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FIUME, RITROVATA FOSSA COMUNE DI ITALIANI UCCISI DAI PARTIGIANI DI TITO

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

RITROVATI I CORPI DI UN CARABINIERE E ALTRI DIECI ITALIANI…   I CAZZARI SOVRANISTI CHE FACEVANO IL TIFO PER LA CROAZIA ESULTERANNO ANCHE OGGI?

Uno scavo in una zona isolata a una decina di chilometri da Fiume, in Croazia, resti umani che affiorano e una tragedia storica che si riapre, a oltre 70 anni di distanza. Appartengono quasi certamente a cittadini italiani trucidati da partigiani jugoslavi nei giorni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale le ossa venute alla luce a Kastav – Castua in italiano – da una fossa comune individuata al culmine di una ricerca storica cominciata addirittura negli anni ’90.
Le operazioni sono terminate il 10 luglio scorso, secondo quanto reso noto da Onorcaduti, l’organismo che fa capo al ministero della difesa italiano che si occupa proprio della ricerca delle vittime di guerra e della loro memoria.
Le ossa riportate alla luce appartengono a una decina di persone : tutte sarebbero state uccise nel corso di una azione portata a segno dai titini il 4 maggio del 1945 contro gli italiani residenti nella zona di Fiume
Zagabria (finalmente) collabora
La ricerca di quelle vittime innocenti era stata promossa dalla Società  di Studi Fiumani e dalle associazioni degli esuli giuliano-dalmati e delle vittime delle foibe.
La fossa comune di Castua era stata inizialmente localizzata in base a testimoni sopravvissuti, in particolare quella di una sacerdote croato.
Agli scavi, cominciati nel mese di maggio, hanno collaborato anche le autorità  del governo di Zagabria e questa viene considerata una novità  di rilievo: in passato gli ex jugoslavi avevano opposto molte resistenze alla ricerca della verità  sulle uccisioni degli italiani fino all’accordo raggiunto nel 2011 tra l’allora presidente Giorgio Napolitano e il suo omologo croato Ivo Josipovic.
Gigante e gli altri
I resti riportati alla luce sono stati trasferiti all’istituto di medicina legale di Fiume per una più compiuta analisi. Se la ricostruzione storica è esatta, tuttavia, quelle vittime potrebbero avere presto una identità .
Potrebbe trattarsi dell’allora podestà  di Fiume e senatore Riccardo Gigante (che aderì alla repubblica di Salò ma fu contrario all’italianizzazione forzata dell’Istria), del giornalista Nicola Marzucco, del maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti e del brigadiere dei carabinieri Alberto Diana, oltre ad altri civili.
Secondo le testimonianze dell’epoca tutti vennero trucidate in una rappresaglia dei partigiani di Tito tra il 3 e il 4 maggio del 1945 ma il luogo della loro sepoltura non era mai stato individuato fino a oggi.
Sarebbero dunque di Gigante e degli altri connazionali nella fossa comune di Kastav. Furono questo e molti altri episodi simili a provocare, nel periodo successivo al termine delle ostilità , il grande esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia.

(da “il Corriere della Sera”)

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I PROFUGHI ANNEGATI AL LARGO DI LINOSA, LA PROCURA DI AGRIGENTO APRE UN’INCHIESTA PER ACCERTARE LE RESPONSABILITA’

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

PERCHE’ I QUATTRO SI SONO GETTATI IN MARE PER CERCARE DI RAGGIUUNGERE LE NAVI ITALIANE? SONO ANNNEGATE ALTRE PERSONE? QUALE LA CAUSA DEL RITARDO NEI SOCCORSI?

La procura di Agrigento ha aperto un fascicolo conoscitivo sui quattro somali scomparsi in mare che viaggiavano sul barcone dei 450, soccorso sabato al largo di Linosa, dopo ore di stallo.
I magistrati, guidati dal procuratore Luigi Patronaggio, vogliono capire quando, perchè e in che punto, si siano gettati in acqua.
E soprattutto se il numero di chi manca all’appello sia più alto.
Adesso, la procura di Agrigento, competente perchè il fatto sarebbe accaduto tra Linosa e Lampedusa, vuole vederci chiaro.
Anche perchè il gip di Ragusa convalidando i fermi per gli 11 presunti scafisti del barcone individuati dalla squadra mobile, dopo lo sbarco a Pozzallo, ha fatto cadere l’accusa del reato di morte come conseguenza di altro delitto perchè i migranti si sarebbero tuffati volontariamente.
Tutto inizia alle 4,25 del 13 luglio, quando un’imbarcazione zeppa di migranti viene segnalata al Maritime rescue coordination center italiano, mentre è ancora in zona maltese.
Il caso esplode con un tweet del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Alle 16,30 di venerdì scorso annuncia sul social: “Da stamattina c’è una nave nelle acque di Malta. In Italia non può e non deve venire”. Da quel momento inizia lo stallo.
“Alle ore 20,30 del 13 luglio — annota la squadra mobile di Ragusa – il pattugliatore della guardia di finanza Monte Sperone procedeva in ausilio alla vedetta V2067 del Roan di Palermo, impegnata in un’attività  di contrasto all’immigrazione clandestina, in quanto era stato intercettato un peschereccio con a bordo numerosi cittadini extracomunitari proveniente dalla Libia”.
I migranti nel barcone sono stremati, vedono la nave ma non succede nulla, stanno finendo cibo e acqua.
Sono al centro di uno scontro politico. “Alle ore 1,42, il pattugliatore P.01 ammainava entrambi i battelli di servizio al fine di soccorrere alcuni migranti presenti in acqua e successivamente abbordare il peschereccio per ristabilire l’ordine ed operare il soccorso, poichè parte dei passeggeri si era tuffato per raggiungere a nuoto le navi italiane”, continua la ricostruzione della polizia.
Trentaquattro migranti sono stati soccorsi da due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza.
Vengono trasbordati nella nave “Monte Sperone” delle fiamme gialle, in cui poco dopo ne saranno accolti altri, per un totale di 257 persone di cui 18 bambini, 48 donne e 191 uomini.
Alle 5 del mattino arriva anche il pattugliatore Protector di Frontex e prende a bordo gli altri migranti rimasti sul barcone.
Quando domenica i profughi arrivano a Pozzallo si scopre la tragedia. L’Oim denuncia quattro morti, poi arriva la conferma della polizia: dei parenti raccontano la morte in mare di quattro familiari, tra cui un minorenne, “che non sono riusciti a raggiungere l’imbarcazione di soccorso e che per questo si sono perse le loro tracce”. Quando e perchè si sono gettati in mare?
Quale e quanto era lontana la nave vista dai migranti prima di tuffarsi?
Ci sono altri scomparsi? Sono alcune domande a cui i magistrati della procura di Agrigento vogliono dare risposte, collaborando con i colleghi della procura di Ragusa.

(da “La Repubblica”)

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LA QUARTA VERSIONE DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA: “MADRE E BIMBO ERANO GIA’ MORTI, IN ACQUA NON C ‘ERA NESSUN ALTRO”

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

ORA LA GUARDIA COSTIERA LIBICA AMMETTE DI AVER AFFONDATO IL BARCONE… RECUPERARE I DUE CORPI PER LORO “ERA INUTILE DATO CHE ERANO MORTI” E JOSEFA NON L’AVREBBERO VISTA: MA ANDATE A PRENDERE PER IL CULO I VOSTRI PARI

“Abbiamo lasciato in mare solo i due corpi senza vita di una donna e un bambino dopo aver provato invano a rianimarli: erano morti e portarli a terra non aveva senso, ma oltre loro non c’era nessun altro in acqua”.
L’ultima versione libica della tragica vicenda del salvataggio di Josefa, dopo 48 ore in mare al largo della Libia, arriva dal colonnello della Guardia Costiera di Misurata, Tofag Scare, attraverso un’intervista a La Stampa.
“Lunedì 16 luglio all’ora di pranzo abbiamo ricevuto una chiamata dal mercantile spagnolo Triades che ci segnalava un’imbarcazione in difficoltà  tra Khoms e ci siamo mossi per intervenire, ne abbiamo tirati a bordo 165, maschi e femmine, tutti — sostiene al quotidiano torinese
La versione del colonnello libico non è che l’ultima fornita da Tripoli per smentire le accuse della ong Open Arms, secondo la quale le motovedette hanno distrutto il barcone di migranti e lasciato in mare quelli che si rifiutavano di salire a bordo.
E spingono il deputato Erasmo Palazzotto, che si trova a bordo della nave della Proactiva, a chiedere a Matteo Salvini di scusarsi “davanti alle agghiaccianti dichiarazioni del comandante della Guardia Costiera Libica” che “nei fatti conferma la versione di Open Arms”.
“Se fossimo in un Paese serio, dovrebbe anche rassegnare immediatamente le sue dimissioni- Non è accettabile che davanti ad una tragedia come questa il ministro degli Interni dia credito a criminali che hanno già  fornito 4 versioni diverse sostenendo insieme al Governo italiano che vi era stato un solo intervento di recupero. Ci troviamo nella migliore delle ipotesi davanti ad un Ministro incompetente che apre la bocca senza sapere di cosa parla, nella peggiore di una consapevole complicità  con i libici nel tentativo di depistaggio per coprire le proprie responsabilità ”.
Intanto domani, dopo l’arrivo a Palma de Maiorca, l’equipaggio dell’Astral, la nave che si è occupata del soccorso a Josefa e del recupero dei due cadaveri, ha annunciato una conferenza stampa
Secondo la ong, “questo episodio e l’esponenziale aumento del numero di morti nel Mediterraneo degli ultimi mesi” sono la “conseguenza diretta della criminalizzazione delle Ong impegnate in operazioni di soccorso nel mar Mediterraneo. L’obiettivo è quello di legittimare le milizie libiche, finanziate dall’Italia e dalla Ue, e ridurre in questo modo il numero di arrivi in Europa”.

(da agenzie)

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OPEN ARMS ATTRACCA IN SPAGNA: “JOSEFA E’ AL SICURO, ORA DENUNCIAMO I LIBICI E IL GOVERNO ITALIANO”

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

NON SOLO LA GUARDIA COSTIERA LIBICA, ORA ANCHE CONTE, TONINELLI E SALVINI RISCHIANO IL PROCESSO PER OMICIDIO COLPOSO

La nave Open Arms è entrata nel porto di Palma di Maiorca.
L’imbarcazione della Ong Proactiva che nei giorni scorsi ha recuperato i cadaveri di una donna e di un bambino al largo della Libia e salvato Josefa, la donna di origini camerunensi rimasta per due giorni in mare tra i resti di un gommone, ha concluso la sua lunga navigazione dopo le polemiche con la Guardia costiera libica e il governo italiano.
“Dopo quattro giorni di navigazione – ha scritto il fondatore della Ong Oscar Camps sul suo account Twitter – la nave entra finalmente nel porto sicuro di Palma di Maiorca. Ora denunceremo la Libia e l’Italia per omicidio colposo”.
Nei giorni scorsi il patron della Proactiva aveva risposto polemicamente a un post scritto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini su Facebook: “Perchè vanno in Spagna, hanno qualcosa da nascondere?” aveva ipotizzato il leader leghista.
Secca la replica di Camps: “Andiamo in Spagna perchè dopo aver messo in discussione il nostro comportamento e aver definito una fake news il fatto che i libici avessero abbandonato in mare una donna e il suo bambino, l’Italia non è per noi un porto sicuro”.
“Non è stata una navigazione di piacere, anche per la presenza a bordo dei deceduti, ma il mare per fortuna è stato tranquillo” ha detto all’arrivo Riccardo Gatti, portavoce di Proactiva Open Arms, aggiungendo che è prevista una conferenza stampa.
Gatti, che è anche capitano della Astral, ha spiegato che dopo lo sbarco le autorità  spagnole hanno preso in carico Josefa che “è stata ricoverata in ospedale e sarà  protetta in quanto testimone oculare del naufragio”.
La donna, a quanto ha riferito Gatti, “si sta lentamente riprendendo dal punto di vista fisico”, mentre non si può quantificare quanto tempo servirà  a superare lo shock psicologico.
“Josefa ancora non cammina – ha continuato il comandante – ma ieri ha mangiato per la prima volta da sola, senza che la imboccassimo”. Inoltre, “ha iniziato anche a parlare a voce più alta e a riprendere la mobilità  degli arti inferiori”, di cui aveva perso la sensibilità  a causa dell’ipotermia e dell’inalazione di benzina e di acqua di mare, ha concluso Gatti.

(da agenzie)

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L’AMMIRAGLIO CHE SFIDA I RAZZISTI: “NOI SIAMO MARINAI ITALIANI, ABBIAMO DUEMILA ANNI DI CIVILTA’, UN NAUFRAGO PER NOI E’ LA PRIORITA'”

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

L’AMM. PETTORINO E’ A CAPO DELLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA , ORGOGLIO DELLA NAZIONE: 11.000 UOMINI E DONNE CHE HANNO SALVATO NEL 2017 115.000 PERSONE, DI CUI 28.000 PROFUGHI

Prima si chiamavano le ‘magistrature del mare’ quando ancora esistevano le Repubbliche Marinare. Poi con l’Unità  d’Italia nel 1865 nacque la Guardia Costiera che ha per statuto, e ai sensi del Codice di navigazione, della convenzione di Amburgo e di di Montego Bay, la salvaguardia delle vite umane in mare.
Un corpo formato da 11mila tra uomini e donne guidato dal febbraio del 2018 dall’ammiraglio ispettore capo Giovanni Pettorino
Pettorino, 62 anni, originario di Ischia, sposato e padre di due figli, laurea in Scienze politiche e specializzazione in Diritto internazionale marittimo, dal 3 ottobre 2015 era direttore marittimo della Liguria e comandante del porto di Genova. Poi la nomina a capo del Corpo.
Mercoledì scorso la Guardia Costiera italiana ha celebrato i 153 anni di vita. Ed è stato a quel punto che l’ammiraglio ha preso la parola davanti al ministro Danilo Toninelli e al presidente della Camera Roberto Fico per dire che c’è un «principio non scritto che risiede nell’animo di ogni marinaio: quello di prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare».
Come riporta L’ Avvenire Pettorino ha ricordato un episodio che è vanto di tutti i marinai. Ovvero “la rievocazione del leggendario comandante siciliano Salvatore Todaro, che durante la Seconda guerra mondiale affondò una nave militare belga per poi salvarne l’equipaggio. Todaro, come ha ricordato Pettorino, venne «violentemente apostrofato» dall’ammiraglio alleato tedesco Karl Donitz, che irrise l’ufficiale italiano definendolo «don Chisciotte del mare» e minacciando gravi conseguenze per avere tratto in salvo i nemici, mettendo a rischio il suo stesso equipaggio. Il perchè di quella disobbedienza lo spiega Pettorino, guardando negli occhi gli esponenti politici sulla tribuna e facendo propria la risposta di Todaro: «Noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà , e noi queste cose le facciamo»
Già  quando si era insediato l’ammiraglio aveva ribadito che la Guardia costiera è «un’organizzazione unica», «gloriosa ed amata», «un’eccellenza del nostro Paese».
Un concetto rilanciato dal suo predecessore l’ammiraglio Melone nel suo discorso di commiato che aveva ricordato che «solo nel 2017 sono stati soccorsi più di 28 mila migranti mentre 115 mila sono le persone portate in salvo complessivamente in operazioni coordinate dal Comando generale: risultati importantissimi che non si sarebbero potuti concretizzare senza lo straordinario sforzo operativo ed organizzativo offerto dalle donne e dagli uomini della Guardia costiera».
“Noi continuiamo ad operare secondo quelle che sono le convenzioni internazionali del mare — ha spiegato Pettorino — Vale a dire la convenzione di Amburgo, in particolare, e la convenzione di Montego Bay. Convenzioni che l’Italia ha ratificato con legge e la cui applicazione, quindi, è obbligatoria. Per noi e per tutti i Paesi che le hanno firmate”.
“Abbiamo risposto sempre, sempre rispondiamo e sempre risponderemo a ciascuna chiamata di soccorso – ha dichiarato l’ammiraglio meno di un mese fa all’Ansa – “Per noi della Guardia Costiera è un obbligo giuridico ma anche un obbligo che sentiamo moralmente perchè tutti gli uomini di mare, da sempre e anche in assenza di convenzioni, hanno portato soccorso e aiuto a chi si trova in difficoltà  in mare. Noi non abbiamo mai lasciato solo nessuno in mare”.

(da Globalist)

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“IN LIBIA I BARCONI VENGONO AFFONDATI CON I MIGRANTI ANCORA A BORDO”: LA CONFERMA DA FONTI MILITARI

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL GOVERNO ITALIANO FINANZIA E SI RENDE COMPLICE DEI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA … CHI COPRE LA VERITA’ AI MASSIMI LIVELLI VA INCRIMINATO

Il salvataggio del 17 luglio scorso, quando l’imbarcazione dell’Ong Open Arms si era trovata di fronte a uno scenario apocalittico con i resti di un gommone, una sola superstite e due cavaderi di una donna e un bambino, aveva fatto presagire scenari inquietanti.
Ora l’ipotesi che la Guardia costiera libica distrugga i barconi dei migranti con loro ancora a bordo perchè si rifiutano di tornare verso Tripoli si fa ogni giorno sempre più concreta.
Lo rivelano fonti militari al Fatto Quotidiano, con la promessa di rimanere anonime. Gli autori dell’articolo sono Fabrizio D’Esposito e Antonio Massari:
Barconi affondati mentre i migranti sono ancora a bordo. È questo che accade nelle acque del Mediterraneo quando la Guardia costiera libica interviene per i soccorsi. Il motivo: quando le motovedette libiche si avvicinano ai barconi, i migranti, che non vogliono essere riportati in Liba, rifiutano di essere trasportati sulle imbarcazioni della Guardia costiera. E a quel punto, per convincerli ad accettare il soccorso, è ormai prassi che i militari libici inizino le operazioni per affondare la barca. Una prassi disumana, che s’è ripetuta in parecchi salvataggi, rivelata al Fatto, con la promesse dell’anonimato, da più fonti militari.
All’indomani del salvataggio di Josefa, la migrante camerunense che in molti hanno imparato a conoscere attraverso quell’immagine forte di lei con lo sguardo perso nel vuoto e intriso di paura, a Open Arms hanno utilizzato parole molto forti: “I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assasini arruolati dall’Italia“.
Il Viminale ci ha messo poco tempo a bollare l’affermazione come fake news ma molto di più a rilasciare dichiarazioni che facessero chiarezza su quello che è successo il 17 luglio in mare.
Nel frattempo, invece di continuare a ribadire la sicurezza della Libia e dei suoi porti, sarebbe meglio che qualcuno si interrogasse sul perchè i migranti preferiscano affrontare la morte quasi certa piuttosto che ritornare da dove sono partiti.
E sarebbe ora che la Magistratura apra una indagine.

(da agenzie)

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DAL VIMINALE NESSUNA PROVA SUI MORTI IN MARE: DOPO AVER ACCUSATO OPEN ARMS, SALVINI NON RIESCE A SCAGIONARE LE NAVI LIBICHE

Luglio 20th, 2018 Riccardo Fucile

IN QUALSIASI PAESE CIVILE IL MINISTRO DEGLI INTERNI SAREBBE STATO ACCOMPAGNATO PRIMA ALLA PORTA E POI IN TRIBUNALE PER RENDERE CONTO DELLE SUE ACCUSE NON DIMOSTRATE … E ORA IL GOVERNO NEGA ANCHE LA POSSIBILITA’ DI VISIONARE I TRACCIATI DELLE NAVI

La domanda resta la stessa, ma la risposta ancora non arriva. Il Viminale continua a tacere sul punto: il ministro Matteo Salvini è ancora convinto che le notizie della Ong spagnola Proactiva sul salvataggio di tre giorni fa siano fake news?
La vicenda è nota e la riepiloghiamo brevemente. Tre giorni fa, la Open Arms della Proactiva, a circa 80 miglia dalle coste libiche, salva una donna camerunense di 40 anni, Josefa, in acqua da 48 ore. La trovano aggrappata al relitto di un gommone. Accanto a loro il cadavere di un’altra donna e di un bimbo di circa 5 anni.
La Proactiva, subito dopo il salvataggio, accusa: “I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”. La replica di Salvini è immediata: “Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro. Porti chiusi e cuori aperti”. Passa ancora qualche ora e fonti del Viminale aggiungono che la notizia della Proactiva è falsa ed esiste una prova che lo dimostrerà .
La prova, si scopre il giorno dopo, è il reportage video di Nadja Kriewald, cronista tedesca dell’emittente N-Tv. Kriewald era infatti a bordo della motovedetta libica che, nelle stesse ore, aveva soccorso 158 persone. E in una prima intervista esclude che i libici abbiano omesso di salvare qualcuno.
Intervistata dall’Ansa, però, Kristal aggiunge un dettaglio che smonta completamente qualsiasi certezza. “Il capitano libico della nostra imbarcazione — dice la giornalista tedesca — mi ha riferito che un paio d’ore prima, nella stessa area, c’era stata un’altra missione da parte di un’altra imbarcazione della Guardia costiera libica”.
Nel suo articolo online precisa che il secondo soccorso è avvenuto “ad alcune miglia nautiche dalla motovedetta Ras Sdjeir” sulla quale era a bordo. Il relitto incrociato dalla Open Arms, la superstite e i due cadaveri, quindi, potrebbero essere collegati a questo secondo soccorso.
La prova si smonta all’istante. Come si può escludere, infatti, che il relitto del gommone non sia quello del secondo intervento libico?
Il deputato di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto, a bordo della Open Arms durante il salvataggio, ribadisce che, per quanto gli risulta, i soccorsi delle motovedette libiche quella notte sono stati due: “Mentre una motovedetta girava la scena del salvataggio perfetto con una tv tedesca — commenta su Twitter — un’altra lasciava in mezzo al mare due donne e un bambino. Sono due interventi diversi, uno a 80 miglia davanti a Khoms, l’altro davanti a Tripoli”.
Il Fatto due giorni fa ha chiesto al Viminale se, nonostante queste notizie, il ministro fosse ancora convinto che Proactiva abbia spacciato per vera una bufala.
Non ha avuto alcuna risposta. Ieri abbiamo nuovamente rivolto la domanda: “Il ministro ritiene ancora che quella di Proactiva Open Arms sia una fake news? Sono state raccolte ulteriori prove per dimostrare che la Ong ha mentito?”.
Fonti del Viminale rispondono che Salvini aveva dato “disponibilità  ad accogliere la donna bisognosa di soccorsi” e che “l’apertura dei porti siciliani alla Ong era arrivata in tempo utile. Anche per accettare i corpi senza vita: è per questo che è stata esclusa Lampedusa, priva di celle frigorifere (circostanza negata da Open Arms)
Abbiamo poi appreso — con sorpresa — che la Ong ha scelto la rotta più lunga, verso la Spagna, accompagnando la decisione con accuse al governo italiano. Eppure il coordinamento medico per fornire assistenza era scattato sin da subito. Diciamo che — al di là  della vicenda dei soccorsi — il comportamento della Ong e le sue dichiarazioni lasciano quantomeno perplessi”.
Altrettanto perplessi, per usare un eufemismo, lascia la risposta offerta dal Viminale, visto che non risponde alla domanda che gli abbiamo rivolto.
Eppure trovare le prove che la Ong dice il falso, se davvero esistessero, non è poi così difficile.
Sarebbe sufficiente, per esempio, guardare i tracciati delle motovedette libiche. Ma il Mit ieri ha fatto sapere che i tracciati, sulle sistemi delle nostre capitanerie di porto, non sono disponibili.
“Se fosse vero — commenta Palazzotto — che il governo italiano non è in grado di sapere quali imbarcazioni si muovono a 80 miglia dalla costa italiana, in un tratto di mare dove sono attive ben tre missioni navali a cui partecipa la Marina Militare, sarebbe un fatto gravissimo. Che poi non abbiano i tracciati delle motovedette che noi abbiamo donato alla Libia sarebbe ridicolo. A questo punto il ministro Danilo Toninelli smentisca ufficialmente o si dimetta per incompetenza”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“LE ESTERNAZIONI DI SALVINI SONO A TITOLO PERSONALE”: LA DURA RISPOSTA DELLA FARNESINA DOPO L’ENNESIMO SCONFINAMENTO

Luglio 20th, 2018 Riccardo Fucile

IN UNA INTERVISTA AL WASHINGTON POST SALVINI SI PERMETTE DI PARLARE DI CRIMEA RUSSA E GERUSALEMME CAPITALE… SI FACCIA ELEGGERE DAL 51% DEGLI ITALIANI SE VUOLE FARE IL PREMIER ALLA ERDOGAN

Ora “l’invasione di campo” si estende fino a Gerusalemme. Nelle alleanze internazionali di Matteo Salvini, oltre a Vladimir Putin, compare anche Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele.
Il vice premier, ministro dell’Interno con la passione per i dossier esteri, afferma in un’intervista al Washington Post di essere favorevole al riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele.
Una posizione che l’Italia, con l’Europa, ha finora respinto, come la stragrande maggioranza degli Stati del mondo.
“Il meglio della politica estera del nostro Paese è stata la sua vocazione mediterranea, e la capacità  di essere interlocutore credibile in Medio Oriente sia degli Israeliani che dei Palestinesi e del mondo arabo. Con le sue affermazioni al Washington Post, il ministro dell’Interno mette in discussione una decisione, quella su Gerusalemme, che aveva visto l’Europa pressochè unita nel valutare negativamente la scelta del presidente Trump di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, per l’impatto che una tale decisione poteva avare sul già  complicato processo di pace arabo-israeliano”.
Il virgolettato è di un diplomatico di lungo corso che conosce molto bene e da vicino il dossier israelo-palestinese.
E all’HuffPost confida la sua preoccupazione, che peraltro non è isolata alla Farnesina.
L’intervista del vice premier leghista piccona alcuni punti fermi dell’agire internazionale dell’Italia, anche con il governo gialloverde: su Gerusalemme, per l’appunto, come peraltro su un altro fronte caldissimo: quello ucraino.
Al Washington Post, Salvini afferma, senza mezzi termini, che l’annessione della Crimea da parte russa, è del tutto “legittima” (cosa che fa sobbalzare Bruxelles): “Ci sono alcune zone storicamente russe, in cui c’è una cultura e delle trazioni russe, e che quindi appartengono legittimamente alla Federazione Russa”, argomenta.
Che sia stato un referendum falsato dalla presenza dei militari di Mosca “è un punto di vista, ma non è il mio”. Il titolare del Viminale non ha mai nascosto le sue simpatie per Donald Trump. Ora, però, la simpatia per The Donald va oltre. La scelta americana di riconoscere Gerusalemme come capitale, unica e indivisibile, d’Israele trova Salvini “pienamente d’accordo”.
L’intervista-fiume del WP riguarda Salvini uno e trino: vice premier, ministro degli Interni e leader della Lega.
Le sue esternazioni in politica estera, è il commento ufficioso della Farnesina, non impegnano il Governo: l’Italia, dicono le fonti ad HuffPost, continuerà  a mantenere la propria ambasciata, in “totale sintonia con quanto deciso in sede Ue, e confermato con il voto in sede Onu”, a Tel Aviv, così come, pur avendo esplicitato con il premier Conte nei vertici europei le nostre perplessità  sulle sanzioni a Mosca, l’Italia rispetterà  quanto deliberato in proposito nel Consiglio europeo di fine giugno.
Resta il fatto che l’uscita di Salvini su Gerusalemme non aiuta l’Italia nei rapporti con i Paesi arabi e musulmani, gli stessi, vedi l’Egitto come la Tunisia, che Roma ritiene partner indispensabili per l’esternalizzazione delle frontiere.
Il popolo palestinese “ha pieno diritto sulla sua terra, nessuno può cancellare questo diritto, nè il presidente degli Stati Donald Trump, nè nessun altro”, dichiara ambasciatrice palestinese in Italia, Maila al Kaila, in risposta alle dichiarazioni di Salvini.
“È triste che sia un ministro italiano ad aver fatto un’affermazione del genere, perchè l’Italia da sempre rispetta il diritto internazionale”, aggiunge l’ambasciatrice l’parlando oggi a Roma alla conferenza stampa sulla situazione del villaggio beduino di Khan al Ahmar.
Uno dei quattro sottosegretari agli Esteri nominati dal governo Conte, è Manlio Di Stefano. Già  responsabile esteri del M5S, Di Stefano non è certo annoverabile tra gli “amici d’Israele”. Cosi, ad esempio, il neo sottosegretario commento il voto contrario dell’Italia alla risoluzione su Gerusalemme. Per Di Stefano con quel voto l’Italia “si fa complice dei danni che Israele sta provocando a monumenti antichi che l’Unesco non riesce a tutelare per via dell’occupazione israeliana e si fa, infine, complice dell’occupazione stessa e del blocco di Gaza che l’Unesco ha chiesto di eliminare”. Lo stesso Di Stefano aveva definito “un abominio” la legge israeliana che legalizzava le colonie in Cisgiordania: “Il messaggio che Israele rivolge al mondo è che continuerà  con le sue politiche di occupazione, di insediamento e guerra”.
Sei luglio 2016: “Quello che diciamo facciamo: se il M5S arriverà  al Governo, riconosceremo lo Stato di Palestina”. Parole di Luigi Di Maio in un incontro con i giornalisti italiani a Hebron in Cisgiordania. Nella sede del Tiph (Temporary International Presence in Hebron), di cui fa parte un contingente italiano di Carabinieri, l’esponente del Direttorio, e oggi vice premier, ha spiegato: “E’ un indirizzo politico che avevamo all’opposizione e quindi avremo anche in maggioranza”. Ad accompagnare Di Maio nella missione in Israele e nei Territori palestinesi c’era Di Stefano, allora capogruppo pentastellato alla Commissione esteri della Camera.
Quanto a Gerusalemme, per tornare all’oggi, alla Farnesina si ricorda il confronto, non proprio amicale, che andò in scena a Bruxelles, l’11 dicembre 2017, quando Netanyahu si recò in visita presso l’Ue, la prima visita di un capo di governo israeliano in 22 anni.
“Il fatto che Gerusalemme sia la capitale di Israele è evidente a tutti” e “nessuno può negarlo”, aveva spiegato Netanyahu prima della riunione con i ministri degli Esteri dell’Unione, aggiungendo che “riconoscere la realtà  è il fondamento della pace”. In quel frangente, il premier israeliano si era detto convinto che in futuro “tutti o gran parte dei Paesi europei sposteranno le loro ambasciate a Gerusalemme e riconosceranno Gerusalemme come capitale di Israele”.
Ma dopo quasi due ore di discussione con i ministri europei, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, gelò il premier d’Israele: “Netanyahu “ha più volte menzionato di aspettarsi che altri seguano la decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme. Può mantenere queste aspettative per altri, perchè da parte degli Stati membri dell’Unione europea questa mossa non verrà “, ebbe a dire “Lady Pesc”. Ma a quei tempi, Matteo Salvini non era ancora al Governo.

(da “Huffingtonpost“)

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PASTICCIO GARA ILVA: CHI HA RAGIONE TRA DI MAIO E CALENDA?

Luglio 20th, 2018 Riccardo Fucile

LE MOTIVAZIONI DELLE PARTI IN CAUSA

L’Autorità  Anticorruzione ha risposto alla lettera di segnalazione inviata dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio in relazione alla gara che ha portato   il governo e i commissari del gruppo siderurgico in amministrazione straordinaria a scegliere l’offerta di Am Investco (Arcelor Mittal e Marcegaglia) rispetto a quella di Acciaitalia (Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Del Vecchio).
L’ANAC ha però precisato che la decisione di stoppare e annullare tutto resta in capo al ministero, che deve valutare l’interesse pubblico specifico all’annullamento.
Però, ha fatto sapere Raffaele Cantone, di problemi nella vicenda della vendita ce ne sono.
Nella lettera di risposta di ANAC — pubblicata dal sito Gli Stati Generali —   lunga sette pagine, ci sono tre punti che sollevano dubbi.
Il primo è la definizione del piano ambientale slittata durante la procedura di gara: l’arco temporale di realizzazione del piano ha modificato il quadro economico e fattuale di partenza, l’aumento di sei anni poteva spingere altre imprese a partecipare alla gara, quindi c’è una possibile violazione del principio di concorrenza.
C’è poi la questione delle scadenze intermedie del piano che non sarebbero rispettate a causa della proroga del piano ambientale che ha fatto venire meno il vincolo del ministero dell’Ambiente.
La mancata adesione alle prescrizioni potrebbe costituire elemento di esclusione dalla gara.
Infine c’è il rilancio delle offerte, che non è stato effettuato anche se avrebbe potuto portare più soldi nelle casse dello Stato.
Il Sole 24 Ore oggi ricorda che è stato l’Antitrust europeo a dare il via libera all’offerta di Mittal, imponendo in cambio dismissioni di impianti nel resto d’Europa.
La risposta di Calenda… e quella di Di Maio
Com’era prevedibile l’annuncio della lettera di ANAC e della conseguente riunione al ministero dello Sviluppo ha suscitato la reazione di Carlo Calenda, chiamato in causa direttamente da Michele Emiliano.
Il predecessore di Di Maio ha prima chiesto di pubblicare la lettera del ministero e la replica dell’ANAC, poi sulla questione del mancato rilancio ha detto di aver seguito un parere dell’Avvocatura dello Stato, la quale segnalava che visto che i parametri di partenza erano quattro, la gara sarebbe dovuta ricominciare da capo.
Calenda si è anche lamentato del fatto che Di Maio non abbia mandato tutta la documentazione ma soltanto i famosi tre quesiti contenuti nella lettera di Emiliano, ma la circostanza pare smentita da quanto riportato oggi dai giornali.
L’ex ministro non comprende i rilievi dell’ANAC ma sottolinea che in ogni caso Cantone non ha detto che la gara non è valida. E critica ANAC per non aver richiesto gli elementi di merito sulle offerte.
Ma, rispondendo alla Camera a un’interrogazione su ILVA, Di Maio è tornato a sottolineare le responsabilità  di Calenda: “Queste criticità  sono macigni, sono gravissimi e il governo non può far finta di niente. Per questo chiederò immediatamente chiarimenti ai commissari dell’Ilva, aprirò una indagine interna al ministero e chiederò subito un parere all’avvocatura dello Stato. Il vero tema è che il pasticcio lo ha fatto lo Stato, non l’azienda”
Come sempre tutti hanno ragione.

(da “NextQuotidiano”)

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