Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL GIOVANE SENEGALESE CHE DAL 2013 E’ PARTE ATTIVA DELLA COMUNITA’ SAREBBE DOVUTO RIENTRARE IN PATRIA IL 31 LUGLIO… BENVOLUTO DA TUTTI, ORA HA ANCHE OFFERTE DI LAVORO
Missione (per ora) compiuta: la mobilitazione di Castelbelforte, cittadina del Mantovano
amministrata dalla Lega, ha avuto successo ed è stato bloccato il rimpatrio di Fassar Marcel Ndiaye, il senegalese che dal 2013 è parte attiva della comunità e sarebbe dovuto rientrare nel suo Paese d’origine il prossimo 31 luglio perchè privo del permesso di soggiorno.
“Le 500 firme finora raccolte dai cittadini e presentate al prefetto di Mantova hanno avuto l’effetto sperato. Lunedì depositeremo ufficialmente in questura la domanda per il rilascio del permesso di soggiorno e Marcel potrà rimanere in Italia almeno per un altro anno e mezzo mentre l’iter andrà avanti — spiega Nunzia Zeida Vitale, l’avvocato che sta seguendo la vicenda — Nel frattempo, dopo 60 giorni dal ricevimento della domanda da parte della questura, lui potrà essere regolarmente assunto e ha già molte offerte di lavoro da parte di persone di Castelbelforte che lo conoscono bene e non vedono l’ora di dargli una possibilità . Siamo tutti molto soddisfatti”.
Del resto Marcel era ormai diventato una presenza fissa non solo in parrocchia, dove viene ospitato dal parroco don Alberto Ancellotti e collabora con la Caritas e altre associazioni di volontariato, ma anche alle sagre di paese e in tutti i momenti più importanti della vita della comunità .
“La festa che era già in programma il 29 luglio per salutarlo prima della partenza è stata rimandata, ma ci sarà comunque un momento di aggregazione in cui il parroco comunicherà ufficialmente alla gente la buona notizia” continua Vitale.
La permanenza di Fassar Marcel Ndiaye a Castelbelforte è vista positivamente anche dal primo cittadino leghista, Massimiliano Gazzani: “In questi giorni ha mantenuto un basso profilo, ma sostiene Marcel e mi ha detto che lo considera un fratello. Si è anche rivolto a lui in passato per risolvere alcune tensioni con la comunità senegalese locale” assicura l’avvocato.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
HANNO IMPARATO L’ITALIANO ALLA PERFEZIONE IN PARROCCHIA: TUTTI OTTO E NOVE
Quando ci libereremo, potremo contare anche su Uzair e Amber, i due bambini arrivati in Italia dal Pakistan coi loro giovani genitori.
Forse vi ho raccontato di questi belli, educatissimi, gioiosi, straordinari bambini. Lui e lei, in pochi mesi, da settembre, hanno imparato l’italiano a perfezione e hanno chiuso il loro primo anno di studi in Italia promossi a pieni voti: otto, nove ed anche alcuni dieci
Nel giorno delle pagelle hanno commosso ed emozionato gli insegnanti e le volontarie che li hanno aiutati nei compiti, nei corsi pomeridiani organizzati dalla parrocchia dei Santi Urbano e Lorenzo, a Roma nord, gestita da giovani, intelligenti frati Paolini, perlopiù polacchi e dell’Est europeo
La parrocchia è l’ombelico di una umanità che nel tempo si è arricchita di nuovi colori, di nuove lingue, L’Est, l’Africa, l’Asia. E in parrocchia, importa zero se Uzair e Amber, come i loro genitori, sono musulmani
A settembre Uzair farà la prima media, Amber terza elementare. Presa la pagella, non si volevano fermare, hanno chiesto di poter continuare a studiare tutta l’estate.
Lo hanno fatto a luglio grazie alla dedizione del gruppo parrocchiale. “Ora riposate un po’ magari studiate di tanto in tanto a casa…Ma riposate…Ci vediamo a settembre”, hanno detto loro le insegnanti della parrocchia
Uzair e Amber hanno promesso che giocheranno ma studieranno e tanto. Hanno i libri per l’estate, regalo delle insegnanti della parrocchia. Uzair e Amber hanno voglia di crescere, di conoscere, di costruire il loro futuro.
Papà e mamma non si fermeranno, lavoreranno.
Sono giovanissimi, alle spalle la povertà del villaggio di lei, la povertà della megalopoli di lui. Uzair e Amber hanno dei risparmi. Lentamente crescono, ora sono arrivati i regali per la promozione. Prima di accettarli, hanno chiesto ai genitori. ” Desideriamo tanto un tablet, quando avremo risparmi a sufficienze lo compreremo…”.
Buona estate ragazzi.
(da Globalist)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
SAREBBE AFFETTO DA LUPOPATIA, POSSIAMO RINGRAZIARE TUTTI I PARTITI CHE NON HANNO LE PALLE DI VIETARE IL GIOCO D’AZZARDO DELLO STATO BISCAZZIERE
I carabinieri hanno arrestato il presunto autore dell’omicidio di Emma Grilli, l’85enne uccisa a
coltellate in casa a Chiaravalle (Ancona) il 17 luglio scorso: si tratta di un 57enne, vicino di casa della vittima, affetto da ludopatia.
A scoprire l’omicidio era stato il marito 90enne di Emma, Alfio Vichi, al ritorno da un giro in bicicletta per comperare il pane. La donna era riversa sul lavandino della cucina, con varie coltellate, al collo e al torace, e alcune anche alle mani, segno che aveva tentato di difendersi dal suo assassino.
Nessun segno di effrazione della porta di casa, un appartamento al terzo piano in una palazzina in via Verdi vicina al centro storico di Chiaravalle. C’erano cassetti aperti e rovistati e anche alcuni portagioie aperti. Secondo alcuni familiari Emma Grilli aveva in casa una somma in contanti, che aveva raccolto insieme ad altri parenti per dei lavori alla cappella cimiteriale di famiglia.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL PARADOSSO: LE FORZE DELL’ORDINE “SI CONCENTRANO SULLA POSSIBILITA’ CHE QUALCUNO POSSA ESSERE STATO FOMENTATO DAI SOCIAL”… LEGGETE COSA SCRIVONO CERTI POLITICI SE VOLETE TROVARE GLI ISTIGATORE ALL’ODIO
Otto casi molto simili in tutte le parti d’Italia e il fantasma dell’emulazione come spiegazione per quelli che sembrano delitti razzisti.
Mentre Marco Arezio, l’ex dipendente del Senato che ha sparato a una bimba rom in strada a Roma, ammette che il fucile che ha utilizzato era modificato, ieri un uomo originario di Capoverde è stato colpito alla schiena mentre si trovava su una piattaforma di lavoro da un uomo che ha sostenuto di aver voluto sparare a un piccione.
Gli spari da pistole vere o ad aria compressa contro gli stranieri sono aumentati nell’ultimo mese e tanto basta, scrive oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, a far scattare le indagini degli apparati di sicurezza, che oggi propendono per la possibilità di una serie di gesti di emulazione ma senza escludere che dietro alcuni «attacchi» possa esserci una matrice di odio razziale.
Ecco perchè carabinieri e polizia stanno cercando di ricostruire nei dettagli ogni vicenda, concentrandosi sulla possibilità che qualcuno possa essere stato fomentato attraverso la «rete» dei social.
Un lavoro affidato alla Postale che sta monitorando «profili» esiti proprio per trovare tracce utili. Verifiche che si affiancano a quelle svolte da commissariati e stazioni dell’Arma per scoprire se dietro alcuni fatti possa esserci un’unica regia.
Senza dimenticare quanto accaduto a Macerata nel febbraio scorso quando Luca Traini sparò e ferì se istranieri «per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro», la giovane che era stata adescata da un gruppo dinigeriani.
In realtà , per quanto risulta dalle indagini, la Mastropietro è stata invece adescata (ovvero invitata a prostituirsi) da un italiano; soltanto dopo ha conosciuto i tre indagati per il suo omicidio.
I casi comunque sono tanti a cavallo tra giugno e luglio. A Caserta sono arrivati spari da una Panda in corsa contro due ragazzi ospitati in una struttura SPRAR, uno dei due è stato ferito all’addome. A Napoli il 20 giugno due ragazzi hanno colpito un ventiduenne alla pancia, mentre a Latina due persone che stavano aspettando l’autobus alla fermata di latina Scalo sono stati feriti dai colpi esplosi da un’auto. Sempre a luglio un immigrato originario della Guinea, ospitato in un centro di accoglienza, è stato colpito da uno sparo al volto.
Poi ci sono i due episodi di Forli a distanza di tre giorni l’uno dall’altro (un uomo ferito all’addome e una donna colpita a un piede sempre per strada) prima degli episodi di Vicenza e Roma. I magistrati di Roma che indagano sul ferimento della bimba rom di 15 mesi colpita il 17 luglio in una strada trafficata mentre era in braccio alla mamma dicono però che l’ex dipendente del Senato che ha sparato dal balcone del suo appartamento non mostra di avere alcuna tendenza razzista.
Resta però da capire come mai non si sia presentato ai carabinieri pur avendo saputo di aver ferito la piccola e soprattutto perchè avesse modificato l ‘arma per potenziarla. Non ha avuto il coraggio di dire che «volevo sparare a un piccione» come ha sostenuto l’uomo che in Veneto due giorni fa ha colpito alla schiena un operaio di Capoverde. Ma anche la giustificazione del «colpo partito per sbaglio» appare poco credibile.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL RAID IN PIENO CENTRO A SAN CIPRIANO D’AVERSA, VITTIMA UN GIOVANE DELLA GUINEA… L’ENNESIMO CASO FRUTTO DEL CLIMA DI ISTIGAZIONE ALL’ODIO
Colpito in pieno volto con una pistola ad aria compressa. Vittima, un immigrato della Guinea,
ospite in un centro di accoglienza di San Cipriano d’Aversa, in provincia Caserta.
Lo straniero, richiedente asilo, ha denunciato l’accaduto oggi, venerdì 27, ai carabinieri di San Cipriano d’Aversa. Il fatto, ha detto, si è verificato ieri sera in pieno centro. Ha riportato una ferita superficiale, guaribile in pochi giorni.
Il giovane ha raccontato di essere stato avvicinato da due ragazzi in moto, che hanno poi fatto fuoco con l’arma ad aria compressa, colpendolo al volto.
Qualche settimana fa un episodio simile avvenne a Caserta, denunciato da due immigrati africani, uno dei quali rimasto ferito mentre due giorni fa, nel vicino comune di Villa di Briano, un gruppo di cittadini manifestò per strada contro l’arrivo di un gruppo di immigrati.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
MA COME FUNZIONA BENE LA SANITA’ LIGURE, MODELLO LEGHISTA… PRIMA GLI ITALIANI, MA TRA UN ANNO
Dal 1993 la sua situazione clinica è difficile, come riportano referti medici: Maria Lucia Mustica, 70 anni, residente a Ventimiglia alta, gravi problemi di deambulazione, si è rivolta ai carabinieri per segnalare quello che secondo lei è l’ennesimo caso di malasanità .
«L’ortopedico di turno la scorsa settimana nell’ospedale di Sanremo ha disposto una Tac e alcune ecografie perchè ho sempre forti dolori alla spalla destra e alla testa a causa della mia malattia che crea complicazioni continue a muscoli e ossa — racconta la donna — È stato gentilissimo, ma quando ho telefonato al call center delle prenotazioni mi è stato risposto che l’Asl poteva sì fissare l’ecografia il 26 luglio però la Tac non poteva essere effettuata prima del luglio del 2019. Un anno esatto dopo. Vero che non fosse urgente, altrimenti l’ortopedico lo avrebbe indicato nella sua richiesta, ma il medico aveva prescritto che comunque la Tac si facesse in tempi rapidi. Data la mia malattia, non riesco a camminare bene, cado spesso, devo essere controllata di frequente».
La casalinga si è anche lamentata con i carabinieri del fatto che nel 2008 le hanno tolto lo stato di infermità (dell’88%) nonostante le sue condizioni di salute accertate dal medico di famiglia: «Per le diverse affezioni della quale è colpita — scrive, infatti, lo specialista – ritengo che la mia paziente possa svolgere solo con difficoltà le normali attività delle vita quotidiana».
La donna è disperata: «Viviamo con la pensione di mio marito e devo spendere cento euro al mese di farmaci perchè lo Stato non mi aiuta. Vorrei che rivedessero la mia situazione clinica». Intanto dovrà spendere altro denaro: «Ho dovuto rivolgermi ad una struttura privata che mi ha garantito la visita per la Tac pochi giorni dopo».
Andrà oggi a “Villa Esperia” a Bordighera: «Tanti pazienti si trovano nella mia stessa situazione medica ed economica e sono costretti a pagare visite private».
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 27th, 2018 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI 150 MILITARI SULLE CONDIZIONI ALLUCINANTI IN CUI SONO COSTRETTI AD OPERARE PER FARE UNO SPOT AL GOVERNO… LA SEDICENTE DESTRA SOVRANISTA TACE, NOI NO
Gentile Ministro Elisabetta Trenta,
quando si è diffusa la notizia dei 150 militari impegnati nella missione “Strade sicure” che hanno chiesto di rimodulare le consegne e le condizioni di svolgimento del servizio, sono stato contattato da diversi giovani, donne e uomini, che mi hanno raccontato la rispettiva esperienza.
Inizia così una lettera aperta che l’avvocato dei 150 soldati impegnati nell’operazione “Strade Sicure”, Giorgio Carta, scrive al ministro della Difesa.
A sentire i loro racconti, sorge il sospetto che la collettività non tenga in sufficiente conto i disagi ed i pericoli per la salute di questi ragazzi che siamo da tempo abituati a vedere schierati nelle nostre strade e che ci danno una benefica sensazione di sicurezza già solo con la loro presenza.
Confidando nella buona impressione che lei umanamente suscita, mi chiedo se la posizione di vertice al ministero della difesa le consenta di conoscere appieno i problemi concreti ed i disagi della truppa. Sono disagi che, da lungo tempo, io constato quotidianamente nei tribunali militari, allorchè vedo padri di famiglia processati, per esempio, solo per essersi seduti sul mezzo per ripararsi dal freddo e, se non ancora in servizio permanente, addirittura posti in congedo dopo la condanna.
A tal fine, voglio riportarle due testimonianze pervenutemi oggi via email. Per spirito collaborativo, non per polemica, sia chiaro, ma vorrei che le leggesse anche lei per farsi un’idea sulle possibilità di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini in uniforme, ovviamente una volta fatti i dovuti accertamenti sui fatti da loro narrati.
Un ragazzo mi ha scritto: «Siamo di stanza temporanea a (…), dunque impiegati nell’operazione ormai conosciutissima “Strade Sicure”. Voglio metterla al corrente delle condizioni in cui lavoriamo: mi riferisco particolarmente alle condizioni alloggiative al limite della decenza, camere affollate da 6 persone, senza adeguati arredi per sistemare il vestiario, bagni fatiscenti da condividere con almeno un complesso, quindi circa 100 persone, sistemati in una caserma (…) che rasenta il limite dell’agibilità . Voglio passare ora alle condizioni di servizio al limite della resistenza del militare stesso: mi riferisco a gap, compresi di piastre antiframmentazione inadeguate in ambito nazionale, oltre a taglie spropositate per la nostra statura, maschere nbc obbligati a portarle al seguito nonostante scadute e quindi non utilizzabili in ambito operativo, nel nostro caso a cappelli (…) usati a temperature elevate senza potersi proteggere dal sole e mezzi che non supererebbero alcuna revisione in ambito civile, riposi sistematicamente non garantiti in quanto sottorganico. Come ultimo punto voglio presentare anche l’aspetto economico, non per quanto riguarda l’onere, stabilito da legge, ma per il fatto che ci viene retribuito in tempi biblici aspettando anche 6 mesi per vedere il nostro compenso».
Una ragazza mi ha invece scritto: «Oggi abbiamo un po’ tutti letto la novità sul servizio. Così ci hanno ripagato: sui siti fissi oltre ad indossare il completo armamento di 20 kg o poco più, dobbiamo aggiungere la maschera sul fianco libero, così da rendere più pesante il servizio delle 6 ore in piedi sotto il sole cocente.
Mentre nelle pattuglie dinamiche con il mezzo dobbiamo tener indossato il combat jacket e solo in questo caso ci hanno agevolato nel non mettere il gap quando scendiamo dal mezzo per controllare i punti sensibili (che prevede circa una sosta di 10-15 min). Spero che riuscirete a dare una svolta a questo servizio. Io parlo per me ma siamo tutti nelle stesse condizioni. I gap non sono delle misure giuste quindi fanno molto male. Ho la schiena distrutta, il gap sul cinturone comprime sia l’osso sacro che le ovaie, le varici sulle gambe stanno prendendo il sopravvento, sembrano quasi dei tatuaggi… Ci stanno distruggendo… Ma io mi chiedo a quale scopo? Sì che dobbiamo fare deterrenza ma non possiamo distruggere il nostro fisico così. Non ci mettono nella condizione di prestare con serenità il nostro servizio».
Tanto premesso, signora Ministro, le rivolgo una proposta indecente: vuole incontrare — direttamente e senza la consueta presenza di superiori che potrebbe inibire il dialogo — alcuni militari di truppa impegnati nella missione “Strade sicure”, per farsi raccontare in quali condizioni riferiscono di essere impiegati?
Se è d’accordo, sarei ben lieto di portargliene qualcuno direttamente in via XX settembre, con la garanzia che il contenuto dell’incontro resterebbe riservato, se lo desidera, e sarebbe liberamente da lei valutato ai fini un suo eventuale interessamento sulla vicenda.
È una proposta che, sia chiaro, mi sento di fare solo ad un Ministro che ispira fiducia già solo col suo aspetto rassicurante e che confido potrebbe accettarla con sincero interesse.
Ci pensi: sarebbe un’ottima occasione per dimostrare a tutti che la classe politica è davvero cambiata e che ha davvero a cuore le condizioni degli operai con le stellette.
Anticipatamente grazie per la risposta, anche riservata, che vorrà darmi.
avv. Giorgio Carta
(da “GrNet.it – Sicurezza e Difesa“)
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Luglio 27th, 2018 Riccardo Fucile
LO STOP NON CI SARA’ PERCHE’ NON HANNO LE PALLE DI RISCHIARE DI FAR SALTARE L’ALLEANZA CON LA LEGA… PIU’ FACILE TRADIRE GLI ELETTORI CHE RISCHIARE LE POLTRONE
Tav o Tap? Chi va giù dalla torre: il nord o il sud? I voti presi sulla promessa di bloccare la Torino-Lione o quelli incassati con l’impegno di campagna elettorale di abbandonare il progetto del gasdotto a Melendugno nel Salento?
I vertici del M5s al governo hanno capito che dovranno scegliere: non potranno ottenere entrambi gli stop.
E mentre sul Tap ormai da giorni cominciano a prendere contromisure per preparare l’elettorato a digerire l’amaro boccone, sulla Tav fanno fatica, agitano qualche residua speranza.
Anche se, a sentire i leghisti al massimo potranno ottenere un ridimensionamento dell’opera per risparmiare. Stop.
Per il resto, non c’è una maggioranza in Parlamento. E per bloccare la Torino-Lione servono i numeri: in aula e anche in legge di stabilità . Una vera clava per un Movimento eletto anche per le sue bandiere No Tav e No Tap, con Beppe Grillo che anche oggi sul suo blog insiste sulle ragioni del no.
Oggi da Palazzo Chigi prendono tempo. Di Tav non si è mai parlato con l’alleato leghista, dicono dallo staff del premier Giuseppe Conte.
Il dossier è ancora in fase istruttoria sul tavolo del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli: nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo. Si deciderà in autunno, appunto, quando finirà l’analisi costi e benefici
Le grandi opere sono il primo tornante di questa inedita alleanza gialloverde. Una delle prove da superare in autunno, che si aggiunge alla difficile mission di far quadrare i conti pubblici con una legge di stabilità che si vuole imbottire con il reddito di cittadinanza, la flat tax e anche gli incentivi del decreto dignità per la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.
Il vicepremier Luigi Di Maio li ha quantificati in “300milioni di euro l’anno”.
Per non parlare del fatto che dire no alla Tav comporterà comunque un impegno di spesa: 2 miliardi di euro in caso di rescissione dei contratti, dicono dall’osservatorio di governo sulla Torino-Lione istituito nel 2006 dal governo Berlusconi III.
E poi le spese per rimettere a posto le cose come erano prima che iniziassero i lavori
Il diritto dei trattati è regolato dalla Convenzione di Vienna.
Adottata nel 1969, è a questa che ci si deve rifare nel caso in cui l’Italia decida di fermare la Torino-Lione, per la cui realizzazione Italia e Francia hanno sottoscritto quattro accordi internazionali (1996, 2001, 2012 e 2015).
L’ultimo, quello del 2015, è stato integrato con il Protocollo addizionale del 2016. Il via libera ai lavori definitivo è arrivato, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, quando i Parlamenti italiano e francese hanno ratificato l’accordo.
Dunque, anche un eventuale stop deve passare dal Parlamento. E lì i numeri non ci sono: Pd, Forza Italia e Lega non vogliono bloccare l’opera, votata in via definitiva in Senato nel 2014 (governo Renzi) tra le proteste dei cinquestelle e dei pochi parlamentari di sinistra.
Ma anche se ci fossero i numeri in aula, sarebbe complicato trovare una forma giuridica a qualcosa che non è mai successo prima: la rescissione di un trattato internazionale per atto unilaterale di uno dei contraenti, lo Stato italiano in questo caso.
Complicato far quadrare le promesse elettorali con la realtà . Sul Tap, per dire, il governo si sta già preparando a dire sì. Lo confermano le reticenze del ministro per il Sud Barbara Lezzi, nella recente visita in Puglia con tanto di scontro verbale con il governatore Michele Emiliano.
E martedì scorso, ci ha pensato il Fatto Quotidiano, organo molto vicino alla parte pentastellata del governo, a cominciare a preparare l’elettorato con una pagina tutta dedicata al gasdotto di Melendugno: “Gli ostacoli per bloccare il Tap: geopolitica, contenzioso, Trattati”.
Qualche giorno prima, il presidente Sergio Mattarella in visita in Azerbaijan con il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi aveva rassicurato le autorità azere sulla realizzazione dell’opera.
Se in Puglia non si può, forse si può in Piemonte, dove il movimento No Tav è da sempre meglio organizzato dei No Tap.
Basta andare su google: con Tav viene fuori la Torino-Lione, con Tap l’Air Portugal. Il Movimento alla sua prima esperienza di governo si agita sull’alta velocità .
Subito dopo il viaggio presidenziale in Azerbaijan, si allarma Toninelli: “Nessuno firmi il completamento dell’opera”, la Tav s’intende. Un avvertimento a chi nel governo si azzardi a definire dettagli sull’alta velocità tra Francia e Piemonte prima che la parte pentastellata abbia deciso.
Una correzione rispetto ad una precedente dichiarazione con cui il ministro delle Infrastrutture aveva seminato delusione in Val di Susa: la Tav è un’opera “che abbiamo ereditato. Se, quando è nata, ci fosse stato il M5s al governo, non sarebbe mai stata concepita in questa maniera, così impattante, così costosa. Il nostro obiettivo sarà quello di migliorarla, vogliamo migliorare un’opera che è nata molto male”.
E’ un dossier più che aperto. Salvini come al solito fa la parte del leone: “Dal mio punto di vista, sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro”. Poi aggiunge: “C’è da fare l’analisi costi-benefici: l’opera serve o no, costa di più bloccarla o proseguirla?”.
In un’intervista al Secolo XIX il leghista Edoardo Rixi, sottosegretario ai Trasporti chiarisce: la Tav “è un’opera strategica, ma ci sono fattori da chiarire: una galleria in pieno territorio francese è finanziata per il 35% dall’Italia e per il 40% dall’Europa. Parigi ci mette solo il 25%. Non va bene”.
Invece rivedendo l’opera si potrebbe risparmiare “anche sopra il miliardo di euro — continua Rixi – Migliorando il percorso, rendendolo meno impattante”.
Insomma, la Lega lascia chiaramente capire che al massimo si potrà rivedere l’opera per risparmiare. Non la si può bloccare. Tra i cinquestelle è panico. Si rimanda ogni decisione.
Luigi Di Maio si nasconde dietro Toninelli: “La Tav non è sul tavolo del governo, deciderà il ministro Toninelli quando incontrare il suo omologo francese”.
Dal ministero delle Infrastrutture fanno sapere che ancora in agenda non c’è incontro con le autorità parigine. Ma intanto i francesi si mostrano piuttosto tranquilli: “Osservo che in seno alla coalizione di governo i due vicepremier Di Maio e Salvini non sono per niente d’accordo”, dice all’Ansa Stephane Guggino, delegato generale del comitato della Transalpine. E però, aggiunge, l’eventuale decisione di bloccare la Tav “dovrà passare da un voto del Parlamento: qualcuno dovrà assumersi le proprie responsabilità “.
Mentre il Commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione, Paolo Foietta sottolinea di avere un “mandato fino al 31 dicembre 2018, definito dal presidente della Repubblica, che mi chiede di fare quanto è in mio potere per realizzare la Torino-Lione. E’ un incarico che sto cercando di onorare. Se si vuole modificarlo, lo si faccia con un atto e non con un post. Come previsto dalla Costituzione intendo ottemperare all’incarico che mi è stato affidato con disciplina e onore, rispondendo al governo, a cui torno a chiedere un incontro al più presto”.
Sul suo blog Beppe Grillo ci mette il carico da novanta smontando i “9 luoghi comuni sulla Tav”.
Il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia dice chiaramente che “ci sono infrastrutture più urgenti”. E ne ha ben donde: parla dalla provincia di Salerno, dal sud dove i treni sono un optional, non un mezzo di trasporto certo.
Ma la Tav è ancora lì, come uno spettro ad agitare i sonni di governo.
Peraltro, la polemica scoppia proprio a ridosso del weekend della Festa dell’Alta felicità in Val di Susa, organizzata ogni anno dai movimenti No Tav, direzione artistica di Andrea Bonadonna del centro sociale Askatasuna, uno dei più attivi nelle proteste contro l’alta velocità .
In programma molti concerti e dibattiti, tra gli altri Marina Rei, Francesco Di Bella. Domani in calendario anche una gita al cantiere di Chiomonte, dopo che nelle settimane scorse i No Tav sono tornati in piazza, anzi nei boschi della Val di Susa, con lancio di razzi e bombe carta: identificati in 25 dalle forze dell’ordine.
C’è da dire che questa parte di movimento non si identifica in toto con il Movimento Cinquestelle.
Ma il caso Tav e il suo omologo meridionale Tap restano uno scoglio altissimo per il M5s, una di quelle prove del nove che possono lasciare strascichi fatali proprio nell’elettorato più fedele: dritto al cuore del Movimento, il suo zoccolo duro da cui è nato tutto o quasi tutto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 27th, 2018 Riccardo Fucile
GESTIRE LE FERROVIE VUOL DIRE METTERE LE MANI SU 90 MILIARDI DI INVESTIMENTI
Volevano prendersi Trenord, hanno finito per mettere le mani su tutta Trenitalia. 
È il jackpot centrato della Lega di Matteo Salvini, grazie al ministro Cinque Stelle, Danilo Toninelli, il quale mercoledì pomeriggio ha licenziato via Twitter l’ad della società Renato Mazzoncini.
Un licenziamento “etico”, secondo il ministro, motivato dal rinvio a giudizio ricevuto in Umbria per una storia di truffa dal renzianissimo manager, nonostante questi fosse stato riconfermato in extremis dal governo Gentiloni.
Uno spoil system estremo che in realtà nasconde lo scambio spartitorio degno della più scafataPrima Repubblica: Cassa Depositi e Prestiti ai pentastellati, Ferrovie alla Lega.
Nel pacchetto il Toninelli ha anche messo la marcia indietro sulla fusione Fs-Anas, un mostro giuridico voluto da Renzi, apprezzato solo dai fedelissimi dell’ex segretario Pd.
Altra motivazione addotta da Toninelli per il siluramento, la disastrosa condizione del trasporto regionale: il ministro ha infatti incolpato Mazzoncini di aver investito troppo sull’alta velocità a scapito del Tpl. Un’accusa risibile alla luce dell’ultimo piano industriale triennale di Fs, tutto votato all’accaparramento del Tpl italiano, come dimostrano gli oltre 5 miliardi destinati all’acquisto dei nuovi treni regionali di Hitachi e Alstom.
Alla guida del colosso da oltre 8 miliardi l’anno di investimenti (tanti ne sono previsti nel 2018) molto probabilmente finirà l’unico manager spendibile dal Carroccio, Giuseppe Bonomi, l’uomo che la Lega mette nelle società ricche. Da Sea ad Arexpo. Gli altri nomi in lista, a partire da Maurizio Gentile, attuale Ad della controllata Rete ferroviaria italiana hanno poche chance.
Ma siamo sicuri che nello scambio i grillini abbiano fatto un affare? È tutto da vedere.
Perchè controllare le Ferrovie significa gestire oltre 90 miliardi di investimenti tra rete, tecnologia e materiali viaggianti, la maggior parte dei quali localizzati in Italia. Fs, tramite le sue controllate, gestisce i grandi lavori infrastrutturali del Paese, sceglie con i suoi bandi i fornitori; decide in quale direzione le università italiane debbano fare ricerca.
È, insomma, il primo committente del settore secondario e terziario italiano.
Ma, soprattutto, rispetto a Cdp, i suoi vertici hanno piena libertà di manovra nelle scelte di allocazione delle risorse, e controllare gli investimenti di una società che conta 81 mila dipendenti, e che dà lavoro ad altri 240 mila nella filiera, significa decidere circa il 2% del pil italiano.
Salvini si ritrova così a raccogliere i frutti delle scelte di Renzi, al quale va fatto risalire il disegno di fare di Fs una piccola Iri, un grumo di potere economico in grado di influenzare le scelte politiche anche delle varie amministrazioni locali.
Da queste pagine spesso abbiamo criticato la scelta del governo di lasciare mano libera a Fs nel fare man bassa dei vari contratti di servizio regionali: al posto delle gare competitive a livello europeo — auspicate da Antitrust e Corte Costituzionale -, l’esecutivo ha permesso che le regioni “regalassero” i trasporti regionali a Trenitalia con affidamenti diretti. Dal Lazio alla Sicilia, dalla Puglia all’Umbria.
Una posizione condivisa da molti parlamentari di M5s, che per anni hanno osteggiato la politica del trasporto pubblico locale italiana, raccogliendo voti dagli estenuati pendolari italiani. Quegli stessi pendolari che avrebbero voluto fortemente i “loro” pentastellati seduti nella sala comando di Fs e che invece si ritroveranno l’uomo di fiducia del “Comandante” Salvini.
Un esempio per comprendere quanto il cambio dei vertici di Fs abbia ripercussioni immediate su tutta la politica e sull’economia del Paese (e sul potere finito in mano al Carroccio), lo offre l’intricata situazione di Trenord, la società lombarda di trasporti ferroviari, partecipata paritariamente fino a pochi mesi fa da Regione Lombardia e Fs. Trenord nasce nel 2011 perchè la Lega — allora era ancora fieramente autonomista — sognava la costituzione della macro-regione del nord e sapeva che il primo passo del progetto doveva essere la creazione di un player ultraregionale in grado di sottrarre il controllo dei trasporti a Trenitalia.
Un matrimonio nato male e finito peggio, tanto che i due sposi si sono ritrovati a rimpallarsi le responsabilità per gli immani disservizi subiti quotidianamente dai pendolari della regione più industrializzata d’Italia.
Un rapporto burrascoso sfociato nel prossimo divorzio annunciato un po’ a sorpresa dal neo governatore lombardo Attilio Fontana. Secondo il piano del Pirellone, il servizio sarebbe dovuto tornare a dividersi: alcune linee a Trenord (controllata solo da Regione Lombardia), le altre affidate alla “nemica” Fs, in regime di concorrenza sfrenata.
Un progetto confuso, nebuloso, senza certezze temporali e giuridicamente intricato, tenuto nascosto da Fontana fino all’ultimo, che aveva suscitato le ire dei sindacati e le proteste delle opposizioni al Pirellone.
Alla luce di quanto successo a Roma mercoledì 25, tutto ha più senso: Fontana stava solo prendendo tempo, in attesa che la testa di Mazzoncini rotolasse dalla rupe. Nel frattempo, guarda un po’ le coincidenze, il governatore lombardo aveva nominato proprio Giuseppe Bonomi nel board di Ferrovie Nord Milano, la società regionale che gestisce Trenord.
Oggi, che le Ferrovie sono passate alla Lega, quel divorzio per incomprensioni gestionali, probabilmente, non sarà più necessario perchè tra leghisti ci si aiuta, non si fa la guerra.
Il Carroccio è riuscito così — dopo vent’anni di attesa e vani tentativi — a prendersi tutti i binari italiani. Un capolavoro politico per il quale Matteo Salvini dovrà ringraziare sempre quell’altro Matteo.
(da “Business Insider”)
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