discorso vale per l’opposizione: a cominciare da Raffaella Paita, capogruppo Pd. Paita perse le elezioni regionali del 2015, lasciando la Liguria in mano al centrodestra. Non solo: il Partito Democratico di cui era figura cardine in questi anni ha consegnato al centrodestra anche Savona, Genova e infine La Spezia. Una Caporetto, eppure il nome di Paita non è mai stato messo in discussione per la promozione in Parlamento.
Per lei — prima bersaniana e poi renziana — si sarebbe speso in prima persona Luca Lotti. Elezione sicura, e non importa se anche lei lascerà la Regione a metà mandato. Candidati nel Pd anche altri tre consiglieri Juri Michelucci (alfiere di Paita), Luigi De Vincenzi e Giuseppe Rossetti.
Ma non c’è soltanto la Regione. Si candidano anche due vicesindaci, freschi freschi di nomina: Stefano Balleari che da appena sette mesi siede nella Giunta genovese di centrodestra guidata da Marco Bucci. E Manuela Gagliardi, vice-sindaco di La Spezia e avvocato con una lunga militanza in Forza Italia.
Dalla Lega paladina delle doppie poltrone ecco Paolo Ripamonti, assessore alla Sicurezza del Comune di Savona.
I FEDELISSIMI
Rixi, dunque, delfino di Salvini. Poi Paita vicina a Lotti, ma anche a lungo figlioccia politica dell’ex governatore Claudio Burlando. Le elezioni 2018 premiano la fedeltà . L’ultimo nome è quello di Franco Vazio, molto caro a Maria Elena Boschi. Lo stesso Vazio, grande inquisitore di Giuseppe Vegas durante l’audizione davanti alla Commissione Banche. “Franco oggi si è guadagnato la ricandidatura”, commentarono inferociti alcuni colleghi di partito. Che aggiunsero: “Vazio forse non è la persona ideale per la commissione banche. Dal 2006 al 2013 è stato membro del cda della Cassa di Risparmio di Savona, la Carisa del gruppo Carige, oggi in crisi anche per i finanziamenti facili del passato”.
VECCHIE CONOSCENZE
In corsa altri volti che da anni dominano la politica ligure. Nel centrosinistra si va dal ministro della Difesa Roberta Pinotti al Sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri. Nel centrodestra ecco Matteo Salvini e Giulia Bongiorno.
Intanto a Imperia si riaffaccia sulla scena politica Claudio Scajola. Che sta preparando la sua candidatura alle elezioni da sindaco della prossima primavera. L’unico ostacolo potrebbe essere Toti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
NEL PAESE DOVE UNO SU TRE E’ LEGHISTA, NON SI CONDIVIDE IL NUOVO CORSO DI SALVINI: “STAVOLTA NON VOTO PIU'”
A Pontida, contando anche i neonati, uno su tre è leghista. Basta guardare il pratone dei sacri
giuramenti per intuirlo.
Mancano nove mesi alla prossima adunata e già sventola la grande bandiera con il sole delle Alpi. La scritta cubitale, «Padroni a casa nostra», devi essere cieco per non vederla. Al Bar B, ovviamente in piazza Giuramento Pontida, quello del Barbarossa si capisce, ci sono i tifosi dell’Atalanta e i leghisti, che sono spesso la stessa cosa.
Qualcuno però è già ex come Tullio, 72 anni, autista in pensione che dribbla spericolato i grandi temi della politica: «Stavolta non voto più. Non è che sono tutti uguali. È proprio che uno è peggio dell’altro».
Nel mirino, per sintetizzare, mette: la commissione banche «che sono tutti delinquenti», il presidente Mattarella «che li copre», chi ci manda gli immigrati che «la nostra pelle è bianca» e alla fine, come ciliegina sulla torta «quelli che cambiano il simbolo quando non c’è proprio niente da cambiare».
Se c’è un posto dove soffiava il vento del Nord questo è Pontida. Alle elezioni la Lega andava sul sicuro. Mai sotto il 40%. Ma il Nord non c’è più. La Padania nemmeno. Sbianchettati da Matteo Salvini che sogna la Lega nazionale e di sfondare pure al Sud.
In questo paesone di 3301 abitanti dove Bergamo è già Sud, i mal di pancia non si contano. Intercettarli non è difficile.
Il sindaco Luigi Carozzi eletto quattro anni fa non ne fa mistero: «I leghisti di antico pelo come me te lo dicono tranquillamente che votano ancora Lega ma forse è l’ultima volta. Abbiamo detto addio alla Padania, poi al Nord nel simbolo. Ci rimane la legge Fornero da cancellare. Non da correggere, da cancellare proprio. Non si fa? Non si vota più. E poi cosa c’entra con noi uno come Silvio Berlusconi, il nostro nemico per anni…».
Che il Carozzi non avesse peli sulla lingua si sapeva. Ha 53 anni, sta nel movimento da 15, respira l’aria delle valli da sempre, fa il sindaco ma indossa con orgoglio il giaccone da tecnico Sky e sulle prime pagine dei giornali c’è già finito per aver pensato di togliere la tassa sui rifiuti ma non ai gay e ai parcheggi rosa per le neomamme purchè italiane.
Poi non se n’è fatto nulla ma lui insiste: «Il credo della Lega fino a pochi anni fa, e io come sindaco non ho cambiato idea, è che noi siamo per la difesa della famiglia tradizionale. Quella fatta da un uomo e una donna e dei figli. No al gender e a quelle cose lì. Punto e basta».
Quanto il pensiero sia condiviso fino in fondo è tutto da vedere. Ma lui che i suoi 3301 abitanti li conosce tutti per nome è in grado di annusare l’aria: «Metà di quelli tra i 18 e i 30 anni non andrà a votare. Non credono più a niente».
Elena Angela che alla trattoria più vicino al pratone serve penne all’arrabbiata meno arrabbiate di lei, ragiona di pancia e di cuore, che da queste parti contano come il cervello: «Io una volta ero per Fini. Ma adesso questa cosa che la Lega non voleva candidare Umberto Bossi non la capisco. Per me Umberto è la Lega. Ci vuole un po’ di rispetto per lui».
Quanto contino certe cose a Pontida non è difficile capirlo. Il giorno del giuramento sul pratone – «A settembre avevamo 130 pullman da tutto il Nord», sprizza orgoglio il sindaco – c’era chi si faceva venire i lucciconi agli occhi. Il Capo un giorno si è inventato la camicia verde e tutti hanno comperato la camicia verde. Poi ha detto che Berlusconi era Berluskaz e per tutti in un attimo è diventato Berluskaz. Adesso la storia si è fatta un altro giro».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
DEVONO RISPONDERE DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA.. DISPOSTI SEQUESTRI PER DECINE DI MILIONI DI EURO
Undici persone, tra cui l’ex commissario governativo, legale rappresentante e amministratore unico delle Ferrovie sud est Luigi Fiorillo, sono state arrestate (ai domiciliari) dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Bari per i reati, a vario titolo, di bancarotta fraudolenta documentale, societaria e patrimoniale, dissipazione e distrazione di ingenti quantità di denaro.
Le misure sono state disposte dalla gip del tribunale di Bari, Alessandra Susca, che ha disposto anche sequestri patrimoniali per 90 milioni di euro nei confronti di 15 indagati. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi, i pm Francesco Bretone, Bruna Manganelli e Luciana Sivestris, avrebbe accertato un crac da 230 milioni nella gestione della società partecipata dal ministero dei trasporti, concessionaria per la Regione Puglia del servizio ferroviario, acquistata un anno fa da Ferrovie dello Stato e attualmente sottoposta a procedura di concordato preventivo in continuità .
L’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata, oltre che all’ex amministratore Luigi Fiorillo, ad Angelo Schiano, presunto amministratore occulto e avvocato della società , a Fausto Vittucci, revisore e certificatore dei bilanci Fse, e agli imprenditori Ferdinando Bitonte, Carlo Beltramelli, Carolina e Gianluca Neri, Franco Cezza, a sua moglie Rita Giannuzzi e a suo figlio Gianluigi Cezza, e a Fabrizio Romano Camilli.
I fatti contestati si riferiscono agli anni 2001-2015.
Nei confronti del responsabile tecnico di Fse Nicola Alfonso, attualmente in pensione, il gip ha applicato la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività di consulenza per la gestione della logistica aziendale.
L’indagine è partita nel marzo 2016 sulla base di una relazione del commissario straordinario di Fse, Andrea Viero, poi integrata da numerosi successivi esposti alla Procura. Nella relazione si individuavano già le cause del dissesto, “una lunga serie di atti e decisioni – spiega il gip – che hanno progressivamente depauperato il patrimonio della società e compromesso gravemente il suo equilibrio economico-finanziario”.
I debiti per circa 300 milioni di euro accumulati dagli ex amministratori di Fse sarebbero stati causati dalla esternalizzazione a costi sempre crescenti di servizi informatici e contabilità , progettazione e direzione dei lavori, gestione dell’archivio, forniture di carburanti, compensi professionali e altri servizi.
In particolare, l’allora amministratore unico di Fse, Luigi Fiorillo, oltre al compenso professionale, avrebbe intascato circa 5 milioni di euro quali compensi per attività di supporto, senza averne le competenze, in 39 appalti di lavori pubblici su tutto il territorio regionale, addebitandoli come spese per il personale e più di 7 milioni sottoscrivendo co.co.co. a suo nome per attività – secondo l’accusa – mai svolte.
Fiorillo e gli allora dirigenti della società avrebbero anche affidato incarichi a prezzi fuori mercato, stipulando contratti senza gara e falsificando i bilanci. “L’esosità dei compensi – è scritto nelle imputazioni – determinava una spesa illogica, artefatta e assolutamente fuori mercato”.
Il giro d’affari stimato dai consulenti della Procura di Bari (l’ammontare dei fondi pubblici confluiti nelle casse di Fse) si aggira intorno ai 2 miliardi di euro fino al commissariamento del dicembre 2015, più del 10 per cento dei quali dissipati e ritenuti dagli inquirenti causa del crac.
Altri 19 milioni euro (poi non ammessi e quindi non rimborsati dalla Regione Puglia) sarebbero stati spesi per studi geologici e coordinamento della sicurezza in cantieri sulla tratta Bari-Taranto e nell’Area Salentina. Tra i fondi dissipati ci sono – secondo i pm – circa 27 milioni di euro dati all’avvocato Schiano per attività di assistenza e consulenza legale.
Altri 53 milioni di euro sarebbe stati indebitamente erogati per la gestione di servizi informatici. Ci sono ancora i 2 milioni di euro usati per la gestione dell’archivio storico, affidata al professor Cezza e ai suoi familiari.
Altre contestazioni riguardano l’acquisto e la manutenzione di treni dalla società dell’imprenditore Beltramelli della società Filben Srl (già imputato con Fiorillo per truffa in un altro processo sulla manutenzione dei convogli) con dissipazione di fondi per circa 9 milioni di euro, spese di carburante per 14 milioni di euro (40 per cento oltre il prezzo di mercato), altri 16 milioni per la gestione di polizze assicurative e predisposizione dei bandi di gara e 1,3 milioni di euro per l’affitto e i servizi di pulizia di un appartamento nel centro di Roma.
In un’occasione Fiorillo avrebbe speso 2600 euro per una bottiglia di vino acquistata nel giugno 2009 da un’enoteca di Roma, mentre per anni si sarebbe fatto rimborsare 14mila euro al mese per l’autista personale, pur essendo la società dotata di un proprio autista. Negli atti si evidenzia che Fiorillo “frequentava lussuosi ristoranti e sale da the, ponendo le relative spese a carico della società “.
Alcuni dipendenti Fse ascoltati durante le indagini hanno dichiarato che “nessun funzionario poteva realisticamente opporsi alle decisioni di Fiorillo atteso che ciascuno di essi temeva di essere licenziato”.
Fiorillo, infatti, “approfittava sistematicamente dei suoi poteri – scrive il gip – stipulando contratti palesemente contrari all’interesse della società , sia per le modalità di scelta dei contraenti sia per la sproporzione economica dei contratti stessi”, pur “consapevole del grave stato di crisi della società ” e “del tutto insensibile ai moniti del collegio sindacale”. Nell’inchiesta, sono in tutto 29 persone indagate, fra le quali anche imprenditori, dirigenti, consulenti e progettisti Fse.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
UN ALTRO MONDO… “MI SCUSO PER LA MALEDUCAZIONE, IN CINQUE ANNI NON MI ERA MAI SUCCESSO, MI DIMETTO CON EFFETTO IMMEDIATO PER AVER MANCATO DI RISPETTO ALL’AULA”
Una scena proveniente da un’altra era della politica alla Camera dei Lord con dimissioni che più
«british» non potrebbero essere.
È accaduto quando lord Michael Bates, ministro del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, si è rivolto alla parlamentare Ruth Lister per scusarsi e offrirle le dimissioni perchè, arrivato in ritardo alla seduta, non aveva fatto in tempo a rispondere alla sua interrogazione.
«Offro le mie scuse alla Baronessa Lister – ha detto Bates parlando alla Camera dei Lord – per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo – ha proseguito Bates in quello che appare come un “manifesto” per rapporti civili tra governo e opposizione – ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato».
Tra lo schock dei Pari, che hanno urlato un “nooo” quasi all’unisono, Bates ha preso le sue carte ed è uscito dall’aula.
«Di tutti i ministri che vorrei si dimettessero, lui è l’ultimo», ha detto Listner al Guardian, sottolineando che Bates «risponde sempre alle domande, mentre molti le evadono in modo maleducato. Anche io ho urlato uno spontaneo “no”, ma non sono sicura che farei altrettanto per altri ministri».
Il ritardo di Bates, parlamentare che nel 2016 prese un’aspettativa per poter intraprendere una marcia di beneficenza in Sudamerica, era minimo: arrivato in aula un paio di minuti dopo le 15, l’orario in cui era fissato l’inizio della seduta, è toccato al collega John Taylor rispondere in sua vece.
Probabilmente terrà il posto: le sue dimissioni sono state rifiutate da Downing Street.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile
UNA SCUOLA SU TRE DANNEGGIATA O DISTRUTTA, 1200 CASI DOCUMENTATI DI VIOLENZA SESSUALE SUI BAMBINI, 28 OPERATORI UMANITARI UCCISI… DEDICATO A QUEI COGLIONI CHE DICONO CHE I PROFUGHI NON SCAPPANO DALLA GUERRA
“Ho appena trascorso due giorni in Sud Sudan – dice Henrietta H. Fore direttore generale dell’UNICEF nel piccolo Paese africano, devastato dal conflitto – dove ho visto in prima persona come quattro anni di conflitto abbiano lasciato i bambini malati, affamati e in punto di morte. L’impatto delle continue violenze è stato devastante. Ho incontrato una madre che ha dovuto camminare per giorni per ricevere delle cure per la sua bambina malnutrita. Ho parlato con un ragazzo giovane che è stato costretto a unirsi a un gruppo armato a 10 anni. Ho anche incontrato due fratelli separati dai genitori quando il conflitto è scoppiato nella loro città , Bentiu, nel 2014. Ma fra l’orrore – ha aggiunto Henrietta F. Fore – ho visto segnali di speranza. La bambina malnutrita è sulla via della guarigione. L’ex bambino soldato è tornato a scuola e vorrebbe diventare un dottore. E oggi i due fratelli sono stati riuniti con la loro madre dopo quattro anni”.
E’ oggi il posto più pericoloso del mondo.
L’UNICEF e altre agenzie umanitarie stanno lavorando sul campo in condizioni estremamente pericolose per rispondere ai bisogni di base dei bambini e dei giovani.
E questo non è poco. Il Sud Sudan è il posto più pericoloso al mondo per gli operatori umanitari — soltanto nell’anno passato, sono stati uccisi 28 operatori umanitari — ma, nonostante ciò, continuiamo ad aiutare milioni di bambini che hanno bisogno. L’anno passato, lavorando con i genitori, abbiamo vaccinato circa 1,8 milioni di bambini contro il morbillo, curato oltre 180.000 bambini contro la malnutrizione acuta grave, e aiutato 300.000 bambini ad avere accesso all’istruzione.
Una generazione di giovani senza futuro.
“Ma tutto ciò non è abbastanza – ha detto ancora la Fore – i combattimenti non sembrano diminuire e i bisogni umanitari sono enormi: 2,4 milioni di bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro case. Oltre 250.000 bambini sono colpiti da malnutrizione grave e a imminente rischio di morte. Oltre 19.000 bambini sono stati reclutati nel conflitto. Almeno 1 scuola su 3 è stata danneggiata ha sottolineato la direttrice di UNICEF – distrutta, occupata o chiusa. E abbiamo documentato oltre 1.200 casi di violenza sessuale contro i bambini. I numeri continuano ad aumentare. Insieme formano un’intera generazione di giovani a cui viene negata l’opportunità di cui hanno così disperatamente bisogno per contribuire a costruire la loro società “.
“Solo la fine della guerra porterà speranza”.
“Con l’arrivo della stagione arida ha detto ancora Henrietta F. Fore – i bisogni e le minacce cresceranno soltanto. Stiamo già assistendo a un incremento del numero di bambini e famiglie che cercano aiuto in campi per sfollati e temiamo che i nostri fondi non siano sufficienti. Solo la fine delle ostilità potrà riportare speranza e salvezza ai bambini e ai giovani del Sud Sudan. Fino ad allora, – ha concluso – abbiamo bisogno di accesso senza condizioni, sostenibile, dalle parti in conflitto e maggiori risorse dai donatori. Senza questo, le vite e il futuro di milioni di bambini in Sud Sudan continuerà ad essere in bilico”.
(da agenzie)
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