Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
MA CHI C’ERA ED E’ USCITO PRIMA DOVRA’ RECUPERARE LE ORE… A CASA UN DIPENDENTE SU QUATTRO, IL COMUNE PUNISCE CHI HA LAVORATO
Anche questa è Roma.
Chi lunedì non è potuto andare a lavorare per l’abbondante nevicata non perderà un centesimo in busta paga. Il Campidoglio ha deciso che i propri dipendenti che sono rimasti a casa – uno su 4 ha dato forfait, secondo i sindacati – potranno usufruire di un congedo retribuito.
Tuttavia chi ha sfidato le intemperie e si è regolarmente presentato alla scrivania, ma è arrivato in ritardo o ha lasciato in anticipo l’ufficio, dovrà recuperare le ore perse nelle prossime settimane.
Una mossa che a molti impiegati non va giù. Il Campidoglio ha fatto più di qualche pasticcio con circolari che si susseguivano e smentivano le precedenti. Inevitabile che si sia creata un po’ di maretta fra l’amministrazione Raggi e le sigle sindacali, che parlano di “disparità di trattamento” per chi era regolarmente in ufficio.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL CORRIDOIO UMANITARIO SANT’EGIDIO-CARITAS GARANTISCE UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE NELLA LEGALITA’
Dopo le prime 25 persone giunte lo scorso 30 novembre, ieri mattina, all’aeroporto di Fiumicino,
sono arrivati 114 profughi originari di diversi Paesi del Corno d’Africa e arrivati dai campi in Etiopia nell’ambito del Protocollo di intesa con lo Stato italiano, siglato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Cei, che agisce attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes.
Poco dopo lo sbarco dal volo di linea della compagnia Ethopian da Addis Abeba, atterrato alle 4.55, per i profughi sono cominciate le procedure di identificazione. Sono stati accolti da Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione di Caritas Italiana, e Daniela Pompei, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati, rifugiati e Rom.
Il Protocollo, finanziato con fondi Cei 8xmille, prevede il trasferimento dall’Etiopia di 500 profughi in due anni.
L’accoglienza prevede l’intervento di parrocchie, famiglie e istituti religiosi e l’utilizzo di appartamenti privati, con il supporto di famiglie tutor italiane che si occuperanno di accompagnare il percorso di integrazione sociale e lavorativa di ognuno sul territorio garantendo servizi, corsi di lingua italiana, cure mediche adeguate.
A dare il benvenuto allo scalo romano ai profughi, alle 11.30, Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, Mario Giro, viceministro degli Esteri, e rappresentanti del Ministero dell’Interno.
“Non voglio fare polemiche con nessuno: il bene, quando esiste, si impone da se e non ha bisogno di imporsi o mettersi in contrasto con qualcuno. Chi fa sciacallaggio se lo riconosce da solo, raccoglierà i frutti che vuole. Questo non ci interessa. Ci interessa invece che il bene esiste e che esistono persone che il bene lo vogliono e per questo si spendono”, ha detto all’aeroporto mons. Nunzio Galantino, dopo aver accolto i profughi.
“I corridoi umanitari sono una possibilità ed un’indicazione — ha sottolineato Galantino — Si possono affrontare questi problemi nel pieno rispetto della legalità . Percorsi legali per affrontare i drammi dell’umanità esistono, grazie alla solidarietà e cooperazione tra istituti governativi, realtà umanitarie, realtà di Chiesa, che possono fare miracoli quando si mettono insieme. I corridoi sono anche una bella lezione perchè esiste un’alternativa allo sciacallaggio economico e politico o pseudo politico. Voglio dire una cosa a chi fa sciacallaggio politico o pseudo politico: dopo che avrete raccattato quei 4 voti in più, andate nei 18 centri di accoglienza Caritas e S.Egidio in Italia e guardate questi bambini nei loro occhi; ditemi poi se potete continuare a dire ancora banalità ed a speculare su questi drammi. Prima vengono le persone, prima vengono i poveri”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
DOVE VINCE LO SLOGAN “PRIMA GLI AFFAMATI”, NON “PRIMA GLI ITALIANI”
“Cosa preferisce? Pasta? Verdura? Latte?”.
“Io mangio tutto, Pia. Tutto quello che è commestibile io lo mangio”.
Il colloquio fra Pia, una pensionata sui 70 anni, e Luca, un giovanotto sui 40, apre una distribuzione di viveri al Corvetto, uno dei quartieri di frontiera di Milano.
In coda, per una borsa settimanale di cibo, disoccupati, madri di famiglia, invalidi, senza differenze di età , di sesso o di etnia.
Qui non vale lo slogan neonazista “prima-gli-italiani”, ma quello paleocristiano “prima-gli-affamati”.
“Vengo qui da quasi due anni — dice Luca — ho una situazione economica disastrosa. Lavoravo per una onlus, dove facevo fundrising per ragazzi disabili e, due anni fa, mi hanno lasciato a casa. L’ultima volta che ho fatto domanda di lavoro, in un ristorante di S. Donato, mi hanno risposto che cercano giovani. Che sono troppo grande”.
Dice “grande” per non dire “’vecchio”, perchè nel paese “che-guida-l’Europa-fuori-dalla crisi”, come diceva Renzi, a 40 anni sei già da ‘rottamare’.
“Viene molta gente di mezza età che non ha lavoro o che lo trova solo attraverso le cooperative, che fanno il bello e il cattivo tempo — racconta Pia — Chiudono e riaprono con un’altra ragione sociale. La malattia non ce l’hai. Se lavori bene, se no, sono affari tuoi”.
Michela, anche lei in coda, ha 35 anni e forse riesce a tirare avanti solo per i figli. Insieme al marito, marocchino, gestiva un bar, ma hanno dovuto chiudere perchè non ce la facevano con le spese e lei campa facendo pulizie.
Perso il lavoro, il marito ha iniziato a fumare e a dare in escandescenze. Un giorno le ha dato una spinta in pubblico, davanti alla scuola, e così è finito in galera. Michela l’ha perdonato, ma spera che il carcere serva a farlo riflettere e soprattutto ad allontanarlo da un giro di connazionali borderline.
“Stravede per i figli — dice — Quando uscirà , non lo riprenderò subito in casa, ma magari più avanti sì. Vengo qui perchè ho sempre pagato le bollette ma con l’ultima non ce l’ho fatta e allora ho dovuto vincere la vergogna”.
“Più che vergogna è rabbia — aggiunge una donna sui 45 anni che faceva pulizie per una cooperativa — perchè non è possibile ritrovarsi in queste condizioni. Specie per mio marito. Ha lavorato tutta la vita e per un uomo è terribile non poter provvedere alla famiglia“.
Le chiedo che cosa ha dovuto negare a suo figlio. Risponde: “Beh il gelato, quando usciamo. Prima, quando lavoravamo, due volte all’anno andavamo al cinema”.
Alle sue spalle mani febbrili riempiono borse di cibo raccolto dal Banco Alimentare e distribuito dalla San Vincenzo, un gesto ci carità che oggi offre un formidabile termometro per misurare il livello di povertà prodotto da quella crisi che è iniziata con la destra al governo e non è ancora finita adesso che sta per tornarci.
“La San Vincenzo di Milano compie 160 anni — spiega Silvana Tondi, che presiede il consiglio centrale — è un’associazione laica ed è nata nelle fabbriche, come la Falk, la Lepetit, la Pirelli, con lo scopo di aiutare gli operai. Ogni socio è tenuto a dare un contributo personale. All’inizio acquistavamo e portavamo generi alimentari alle famiglie, oppure andavamo a lavare le persone anziane o a far da mangiare. Oggi è più difficile, perchè molti assistiti sono stranieri e la maggior parte non ti fa entrare in casa. C’è una barriera. Le donne musulmane spesso non parlano e se gli dici ‘hai lo sfratto, non puoi pensare di mettere al mondo un quarto figlio’, ti rispondono: ‘Questa è la nostra religione!’. Beh, anche la mia religione dice che i bambini sono un dono ma ci vuole un po’ di responsabilità !”.
“Ricuciamo le nostre vite” è lo slogan di una sartoria, creata dal nulla in periferia, a Limito di Pioltello, che si chiama “Il filo colorato di S.Vincenzo” e ha offerto a tre persone la possibilità di ricucire gli strappi che la perdita del lavoro aveva aperto nelle loro esistenze. “Una amico ci ha dato un laboratorio in comodato d’uso — racconta Loredana Vargiu — e un’azienda di moda che si trasferiva, ci ha regalato una montagna di tessuti, così, nel 2016, abbiamo costituito la cooperativa. Distribuire pacchi è importante ma ancora più importante è ridare dignità alle persone permettendogli di lavorare”.
In un paese in cui le disuguaglianze stanno risvegliando gli anni 30 , il pensiero del fondatore della S. Vincenzo, Frèdèric Ozanam, appare più attuale che mai, come emerge da un libro di Giorgio Bernardelli intitolato Storia di Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi. “Se è lo scontro fra l’opulenza e la povertà che fa tremare il suolo sotto i nostri passi — scriveva Ozanam nel 1836 — il nostro dovere di cristiani è di interporci fra questi nemici irriconciliabili e di fare in modo che gli uni si spoglino come per l’adempimento di una legge e che gli altri ricevano come un beneficio… che la carità faccia ciò che la giustizia da sola non saprebbe fare“.
A volte la “banalità del bene” messa in pratica dalle volontarie della San Vincenzo riserva sorprese amare.
“Il bisogno è estremo e a volte non è facile — racconta Pia sempre al Corvetto — un giorno ho avuto problemi con uno a cui ho negato il pacco, perchè non ne aveva diritto e mi ha insultato pesantemente. Mi ha rovesciato il tavolo addosso. Nel quartiere ci sono molte persone con problemi mentali. Se dici un ‘no’ nel momento sbagliato può succedere di tutto”.
L’amarezza più grande però, secondo Pia e le altre volontarie, è venuta dalla tv che del quartiere mostra sempre e solo i lati peggiori, al punto che il 13 marzo 2017 hanno scritto una lettera di protesta (che non ha mai avuto risposta) alla direttrice di SkyTG24 e al direttore di SKY Italia a seguito della trasmissione ‘Cronache di frontiera’: “Le persone che hanno realizzato il programma non hanno reso un buon servizio perchè hanno presentato il quartiere Corvetto come peggio non si poteva […] E’ scandaloso che, dopo ore di riprese, avete scelto di presentare l’intervista a due sole persone, una di queste a volto coperto, che hanno espresso opinioni non corrette sul nostro operato tanto che molti nostri assistiti si sono indignati e resi disponibili ad una raccolta firme di protesta nei vostri confronti”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
PER IL QUOTIDIANO FRANCESE LO SCENARIO PIU’ FAVOREVOLE SAREBBE UNA GRANDE COALIZIONE CON RENZI E BERLUSCONI
“Europa: la minaccia italiana”: questo il titolo di un editoriale pubblicato sul quotidiano francese
Le Monde, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo.
“Tra una Germania che si cerca e una Gran Bretagna che lascia, l’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno è un’Italia che si offusca”.
Per il quotidiano parigino, il voto del 4 marzo i cui “risultati si annunciano particolarmente incerti” rappresenta “una nuova minaccia per la coesione dell’Unione europea”.
E ancora: “Lo scenario più favorevole all’integrazione dell’Italia nell’Ue, quello di una grande coalizione che riunisca il centrosinistra di Matteo Renzi e il centrodestra di Silvio Berlusconi risulta sempre più improbabile. Visto da Bruxelles lo scenario catastrofico sarebbe una coalizione di destra in cui la Lega di Matteo Salvini avrebbe la meglio sulla destra berlusconiana”.
“Come si è arrivati a questo punto?”.
Per il giornale, le risposte sono da ricercare nel “costo sociale degli sforzi intrapresi dal governo di Mario Monti per restare nei parametri di Bruxelles ed evitare che l’Italia si trovasse sotto tutela ‘come la Grecia o il Portogallo’, nel 2011, ma anche ‘nell’assenza di solidarietà europea’ rispetto alla crisi dei migranti”.
Un elemento, puntualizza Le Monde, che ha “inferto un colpo terribile alla popolarità della maggioranza di centro-sinistra, successivamente guidata da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni”.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
MIGLIORANO TUTTI GLI INDICI ECONOMICI MA LA GENTE NON CAPISCE UNA MAZZA, DIMEZZATI I CONSENSI
Come stai, Grecia? Leggermente meglio, grazie.
L’ultimo indizio sul fatto che la cura è riuscita e il paziente se è ancora grave almeno non è morto (contrariamente a molte previsioni) lo fornisce l’agenzia Fitch che il 19 febbraio scorso ha alzato il rating del paese da B- a B con outlook positivo. Un piccolo passo che ne segue però alcuni altri.
La disoccupazione è scesa dal 27,9 al 21,7 per cento, il Pil cresce oltre il 2 per cento, il debito pubblico rimane altissimo attorno a quota 180 per cento ma è in leggera flessione.
Torna la fiducia sui mercati dove i bond rendono meno, ad esempio, di quelli americani.
I ministri delle Finanze dei Paesi euro hanno chiuso un accordo per un nuovo prestito da 6,7 miliardi di euro (il totale fa 326 miliardi, il più grande salvataggio finanziario della storia) dopo aver concluso, a fine gennaio, la terza verifica del programma di aiuti.
Tanto che il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha parlato del possibile ingresso della Grecia in una “nuova era” di rilancio dell’economia e meno sacrifici. A patto che completi le riforme: sinora ne ha promosse 95 sulle 110 richieste.
Tutto bene ad Atene dopo sette anni di vacche magre? Dipende dai termini di paragone.
Nel 2010, all’inizio della grande crisi, la disoccupazione era al 12,7 per cento, il Pil pro capite si attestava a 20.300 euro contro i 17 mila attuali, le persone nella fascia di povertà assoluta erano l’11,6 per cento della popolazione contro il 22,4 di oggi.
Nello stesso periodo si stima che mezzo milione di giovani abbia lasciato l’Ellade per cercare fortuna altrove.
La memoria del tempo in cui si stava meglio (ma il rapporto deficit-Pil aveva toccato l’ insostenibile tetto del 15 per cento) è il peggior nemico dell’artefice del piccolo miracolo, il premier Alexis Tsipras di Syriza, sinistra radicale, costretto dalla Troika ad adottare la politica del rigore per scongiurare il default, a bere medicine amare come il taglio dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento, la riduzione della spesa, la riforma delle pensioni e l’aumento dell’Iva.
Tutte misure impopolari che pagherà probabilmente nelle urne, elezioni previste a fine anno o nel 2019, se i sondaggi gli attribuiscono il 15 per cento dei consensi (meno 14 punti rispetto alle elezioni del 2015), secondo partito e nettamente staccato dal centrodestra di Nea Demokratia (36,9), mentre i neonazisti di Alba Dorata crescono all’8,3 cavalcando le paure della gente e gli effetti dell’onda migratoria.
Il numero dei profughi in arrivo, in diminuzione dopo la chiusura della rotta balcanica, ha ripreso leggermente a salire dopo l’apertura di un nuovo percorso che risale sempre l’ex Jugoslavia ma passando dalla Bosnia anzichè dalla Serbia.
Considerato dai più estremisti come un traditore per essersi piegato ai diktat della Troika, tanto che Syriza ha subito due scissioni, Alexis Tsipras ha deciso di abiurare le profonde convinzioni con cui era entrato sulla scena pubblica per far sopravvivere la Grecia.
Al prezzo molto probabile di morire politicamente nella prossima tornata elettorale. Lo ha messo nel conto se invece di cavalcare il populismo dai dividendi immediati ha guardato a una prospettiva più lunga.
Recentemente ha dichiarato: «Accadrà quello che nessuno pensava sarebbe successo. Faremo uscire il Paese dalla lunga crisi e su questo saremo giudicati».
Si è scelto il tribunale della Storia invece di quello della cronaca.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
TRAGEDIA IN STRADA A CISTERNA DI LATINA, LA DONNA E’ GRAVISSIMA
Un appuntato dei carabinieri di 44 anni, Luigi Capasso, in servizio a Velletri, nei Castelli Romani,
ma residente a Cisterna di Latina, ha sparato alla moglie ed è ora barricato in casa, dove tiene in ostaggio le due figlie di 14 e 8 anni.
I carabinieri del Comando Provinciale di Latina, intervenuti sul posto, stanno cercando di convincere il loro collega a desistere.
La donna, 39 anni, operaia dello stabilimento Findus di Cisterna, è stata trasportata in gravissime condizioni al San Camillo di Roma.
La frase su Facebook
Sulla sua pagina Facebook il 10 febbraio l’uomo aveva postato una frase del giorno che dice: «Non dire mai a me non accadrà , tutto capita anche quello che non avresti mai immaginato».
La lite
Il litigio sfociato poi negli spari si è consumato al residence “Collina dei Pini”. L’uomo avrebbe sparato con la pistola d’ordinanza alla moglie, centrata con tre colpi, alla mandibola, alla scapola e all’addome, durante una lite in strada. In questo momento la via d’accesso alla palazzina dove si è consumata l’aggressione è stata chiusa, i carabinieri stanno cercando di convincere l’appuntato a consegnare le bambine e lasciare la pistola, quindi a uscire dall’appartamento. A scatenare l’ira dell’appuntato, secondo alcuni testimoni, la separazione dalla moglie che avrebbe minacciato di portargli via le figlie.
(da agenzie)
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