Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IERI HANNO DOVUTO FAR FINTA DI GIOIRE PER IL SUCCESSO DELLE RAGAZZE DELLA STAFFETTA, MA VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT
Qualcuno forse si sarà sorpreso nel leggere le parole di apprezzamento di Salvini nei confronti delle
staffettiste della 4 x 400 che hanno vinto la medaglia d’oro ai giochi del Meditterraneo di Tarragona.
Del resto i loro cognomi rendono subito evidente come le quattro campionesse non siano “etnicamente italiane”.
Ciononostante Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot sono italiane a tutti gli effetti.
Salvini si è tratto d’impaccio con un prevedibile parallelismo (lo stesso ha scritto Giorgia Meloni) tra il sovranismo patriottico del “prima gli italiani” con il patriottismo sportivo delle italiane che sono arrivate prima (di tanti “italiani di nascita”).
Il post di Salvini è stato addirittura pinnato sulla pagina, ovvero messo in evidenza.
A dimostrazione che il ministro degli Interni non ce l’ha con tutti gli stranieri e gli immigrati ma solo con quelli clandestini.
Primo problema: quelle ragazze non sono straniere, a prescindere dal colore della pelle sono proprio italiane, come Salvini e i suoi elettori (due non sono nemmeno “immigrate” essendo nate in Italia).
Secondo problema, qualche tempo fa Salvini sugli sportivi “stranieri” la pensava diversamente.
Novembre 2017, la Nazionale maschile di calcio viene eliminata dalla Svezia e non andrà ai mondiali.
Matteo Salvini non si trattiene e spiega che la debacle degli azzurri di Ventura aveva radici profonde e straniere. La colpa per il leader della Lega era del fatto che c’erano troppi stranieri in campo in Serie A.
Bisogna fermare l’invasione (che per Salvini è ovunque) e dare più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi da calcio.
Ora non serve essere un appassionato di calcio per capire che gli unici stranieri in campo nella partita contro la Svezia erano appunto gli svedesi.
Il fatto che nel campionato italiano di Serie A ci siano molti giocatori stranieri è irrilevante. Per qualificarsi ad un mondiale di calcio sono sufficienti 22 italiani bravi a giocare a calcio (e un bravo allenatore). Senza contare che nelle categorie inferiori gli italiani sono la maggioranza.
Ma c’è anche un altro problema. Secondo Salvini (e Giorgia Meloni che anche all’epoca gli andò dietro a ruota) il problema era l’infornata di stranieri nelle giovanili e nei campetti di periferia.
Come è facile immaginare però non tutti i giovani stranieri che giocano nelle squadre di calcio italiane arrivano direttamente dall’estero. E se arrivano non vengono clandestinamente ed in ogni caso contribuiscono a far cresce le squadre (i club) del nostro Paese.
Ma a parte i ragazzi che vengono chiamati dai selezionatori dei club sui campi da calcio italiani giocano tanti bambini e ragazzini figli di stranieri che non sono cittadini italiani (il motivo Salvini lo sa bene).
Anche due delle quattro staffettiste sono state a lungo straniere in Italia, si sono allenate sui campi di atletica italiani a “discapito” degli italiani.
Fino a che non hanno ottenuto la cittadinanza Ayomide Folorunso e Raphaela Lukudo non erano certo considerate “i nostri giovani” da cui ripartire per rendere grande lo sport italiano.
Fino a qualche anno fa due delle atlete che ci hanno fatto vincere la medaglia d’oro erano delle immigrate che avrebbero potuto benissimo essere accusate da Meloni e da Salvini di essere la causa del declino dello sport italico (pensate, qualche tempo fa qualcuno ha addirittura denunciato una studentessa di colore per “vilipendio alla bandiera”).
Facile ora essere patriottici per Meloni e Salvini. E chissà quanti ragazzi “stranieri” ma regolarmente residenti in Italia si sono sentiti considerati atleti di serie B, addirittura colpevoli di rubare i successi ai “nostri ragazzi”.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
DOPO CHE IERI ERA USCITA LA SUA FOTO CON IL BOSS MAFIOSO AUTORE DI 72 OMICIDI OGGI CHI GLI CURA L’IMMAGINE HA CONSIGLIATO AL FIGHETTO PADANO DI INTERPRETARE IL RUOLO DELL’ANTIMAFIA PER COMPENSARE GLI EFFETTI NEGATIVI
In un video del Tirreno, si vede Matteo Salvini concedersi un tuffo in piscina in un bene confiscato alla mafia a Suvignano, in provincia di Siena.
Certo, fa caldo, ma le persone normali si ritagliano una mezzora di privacy e ammesso che sappiano la differenza tra stare a galla e nuotare si concedono un bagno senza scocciatori intorno.
Il video del Tirreno evidenzia la sceneggiata padana: Salvini che procede verso la piscina con venti foto-operatori convocati per l’occasione che si contendono i bordi della location, il ministro che scende incerto la scaletta, prima mette i piedi a bagno e poi si immerge e procede con stile “molto libero” per ben dieci metri, arriva sulla sponda e si ferma .
Il motivo della farsa va ricercato nella foto apparsa ieri che lo ritrae in un ristorante con Salvatore
Annacondia detto “Manomozza”, un boss pentito autore di 72 omicidi (per sua stessa ammissione).
Quindi oggi doveva interpretare la parte dell’antimafia (ruolo peraltro per cui è pagato come ministro dell’Interno) e quale migliore location di un’azienda di Suvignano, nel comune di Monteroni d’Arbia, in provincia di Siena, confiscata a un imprenditore di Cosa Nostra nel 2007 (con annessa piscina)?
Dichiarazioni roboanti contro la mafia (“Dobbiamo lasciare questi signori in mutande, perchè l’unico modo di combattere la mafia è sequestrargli tutto”) poi un tuffo in piscina e amici come prima.
Anche oggi lo spot è servito dai maggiordomi di regime.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
DICHIARAZIONI CONTRO I GIORNALISTI SOTTO SCORTA E DI NINO DI MATTEO SI SONO DIMENTICATI
Per alcuni siciliani, come per alcuni calabresi, più che le parole conta capire cosa c’è dietro. Possono discuterne per giorni interi.
Per i mafiosi, poi, interpretare i segni o le azioni, fatte o mancate, è un’autentica ossessione, soprattutto da quando l’intreccio di interessi con i politici è diventato più stretto.
I segnali che usano per comunicare tra loro sono comunque i più difficili da comprendere dall’esterno.
Dunque, questo governo che messaggi manda contro la mafia? E cosa farà di concreto per combattere i boss?
Occorre fare un passo indietro e partire dalla kermesse di Ivrea del 7 aprile scorso, quando il Movimento 5 Stelle ha organizzato un meeting per ricordare Gianroberto Casaleggio, il Fondatore.
Ospite e oratore il magistrato Nino Di Matteo. Mentre parlava tra gli applausi scroscianti e chiedeva si facesse chiarezza sulle stragi del ’92 e del ’93 (per quest’ultima è ancora indagato a Firenze Silvio Berlusconi), Davide Casaleggio, l’imperatore del Movimento, in un angolo era concentrato a mostrare la cover del proprio telefonino ai suoi più fidi collaboratori.
Poi, ogni tanto, si lasciava andare a un battito di mani destinato all’ospite che tanto infiammava la platea degli attivisti grillini.
In quella occasione pubblica Casaleggio jr è apparso più interessato alla psicologa Maria Rita Parsi e ai suoi video sui bambini, rispetto al pm antimafia che i militanti del Movimento portavano in palmo di mano.
Non era interessante la sostanza dell’azione giudiziaria di Nino Di Matteo. L’importante era mostrare.
Così durante la campagna elettorale il nome del magistrato del processo alla trattativa Stato-mafia è stato fatto circolare come potenziale ministro della Giustizia. Ma quando il governo si è formato dopo l’accordo con la Lega, in via Arenula è arrivato Alfonso Bonafede e allora Di Matteo è stato candidato ad altro, la guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), un ruolo importante e operativo.
Un punto sensibile per comprendere umori e azioni dei clan criminali.
La notizia di un probabile arrivo al Dap di Di Matteo è stata accolta con malumore da tutti i detenuti mafiosi che hanno iniziato a lamentarsi, prevedendo nuove strette carcerarie.
E così, dal carcere dell’Aquila a quello di Novara, dove si trovano pericolosi capimafia, gli agenti del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria hanno registrato decine di conversazioni che riguardavano Di Matteo e i timori per una gestione rigorosa delle carceri. Un segnale positivo per la legalità .
Note di servizio sono state inviate alla Procura nazionale antimafia. Uno dei boss dice: «Zio Carme’, questi ci vogliono di nuovo chiudere come i topi, qui c’è scritto che vogliono fare a Di Matteo capo delle carceri, chisti su pazzi».
O ancora: «Questi riaprono la Pianosa… dobbiamo chiedere aiuto alla magistratura di sorveglianza».
Insomma l’azione concreta che il Movimento annuncia di mettere in atto contro i boss mette paura ai capimafia. Una paura concreta.
Cosa fa il neo ministro della Giustizia? Nomina al vertice del Dap un altro magistrato, il procuratore aggiunto di Potenza, Francesco Basentini. Sicuramente un bravo magistrato. E così gli animi dei mafiosi si sono tranquillizzati. Tutto come prima. Un gesto, un segnale.
Bonafede, contrariamente a quello che è stato propagandato dal Movimento contro la mafia, si sta servendo al Dap delle stesse persone che hanno smantellato l’alta sicurezza nelle carceri.
E fra i movimenti ipotizzati c’è anche quello di spostare l’attuale vice capo Dap a direttore generale detenuti.
C’è pure la polemica tra Anm e il Guardasigilli sul decreto legge che sospende fino al 30 settembre i termini processuali e di prescrizione e i processi penali senza detenuti a Bari a causa della inagibilità del Tribunale.
Per il presidente dell’Anm, Francesco Minisci «la sospensione dei termini è un accessorio rispetto al tema principale».
Un altro segnale di questo governo è anche quello lanciato la scorsa settimana dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, parlando di Roberto Saviano e della valutazione della sua scorta .
Puntare il dito – soprattutto se lo fa un uomo delle istituzioni – contro chi è impegnato a denunciare le mafie, chi ne svela la potenza e le collusioni, rischia di fare il gioco delle cosche. Rischia di essere loro complice ed esporre a seri pericoli una persona perchè il messaggio che passa è di aver isolato il loro nemico, di averlo abbandonato.
E si rimane esterrefatti a leggere le dichiarazioni del Guardasigilli Bonafede, dopo le esternazioni di Salvini: «Non commento. Non è il ministro della Giustizia quello competente in materia. Non ho gli elementi per valutare e non commento questa dichiarazione perchè l’ha fatta il ministro dell’Interno e lui è competente a fare le dichiarazioni».
Eh no, ministro Bonafede, quello che le viene chiesto non è un giudizio tecnico sulla scorta, ma un giudizio politico, sociale.
Come ha ricordato nei giorni scorsi Liana Milella sul suo blog : «Chi è responsabile di un ministero dove ha lavorato Giovanni Falcone, dove c’è la sua immagine lungo le scale che portano alla stanza del ministro, non può tacere».
E anche questo è un segnale, che purtroppo non va contro le mafie.
Cosa vale quello che si è visto nell’aula del Senato, la standing ovation, con tanto di coro, per il presidente del Consiglio, quando Giuseppe Conte ha parlato di lotta alla mafia e di aggressione alla sua economia. I senatori di Lega e M5s sono scattati in piedi scandendo lo slogan «fuori la mafia dallo Stato».
E poi? Il ministro Salvini durante un comizio a Viterbo ha parlato dei Casamonica indicandoli come un clan mafioso. Ci potrebbe pure stare. Anche se – volendo restare nell’ambito giudiziario – gli affiliati a questa famiglia criminale non sono mai stati processati e quindi mai condannati per mafia.
A questo punto, se si resta nell’ambito romano, è interessante conoscere il pensiero del ministro Salvini sul clan che invece ha influenzato attraverso il metodo mafioso, nell’ultimo decennio, l’economia di gran parte della Capitale, la politica della città e l’ha fatta da padrona. Parlo del clan di Massimo Carminati, l’uomo nero, e di mafia Capitale.
Visto che il responsabile del Viminale si lancia giustamente contro i Casamonica come mai non dice nulla sul clan del Cecato? Non lo ha fatto in passato, potrebbe approfittare adesso che i giudici delle misure di prevenzione di Roma hanno ordinato la confisca del tesoro di Carminati e compagni per un valore di circa 35 milioni di euro. Chissà come potrebbero prenderla una sua dichiarazione gli amici della destra romana.
Però adesso che Salvini dice di rafforzare l’agenzia dei beni confiscati può essere l’occasione per assegnare subito i beni sottratti al “mondo di mezzo”.
(da “L’Espresso”)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
RESTA LA VERGOGNA DI FAR PAGARE AI CONTRIBUENTI ITALIANI 2,5 MILIONI PER FARE UN PRESENTE AI CRIMINALI LIBICI
Roma cede “a titolo gratuito” a Tripoli dieci motovedette della Guardia costiera e due unità della Gdf. 
Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’invio di 12 unità navali e a un programma di addestramento del personale per il loro utilizzo.
Un impegno economico, ha precisato il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli, “che sfiora 1,5 milioni, a fronte di un costo complessivo del provvedimento pari a circa 2,5 milioni”.
Alla Libia saranno date “a titolo gratuito” 10 motovedette “Classe 500” della Guardia costiera e due unità costiere “Classe Corrubia” della Guardia di Finanza.
Assieme alle navi, l’Italia fornirà un pacchetto di assistenza tecnica ai mezzi e di preparazione del personale
Le “Classe 500” sono delle piccole vedette costiere che in Italia sono state usate da Carabinieri e Guardia Costiera, e saranno utili di sicuro soprattutto per il pattugliamento lungo le coste libiche.
Hanno una autonomia di 200 miglia e una velocità massima di 35 nodi, vengono utilizzate in un raggio di azione di una ventina di miglia dalla costa e hanno un equipaggio composto da tre persone.
Le “Corrubia” sono invece piccoli pattugliatori di 27 metri che possono raggiungere i 43 nodi e hanno un’autonomia di 800 miglia. Con un equipaggio di 14 persone, queste navi possono operare anche a parecchie miglia dalle coste.
Assieme alle navi arriverà un programma di formazione dei marinai libici. Addestramento che si svolgerà sia in Italia sia in Libia e partirà entro una decina di giorni. Le vedette invece dovrebbero essere trasferite tutte nel porto militare di Augusta, da dove poi saranno trasportate con una nave della Marina militare fino a Tripoli.
In serata è arrivata anche la fotografia su Twitter, con tanto di posa propagandistica e ulteriore dettaglio sull’operazione: «Difesa dei confini, dalle parole ai fatti — scrive il ministro dell’Interno -. 12 unità navali oggi donate dal Governo italiano alla Guardia costiera libica: per pattugliare, soccorrere, proteggere».
Ma la cosa ha risvolti umoristici, in quanto non si tratta di una “iniziativa” che questo governo dovrebbe accreditarsi, in quanto le «donazioni» fatte alla Libia rientravano già in un piano molto più vasto realizzato dal suo predecessore Marco Minniti.
Già nello scorso anno, infatti, si parlò di una operazione ampia — costata anche 800 milioni di euro e che già scatenò fortissimi dubbi — che prevedeva la cessione alla Libia di imbarcazioni, ma anche di ambulanze, jeep, automobili, telefoni satellitari, mute da sub, bombole per l’ossigeno, binocoli diurni e notturni.
Tuttavia, Salvini sembra volersi appropriare di questa iniziativa. Non solo scorretta dal punto di vista della sostanza ma, a questo punto, anche della forma.
Ricordiamo che la Guardia Costiera libica e incriminata dall’Onu per corruzione e collusioni con gli scafisti.
E che i mezzi regalati dall’Italia non servono a “salvare” gente in procinto di annegare, visto che a bordo lo spazio è ristretto.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
UNO SCHIAFFO AGLI ONESTI CHE HANNO SEMPRE PAGATO
16 milioni di contribuenti che avrebbero la possibilità di chiudere tutti i conti in sospeso con il fisco, portando a casa sconti dal 70 al 94% sugli importi dovuti per una lite tributaria pendente.
E sconti dall’82 al 96%, a seconda delle condizioni economiche di chi è chiamato a versare.
La Stampa pubblica oggi un’infografica che fa i calcoli del piano sul fisco proposto dalla Lega e accettato dal MoVimento 5 Stelle nel provvedimento che propagandisticamente viene indicato come “pace fiscale”.
In partenza si parla di una pax fiscale monstre, dalle dimensioni di 40 miliardi di euro. Ed è un condono in piena regola visto che le due ultime rottamazioni si erano limitate ad abbuonare le spese per interessi e sanzioni, senza intaccare però gli importi dovuti per le imposte non pagate.
Ad elaborare per il quotidiano gli effetti della nuova sanatoria è lo Studio del tributarista Gianluca Timpone, autore del libro «Dammi tregua» sul difficile rapporto degli italiani con il fisco, da poco in libreria.
Oggi un imprenditore che debba 115mila euro di Irap (ma la sanatoria vale anche per Iva e Ires), con interessi e sanzioni si troverebbe a versare oltre 194mila euro.
La nuova sanatoria azzererebbe interessi e sanzioni, scontando l’imposta del 50% nel caso il contribuente abbia perso al primo grado di giudizio, per un risparmio complessivo del 70,4%. In caso di vittoria si pagherebbe solo il 30% di Irap con un risparmio di oltre l’82%.
Solo il 10% sarebbe dovuto infine da chi ha ottenuto un giudizio favorevole in appello con una riduzione complessiva dell’importo del 94%.
Altrettanto appetitosa la rottamazione ter delle cartelle esattoriali, con azzeramento di interessi e sanzioni, oltre che con sconti progressivi sull’imposta dovuta a seconda delle condizioni economiche del contribuente:
Un professionista senza partita Iva oggi con una cartella per mancato versamento di 75mila euro di Irpef, andrebbe a pagare 91mila e 822 euro, grazie all’azzeramento degli oltre 20mila euro di sanzioni. Un risparmio del 19% che lieviterebbe all’82%, grazie al fatto che con la nuova rottamazione si pagherebbe solo il 25% dell’Irpef dovuta, mentre salterebbero gli interessi di mancata iscrizione a ruolo e l’aggio di riscossione dovuto all’Agenzia delle Entrate scenderebbe da 6.407 a 1.125 euro.
Con un reddito Isee inferiore a 50mila euro (per intenderci uno stipendio lordo da 35mila e un introito da affitto di 800 euro mensili) l’Irpef dovuta sarebbe solo del 15%, portando così il risparmio all’89%.
Solo il 6% dell’imposta dovrebbero pagare infine i contribuenti “con oggettive difficoltà economiche”. Ossia in base alla legge “anti-suicidi” (la n.3 del 2012) coloro che abbiano accumulato debiti per cause a loro non imputabili, come la perdita del lavoro.
Fuori dal condono rimarrà solo chi si è visto recapitare cartelle esattoriali superiori ai 100mila euro e chi ha aderito alle due precedenti rottamazioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
CRITICI, DELUSI E IN USCITA VERSO L’ASTENSIONE
Il Messaggero pubblica oggi i risultati di un sondaggio SWG sugli elettori del MoVimento 5 Stelle che
dipinge il 28% di quelli che hanno scelto i grillini nel segreto delle urne il 4 marzo 2018 come critico, deluso o in uscita.
Tra gli elettori la stragrande maggioranza (ovvero il 72% del totale) approva la scelta di essersi alleati con la Lega e aver dato vita al governo gialloverde presieduto dal professor Conte.
Ma c’è un 28% di elettori che è attualmente critico e in uscita; di questi, il 9% è sì in uscita ma per approdare su sponde più estreme come quelle della Lega (che i sondaggi danno al 31%, primo partito e sopra i grillini sorpassati dal Salvinismo).
Il 10% invece è indeciso mentre il 7% ha già deciso che non tornerà a votare.
Infine, un 2% ha cambiato completamente idea rispetto al 4 marzo e ha deciso che adesso voterà per il Partito Democratico: una percentuale infinitesimale.
D’altro canto anche all’interno del partito c’è maretta: le varie anime pentastellate oscillano tra la protesta nei confronti della linea leghista sui morti in mare (rappresentata dalla corrente di Roberto Fico) e le lamentele dei cani sciolti che magari avrebbero voluto maggiori spazi nella scelta dei rappresentanti M5S nelle istituzioni.
Le divisioni nel M5S però sono sempre esistite, salvo quando il fischio del Padrone ha richiamato tutti all’ordine: lì tutti hanno sempre perso la voce.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
SI DEFINISCE PSICOLOGA MA E’ SOLO ISCRITTA ALL’ALBO B E NON PUO’ FARLO
Certi italiani non si arrendono. Ad esempio non si arrendono all’evidenza che non ci sia nessuna invasione.
Oppure non vogliono credere che dei bambini siano morti nel Mediterraneo perchè non c’era nessuno in grado di soccorrere un barcone che stava affondando.
Avrebbero dovuto farlo le motovedette della guardia costiera libica, ma non hanno fatto in tempo. Le famigerate Ong, quelle in combutta con gli scafisti, invece non hanno potuto intervenire.
Risultato: un centinaio di morti e tra loro tre bambini. A quanto pare per molti è perfettamente accettabile che degli adulti muoiano cercando di attraversare il Mediterraneo. Solo a giugno sono morte 564 persone nel tratto di mare che separa l’Italia dalla Libia.
Quasi nessuno ha battuto ciglio, anzi probabilmente qualcuno avrà pure pensato “così ne arrivano di meno”.
Eppure quando a morire sono dei bambini per qualche strana ragione è più difficile essere cattivisti. C’è chi preferisce non vedere le foto.
C’è chi le guarda e scopre che c’è un trucco, che sono state “ritoccate” con photoshop, che quei tre cadaveri non sono veri. Troppo rigidi, troppo bianchi. Finti.
Oltre mille persone sono morte dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo centrale. Nessuna di loro è riuscita a far parlare di sè quanto quei tre bambini che hanno messo a nudo l’ipocrisia dei sovranisti e degli xenofobi italiani.
Di quelli che ci spiegano ogni giorno che i migranti non scappano da nessuna guerra, che arrivano solo “giovanotti muscolosi” pronti a delinquere.
Per la verità c’è stato qualcuno che ha detto “meglio così”, altrimenti quei bambini sarebbero diventati adulti in Italia e sarebbero diventati dei criminali. Ma la maggior parte si è concentrata sulle ipotesi di complotto.
Ieri la giornalista del Fatto Quotidiano — un giornale che continua a raccontarci la storia delle Ong taxi del mare — Selvaggia Lucarelli ha scoperto uno di questi negazionisti.
Si tratta di Alessandra Maggia, quarantunenne dottoressa in tecniche psicologiche veronese, che su Facebook spiegava che i cadaveri erano troppo asciutti per essere quelli di tre bambini affogati.
Se fossero rimasti a casa — continua la Maggia in un altro commento — non sarebbero morti (e chi lo sa, magari sarebbero “solo” morti di fame).
Ma il problema non si pone, perchè tanto quelli «sono bambolotti del cazzo».
A complicare la situazione c’è il fatto che la Maggia abbia scritto e pubblicato un libro nel quale racconta la storia (vera) di Margot Kretz, nata in un lager Cecoslovacco nel 1943.
Come ricorda la Lucarelli la Maggia è anche andata in televisione assieme alla sopravvissuta dei lager nazisti per presentare il suo libro. Chissà se la signora Kretz sapeva di certi commenti pubblicati su Twitter riguardo al giorno della memoria.
Nella sua biografia su Facebook (nel frattempo ha chiuso i profili social e la sua pagina Facebook) la Maggia si definisce “psicologa”.
Essendo però iscritta all’Albo B dell’ordine degli psicologi in realtà non può definirsi tale ma solo dottoressa in tecniche psicologiche.
Il diritto ad utilizzare il titolo di “psicologo” si ottiene dopo il conseguimento della laurea magistrale (previo tirocinio e esame di abilitazione per l’iscrizione all’albo A).
Nei commenti al post della Lucarelli è intervenuto Federico Zanon, presidente di Altrapsicologia, che ha fatto sapere di aver inviato una segnalazione deontologica all’Ordine: «quelle dichiarazioni, oltre che di una barbarie inaccettabile, non sono in alcun modo compatibili con i valori della nostra professione».
L’Ordine degli Psicologi del Veneto ha deciso così di aprire due istruttorie per valutare eventuali procedimenti disciplinari.
Ad occuparsi del caso saranno la Commissione Tutela e la Commissione Deontologia dell’Ordine degli Psicologi del Veneto. Il Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Veneto Alessandro De Carlo ha precisato che «Se un iscritto alla sezione B dell’Albo si dichiara psicologo commette un illecito».
Il comunicato spiega che «La legge prevede la laurea magistrale in Psicologia e il superamento dell’esame di Stato per potersi iscrivere alla sezione A dell’Albo degli psicologi, condizione irrinunciabile per poter esercitare la professione nella legalità . Per definirsi psicologo bisogna essere iscritti all’Albo A, chi si iscrive all’Albo B è un Dottore in Tecniche Psicologiche.
La Commissione Tutela dell’Ordine degli Psicologi del Veneto, che si occupa di valutare gli esercizi abusivi della professione e l’usurpazione di titolo, lavorerà per valutare se tali situazioni si siano verificate».
Anche chi è iscritto all’Albo B è tenuto a rispettare il codice deontologico e la Commissione Deontologia dovrà pertanto valutare eventuali violazioni. La procedura, nel più grave dei casi, può concludersi con la radiazione dall’Albo.
Ma a prescindere da come andrà a finire l’esame della Commissione, sottolinea De Carlo, «l’assenza di empatia di fronte ad una vita spezzata è una sconfitta per chi fa il nostro lavoro».
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DELLA LEGA AVVERTE SALVINI: “I CITTADINI NON SONO SCEMI, SE NON MANTIENI LE PROMESSE…”
A Pontida “ho visto solo un sacco di gente interessata ad essere mantenuta”. 
Umberto Bossi guarda con sospetto la vocazione nazionale della Lega di Matteo Salvini e non riconosce più la sua Pontida.
In un’intervista al Corriere della Sera, il fondatore della Lega Nord non nasconde le sue perplessità .
“Parliamoci chiaro: non c’è una Regione del Sud che riesca a pagarsi la propria sanità . Cosa si vuole, che si continui a caricarla addosso alle regioni settentrionali?”.
Bossi invita alla cautela nella lettura del consenso leghista, non senza accenti polemici.
“Non credo molto ai sondaggi, la gente vota nelle urne. E comunque, se tutti i giorni fai una promessa e sollevi polveroni qualcuno finisci per tirarlo dalla tua parte. Ma i cittadini mica sono stupidi. Oggi ti votano, domani ti voltano le spalle se non mantieni tutte le promesse che hai elargito”
Convince poco anche la proposta della “Lega delle Leghe” in Europa, avanzata sul palco di Pontida da Salvini.
“Ma non si va da nessuna parte, non scherziamo. Come potete pensare che francesi o tedeschi si facciano mettere il cappello in testa da noi italiani? Su dai, guardiamo in casa nostra e rispondiamo alla nostra gente. Quella del Nord, eh”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
HANNO REGOLARE PERMESSO DI SOGGIORNO E SOLDI PER PAGARE, MA A COMO PREVALE IL RAZZISMO
A Como, se sei straniero, trovare casa è un’odissea.
“Pronto? Ho letto l’annuncio di un bilocale in affitto. Vorrei vederlo”. A chiamare è Olivia Piro, 67 anni, attivista di Refugees welcome, la onlus che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati. Sta cercando un appartamento in città per tre ragazzi del Senegal e del Gambia. Dall’altra parte della cornetta risponde l’impiegata dell’agenzia immobiliare. “Certo, fissiamo subito un appuntamento”. Prima di segnarlo in agenda, però, la signorina si accerta: “È per lei?”. “No, chiamo per conto di tre ragazzi africani che stanno cercando casa”.
Dopo qualche tentennamento, scatta la risposta di rito. “Mi spiace, ma il proprietario non intende affittare a extracomunitari. Arrivederci”.
Telefonate come queste, Piro racconta di averne fatte almeno una trentina. Da un mese e mezzo passa in rassegna gli annunci delle agenzie immobiliari e dei privati.
Ma ogni volta che alza il telefono per chiedere di vedere l’appartamento insieme ai tre ragazzi africani, la risposta è sempre la stessa: “Il padrone di casa affitta solo a europei”.
Ibrahima, Ousmane e Ba – 18,22 e 23 anni – sono arrivati in Italia con i barconi qualche anno fa. Scappati dalla povertà e dalle persecuzioni, hanno superato il deserto, fino alla Libia, da dove hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere le coste italiane. Il più piccolo, Ibrahima, ha lasciato il Gambia all’età di 13 anni dopo aver visto il padre e un fratello morire davanti a casa.
In Libia è rimasto prigioniero per otto mesi nei campi di detenzione fino a quando è riuscito a scappare e una famiglia libica se l’è preso a cuore e gli ha pagato il viaggio per arrivare in Italia.
Ora Ibrahima, Ousmane e Ba hanno tutti un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Lavorano come camerieri e lavapiatti in alcuni ristoranti del centro storico. La notte la passano nei dormitori della città .
Ogni mattina, alle otto e mezzo escono vestiti di tutto punto con camicia e grembiule e si presentano al loro datore di lavoro. Per tutto il giorno fanno la spola tra la cucina e la sala per portare piatti e comande a turisti e comaschi seduti ai tavoli per il pranzo o la cena.
Lavori in regola, con un contratto. Per qualche mese hanno messo da parte i soldi e ora vogliono andare a vivere da soli e costruirsi una nuova vita.
Ancora sprovvisti di patente, cercano un alloggio a Como, da cui poter raggiungere i locali dove lavorano a piedi o in bicicletta.
Ma, per ora, nella città che un mese fa ha accolto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con un tifo da stadio, hanno trovato solo porte chiuse. I proprietari degli appartamenti sembrano avere messo un veto e non si riesce ad aprire un dialogo.
“Non c’è mai stata neanche la possibilità di incontrarsi. Dicono di no a priori”, denuncia l’attivista. E a nulla è valsa la garanzia di Piro: “Ho provato pure a specificare che assicuro io per loro, anche economicamente, ma non c’è stato verso”. Tra le risposte collezionate in questi mesi, ricorda, ce ne sono state diverse: “Per mandarli via, se non pagano l’affitto, ce ne vuole di tempo”; “rovinano le case”; “se ne vanno portandosi via anche i mobili”; “entrano in tre e poi vivono in dieci”.
Fino ad arrivare ad ammettere: “Per un discorso di tranquillità preferiamo di no”. Ma Piro e i volontari di Refugees welcome non si arrendono: “Non ci fermiamo, continuiamo a cercare una casa per questi ragazzi”.
E poi, scherza l’attivista, “se vinco alla lotteria compro tutte le case di Como e le riempio di persone non europee”.
(da agenzie)
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