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E ALLA FINE SI SCOPRI’ CHE I “DIROTTATORI” DELLA DICIOTTI NON AVEVANO MINACCIATO NESSUNO

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

NESSUNA MINACCIA DI TAGLIARE LA GOLA AI MARITTIMI, MIMAVANO SOLO COSA LI AVREBBE ASPETTATI SE RISPEDITI IN LIBIA

Dirottatori? No.
Ma intanto basta alzare il volume della voce per aver ragione: dopo i primi accertamenti la Procura di Trapani ha ritenuto che uno solo dei tre reati ipotizzati in un primo momentoi era contestabile, la violenza privata aggravata, ma non l’appropriazione di nave e le minacce.
Posizione che non è mutata. Ma questo non significa che l’inchiesta sia chiusa. Anche se in Procura si sottolinea che sono indagini di routine.
La Procura ha disposto indagini anche sulla ricostruzione del dopo salvataggio sulla Vos Thalassa. L’equipaggio avrebbe detto di essersi sentito minacciato gravemente quando i migranti hanno scoperto che la nave li stava riportando indietro. Avrebbero gridato “no Libia, Libia, sì Italia”, poi avrebbero circondato l’equipaggio, spintonando il primo ufficiale e mimato con la mano il gesto ‘ti accoltello alla gola’. Così sono scattati i contatti con la sala operativa della capitaneria di porto di Roma, che ha inviato sul posto la Diciotti che ha effettuato il trasbordo.
I dati che emergono sarebbero ben diversi, avrebbero ‘supplicato’ con insistenza il comandante e l’equipaggio a non riportarli in Libia, pressandoli, e scambiando la loro paura con minacce. E
rano i migranti ad aver paura di essere sgozzati se rimandati in Libia. Del resto a chi potevano tagliare la gola senza armi e coltelli
Hanno detto di essere terrorizzati, di non volere tornare in Libia anche a costo di “morire gettandosi in mare”. “Non ci hanno capiti – hanno spiegato – perchè nessuno parlava la nostra lingua. Aggressione? Nessuna, hanno frainteso il nostro stato d’animo di persone terrorizzate”.
Tanto che, hanno sottolineato, tutto “è durato non più di 10 minuti”.
Potrebbe essere questa la discriminante determinante dell’inchiesta della Procura di Trapani. Paura e minacce reali o percezione accentuata anche dall’inferiorità  numerica?
Per fare chiarezza in fretta gli investigatori stanno ‘accelerando’ gli interrogatori, con l’assistenza di mediatori e interpreti, dei 67 migranti, che sono ospitati nell’hotspot di contrada Milo, per tentare di ‘cristallizzare’ i fatti
Intanto su nave Diciotti, da ieri ormeggiata nel porto di Trapani, sono in corso i lavori di rimessaggio e di rifornimento prima di rompere gli ormeggi e potere così riprendere il suo servizio in mare.

(da Globalist)

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“HA RAGIONE SALVINI O MATTARELLA?”: LA MALEDIZIONE DEL SONDAGGIO COLPISCE LA LEGA, VINCE MATTARELLA

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

UN CONS. REGIONALE LOMBARDO DELLA LEGA LANCIA IL QUESITO SU FB, MA L’ESITO E’ DISASTROSO: DOPO 14.000 VOTANTI VINCE MATTARELLA E ALLORA FA SPARIRE IL SONDAGGIO

Gli infortuni in casa altrui evidentemente non insegnano nulla.
Non è bastata la doppia gaffe dei 5Stelle, incappati nella disavventura di sondaggi on line dall’esito sfavorevole (prima sui vitalizi a livello nazionale, poi su quelli regionali, in Sicilia).
Stavolta a cadere nella tentazione del facile plebiscito in Rete è la Lega. Il caso è quello che ha infiammato lo scontro politico nelle ultime ore: la nave Diciotti.
E così un consigliere regionale della Lega, Emanuele Monti – presidente della commissione Sanità  in Lombardia – pensa di sottoporre il quesito su Facebook: “Ha fatto bene il presidente Mattarella a far sbarcare i migranti della Diciotti?”.
Purtroppo – dal punto di vista della Lega e del consigliere Monti – l’esito del sondaggio è risultato sfavorevole: 47 per cento Salvini, 53 Mattarella. Poi addirittura 46 a 54, sempre con la vittoria del capo dello Stato. Di sicuro il sondaggio non c’è più. “È stato cancellato”, è l’accusa che circola in Rete.
Chissà  se quest’ultima iniziativa poco fortunata scoraggerà  definitivamente i partiti dal tentare la carta del sondaggio on line.

(da agenzie)

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PANSA SI E’ ROTTO I COGLIONI DI SALVINI E LASCIA “LA VERITA'”: “E’ UN ARROGANTE, IMPREPARATO, CI PORTERA’ AL DISASTRO”

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

“NEMMENO BERLUSCONI OSO’ TANTO, SUI FONDI DELLA LEGA HA FATTO NUMERI TERRIBILI”

“Salvini è fascista nei modi”, parola di uno che, dell’antifascismo e di una certa retorica resistenziale, è stato un fustigatore: Giampaolo Pansa.
Il giornalista e scrittore, intervistato da L’Espresso, spiega che ha lasciato La Verità  di Maurizio Belpietro, proprio per l’endorsement del quotidiano al ministro degli Interni: «Non ci sto in un giornale che vedo in preda a una deriva salviniana pazzesca» e, ancora, riferito al direttore, aggiunge che «non si può concludere un editoriale scrivendo ‘Viva Salvini’».
Secondo Pansa, il ministro degli Interni «è muscolare, è accentratore, è uno cui si legge in volto la prepotenza» e parla di «arroganza e impreparazione, che si accoppiano con quella del M5s».
Pansa, classe 1935, uno dei decani del giornalismo italiano ancora in attività , dice la sua anche sull’inchiesta della Procura di Genova, sui milioni di finanziamento pubblico della Lega che oggi non si trovano più nelle casse del partito di Via Bellerio: «Salvini – dice il Pansa – ha fatto numeri terribili, fino a chiedere l’intervento di Sergio Mattarella. Ma andiamo! Senza dimenticare che quei soldi, sono danari del finanziamento pubblico, vengono dalle nostre tasche».
«Neppure Silvio Berlusconi – prosegue Pansa – osò tanto».
Quanto al futuro politico del leader leghista, il giornalista dubita della prospettiva trentennale che lo stesso Salvini ha avanzato per sè : «Lo vedo incamminato lungo una strada che sarà  disastrosa, per lui e per noi».
L’autore de Il sangue dei vinti, peraltro, non risparmia nemmeno l’omologo grillino di Salvini, definendo Luigi Di Maio «finto pauperista», aggiungendo che il vicepremier pentastellato sarebbe «istigato da Beppe Grillo, uno che pensa di estrarre a sorte i senatori, capisce?».

(da “L’Espresso“)

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LE BEFFE PER I LAVORATORI DEL DECRETO DIGNITA’: PERDITA DI 8.000 OCCUPATI L’ANNO

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

LA RELAZIONE TECNICA RIVELA ALCUNE SORPRESE, MENO LAVORO E MENO SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE… E IL GIOCO D’AZZARDO SERVE ANCORA DI PIU’ A FARE CASSA

Beffa per i lavoratori nel decreto Dignità : meno lavoro e meno sussidio di disoccupazione.
Per lo Stato questo si traduce in un minor gettito fiscale (circa 3,5 milioni nei prossimi anni) e minori entrate contributive, ma (paradosso) il danno si riduce per via della minore spesa per la Naspi.
Tutto è legato ai paletti imposti ai contratti a termine e a quelli in somministrazione, che avranno durata massima complessiva di 24 mesi anzichè 36 e l’obbligo di causale dopo i primi 12.
La Relazione Tecnica del decreto Dignità  mette nero su bianco che le nuove regole comporteranno una perdita di 8 mila posti di lavoro dall’anno prossimo e per i successivi 10 anni (quest’anno l’ammanco si fermerebbe a 3.300 posti).
I numeri indicano inoltre minori entrate contributive lorde di circa 50 milioni di euro dal 2020 in poi, ma anche di risparmi di spesa per la Naspi quasi equivalenti.
Con la riduzione del periodo di lavoro, infatti, l’esborso dell’indennità  di disoccupazione si riduce da 16 a 12 mensilità  per ciascun lavoratore.
Il decreto precisa che le nuove regole valgono solo per i contratti di nuova sottoscrizione, mentre non si applica per quelli già  in corso al momento del varo del provvedimento.
Le stime elaborate dalla Ragioneria dello Stato si basano sui dati forniti dal ministero del Lavoro. In Italia si attivano ogni anno 2 milioni di contratti a termine (esclusi i lavoratori stagionali, quelli agricoli e i dipendenti pubblici, a cui non si applicano le nuove norme).
Su questi 2 milioni, sono 80mila quelli che superano la durata effettiva dei 24 mesi e le statistiche mostrano che il 10% di questi non riesce a trovare una nuova occupazione dopo due anni di attività . Di qui la cifra di 8 mila.
Altra contraddizione riguarda le coperture.
Il gioco d’azzardo viene demonizzato, l’impegno nel contrasto alla ludopatia trova grande spazio nel decreto, ma sul gioco d’azzardo si continua a contare per fare cassa. Dall’aumento del Preu, il prelievo erariale unico su slot machine e videolotterie, si creerebbe infatti un maggior gettito di oltre 200 milioni di euro l’anno.
Nello specifico 195,5 per il 2019 e 234 per il 2020, prevede la relazione tecnica, che spiega come le maggiori entrate in questione coprirebbero gli oneri derivanti dall’introduzione del divieto di pubblicità .
Nel testo si evince infatti come dallo stop alla pubblicità  dei giochi ci sarebbe dal 2019 un perdita di gettito di 200 milioni.
“Non era mai successo che una Relazione tecnica scrivesse nero su bianco la diminuzione dell’occupazione – twitta l’economista Marco Leonardi . E non hanno tenuto conto dell’introduzione delle causali, perchè sarebbe stato ancora peggio”.

(da “Huffingtonpost”)

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CLAUDIO BORGHI, IL LEGHISTA NO EURO CHE HA FATTO CARRIERA SCRIVENDO “BOIATE” ( LO AMMETTE LUI)

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO DELLA LEGA AMMETTE SU TWITTER DI ESSERSI FATTO UN NOME GRAZIE A COMMENTI SULL’ECONOMIA COMPLETAMENTE SBALLATI

Girava di telefonino in telefonino, l’altro giorno in Transatlantico alla Camera, la folgorante storia di una discesa in politica: quella di Claudio Borghi, scritta da lui medesimo.
Neodeputato, milanese, 48 anni, responsabile economico della Lega dal 2014, profeta del “no euro”, primo lavoro fattorino in Borsa, professore a contratto alla Cattolica dove studiò, ha chiarito via social in poche righe come lo scrivere «boiate» sulla moneta unica si sia rivelato un passaggio decisivo, a conti fatti l’anticamera dell’ascesa alla preziosa commissione Bilancio di Montecitorio che adesso egli presiede, dopo aver partecipato alla stesura del contratto di governo con M5S e al borsino   del totoministri.
Tutto cominciò nel lontano 2006: «C’era Prodi, leggevo balle sui giornali, in università  i (pochi) professori non piddini concordavano sul fatto che fossero balle ma nessuno si esponeva. Chiamai   il Giornale e chiesi se gli interessava un commento. Me   lo pubblicarono in prima…
«Così cominciai a commentare l’economia per il Giornale.   Un giorno mi chiesero un commento sull’uscita della Grecia dall’euro, scrissi boiate. Dopo qualche tempo incontrai Bagnai e iniziammo   a farci coraggio a vicenda. Cominciai a fare conferenze   e la Lega di Piacenza mi invitò a parlare (la sera in cui Berlusconi spolverò la sedia a Travaglio). Fu un successo. Poi mi chiamò Salvini, gli spiegai tutto e da allora si partì».

(da L’Espresso”))

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COSA SI NASCONDE DIETRO LA RISSA TRA FRATELLI D’ITALIA E LEGA

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

I FUORIUSCITI: “FDI IN MANO A GRUPPI DI POTERE FAMILIARI E DI AFFARI”: SE NE SONO ACCORTI ORA?

Ieri alla Camera è andata in scena una rissa inedita tra parlamentari di due schieramenti che governano in tutta l’Italia insieme: Fratelli d’Italia e Lega.
I due partiti sono forze componenti del centrodestra ma da qualche tempo i rapporti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono molto freddati per questioni politiche, delle quali la rissa alla Camera è solo la punta dell’iceberg.
Proprio ieri mattina infatti un articolo di Repubblica riepilogava i termini della diaspora in atto in Fratelli d’Italia, che solo a Roma ha portato quattordici tra consiglieri eletti e alte personalità  del partito a lasciare Giorgia Meloni.
Il racconto parte dalla convocazione per oggi dell’assemblea nazionale del partito, composta da 450 persone, arrivata soltanto martedì notte (via Whatsapp) o mercoledì mattina (via mail).
Una convocazione che ha messo già  in partenza a repentaglio la partecipazione.
A questo si può aggiungere anche la mail inviata sabato 23 giugno dall’Organizzazione di FdI in cui si chiedeva ai militanti di dare la propria opinione sul governo Conte e sul posizionamento di FdI.
Nel questionario che il militante di FdI è stato chiamato a compilare si chiedeva un giudizio sul governo Conte e non è difficile comprenderne il perchè: oggi il partito della Meloni soffre della concorrenza elettorale di Salvini che è al governo e può intestarsi le lotte come quella contro le ONG, mentre FdI si trova nella scomoda situazione di dovere o applaudire il governo, invitando così i suoi elettori a votare Lega la prossima volta, o criticarlo mentre gran parte del suo elettorato lo elogia.
Uno stallo politico che mette in seria difficoltà  anche l’esistenza stessa di Fratelli d’Italia di fronte a una Lega nazionale che si è mangiata tutte le sue issues.
A questo problema se ne aggiunge un altro.
Quando se ne sono andati sbattendo la porta, Santori e Iadicicco hanno puntato il dito sulla gestione “familistica” di Fratelli d’Italia, che a loro parere non terrebbe conto della meritocrazia nelle scelte su candidature e posti da ricoprire.
L’articolo di Repubblica firmato da Matteo Pucciarelli andava ancora più a fondo nella questione:
«Fdi è in mano a gruppi di potere familiari e d’affari», si legge online nei forum ribelli.
Il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, è il cognato di Giorgia Meloni (ha sposato la di lei sorella).
La famiglia La Russa – Ignazio e Romano – si è rafforzata con l’ingresso in Parlamento del genero di Romano, Marco Osnato. Il capogruppo al Senato Sergio Berlato è legatissimo alla deputata Maria Cristina Carretta, entrambi rinviati a giudizio per una storia di tesseramenti gonfiati ai tempi del Pdl in Veneto.
Una new entry del partito come Mario Mantovani, potente ex vicepresidente della giunta lombarda, super berlusconiano anche lui finito in mezzo a pesanti grane giudiziarie, alle scorse politiche riuscì a mettere in lista la figlia Lucrezia. E adesso? «È vero che destra e sinistra sono categorie superate – ragiona Jonghi Lavarini – ora la divisione è tra sovranisti e mondialisti. Ma va bene così, il primo fascismo era trasversale e anti-establishment. Come lo è questo governo…».
Come si vede, anche nella grande famiglia di Fratelli d’Italia i veleni interni abbondano. E molti sognano la terra promessa da Salvini.
Infatti si racconta che molti dei fuoriusciti romani volessero passare al Carroccio e appoggiare il governo Lega-M5S, ma questo gli è stato impedito da un veto chiesto a Salvini dalla stessa Meloni.
Ma adesso che cominciano a volare schiaffi anche in parlamento, il veto reggerà ?

(da “NextQuotidiano”)

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DIEDERO FUOCO A UN CAMPO NOMADI: QUATTRO CONDANNE PER ODIO RAZZIALE

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

LA SPEDIZIONE PUNITIVA PER VENDICARE UNO STUPRO INVENTATO DA UNA 16ENNE… CONFERMATA L’AGGRAVANTE DELL’ODIO ETNICO

La Corte d’appello di Torino ha emesso 4 condanne per l’incendio appiccato nel 2011 a un campo rom dopo una manifestazione di protesta dei cittadini del quartiere periferico delle Vallette
I giudici hanno confermato per alcuni imputati l’aggravante dell’odio etnico e razziale. Fuori dall’aula uno dei presenti ha urlato “è una buffonata”.
La Corte ha comunque ridotto le pene inflitte agli imputati, che ora spaziano dai 2 ai 4 anni di reclusione (in primo grado erano tra i 3 anni e i 6 anni e mezzo)
I fatti risalgono al 10 dicembre 2011 quando l’insediamento della Continassa, che ospitava 80 famiglie rom, era stato dato alle fiamme.
La manifestazione, come ricostruito dalla sentenza di primo grado, era stata convocata “quando una ragazza minorenne per nascondere ai familiari di aver avuto un rapporto sessuale inventò e denunciò di essere stata violentata dagli zingari”
Dopo una fiaccolata, durante la quale un ufficiale dei carabinieri informato degli sviluppi dell’indagine tentò inutilmente di convincere i presenti che lo stupro non era mai accaduto, un gruppo di persone entrò nel campo della Continassa, alla periferia della città , per devastare e incendiare casupole, baracche e roulotte
I nomadi fuggirono, mentre i dimostranti rimasti fuori incitavano e applaudivano.
Il giudice di primo grado Paola Trovati scrisse nelle motivazioni che il rogo “fu il prodotto di un atavico e mai sopito odio etnico nei confronti degli zingari”, che portò dei ” normali cittadini” a compiere “atti di violenza disumana”.

(da agenzie)

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IL GRANDE FRATELLO CASALINO ORA SI METTE A MINACCIARE I GIORNALISTI

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

AL GIORNALISTA DEL “FOGLIO”: “ORA CHE CHIUDE, COSA FAI? MI DICI A COSA SERVE IL TUO GIORNALE?”… DIMENTICA QUANDO MENDICAVA UN LAVORO A EMILIO FEDE

Tutti contro Rocco Casalino. Il capo della comunicazione del governo è finito sul banco degli imputati dopo la frase rivolta al giornalista del Foglio Salvatore Merlo durante il party organizzato dai Cinque stelle per festeggiare l’abolizione dei vitalizi. Frase riportata oggi in un articolo dello stesso Merlo: “Adesso che Il Foglio chiude che fai? mi dici a cosa serve Il Foglio? perchè esiste?”, avrebbe detto il portavoce di Giuseppe Conte, riferendosi probabilmente ai finanziamenti pubblici che riceve il giornale diretto da Claudio Cerasa.
Un’uscita che ha scatenato un vero e proprio putiferio
Romano si è limitato a commentare la frase con un ironico “Da Mosca-Caracas è tutto, restituisco la linea alla libera stampa”, Anzaldi si è spinto oltre, invocando l’intervento dell’ordine dei Giornalisti di Milano, dove Casalino è iscritto:
Per Anzaldi “siamo di fronte ad un atteggiamento inaccettabile da parte di chi viene pagato con i soldi degli italiani per occuparsi della comunicazione ufficiale del Governo e invece utilizza il suo potere per indirizzare minacce contro la libera informazione. Cosa altro deve succedere affinchè gli organi preposti intervengano?”.
Lo schieramento anti-Casalino si è allargato infine anche a destra, con i tweet del deputato Fdi Guido Crosetto e della capogruppo alla Camera di Forza Italia Maria Stella Gelmini.Guido
Crosetto twitta: “Per quanto non condivida parte della linea editoriale del Foglio e molte delle posizioni di Claudio Cerasa, questa mattina sono corso a comprarne una copia ed oggi pomeriggio farò l’abbonamento on-line. Mi hanno convinto a farlo le parole di Rocco Casalino”.
Poco fa il portavoce di Palazzo Chigi ha provato a smorzare i toni in una nota, spiegando che si trattava soltanto di uno scherzo: “”Chi mi conosce sa bene che sono solito fare battute. E una battuta era anche quella rivolta al giornalista del Foglio in un momento informale di festeggiamenti per i vitalizi. Sono certo che Merlo ne fosse consapevole. Credo fortemente nella libertà  di stampa” §
Durissima la Federazione nazionale della stampa nell’esprimere solidarietà  a Merlo e al Foglio.”L’atteggiamento e le parole di Casalino, non nuovo a proclami e minacce nei confronti di suoi colleghi giornalisti, danno l’esatta dimensione della concezione che lui e i suoi danti causa hanno della democrazia e delle istituzioni” dichiarano il presidente Raffaele Lo Russo e il segretario generale del sindacato   Beppe Giulietti, avvertendo come “la chiusura dei giornali da parte delle autorità  richiama regimi e tempi che, per l’Italia, sono fortunatamente lontani”.
Non è la prima volta che le sortite di Casalino, entrato nel 2013 nell’ufficio stampa grillino di Palazzo Madama fino a diventarne il capo indiscusso, guadagnano l’onore delle cronache.
L’uomo che allora si firmava “Dott. Ing, Coordinatore della Comunicazione Nazionale, Regionale e comunale del Movimento 5 Stelle, Portavoce e Capo-comunicazione del Gruppo M5S al Senato”, una volta diventato portavoce del premier giallo-verde s’era illuso di poter conquistare qualche benefit.
Al punto da rimanerci malissimo quando scoprì che lui non aveva diritto a un appartamento a Palazzo Chigi come il capo del governo e che il suo studio era ben al di sotto delle aspettative: “Un po’ piccolina per essere la stanza del portavoce del presidente”, osservò entrandoci.
Ancora. Nel giugno scorso, al G7 di Charlevoix, in Canada, portò via di forza Giuseppe Conte che stava rispondendo alle domande dei cronisti, con una mossa più da body-guard che da portavoce.
E non è passato inosservato neppure l’emoticon con il dito medio alzato digitato sulla chat WhatsApp della Rappresentanza italiana in risposta ai giornalisti che chiedevano un commento alla proposta francese sugli hotspot.
L’icona maleducata fu subito rimossa, ma non abbastanza in fretta per non essere resa pubblica da chi l’aveva ricevuta.
Comportamenti non sempre graditi al premier Conte, con cui sarebbero registrati alcuni dissapori.
Insorti anche con Enrico Mentana allorchè Casalino, nel clou delle trattative per la formazione del governo giallo-verde, scrisse via sms al direttore del Tg La7 — che era in diretta tv – la notizia dell’intesa appena raggiunta.
Fece il tutto riprendendo la scena e facendosi beffa del direttore: “Troppo tempo, veloce Chicco!”. Quando la notizia venne annunciata, lui commentò entusiasta: “Momento storico”. Il video finì in Rete e restituì l’immagine dell’allora capo della Comunicazione grillina come il gran burattinaio dell’informazione, non solo tv. Quella stessa informazione che, se non controllata da lui, è forse meglio chiudere.

(da agenzie)

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CHI ERA UBALDO DICIOTTI, IL COMANDANTE CHE HA DATO IL NOME ALLA NAVE

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

UNA VITA IN MARE, GLI IMMIGRATI E LA LIBIA: UN GRANDE MILITARE DEGLI ANNI TRENTA, INVIATO A ELLIS ISLAND E POI COMANDANTE DEL PORTO DI TRIPOLI

Due coincidenze legano la vita del maggior generale Ubaldo Diciotti — cui è dedicato l’omonimo pattugliatore della Guardia Costiera – alla Libia e alla storia dell’immigrazione.
Lucchese, nato nel 1878, ebbe una carriera molto lunga dato che, per la sua competenza fu richiamato in servizio anche oltre i limiti d’età .
Entrato come ufficiale nel Corpo delle Capitanerie di Porto nel 1901, comandò i porti di Barletta, Molfetta, Sebenico, Ancona, Livorno e Napoli.
Negli anni ’30, fu mandato negli Stati Uniti per studiare il porto di New York, dove sorgeva il famoso punto di sbarco di Ellis Island presso il quale, nei primi del ‘900, approdarono quasi 12 milioni di aspiranti cittadini americani.
Poco più di cento anni fa, il porto introdusse severe restrizioni che limitarono i flussi migratori in base all’alfabetizzazione, alla salute e, dal 1924, fissando quote d’ingresso differenziate per ogni Paese.
Il viaggio per Diciotti, tuttavia, era essenzialmente finalizzato a trarre conoscenze utili per la costruzione del porto di Sampierdarena, a Genova.
Due anni dopo, nel 1937, riceve i gradi da maggior generale e, a quasi sessant’anni, accetta il gravoso incarico di Comandante del Porto di Tripoli che, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale diverrà  bersaglio di martellanti bombardamenti alleati.
In tale situazione, l’anziano ufficiale si spenderà  in prima persona tanto da guadagnarsi, nel ’41, la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: «In occasione di attacchi aerei nemici dirigeva con prontezza, con decisione e con competenza, durante le stesse azioni di bombardamento, le opere di soccorso ed in particolare a bordo lo spegnimento di una nave incendiata con carico di tritolo e munizioni, dimostrando alto spirito del dovere e sereno sprezzo del pericolo».

(da “La Stampa”)

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