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GLI ATTIVISTI M5S DI SIENA CHIEDONO LA TESTA DEL RESPONSABILE DELLA CANDIDATURA DI CAIATA

Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile

“AVEVAMO RAGIONE NOI A DENUNCIARE, NON CI AVETE ASCOLTATO”

Indovinate chi saranno i prossimi cacciati dal MoVimento 5 Stelle? Vi regalo un indizio.
Oggi il sito di Siena a 5 Stelle ha pubblicato un comunicato stampa significativamente intitolato “Avevamo ragione noi” (e un vecchio detto recita che è pericoloso avere ragione quando il governo ha torto) e con una bella foto di Beppe Grillo in copertina nel quale si dissociano dalla candidatura di Salvatore Caiata — che, notoriamente, è stata decisa da Luigi Di Maio, capo politico pro tempore del M5S — e in cui confermano di aver inviato ai vertici locali, regionali e nazionali una serie di segnalazioni che riguardavano l’imprenditore potentino ma residente per anni a Siena attualmente indagato.
Ma c’è di più. Quelli del M5S Siena, già  che ci sono, chiedono la testa del responsabile della candidatura, “non importa dove, se in Toscana, in Basilicata o forse addirittura a Roma“.
Non siamo per nulla sorpresi da quello che oggi leggiamo su tutti i giornali: semmai è la tempistica a lasciarci perplessi. Evidentemente i sondaggi — quelli veri — prevedono un successo clamoroso per il Movimento 5 Stelle e questo costringe il “sistema” a sparare adesso tutte le sue cartucce.
Avevamo ragione su tante cose, non solo su questo. I massoni, gli indagati, i candidati scorretti e i “cacciatori di poltrone” che riempiono le liste dei partiti, non possono, non devono far parte delle nostre. Quindi qualcuno ha sbagliato, e qualcuno deve spiegare, assumendosi la responsabilità  dei propri errori.
Per l’onorabilità  del Movimento 5 Stelle, per rispetto dei suoi valori e dei suoi principi fondanti così cari agli attivisti della prima ora, e per tutelare il nostro progetto politico in un momento così delicato, è necessario che chi ha sbagliato faccia un passo indietro. Adesso, non dopo, perchè “onestà ” e “trasparenza” sono i primi fra quei valori.
Chiediamo e ci aspettiamo la rinuncia al ruolo di chi ha deciso e, come in altri casi, ha sbagliato: non importa chi e quanto in alto, non importa dove, se in Toscana, in Basilicata o forse addirittura a Roma. Chi ha sbagliato rinunci alla “carica”, perchè il MoVimento non ha bisogno di “apprendisti stregoni”, arroganti quanto poveri di talento, ma al contrario di umili portavoce capaci di ascoltare la base, obbligati a farlo dal principio della democrazia dal basso, e di mettere a frutto l’intelligenza collettiva di un’intera, grande comunità , valorizzando la capillare conoscenza dei fatti e delle persone da parte dei territori.
Il post è segnalato anche nella pagina Facebook del M5S Siena. Oggi avevamo segnalato come una robusta dose di malcontento riguardo la candidatura di Caiata fosse comparsa anche nei commenti allo status di Di Maio che ne annunciava l’espulsione:
Ma il problema è che questa rumorosa dissociazione alla vigilia delle elezioni politiche non verrà  presa bene nè dalla base del M5S (e fin qui, poco importa visto che le parlamentarie hanno dimostrato che la base non conta nulla), nè soprattutto dal vertice. Ora, i vertici sono i responsabili della candidatura di Caiata.
Mentre gli attivisti hanno coraggiosamente denunciato l’accaduto. Chi saranno i prossimi cacciati dal M5S? Facile intuirlo, vero?

(da “NextQuotidiano”)

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LA TRAGEDIA DEL M5S SU CANDIDATURE E BONIFICI HANNO UN SOLO COLPEVOLE: DI MAIO

Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile

CAIATA FA SAPERE CHE NON SI RITIRERA’… GLI ATTIVISTI SENESI DEL M5S ACCUSANO I VERTICI: “VI AVEVAMO AVVERTITO SUI RISCHI DELLA SUA CANDIDATURA”

«State tranquilli, non mi ritiro: sono più tosto di prima!»: Salvatore Caiata chiarisce su Facebook le sue intenzioni ieri sera, dopo il classico annuncio della sua espulsione preventiva da parte di Luigi Di Maio.
Un cartellino rosso che non serve a nulla perchè Caiata rimane candidato all’uninominale a Potenza per il MoVimento 5 Stelle, così come tutti gli altri espulsi virtualmente che però vorranno di certo «farsi un giretto al Senato per vedere l’arredamento di lusso», come detto dal candidato Emanuele Dessì al Messaggero qualche giorno fa.
E una volta entrati si troveranno nella stessa trappola d’oro di Giuseppe Vacciano, che ha dato per cinque volte le dimissioni e per cinque volte se l’è viste respingere da Palazzo Madama.
Il Corriere della Sera oggi conta tredici nomi di contestati ed espulsi nel M5S, ma tra i nomi c’è qualcosa che non torna, visto che nell’elenco ci sono alcuni che non sono ricandidati (come Ivan Della Valle) o che si trovano in posizioni che rendono impossibile il loro approdo a Montecitorio o a Palazzo Madama (come Elisa Bulgarelli); manca poi l’autosospesa Giulia Sarti il cui caso è ancora in bilico ma che sicuramente tornerà  alla Camera e quasi sicuramente si troverà  a non potersi iscrivere al gruppo dei grillini: anche lei ha promesso le dimissioni da parlamentare, anche lei rischia di fare la fine di Vacciano.
Eppure il caso Caiata è l’emblema dell’incredibile superficialità  con cui il candidato premier del M5S ha gestito la partita delle candidature all’uninominale: una partita decisiva perchè senza un buon risultato nei collegi è impossibile vincere le elezioni con il Rosatellum.
Di più: nello stesso status in cui Di Maio annunciava l’espulsione per Caiata in tanti hanno cominciato a notare l’incredibile imperizia con cui sono state gestite le Parlamentarie 2018 e lo schiaffo morale dato agli attivisti per i candidati VIP che si sono rivelati un flop.
Non solo: nello stesso status si sono presentati gli attivisti senesi a dire che avevano segnalato Caiata “a più livelli: locale, regionale, nazionale. Ma non ci hanno voluto ascoltare…”.
Luca De Carolis sul Fatto scrive oggi che i 5 Stelle avevano ricevuto segnalazioni su problemi giudiziari per Caiata: “Da ambienti del M5S a Siena, e non solo. E dopo alcune verifiche senza esito, pare su una vicenda diversa da quella per cui ora l’imprenditore è sotto inchiesta”, l’avevano candidato lo stesso.
Questi commenti sono una goccia nel mare di entusiasmo acritico e adorazione nei confronti del capo che oggi, alla vigilia delle elezioni, riceve l’approvazione per qualsiasi cosa faccia.
Chissà  se ci sarà  lo stesso entusiasmo quando, magari, uno degli eletti dei 5 Stelle nel frattempo espulsi voterà  la fiducia al prossimo governo di centrodestra (più probabile) o di larghe intese (improbabile ma non impossibile).
D’altro canto che la selezione all’ingresso sia stata fatta con i piedi lo dimostra il caso dell’ammiraglio Rinaldo Veri, primo presentato tra i “supercompetenti” dallo stesso Di Maio al Tempio di Adriano salvo poi scoprire che era consigliere comunale a Ortona con una lista civica dopo essere stato candidato sindaco del centrosinistra.
Il disastro politico prima ancora elettorale nella gestione Di Maio è però sotto gli occhi di tutti i 5 Stelle dotati di senno, che oggi non parlano per fedeltà  alla linea o per semplice vigliaccheria.
Domani sarà  usato come argomento politico contro lo stesso Di Maio e Davide Casaleggio, ma con le solite — scarse — probabilità  di riuscita in qualsivoglia intento, perchè tanto, come sempre, decide Beppe e fidatevi di lui.
E pazienza se oggi la campagna elettorale del MoVimento 5 Stelle, che doveva convincere non certo i suoi piccoli fà ns più accaniti ma gli indecisi, quelli che di solito non votano e quelli che non si fidavano poi troppo della competenza grillina, a scegliere nel segreto dell’urna Di Maio invece che Berlusconi o Renzi, sta finendo annegata in un mare di massoneria e bonifici annullati, come ricorda Francesco Merlo su Repubblica:
E però la vicenda di Di Maio, e della sua corte di truffatori di scontrini ma paladini antitruffa, dei suoi massoni antimassoni, dei suoi scrocconi antiscrocco, non è solo la riedizione del citrullo per bene. La storia si nutre di destini personali, le idee camminano sulle gambe degli uomini e il declino del vaffa di governo sembra anticipato dall’imprevista e veloce disgregazione di una leadership.
L’antieroe che partiva svantaggiato, outsider e brocchetto del populismo alla sua prima vera prova è diventato Calimero e non fa più paura neppure ai nemici, innanzitutto a Berlusconi che pure aveva detto: “Buca lo schermo, avercene come lui in Forza Italia!”.
Ora lo liquida così: “È un ragazzotto che non ha mai lavorato”. E per avversario gli preferisce Salvini. Anche Renzi preferisce duellare a sinistra con Grasso e D’Alema mentre sui giornali non ci si esercita più nella satira al vetriolo agli strafalconi di Di Maio, che è stato un genere di moda e di successo.
Di Maio infatti è la punta dell’iceberg di una classe dirigente inadeguata: chi ha dubbi si riveda l’allegra incoscienza con cui Alessandro Di Battista a L’Aria che Tira ha detto qualche giorno fa che ad agosto ha segnato come rimborsi per il suo lavoro alla Camera le spese per lui e la compagna nella campagna elettorale del M5S in Sicilia, o la grande capacità  di Roberto Fico di negare l’evidenza degli errori sulle candidature dello stesso Di Maio.
Dopo le elezioni però tanti nodi verranno al pettine: quelli delle cause e quelli politici. E allora per qualcuno ci sarà  un brutto risveglio.

(da “NextQuotidiano”)

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NUOVA TEGOLA SUL M5S, CANDIDATO CONDANNATO, VENDEVA CD TAROCCATI

Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile

ANTONIO TASSO E’ IN CORSA AL COLLEGIO UNINOMINALE DI MANFREDONIA-CERIGNOLA.. E TRA MASSONI, FURBETTI, INDAGATI E CONDANNATI SIAMO A 14 CANDIDATI GIA’ FUORI

Proprio questa mattina Antonio Tasso ha pubblicato un video su Facebook: “Amici cittadini — dice- per potermi candidare nel Movimento 5 Stelle, oltre al curriculum, ho inviato il casellario giudiziale, il certificato dei carichi pendenti e il certificato ex art. 335(per verificare l’esistenza di denunce o indagini). Tutti questi certificati sono risultati PULITI” (Le maiuscole sono opera sua, ndr).
Tasso, candidato nel collegio Manfredonia Cerignola, tra i prescelti di Luigi Di Maio per gli uninominali, si sta difendendo da un’accusa che gli muove da giorni il suo avversario del Pd, Michele Bordo.
Che Tasso, proprietario del negozio Best Sound a Manfredonia, è stato condannato dieci anni fa per aver venduto cd taroccati e modifiche illegali della Playstation.
Tutto vero, a leggere la sentenza depositata il 19 gennaio 2008 e che la Stampa allega, dove c’è scritto che l’imputato aveva compiuto «un disegno criminoso nella duplicazione abusiva e nella riproduzione a fini di lucro, 308 cd per videogiochi e 75 cd musicali».
Concesse le attenuanti generiche, Tasso è stato condannato a sei mesi di reclusione e duemila euro di multa oltre al pagamento delle spese processuali.
La pena è stata sospesa e ha ottenuto la non menzione nel casellario giudiziario. La condanna è di primo grado, più tardi è intervenuta la prescrizione.
Motivo per il quale potrebbe aver consegnato allo staff del Movimento il certificato penale lindo. Resta però il dubbio se abbia o meno avvertito il M5S di questa condanna che potrebbe in giornata costare l’espulsione a Tasso e trasformarlo nell’ennesimo candidato grillino che entrerà  in Parlamento per finire al gruppo Misto o ad altri partiti.
A oggi, tra massoni, furbetti del bonifico, indagati e condannati, siamo a 14 candidati già  fuori dal Movimento. Sette-otto di loro hanno l’elezione in tasca.

(da “La Stampa”)

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AGGRESSIONE DIRIGENTE FORZA NUOVA PALERMO, SCARCERATI I DUE MILITANTI DI SINISTRA

Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile

NON REGGE L’ACCUSA DI TENTATO OMICIDIO, SI VA VERSO LA CONTESTAZIONE DEL REATO DI LESIONI GRAVI… IMPOSTO SOLO IL DIVIETO DI DIMORA LONTANO DA PALERMO

Scarcerati Gianmarco Codraro e Carlo Mancuso, i due militanti del centro sociale Anomalia accusati di avere pestato il dirigente di Forza Nuova, Massimo Ursino.
Il giudice per le indagini preliminari Roberto Riggio ha convalidato il fermo chiesto dalla Procura, ma ha imposto ai due indagati il solo divieto di dimora lontano dalla provincia di Palermo, con l’obbligo di presentarsi tre volte alla settimana alla polizia giudiziaria.
Tutto farebbe ipotizzare che davanti al Gip non ha retto l’ipotesi del tentato omicidio che potrebbe essere stato riqualificato in lesioni aggravate.
Le motivazioni del provvedimento si conosceranno nelle prossime ore. Nel frattempo il legale dei due indagati, l’avvocato Giorgio Bisagna, si dice “soddisfatto per una decisione che sta nelle cose”.
Subito dopo l’iniziale fermo lo stesso Bisagna aveva parlato di provvedimento punitivo e sproporzionato rispetto a quanto accaduto.
Del commando che ha picchiato il mitilante di Forza Nuova facevano parte altre sei persone, tra cui una ragazza che è stata denunciata a piede libero insieme ad altri 4. Per loro, secondo gli inquirenti, non si sarebbero indizi tali da richiedere il fermo.
Gli investigatori continuano a indagare: si cercano altri due aggressori ancora non identificati

(da “SiciliaLive”)

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LA COMMEDIA DEGLI OPPOSTI ESTREMISMI VA IN SCENA ANCHE DI SABATO: MILANO, ROMA E PALERMO LE PIAZZE SCELTE PER LA RAPPRESENTAZIONE

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

ISTIGATORI ALL’ODIO, MANOVALANZA, MANOVRATORI OCCULTI, COMPARSE, PROVOCATORI PROFESSIONISTI, MANGANELLATORI SERIALI, BARBEFINTE, INFILTRATI VARI E VITTIME SACRIFICALI: TUTTI IN PIAZZA PER UN MOMENTO DI GLORIA

Si teme un sabato di tensioni per Roma, Milano e Palermo. Le tre città  saranno infatti la sede di cortei e manifestazioni politiche di diverso colore.
L’attenzione per le iniziative di piazza è salita dopo gli ultimi episodi violenti: il pestaggio di un militante di Forza Nuova a Palermo (“sanzionamento antifascista” secondo Radio Onda d’Urto) e l’accoltellamento di un attivista di Potere al Popolo a Perugia. Senza dimenticare gli episodi di Piacenza, dove è stato aggredito un carabiniere, e da ultimo gli scontri in piazza a Torino tra forze dell’ordine e anarco-insurrezionalisti, scesi in strada per contestare il comizio del leader di Casapound, Simone Di Stefano.
Riflettori puntati soprattutto sul centro storico di Milano, quindi, dove a poca distanza tra loro faranno sentire la propria voce Lega, CasaPound e gli antifascisti.
Matteo Salvini ha dato appuntamento ai suoi simpatizzanti in Piazza Duomo alle 15. Alla manifestazione si attendono circa 30mila persone. Allo stesso orario e non lontano dalla piazza leghista, davanti al Castello Sforzesco, è previsto un comizio elettorale di CasaPound.
Questi due appuntamenti non sono andati giù ai movimenti antagonisti che hanno deciso a loro volta di organizzare un corteo antifascista alle 14.30 nel centralissimo Piazzale Teatro Strehler.
Il documento in cui si chiama alla piazza è firmato tra gli altri da Lume, Lambretta, Zam, Zip e condivisa da Potere al Popolo.
A esprimere preoccupazione per le tre manifestazioni è il sindaco di Milano, Beppe Sala: “Siamo attenti, abbiamo fatto un incontro con prefetto e questore, ci saranno momenti di possibile tensione. Le forze dell’ordine sono pronte, sono stati chiamati più uomini. Richiamo tutti a manifestare, ma con civiltà ”
Un’altra piazza “calda” sarà  quella di Palermo, dove sono state organizzate manifestazioni da Forza Nuova e dai centri sociali. Previsto un grande spiegamento di forze dell’ordine per garantire il regolare svolgimento delle due iniziative, soprattutto a pochi giorni dall’aggressione di Massimo Ursino, segretario provinciale di Forza Nuova. Tanto che si è deciso di far organizzare i raduni in zone lontane della città . I centri sociali e Potere al Popolo manifesteranno in Piazza Verdi e davanti al Teatro Massimo.
La manifestazione di Forza Nuova si svolgerà  prima con un concentramento in piazza Crispi, poi un corteo, ancora da stabilire, per le vie di Palermo fino in piazza Verdi, dove si terrà  il comizio di Roberto Fiore, leader di Forza nuova.
È prevista inoltre la presentazione del programma elettorale di CasaPound, che dopo la raccolta di oltre 4000 firme in Sicilia si candiderà  in tutti i collegi della Camera e del Senato. Alle 17.30 un corteo partirà  nella sede di cortile Barcellona, in zona Tribunale per raggiungere il centro.
Per quanto riguarda Roma, è previsto in Questura il tavolo tecnico per definire gli ultimi dettagli del piano sicurezza.
Anche nella Capitale tutte le iniziative si concentreranno nel pomeriggio di sabato, per limitare i disagi tra le 14 e le 16, nell’orario in cui si stima l’arrivo dei cortei nelle rispettive piazze.
Tra le iniziative in calendario un corteo organizzato da Anpi e dal Comitato ‘Mai più fascismo’ “contro razzismo, xenofobia ed i rigurgiti di fascismo in Italia ed in Europa”. Si svolgerà  dalle 13 alle 17 e, all’iniziativa, è prevista la partecipazione di 20.000 persone che da piazza della Repubblica giungeranno fino a piazza del Popolo. Al corteo ha dato la sua adesione anche il Partito democratico.
Un altro corteo è stato invece promosso dal sindacato S.I. Cobas, “allo scopo di chiedere l’abolizione del Jobs Act”: partirà  alle 14 da piazza Esquilino con arrivo alle 19 a piazza Madonna di Loreto.
In programma anche una manifestazione statica, promossa da esponenti del movimento No vax contro l’obbligatorietà  di vaccino, che avrà  luogo in piazza di Porta San Giovanni dalle 14 alle 18 ed è prevista la partecipazione di 10.000 persone. Per ultimo, una iniziativa annunciata al Cie di Ponte Galeria e promossa da “Gruppi Antagonisti” contro la normativa vigente in materia di immigrazione.
Il piano sicurezza della questura scatterà  dalle prime ore del mattino con controlli ai caselli autostradali e sulle vie consolari interessate. Duplice l’obiettivo: garantire un elevato standard di prevenzione antiterrorismo ed evitare che gruppi di facinorosi possano infiltrare i cortei condizionando l’ordine e la sicurezza pubblica.
Tra le indicazioni contenute nell’ordinanza di servizio del questore, il divieto di partecipare agli eventi con oggetti contundenti di ogni tipo, aste rigide di bandiere, vestiario utile al travisamento ed ogni altro strumento potenzialmente utilizzabile per occultare la propria identità . Vietati anche caschi, elmetti o cappelli rigidi.
Il rischio individuato dagli esperti della questura di Roma e del ministero degli Interni sono gli infiltrati, specie nel corteo della sinistra più radicale, assieme ai sindacati autonomi Cobas contro il Jobs Act, da piazza Esquilino a piazza Madonna di Loreto, nel centro storico. Per questo dovrebbero essere circa tremila gli uomini delle forze dell’ordine impiegati tra cortei e manifestazioni.

(da “Huffingtonpost”)

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ANCHE MONTANARI HA DETTO NO: LA STORICO DELL’ARTE HA DUE BUONE RAGIONI PER NON FARE IL SOLDATINO DI DI MAIO

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

IN PRIMO LUOGO NON CONDIVIDE LA POLITICA SULL’IMMIGRAZIONE REAZIONARIA DEL M5S, IN SECONDO E’ CONTRARIO A MODIFICARE LE REGOLE SUL VINCOLO DI MANDATO… MA MONTANARI E’ PERSONA SERIA, NON UN SERVO

Luigi Di Maio ha praticamente chiuso la partita della squadra di governo. In ballo resterebbe solo la casella dell’Economia. Della partita non farà  parte Tomaso Montanari.
Lo storico dell’arte era stato sondato per il ministero della Cultura. Dopo una serie di contatti, il dialogo era rimasto in stand by. Montanari ha posto delle clausole precise da cui far dipendere un suo eventuale coinvolgimento in un esecutivo a 5 stelle. Riguardanti le politiche sull’immigrazione. Ma non solo.
A quanto risulta all’Huffpost, a frenare definitivamente la possibile intesa è stato l’articolo 67 della Costituzione.
Quello che recita così: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Inserire per legge una clausola anti trasformismo è uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle. Ma, culturalmente, Montanari proviene da un’area per la quale l’intangibilità  del mandato elettorale è sacra.
Quando ha esposto il suo pensiero, la trattativa si è interrotta.
Il tema è talmente radicato nel bagaglio stellato che la seconda convergenza di governo proposta da Di Maio agli altri partiti non più tardi di giovedì, riguardava il vincolo di mandato, definito “l’unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni”, in realtà  si vogliono solo servi fedeli.
Fine dei giochi.
Nella lista che il candidato premier presenterà  la prossima settimana all’opinione pubblica, il nome di Montanari non ci sarà .

(da “Huffintonpost”)

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LA BUFALA QUOTIDIANA DI SALVINI: “CON 5 MILIONI DI DISOCCUPATI E’ DA MATTI REGOLARIZZARE I MIGRANTI”

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

PECCATO CHE I DISOCCUPATI IN ITALIA SIANO 2.791.000, IL 55% DI QUANTO DETTO DA SALVINI… UNO CHE NON HA MAI LAVORATO IN VITA SUA CHE VOLETE NE SAPPIA, IN EFFETTI

Troppi disoccupati per potersi permettere l’accoglienza dei clandestini?
Questo è il punto di vista di Matteo Salvini che a dieci giorni dal voto attacca le politiche di chi vorrebbe regolarizzare i migranti arrivati in Italia in modo illegale.
“Con 5 milioni di disoccupati in Italia […] regolarizzare centinaia di migliaia di clandestini è da matti” ha scritto ieri il leader leghista su Facebook.
L’osservazione di Salvini inciampa sui numeri e si ferma al semaforo rosso: così debutta in #checkpolitiche2018 anche il capo politico del Carroccio.
I disoccupati in Italia secondo l’ultima rilevazione Istat sono 2.791.000, poco più della metà  (per esattezza il 55%) di quanto sostiene il candidato premier della Lega.
Un numero che non solo è lontano da quello sottolineato da Salvini, ma che, secondo l’Istituto nazionale di statistica, sta calando.
“La stima delle persone in cerca di occupazione a dicembre diminuisce per il quinto mese consecutivo (-1,7%, -47 mila). La diminuzione della disoccupazione interessa donne e uomini e si distribuisce tra tutte le classi di età  ad eccezione dei 25-34enni. Il tasso di disoccupazione si attesta al 10,8% (-0,1 punti percentuali rispetto a novembre), mentre quello giovanile scende al 32,2% (-0,2 punti)”. Questo è quanto afferma il bollettino mensile Istat “Occupati e Disoccupati” del 31 gennaio 2018.
Anche sulla tendenza annuale, i dati confermano una diminuzione del tasso di disoccupazione: il 10,8% a dicembre 2017, livello al quale doveva riferirsi Salvini, è più basso rispetto a dicembre 2016, quando si è registrato un tasso del 12%. In numeri assoluti, la cifra già  citata di 2.791.000 disoccupati è inferiore a quella di dicembre 2016, quando i senza lavoro erano 3.103.000.

(da “La Stampa”)

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I FEDELI SFIDUCIATI IN FILA PER SANT’ANTONIO: “PREGHIAMO CHE CI LEVI DAI PIEDI I POLITICI”

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

A PADOVA, NEL LUOGO SIMBOLO DEL CATTOLICESIMO

Non ci saremo dimenticati qualcuno? In questa campagna elettorale, fateci caso, si parla pochissimo dei cattolici.
Sarà  che l’unanimismo dei tempi della Dc è un ricordo, e da un pezzo, sarà  che la Cei è insolitamente silente, la categoria quasi non compare nei proclami e nei calcoli pre elettorali.
E allora vale forse la pena di fare un salto in uno dei luoghi simbolo del cattolicesimo più popolare e tradizionale: a Padova, la basilica di Sant’Antonio. Anzi, «il Santo»: inutile perfino specificare quale, basta la parola.
E qui viene subito fuori un’Italia che i giornali non raccontano mai, quella di una devozione forse semplice ma ancora radicatissima.
Infatti in un sabato pomeriggio mediamente uggioso la chiesa, che pure è grande, è pienissima, la messa affollata. Si fa la fila per toccare la tomba con il corpo del Santo, si fa la fila per guardare (e non toccare: è dietro un vetro) la sua reliquia più venerata, quella della lingua.
In effetti, a differenza della stragrande maggioranza dei candidati a queste politiche, Antonio era di un’eloquenza prodigiosa, e sulla consecutio si destreggiava sicuramente meglio di Di Maio.
Quanto ai frati, il miscuglio di tradizione e modernità  è, anche questo, miracoloso. Le messe si ordinano al bancone, una mano porge l’offerta e l’altra riceve un santino neorealista e la ricevuta dei 10 euro. Ma le funzioni, informa il sito, sono anche trasmesse in streaming.
Tra religione e affari
Insomma, sant’Antonio piace sempre moltissimo, e la miscela di fede, turismo, devozione e business pare ancora inossidabile. Lo spiega già  il tassista (dalla stazione alla Basilica, 7 euro e 50, prezzo fisso, come per gli aeroporti): «Qui a Padova abbiamo tre grandi industrie: la Safilo, l’Università  e Sant’Antonio».
Però siamo qui per parlare di politica. Iniziando magari proprio dai padroni di casa, che sono i frati minori conventuali, insomma i francescani, non a caso l’ordine più popolare.
Padre Mario Conti è accanto a una bancarella fuori dall’ingresso, e poco male se pioviggina perchè porta sul saio un cappellino con visiera, magari non troppo regolamentare ma comodo.
E qui si capisce subito che il voto cattolico non esiste più, esiste il voto dei cattolici, divisi e incerti come il resto della Nazione. «Se i pellegrini ci chiedono per chi votare? No, figuriamoci. Anche perchè non sapremmo cosa rispondere. Nel convento siamo una cinquantina e ne discutiamo spesso in refettorio, anche se poi alla fine ognuno resta della sua opinione. Una linea ufficiale non c’è. Parlando con la gente si avverte, più che l’urgenza di scegliere uno schieramento, quella di una politica che si occupi di cose concrete. Lo vediamo quando i fedeli ci confidano le loro preoccupazioni, il lavoro che non c’è, le famiglie che si disgregano, l’incertezza del futuro».
Di fronte allo spettacolo della vita pubblica italiana, vacilla anche la carità  cristiana: «Noi preghiamo sant’Antonio che ci tolga i politici dai piedi. O almeno che ci faccia comandare dall’Europa, ma davvero: sono senz’altro più seri loro che i nostri».
Parola di Renzo e Marisa, marito e moglie, pensionato lui e impiegata lei, di Castelfranco Veneto. Cattolicissimi: messa tutte le sere, adorazione, vespri, «dico due rosari al giorno» (lui) e «deve assolutamente andare a Medjugorje, le cambierebbe la vita» (lei), e pazienza se la Chiesa è scettica. Ma sul comportamento da tenere davanti alle urne, e non quelle delle reliquie, regna ancora una volta l’incertezza.
«Alle ultime tre elezioni non sono nemmeno andato a votare – racconta Renzo -. Questa volta invece lo farò. Sono indeciso fra il Movimento 5 stelle e il Popolo della famiglia». E poi confessa che sì, un po’ di nostalgia per la Dc c’è, se non altro perchè per la maggioranza dei cattolici scegliere era molto più facile: «Forse si stava meglio quando si stava peggio».
L’impressione è che, più che i diritti civili o le questioni morali, dalla politica ci si aspettino risultati su stipendi, pensioni, welfare.
«Sono talmente giù di morale», e non per le unioni civili o l’aborto, ma perchè «sono sommersa di tasse», dice Marianna, di Novara, origini romene ma in Italia da una vita, a Padova non solo per il Santo («Sono credente ma non troppo praticante, però anche il lavoro è preghiera») ma soprattutto perchè un figlio abita qui, poi c’è una figlia in Irlanda, due in Spagna e uno a Novara, almeno lui.
«Di certo farò il mio dovere e andrò a votare. Per chi, però, non lo so ancora. Al lavoro ne parliamo moltissimo, ma vedo molta incertezza. Si sceglierà , al solito, secondo coscienza. Ma non credo che oggi in Italia la fede religiosa sia determinante».
Riassume tutto una professoressa di latino in pensione, 67 anni, il nome non lo dice, battezziamola Maria, molto più a posto, quanto a chiarezza di sintassi e di pensiero, della maggior parte degli ospiti dei talk politici.
Origini calabresi, Maria vive a Padova dal 2003 e ogni tanto viene a trovare il Santo, ma senza eccessi devozionali «sono cattolica ma non fanatica. Mi ha sempre colpito vedere questo fervore, è un fenomeno interclassista e talvolta anche interreligioso: lì dentro (e indica la facciata della basilica, ndr) ho visto anche dei musulmani».
Lei almeno, ha scelto per chi votare, anche se la prende larga: «Io spero nell’unità  degli italiani intorno alla nostra civiltà  greco-latina, cristiana ed europea». Quindi? «Quindi ho deciso di votare per il centro-destra». Berlusconi, insomma: «Non esageriamo, proprio lui magari no. Di certo, una preghiera per la nostra Italia la dirò». E che sant’Antonio ci dia una mano, almeno lui.

(da “La Stampa”)

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LA DELUSIONE DEI LAVORATORI COOP: “QUESTA SINISTRA E’ IRRICONOSCIBILE”

Febbraio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

I DIPENDENTI TRA FRUSTRAZIONE E FEDELTA’ AL PD: “CANDIDANDO CASINI HANNO SVENDUTO LA NOSTRA STORIA”

«Mio nonno era comunista, ma per davvero. Lui ci credeva. Ecco, io penso che se mio nonno sapesse che il Pd ha candidato Casini, si rivolterebbe nella tomba. Poi rivolterebbe anche le sezioni del partito di tutta la provincia. La faccio breve: per la prima volta in vita mia, non so chi votare».
I tormenti del popolo di sinistra alla vigilia delle elezioni prendono forma in un pomeriggio d’inverno al bancone della pescheria di un ipermercato Coop alle porte di Bologna.
Il caporeparto Gianluca Giunta, 54 anni, parla schietto e si accalora: «Anche stavolta metterò la croce sulla scheda elettorale, ma sono arrabbiato. Renzi ha svenduto la nostra storia. Gli vorrei fare una sola domanda: caro Matteo, cosa ti è passato per la testa? Mia figlia vota per i grillini, chissà  che forse abbia ragione lei».
Nella roccaforte rossa  
Fuori piove a dirotto, la nebbia spessa sale da Ferrara e nasconde i colli. «Fa un freddo birichino», chiosa la signora mentre litiga con l’ombrello. Coop Alleanza 3.0 è la cooperativa di consumatori più grande d’Italia. Gestisce punti vendita lungo tutta la dorsale adriatica, dal Friuli alla Puglia.
Solo in Emilia Romagna dà  lavoro a quasi 12 mila persone. Tra questi c’è Alessandro Petrolati, ferrarese, 52 anni di cui trenta passati in cooperativa. «All’inizio facevo il cassiere, poi sono passato all’ortofrutta e adesso sono qui». Oggi è il direttore di un supermercato con 380 dipendenti.
Il suo amore per la Spal è smisurato, pari solo all’allergia per le cravatte. «La cosa più bella — racconta – è quando riesco ad assumere i giovani. La mia filosofia è aiutare chi è rimasto indietro. Proprio quello che dovrebbe fare la politica…».
E invece? «Invece i governanti si sono dimenticati che fuori dai palazzi esiste la gente. Hanno smarrito gli ideali». Affetti e politica, nell’ultima roccaforte rossa tutto s’intreccia. «La mia è una famiglia di sinistra. Mio padre è un vecchio militante, dice che dovrei votare Pd – rivela Petrolati -. Ma sono troppo deluso. Penso che alla fine sceglierò Bonino e Tabacci, sono brave persone e competenti».
Il duello più atteso  
A Bologna – da sempre laboratorio politico e città  maestra di contraddizioni – va in scena una delle poche sfide degne di nota della tornata elettorale. La gustosa battaglia è quella per il collegio uninominale del Senato.
Da una parte c’è Pier Ferdinando Casini, navigato democristiano in Parlamento dal 1983, che ha strappato l’ambito posto in lista nella coalizione guidata dal Pd. Dall’altra c’è l’ex comunista Vasco Errani, già  presidente della Regione, schierato da Grasso e Bersani nel tentativo di sgambettare Renzi nella città  simbolo della sinistra. Infine ci sono Michela Montevecchi (Movimento 5 Stelle) ed Elisabetta Brunelli (civica vicina a Forza Italia), che sperano di beneficiare dello scontro fratricida a sinistra. Scontro che, almeno finora, non c’è stato.
Tra Casini ed Errani, per ora, scorrono parole al miele: «Non ho alcun motivo per polemizzare con lui», dice uno; «Lo rispetto, è un politico per bene», risponde l’altro.
Per sapere come andrà  a finire tocca aspettare il 5 marzo. Tuttavia l’indagine lampo effettuata tra le corsie delle Coop bolognesi — nessuna pretesa statistica, per carità  — qualcosa rivela.
Su trenta interpellati, undici dicono che voteranno per il Pd, sei per i grillini, tre per Liberi e Uguali, due per Forza Italia, uno per Salvini; tre non andranno alle urne, mentre quattro non hanno ancora deciso che fare. Numeri a parte, a colpire è lo scetticismo, tratto distintivo dell’homo bononiensis.
I clienti più cortesi sospirano e sbuffano, i più insofferenti si allontanano e imprecano contro le classi dirigenti (a volte con parole irriferibili). Il termine più abusato è delusione. «Voto Pd, è ovvio», assicura lisciandosi i baffi Graziano Albertazzi, classe 1933: «Casini? Pazienza, mi turerò il naso, ma non tradisco il partito».
Domenico Fortunato, dirigente bancario in pensione, si definisce un «liberale spaesato». Sorride gentile, cita Einaudi e Malagodi: «Quegli ideali si sono persi. Oggi la politica è sporca. Voterò per il centrodestra. Avrei potuto scegliere anche il Pd, in passato l’ho fatto. Ma finchè il ciarlatano toscano non va a casa, preferisco Berlusconi».
Al reparto carni Luciano Aldrovandi affetta con sapienza il sottofiletto: «Io non ho la ricetta magica per guarire i mali del Paese. Quello che so è che dobbiamo lavorare meno per lavorare tutti. Non sta in piedi un sistema che mi tiene qui fino a 70 anni e lascia fuori i giovani. Io cerco di essere ottimista, ma è sempre più difficile. Speravo in un mondo migliore per i miei figli, dovranno costruirselo da soli».
All’uscita del supermercato del quartiere San Donato c’è il banchetto di Greenpeace. «Vuole salvare una balena?», domanda la ragazza con la pettorina verde. Quasi nessuno si ferma. Il cielo è grigio, l’umidità  penetra nelle ossa.
Iyabo batte i denti e sorride a tutti. È arrivato dalla Nigeria un anno fa, laggiù ci sono una moglie e due figli che lo aspettano. Aiuta gli anziani a portare i sacchetti della spesa in cambio di una moneta: «Ci sono le elezioni? Non lo sapevo. In Nigeria i politici sono tutti corrotti. E qui?».
La signora Carla  
La ragazza è l’arcobaleno che all’improvviso sbuca dalla nebbia: occhi verdi, capelli blu, giubbotto rosso, anfibi viola. «Se stai facendo un sondaggio lascia perdere perchè non faccio testo, io sono strana». Si chiama Alida, studia Lettere all’università . Meglio Renzi o Di Maio? Lei finge di svenire, poi sorride: «E va bene, te la sei cercata. Il mio voto va alla signora Carla, anche se non è candidata».
E chi sarebbe? «Una donna di sessant’anni che vive nelle case popolari del quartiere Corticella assieme al figlio disoccupato. Qualche settimana fa volevano sfrattarla, ma l’abbiamo impedito. A Bologna i politici fanno la guerra ai poveri».
Che cosa farà  Alida il 4 marzo? «Quel giorno inforcherò la bici e andrò fuori città . Nei seggi elettorali c’è un cattivo odore, a me piace l’aria pura».

(da “La Stampa”)

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