Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
LA REPLICA DEL QUOTIDIANO LO GELA: “I FATTI NON SI PIEGANO ALLE CONVENIENZE”
Luigi di Maio risponde a Repubblica sulla vicenda del condono della casa di famiglia a Pomigliano d’Arco.
“Ho chiamato mio padre e gli ho chiesto cosa avesse combinato, mi ha spiegato che nel 1966 mio nonno, che ora non c’è più, costruì la casa dove vive tuttora la mia famiglia. Nel 1966 mio padre aveva sedici anni – ricorda Di Maio – e la casa fu costruita in base ad un decreto regio del 1942, ancora vigente nel 1966. Nel 1985, quando mio nonno non c’era più, mio padre venne a conoscenza di una legge per regolarizzare qualsiasi manufatto costruito in precedenza, e chiese di regolarizzare la casa”.
Di Maio, che si lamenta di come “non sia bello vedere la propria famiglia sbattuta a pagina 10 come i ‘furbetti del condono edilizio”, prosegue ricordando che il padre “presentò una domanda ad aprile 1986, io nasco tre mesi dopo, spero che mi si riconosceranno le attenuanti dell’incapacità di intendere e volere. Mio padre presenta la domanda ad aprile ’86, io nasco a luglio ’86. Nel 2006 mio padre riceve la risposta del comune che gli dice di pagare duemila euro e regolarizzare così la casa costruita nel 1966. Questo sarebbe il grande scoop di Repubblica, io condonista… Peccato però che non abbia mai titolato per gli scudi fiscali sotto i governi Renzi, Letta e Gentiloni”.
E aggiunge: “Mi perdonerete se oggi ho comprato Repubblica non lo farò spesso, lo farò solo quando serve”.
Ecco la risposta di Repubblica
I fatti non si piegano alle convenienze. È una delle regole attraverso cui passa la credibilità e la trasparenza di un leader politico. Prendiamo atto che il vicepremier e capo del M5S Luigi Di Maio lo abbia appena sperimentato, confermando in una diretta Fb tutto quello che Repubblica – rigorosamente attenendosi a dati pubblici e incontestabili – aveva scritto, relativamente alla sanatoria concessa a suo padre, dal Comune di Pomigliano d’Arco, nel 2006, avente per oggetto il palazzetto in cui risulta residente il leader del Movimento.
Di Maio, tuttavia, anche stavolta incorre in qualche imprecisione. E in alcune omissioni.
Sfrondando l’intera vicenda di meta-messaggi e sarcasmo sulla libertà di stampa – che appesantiscono la verità come un abuso su uno scheletro d’immobile – per estrema chiarezza, ripercorriamo alcune evidenze.
Primo punto, tecnico. Suo padre, il geometra ed imprenditore edile, Antonio Di Maio, ha effettivamente chiesto ed ottenuto un condono per manufatti ed ampliamenti abusivi, eseguiti al secondo e terzo piano, richieste che sono state depositate in Comune a partire dal post-terremoto esattamente come abbiamo rilevato e raccontato? Sà.
Invece qui cominciano i ‘ma’ dell’onorevole Di Maio.
“Ho letto Repubblica (…), ho chiesto a mio padre cosa hai combinato. Mio padre presentà³ una domanda ad aprile 1986. Ma la casa fu costruita nel 1966, realizzata da mio nonno in base al Regio decreto del 1942″.
Una genealogia interessante, ma c’è una prima imprecisione. Due terzi della casa, ovvero secondo piano e terzo piano sono connotati da abusi che, secondo quanto registrato negli atti, sono stati realizzati almeno dieci anni dopo. Ciò non toglie che si sia trattato di ampliamenti per complessivi 150 metri quadri.
Secondo punto. Tecnico. Suo padre ha effettivamente definito tutta la pratica nel 2006, col pagamento di 2mila euro a fronte di quel volume, tra nuove camere da letto, tinello e studiolo con lucernai ed altro? Sà.
“Mio padre riceve la risposta del Comune che gli chiede di pagare 2mila euro”, spiega ancora Di Maio.
Anche qui c’è una omissione. A quanto pare, il papà geometra – nonostante la sua esperienza e la competenza tale da esaminare pratiche altrui per il Comune – aveva sbagliato a proprio favore il calcolo di alcuni – pochi – metri quadri. Una dimenticanza certamente non voluta.
È vero o no che fu costretto a tornare a Palazzo e a saldare quella differenza?
Terzo ed ultimo punto. Politico. “Questo sarebbe il grande scoop di Repubblica. Mi perdonerete oggi ho comprato Repubblica, non lo farò spesso”, dice Di Maio che addirittura consiglia di mettere “più amore” nella cronaca politica; riecheggiando anche qui antichi slogan berlusconiani.
Il vicepremier Di Maio, se leggesse di più e meglio, saprebbe cose che evidentemente in casa, gli erano sfuggite, almeno da 12 anni.
E soprattutto dica cosa pensa del condono e di come possa ora vietare a Ischia ciò che in casa sua era stato concesso.
I fatti, come lui stesso ha dimostrato spiegando, non si piegano alle convenienze.
Conchita Sannino
La Repubblica
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
CERCA DI REPLICARE ALL’EVIDENZA E NON FA CHE CONFERMARE L’ABUSO EDILIZIO…SE STAVA ZITTO ERA MEGLIO
Oggi Repubblica ha raccontato la curiosa vicenda del signor Antonio Di Maio, padre del Capo
Politico del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio, che nel 1986 usufruì del condono edilizio varato dal governo Craxi.
Per quell’abuso edilizio il signor Di Maio pagò nel 2006 appena 2mila euro, un affarone visto che in totale stiamo parlando di circa 150 metri quadri di superficie abitabile in più creati in maniera abusiva.
Di Maio ammette che suo padre ha usufruito del condono edilizio del 1985
Il Capo Politico del M5S spiega che il quotidiano Repubblica «si è inventato questo scoop» relativo al condono dell’abuso edilizio richiesto dal padre. Di Maio si lamenta che Repubblica ha “sbattuto la foto” della sua famiglia. Foto che però non è stata rubata visto che è stato proprio il vicepremier a pubblicarla il giorno di Pasqua sulla sua pagina Facebook.
Il ministro del Lavoro racconta di aver chiamato il padre per chiedere «ma nel 2006 che cosa hai combinato?». Il signor Di Maio ha spiegato al figlio che «nel 2006 è arrivata una risposta del 1985 che riguarda la casa a una casa costruita nel 1966». Questa risposta conferma quello che è scritto nell’articolo di Repubblica che dice appunto che nel 1986 il signor Di Maio ha presentato una richiesta di sanatoria che è stata concessa vent’anni dopo.
La storia della casa abusiva del papà di Di Maio
Il Capo Politico del M5S la prende alla lontana: «Nel 1966 mio nonno costruisce la casa in cui vivono oggi i miei genitori e vive mio fratello e mia sorella con suo marito. Nel 1966 aveva all’incirca sedici anni. Mio padre costruisce una casa in base ad una legge che era il regio decreto del 1942».
Immaginiamo che qui il vicepremier stia facendo riferimento alla legge quadro urbanistica che imponeva l’obbligo di licenza edilizia per chiunque volesse costruire un immobile o fare ampliamenti ad edifici esistenti (legge poi integrata dalla Legge Ponte n. 765/1967 dell’agosto 1967).
Non dice però se il nonno avesse ottenuto la licenza edilizia oppure se la licenza era per una metratura inferiore a quella sanata grazie al condono del 1985.
Il fatto che il padre del vicepremier abbia chiesto di accedere al condono edilizio varato dai famigerati e cattivissismi governi precedenti però è un chiaro indizio.
Scrive Repubblica che nella casa dove ha abitato il vicepremier: «il secondo piano e terzo piano sono connotati da abusi che, secondo quanto registrato negli atti, sono stati realizzati almeno dieci anni dopo». Quindi non nel 1966. Gli abusi in questione sono «nuove camere da letto, tinello e studiolo con lucernai ed altro», in pratica — vista l’entità della metratura condonata — una casa abusiva aggiunta successivamente al “nucleo originario” della dimora Di Maio.
«Mio padre nel 1985 da geometra viene a conoscenza della legge che permette di regolarizzare qualsiasi manufatto costruito in precedenza». Quella legge non è una legge qualsiasi, è la legge 47 del 1985 nota anche come condono Craxi.
Una legge che permetteva di sanare gli abusi edilizi e a cui ovviamente hanno fatto ricorso molti italiani che erano proprietari di una casa abusiva o di un immobile dove erano stati commessi abusi. Secondo Luigi Di Maio invece il padre ha fatto ricorso a quella legge — di cui parlavano tutti, non stiamo parlando di un codicillo “da geometra” — sostanzialmente “per scrupolo” perchè «nell’85 è difficile che esistessero tutte le carte di quella casa» (costruita vent’anni prima, non duecento anni prima).
Ora è chiaro anche ad un bambino che le carte possono “non esistere” perchè sono andate perse (dove? nei cassetti di casa o al catasto?) ma anche perchè quelle carte — essendo stato commesso un abuso — non sono mai esistite.
Nel 2006 «diversi decine di anni dopo» (due, per l’esattezza) il padre riceve la risposta da parte del Comune. Di Maio non dice che si tratta — come riporta Repubblica — di un condono per opere di ampliamento fatte in anni diversi che tecnicamente si configurano come “ampliamento di un fabbricato esistente al secondo e terzo piano”.
Dice invece che il Comune ha risposto: «devi pagare duemila euro e regolarizzi quella casa costruita nel 1966». Ma come è possibile? Se la casa era stata costruita dal nonno rispettando le prescrizioni della legge urbanistica del 1942 allora era già in regola.
Viceversa se magari, nel corso degli anni, erano state fatte delle aggiunte — per un totale di 150 metri quadri — significa che dal 1966 al 1985 la casa ha subito qualche ampliamento non autorizzato.
Modifiche che in italiano si chiamano abusi edilizi. Proprio come quelli di Ischia.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
IL FONDO EUROPEO HA EROGATO FINO AD OGGI 5,2 MILIARDI, L’ITALIA NE HA AVUTI BEN 2,5… ALTRO CHE ACCUSARE LA UE, I SOVRANISTI DELLA DOMENICA ACCENDANO UN CERO VOTIVO
Rapace come un falco, armato non di artigli ma di smartphone, il ministro degli Interni Matteo Salvini si è fiondato sui luoghi veneti del disastro meteorologico per urlare il suo grido di battaglia “al diavolo le letterine, L’Europa ci dia i soldi!”.
Il popolo belante lo applaude e lo osanna convinto che l’Unione Europea si coalizzi contro il Belpaese per qualche decimale di punto di deficit lasciandolo morire esposto alle intemperie e all’austerity.
Cosa volente che ne sappia di come funziona l’Europa e quali meccanismi solidali abbia messo in piedi dalla sua costituzione per aiutare le popolazioni sfortunate che affogano nell’esondazione dei fiumi?
Proviamo a dare una risposta, premettendo che, a differenza dell’opacità del governo nostrano, la governance europea mette tutti gli atti on line disponibili alla pubblica consultazione.
La prima risposta è che dal 2002 esiste un fondo di solidarietà europeo che serve ad aiutare economicamente il Paese colpito da una calamità naturale. Questo fondo, denominato FSUE, è già intervenuto in numerosi disastri e, sorpresa, il maggior beneficiario è stata proprio l’Italia.
Dalla sua costituzione il fondo ha erogato circa 2, 5 miliardi all’Italia su un totale di 5,2. Insomma noi ce ne siamo presi quasi la metà .
Al secondo posto, ben distaccata, la Germania che ne ha beneficiato per 1 miliardo.
La seconda è che esattamente un anno fa è stata approvata una risoluzione, a firma Juncker (guarda come il destino si accanisce contro i sovranisti che lo sbeffeggiano come ubriacone), per la costituzione di un sistema integrato di protezione civile con dotazioni proprie che vada ad affiancarsi e sostenere finanziariamente le misure prese dai Paesi membri.
Questo sistema è denominato RescUE. RescUE però non si occupa solo di affrontare le emergenze, ma anche di mettere in atto, in accordo con gli Stati, misure di prevenzione.
La terza, ed è fatto noto anche ai lettori di questa testata, è che in un imbarazzante gioco delle parti questo governo ha rifiutato un prestito della BEI a condizioni vantaggiose che avrebbe consentito di spendere 800 milioni in opere di messa in sicurezza del territorio.
Ora pare che il ministro Costa, dopo aver scritto di suo pugno la lettera in cui annunciava il ritiro, abbia cambiato idea dopo le critiche.
Insomma, la UE avrà anche tanti difetti, e ne ha, ma non quelli che l’ardito Capitano vuol far credere.
Se fosse più saggio, risponderebbe con cordialità alla letterina inviata da Bruxelles. Altrimenti i soldi che invoca prenderanno altre vie.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
DILETTANTI ALLO SBARAGLIO: “NON RISPETTA LE DISPOSIZIONI VIGENTI IN TERMINI DI COPERTURA E DI LEGISLAZIONE CORRENTE DI BILANCIO”
Potrebbe essere considerata quasi un’inezia, visto il ben più ampio problema di finanza pubblica
derivato dallo scontro in atto fra Roma e la Commissione europea sulla manovra economica, ma anche il decreto sicurezza sembra che non rispetti tutte le disposizioni vigenti in termini di copertura e di legislazione corrente di bilancio.
Come accaduto a proposito della manovra economica, è ancora una volta il Servizio Bilancio del Senato della Repubblica a segnalarlo: «Per i profili di copertura, andrebbe innanzitutto acquisita conferma in merito alle disponibilità relative alle autorizzazioni di spesa ivi indicate», scrivono i funzionari di Palazzo Madama, che aggiungono come vada «evidenziato che il provvedimento non è al momento corredato dall’allegato che evidenzia gli effetti sia in termini di competenza, che in termini di impatto sui saldi di finanza pubblica».
Insomma un modo di legiferare ancora una volta critico, quantomeno lacunoso, almeno a giudizio dei servizi studi del Senato, che si concentrano sulle coperture per svariate decine di milioni di euro che le diverse disposizioni del Decreto sicurezza prevedono attingendo a Fondi speciali sia del ministero dell’Interno che del ministero dell’Economia.
«La circostanza, premesso che disattende ad una precisa disposizione della legge di contabilità (articolo 17, comma 4) — scrivono ancora i funzionari del Senato – rende al momento impossibile a fornire evidenza della compensazione dei maggiori oneri per la finanza pubblica contenuto, nel provvedimento, tenuto in debito conto i diversi criteri di imputazione della spesa in termini di competenza finanziaria e quelli invece come noto previsti in termini di cassa e di competenza economica, per ciascun annualità , in considerazione delle risorse indicate a copertura». Si evidenzia inoltre che sui fondi per coprire le nuove disposizioni del decreto sicurezza «andrebbe confermata l’esistenza delle relative risorse per ciascuna annualità in gestione libera da impegni già perfezionati o in via di perfezionamento». Insomma è come se il servizio Bilancio del Senato non si accontenti delle indicazioni contenute nel Decreto, ma vorrebbe maggiori certezze, soprattutto da parte della Ragioneria dello Stato. Andrebbero anche fornite «rassicurazioni» sul funzionamento «ai sensi della legislazione vigente del Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive», visto che parte delle coperture vengono distratte dal Fondo, e dunque mancherebbero adeguate rassicurazioni «sull’adeguatezza delle residue risorse che perverranno al Fondo di solidarietà a fronte della copertura di oneri di funzionamento a carattere permanente e dei fabbisogni di spesa prevedibili».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
UN DEGNO SOVRANISTA, POCHE SETTIMANE FA SI ERA DICHIARATO FAVOREVOLE A UNA ALLEANZA IN EUROPA CON I RAZZISTI… ORA RISCHIA L’ESPULSIONE
A rischio espulsione dal Movimento 5 Stelle, l’europarlamentare Marco Valli si è autosospeso. A dare l’annuncio è lui stesso su Facebook. “In merito alle notizie sul mio curriculum pubblicate sulla stampa, desidero scusarmi prima di tutto con il MoVimento 5 Stelle, coi cittadini, gli attivisti e i miei colleghi al Parlamento europeo per l’errore commesso e me ne assumo le responsabilità . Ho comunicato ai probiviri la mia autosospensione dal MoVimento e attendo le loro decisioni a riguardo”.
Ieri era circolata la notizia del curriculum e della laurea alla Bocconi di Marco Valli “spariti” dalla Rete e che sulla sua posizione sarebbe fatta richiesta di intervento al collegio dei probiviri, l’organo disciplinare del Movimento chiamato a decretare sanzioni sugli iscritti.
Qualche settimana fa lo stesso Valli, in un’intervista a La Stampa, aveva inoltre aperto a una possibile alleanza con i sovranisti europei, una posizione respinta dai vertici dei 5 Stelle.
Come scrive il Sole 24 ore, Valli ha dichiarato di aver studiato all’università Bocconi ma dopo alcuni controlli si scopre che questo non corrisponde al vero
Proviamo a contattarlo direttamente, ma senza successo: la mail inviata al suo indirizzo del Parlamento europeo viene letta, ma non arriva alcuna risposta. Continuiamo dunque la nostra ricerca e scopriamo che Valli non si è laureato all’università Bocconi. Pubblichiamo l’articolo e dopo qualche ora veniamo contattati dall’ufficio stampa del Movimento 5 Stelle a Bruxelles. Il giornalista ci spiega che Valli ha confermato di avere una laurea triennale presa in Bocconi e che non ha mai chiesto che il suo curriculum venisse tolto dal sito del Parlamento. Confermiamo all’ufficio stampa la nostra informazione: Valli non si è mai laureato in Bocconi.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA DICHIARATO DI ESSERSI LAUREATO ALLA BOCCONI, MA IN REALTA’ NON HA MAI SUPERATO UN ESAME
Il MoVimento 5 Stelle va molto fiero del Decreto Legge “Spazza Corrotti” che tra le altre cose
prevede l’obbligo per i partiti di pubblicare online il curriculum di ogni candidato.
Succede però che al momento il M5S non sia poi così trasparente.
Ad esempio da qualche tempo risulta molto difficile, se non impossibile, reperire informazioni riguardanti l’eurodeputato del MoVimento 5 Stelle Marco Valli eletto nel 2014 e attualmente membrdo della Commissione per i problemi economici e monetari e della Commissione per il controllo dei bilanci.
Come ha scoperto ieri il Sole 24 Ore sulla pagina di Valli sul sito dell’Europarlamento non risulta caricato nessun curriculum.
C’era però fino a qualche tempo fa dal momento che è stato rimosso il 29 settembre 2017. Di fatto al momento non è possibile reperire da nessuna parte un curriculum aggiornato di un nostro rappresentante politico a Bruxelles.
Anche le ricerche online non sono molto fruttuose.
Membro dal 2012 del Meetup lombardo (quello di cui era organizer il senatore Vito Crimi) Valli tentò senza successo di farsi eleggere in Consiglio Regionale.
Grazie a Webarchive è possibile trovate il ministro con la presentazione del candidato pubblicato all’epoca delle elezioni europee. Era caricato sul sito di Beppe Grillo ma dopo la separazione del sacro blog dalle attività politiche del MoVimento è andato perduto.
Si tratta però di un curriculum piuttosto scarno dove Valli si limita a scrivere «residente a Milano, nato a Milano, single. Maturità scientifica, laurea in economia aziendale, ECDL (European Computer Driving Licence)».
Stesse informazioni sono contenute nella scheda di presentazione per le elezioni europee dove Valli scrive di essere in possesso di una Laurea in Economia Aziendale. L’unica differenza è che mentre nel “curriculum” sul blog Valli scriveva «da maggio 2013 collaboro quasi a tempo pieno con i deputati della commissione finanze M5S a Roma» nella seconda scheda scriveva «nell’ultimo anno ho collaborato a tempo pieno con i deputati della Commissione Finanze del M5S a Roma».
Poca roba, e non è certo l’unico collaboratore parlamentare del M5S che è riuscito a conquistarsi un seggio da qualche parte.
Il problema di Valli però — scrivono i giornali — è che ha dichiarato di essere in possesso di una laurea alla Bocconi.
Al Sole 24 Ore però non risulta, anzi: Valli si sarebbe iscritto al corso di Economia Aziendale alla Bocconi ma non avrebbe superato nemmeno un esame.
Certo, è possibile che Valli si sia poi laureato altrove. Peccato che non ci sia online nessun curriculum in grado di fare luce sulla vicenda.
E del resto Valli su Facebook dopo la pubblicazione degli articoli sul suo cv fantasma non ha pubblicato post di smentite o di rettifica.
Il mistero rimane.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
E COME IN TUTTI I PARTITI AZIENDA DAVANTI AI PROBIVIRI CI FINISCONO LORO, NON I SERVI ATTACCATI ALLA POLTRONA
Con 163 sì e 59 no l’aula del Senato approva la fiducia sul decreto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Il decreto passerà ora alla Camera, dove è stato calendarizzato per il 22 novembre. Cinque senatori “dissidenti” del M5s vengono segnalati dal capogruppo Stefano Patuanelli al collegio dei probiviri del Movimento, che avvia un’istruttoria.
In tre – Gregorio De Falco, Paola Nugnes ed Elena Fattori – prendono la parola in aula, e affermano che, pur continuando a sostenere il governo, tuttavia non prenderanno parte al voto perchè in profondo disaccordo sui contenuti del decreto, considerato all’opposto rispetto alle politiche dei cinquestelle.
Non partecipano alla votazione anche Matteo Mantero e Virginia La Mura, che aveva firmato gli ementamenti e che su Facebook scrive: “Questo dl non mi appartiene, non è nel contratto”.
Altri due senatori pentastellati – Vittoria Bogo Deledda e Mario Michele Giarrusso – risultano malati. Si astiene, infine, l’ex M5s Carlo Martelli.
Alle votazioni non partecipa, invece, Forza Italia, mentre FdI si astiene. Il Pd vota contro. Durante la prima chiama, i senatori dem inscenano una protesta in sala stampa con cartelli e magliette con la scritta: “Decreto Salvini, più clandestini”.
Dure le parole del capogruppo dem Andrea Marcucci: “Questo provvedimento è una presa in giro per tutta la comunità nazionale, parlano di sicurezza, creano insicurezza e daranno spazio a centinaia di migliaia di immigrati clandestini nel nostro Paese. Questo è un decreto contro l’Italia, contro gli italiani e contro la sicurezza”.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
OPERE EDILIZIE ABUSIVE, DUE PIANI CREATI DAL NULLA
È la pratica numero 1840 del protocollo 7850 del 30 aprile 1986, è intestata al signor Antonio Di
Maio, oggi 68enne, già noto esponente del Msi a Pomigliano D’Arco e Repubblica ne parla oggi in un articolo a firma di Conchita Sannino.
La legge era la numero 47 del 1985, ovvero — quanto è piccolo il mondo — proprio il condono di Craxi che oggi viene richiamato nelle norme per Ischia volute dal M5S.
Per l’abuso edilizio di Di Maio nel 2006, ovvero la bellezza di vent’anni dopo, arriva la concessione e il conto da pagare: appena 2mila euro.
Una somma irrisoria, per l’ampiezza di un appartamento ricavato ex novo.
Ecco cosa rileva l’architetto responsabile del Servizio comunale: Di Maio padre ottiene il condono per una serie di opere edilizie, fatte in anni diversi. Tecnicamente: “ampliamento di un fabbricato esistente al secondo e terzo piano”. Nello specifico, ad un piano, è lo stesso Di Maio senior, registrato come “tecnico rilevatore” a segnalare che la superficie fuorilegge “utile”, cioè abitabile, è di 74,76 (mq), più altri 3 metri come “non residente”; mentre, sull’altro piano, è di 61,57 più altri 12.
Il totale fa 151 metri quadri, praticamente una nuova casa.
L’istruttoria conclusiva risale al 17 giugno del 2006: ci sono da pagare due rate di 594 euro, più gli oneri di concessione per 410 euro, più una differenza perchè si è distratto, ha misurato meno metri di quelli che risultano. Totale: 2mila euro.
Di Maio senior versa, la palazzina ora è pulita. Di Maio jr è già impegnato in politica (all’epoca suo padre sogna di presentarlo a Gianfranco Fini) ed è ventenne quando la pratica di papà si chiude
Tanto per ricordarne una, anche nella storia di Quarto c’era un abuso: quella di Rosa Capuozzo, che scatenò poi tutto l’ambaradan che portò in seguito alla sua espulsione dal MoVImento 5 Stelle.
Qualche tempo fa il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico pubblicò la sua dichiarazione dei redditi, allegando anche i dati di tutta la sua famiglia.
Il leader 5 Stelle ha un reddito di 98.471 euro; suo padre Antonio ha dichiarato 88 euro e possiede quote o frazioni di 4 fabbricati e 9 terreni; la madre Paolina insegnante di italiano e latino ha dichiarato 52.403 euro; la sorella Rosalba 11.530 euro e, infine, il fratello Giuseppe non ha dichiarato alcun reddito o proprietà .
Come prevede il Dlgs 33/2013 all’articolo 14 i parenti entro il secondo grado di titolari di incarichi politici sono tenuti a presentare le dichiarazioni dei redditi e della situazione patrimoniale.
Sta poi ai congiunti acconsentire alla pubblicazione dei dati.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA IMPONE ALLA CHIESA DI PAGARE L’ICI SUGLI IMMOBILI COMMERCIALI E AL GOVERNO DI RECUPERARE I 5 MILIARDI EVASI… ERA UNA DELLE BATTAGLIE DI GRILLO, ORA NESSUNO VUOLE INIMICARSI LA CHIESA PRIMA DEL VOTO
Ieri un silenzio politico tombale, come quello che si sviluppa intorno a certi condoni, ha accompagnato la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che impone alla Chiesa di pagare l’ICI sugli immobili commerciali e al governo di recuperarla, riformando una decisione della Commissione che abbuonava ai preti il pagamento della tassa negli anni 2008-2012 in virtù del fatto che fosse impossibile riscuoterla (LOL).
Il silenzio politico tombale veniva rotto soltanto dalle dichiarazioni di alcuni esponenti di Sinistra Italiana, che si rallegravano per la decisione, e di Michele Anzaldi del Partito Democratico che invece si schierava contro la sentenza.
Un silenzio di tomba avvolgeva in particolar modo i due partiti al governo, e a guardare bene cosa è successo ieri se ne comprende perfettamente il motivo.
Subito dopo la sentenza infatti l’ANCI ha fatto sapere che dal 2008 al 2012, ovvero gli anni contestati, la Chiesa ha evaso nei suoi immobili commerciali la bella cifra di un miliardo l’anno per un totale di cinque miliardi.
Ma la sentenza non è immediatamente applicativa e non opera un diritto al recupero delle somme da parte dei Comuni nei confronti dei soggetti che avrebbero illegittimamente beneficiato di queste esenzioni. Per farlo ci vuole una legge.
E qui casca l’asino capitombolando dalle scale.
Perchè Guido Castelli, delegato Finanza Locale Anci, ha spiegato che “sarà necessaria una norma di legge che individui il percorso, ove possibile, di recupero delle somme”. Ma a farla dovrebbe essere il governo Conte.
E il silenzio tombale con cui è stata accolta la sentenza viene spiegato in un retroscena pubblicato oggi da La Stampa a firma di Federico Capurso: alcuni grillini come il senatore Elio Lannutti avevano accolto con gioia la notizia della sentenza ma poi il vento è cambiato:
«Per questo è un cavallo di Troia», spiega una fonte dell’esecutivo, «perchè in Europa sono ben coscienti che non potremo mai chiedere così tanti soldi alla Chiesa cattolica, specie prima delle elezioni europee».
Il sospetto che si tratti di un boccone avvelenato lanciato da Bruxelles circola con forza sulla sponda grillina di Palazzo Chigi.
Fino a qualche tempo fa era lo stesso Beppe Grillo a chiedere che la Chiesa pagasse l’IMU, l’ICI e le tasse sugli immobili come i cittadini italiani.
Sul blog era una delle battaglie più presenti e dopo la sua elezione a Roma Grillo chiese alla Raggi di intervenire proprio sui soldi della Chiesa per rimettere a posto la città . Tutto dimenticato.
Anche perchè la Lega è stata chiarissima e ha detto di non avere intenzione di litigare con i preti sul tema. A quel punto, racconta sempre il retroscena, i giochi erano fatti:
Ascoltate le preoccupazioni leghiste, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sarebbe convinto a muovere gli sherpa della maggioranza per rassicurare Oltretevere sulle buone intenzioni del governo.
E ai parlamentari del Movimento sarebbe stata comunicata la retromarcia. Tanto che, improvvisamente, il referente dei Cinque stelle che si doveva occupare di studiare una legge con cui far tornare l’Ici nelle casse dello Stato, all’improvviso, scompare.
«La questione è in mano a Gianluca Perilli», assicurava in mattinata il capogruppo M5S a Palazzo Madama Stefano Patuanelli.
Nel pomeriggio, però, lo staff di Perilli assicura che «il senatore vuole mettere in chiaro che non si sta occupando di nessun provvedimento inerente alla sentenza. Se ne era occupato in passato».
Soltanto a Roma, fino a qualche tempo fa, l’Imu teoricamente dovuta al Fisco per gli immobili commerciali della Chiesa era calcolata in almeno 500 milioni l’anno.
Su 1314 alberghi, hotel bed & breakfast e strutture ricettive per turisti che ci sono a Roma, 273, ovvero un quarto, sono di proprietà della Chiesa.
Dice il Comune che ben 93, cioè il 38 per cento, non ha mai pagato l’Imu, mentre altri 59, ossia il 24 per cento la versano a intermittenza. Pagano regolarmente l’Imu soltanto 94. Meno di quattro su dieci. Così anche per la Tasi. Un terzo (80 su 246) non l’ha mai pagata.
Nel caso della Tari, la tassa sui rifiuti, siamo invece al delirio totale. Perchè delle 299 (o 297) strutture censite dal comune, soltanto 208 esistono nella banca dati della Tari, con una proprietà riferibile a 187 soggetti di cui, afferma il rapporto «purtroppo 30 privi di codice fiscale o partita Iva».
Le altre 91 risultano del tutto sconosciute al fisco comunale. Ora è tutto cambiato, però. Scurdammoce ‘o passato.
Anche se magari cinque miliardi in più per il reddito di cittadinanza avrebbero fatto comodo. O no?
(da “NextQuotidiano“)
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