Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTARE DAVIDE GARIGLIO SI E’ BARRICATO AL MINISTERO FINCHE’ NON HA AVUTO CONFERMA: LA COMMISSIONE NON E’ MAI STATA CONVOCATA, LE NOMINE SONO BLOCCATE
“Fino ad oggi, non c’è stata alcuna Commissione” per l’analisi costi benefici delle grandi
opere di rilievo nazionale, Torino-Lione compresa.
È quanto afferma il deputato torinese del Pd, Davide Gariglio, riferendo su Facebook dell’esito di una sua richiesta di accesso agli atti al ministero dei Trasporti.
“Toninelli – scrive Gariglio sul social network – aveva annunciato che la Commissione avrebbe terminato i propri lavori entro novembre, ma ad oggi non sono nemmeno ancora iniziati”.
L’esponente Dem spiega che “gli atti di nomina degli esperti incaricati di redarre il documento benefici-costi delle grandi opere sono attualmente privi di efficacia”.
E precisa che, “dopo più di 4 mesi dall’annuncio del ministro del fatto che c’era una Commissione di esperti, guidati dal professor Ponti, al lavoro sull’analisi benefici costi di Tav e grandi opere, le nomine sono ancora prive di efficacia, perchè la Corte dei Conti ha sollevato rilievi e solo oggi, ultimo giorno utile – conclude Gariglio – il Ministero ha trasmesso alla Corte la documentazione richiesta”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
A POMIGLIANO IL CASO IMBARAZZANTE DELLA CONSIGLIERA GRILLINA MARIA BUSIELLO COLTA IN FALLO… LA CASA COLONICA DA CONDONARE E LA PRATICA CHE FINISCE IN PROCURA
Conchita Sannino su Repubblica ieri ha raccontato il caso di Maria Busiello, consigliera del MoVimento 5 Stelle in quel di Pomigliano con villa da condonare, che era stata costruita come casa colonica e si è nel frattempo ingrandita.
Il sindaco di Pomigliano, dopo l’ennesima richiesta, ha trasmesso gli atti in procura. Oggi Repubblica torna sulla storia e le prime tre righe dell’articolo sono importanti perchè contengono gran parte della filosofia politica del MoVimento 5 Stelle:
«Una villa abusiva? No guardi: mio padre aveva un permesso. Certo, sì, è cambiata. Non posso spiegare ora, si tratta di cavilli. La faccenda è più lunga e complessa di come appare».
Maria Busiello è consigliera 5 Stelle a Pomigliano d’Arco, il comune del “capo” Luigi di Maio e il posto dove l’edilizia fuorilegge e condonata — o in attesa di condono — assume nomi finti, perifrasi di comodo o diventa oggetto di clamorose amnesie pubbliche.
Se commessa in casa pentastellata, beninteso.
In quella frase iniziale, nella quale Busiello nega che sia abusiva la villa per cui il marito ha chiesto un condono, c’è la summa del M5S quando viene colto in fallo: una frase completamente diversa sarebbe invece uscita dagli stessi esponenti politici se fosse stato “beccato” uno di un altro partito.
E subito dopo eccone un altro esempio:
«Noi non abbiamo mai chiesto nessuna sanatoria, faccia conto che la mia sia una casa di un contadino, siamo fuori mano, fuori paese. Poi mio padre l’ha passata a noi e la storia è complicata», ribatte la consigliera.
Sicura? «Niente richiesta di condono». Ne è certa? «Sì chiami domani, ora sono impegnata».
È una bugia. Lo testimoniano gli atti.
Quella famiglia ha infatti inoltrato al Comune di Pomigliano una richiesta di «accertamento di conformità », che, come osserva la legge, corrisponde ad un vero e proprio condono per sanare manufatti non coperti da permesso.
Ma il Comune, avendo rilevato numerose difformità , ha inviato il plico ai magistrati. Da quanto risulta a Repubblica, indaga la Procura della Repubblica di Nola: un altro tra i mille fascicoli di un ufficio impegnato su più fronti.
Allora praticamente funziona così: un ministro ha delle idee, ma se non vi piacciono ne ha delle altre. Una consigliera invece può negare il condono mentre il marito lo chiede. Non è una classe politica meravigliosa?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
NEL DECRETO HANNO INFILATO I CONDONI MA SI SONO DIMENTICATI DI METTERCI I QUATTRINI PER RICOSTRUIRE IL PONTE MORANDI
Piccole dimenticanze che possono capitare, per carità : non è mai successo a voi di
andare al supermercato per prendere il pane e scordarvi di prendere il pane?
La stessa cosa è successa al MoVimento 5 Stelle e alla Lega: hanno infilato di tutto nel Decreto Genova, dal condono per Ischia a quello per il Centro Italia fino al perdono per i fanghi alla diossina, ma hanno dimenticato i soldi per la ricostruzione del Ponte Morandi.
A scoprirlo sono stati i tecnici del Servizio Bilancio del Senato: secondo quanto prevede l’articolo 1 del decreto, i fondi concessi al commissario dovrebbero essere a carico del concessionario, alias Autostrade.
Ma se la società non pagasse, lo Stato anticiperà quei costi.
Da qui il rilievo del Servizio bilancio: “Si evidenzia in generale che non risulta illustrato il metodo di quantificazione dell’importo anticipato dallo Stato — si legge nella relazione — e che non essendo stata ancora quantificata la spesa totale che il Commissario dovrà determinare, risulta difficile ogni stima sull’adeguatezza del contributo statale”. Un’osservazione, quindi, sui costi totali della ricostruzione, che è stata già fatta dal Servizio bilancio della Camera e sostenuta più volte dalle opposizioni.
Inoltre, in riferimento all’articolo 1 che disciplina il ruolo e le funzioni del commissario, il Servizio bilancio di Palazzo Madama evidenzia ad esempio che non è stata associata un’adeguata copertura finanziaria per i dirigenti non generali (massimo 5) che potrebbero essere nominati in aggiunta a quello generale, in supporto all’attività del commissario.
In particolare — si fa notare — non è stata rimodulata l’autorizzazione di spesa fino a 1.500.000 euro per ogni anno del triennio 2018-2020 prevista inizialmente.
Altro punto debole, secondo la relazione, riguarda la possibilità per il commissario di ricorrere a soggetti esterni alle pubbliche amministrazioni: “Si prende atto che non è possibile stimare gli effetti finanziari ma che essi saranno contenuti rispetto al limite massimo delle risorse previsto.” Tuttavia, continua la relazione “sarebbe opportuna una quantificazione degli oneri per il trattamento economico accessorio del personale dirigenziale e non dirigenziale”.​
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
LO STATO HA DIMOSTRATO DI NON ESSERE CAPACE DI GESTIRE UNA COMPAGNIA AEREA… SE FOSSE CEDUTA A PRIVATI SAREBBERO LORO A PRENDERSI GLI UTILI O COPRIRE LE PERDITE
Un recente articolo a firma di Domenico Affinito e Milena Gabanelli sul Corriere della sera ha suscitato più di una reazione perplessa poichè, dopo aver passato in rassegna i fallimenti della gestione passata, imputata ai “privati” si domanda se “Lo Stato può fare di meglio?” e conclude che “dopo aver sperimentato ogni sorta di gestione disastrosa, conviene riprendersi la nostra ex compagnia di bandiera”.
L’approccio è quello tradizionale delle soluzioni politiche ai problemi tecnici troppo delicati per essere lasciati in mano agli specialisti, con tanto di intervento salvifico da parte dello Stato per risolvere gli immancabili fallimenti del mercato.
Si tratta però di un approccio che fa a pugni con la realtà e non servono particolari competenze tecniche per valutarlo — per inciso tra i tecnici esiste un consenso abbastanza unanime sulla inopportunità di ulteriori disastrosi interventi in favore di Alitalia in nome dell’Alitalianità .
Primo argomento semplice: se Alitalia fosse stata realmente lasciata in mano ai privati, non staremmo qui a parlare e a fare i conti dei danni scaricati sui contribuenti. I privati avrebbero potuto risanarla e incamerare gli utili ottenuti, oppure avrebbero fallito nell’intento e avrebbero dovuto fronteggiare le perdite.
Così invece non è stato: lo Stato ha sempre fortemente indirizzato tutte le esperienze di coinvolgimento dei nuovi soggetti privati nell’azionariato dell’azienda, in un primo tempo, mandando a monte l’ipotesi di fusione con Air France-KLM e “benedicendo” la cordata di imprenditori italiani costituita sotto la regia di Intesa Sanpaolo, per un costo opportunità pari ad almeno 1,7 miliardi di mancato prezzo di vendita, 1,2miliardi di crediti rimasti alla Bad Company e 300 milioni del primo prestito ponte e successivamente, dopo un “contributo” di Poste Italiane nel 2014, pilotando la vendita di metà della compagnia ad Ethiad Airways poi sfociata nell’amministrazione straordinaria che ha visto (per ora) un nuovo prestito ponte da 900m che difficilmente rivedremo indietro.
Dunque, la narrazione “i privati hanno fallito, lasciamo fare allo Stato” è molto lontana dalla realtà : a fallire sono stati i maldestri tentativi dei vari governi italiani di attuare una politica industriale che mantenesse in vita un’azienda incapace di competere sul mercato scaricandone gli oneri sui privati.
Secondo argomento semplice: giocare a lascia o raddoppia con un’azienda che perde soldi, senza intervenire sui fattori di ristrutturazione che, a detta di chi opera nel settore sono indispensabili per il rilancio, vuol dire con ogni probabilità continuare a distruggere denaro dei contribuenti.
A che vale osservare che il numero di passeggeri è destinato a crescere, come fa l’articolo del Corriere, se ad oggi l’azienda non si è dimostrata capace di servire la clientela realizzando degli utili?
Si parla di intervento di Trenitalia con partecipazione di minoranza assieme a un partner industriale: se quello che fa la differenza sulle sorti della compagnia è il cambio di rotta nella gestione, a che serve l’intervento dell’operatore ferroviario? Perchè dobbiamo continuare a mettere soldi in un’azienda che perde con il rischio concreto di non rivederli?
Terzo ed ultimo argomento semplice: gestire una compagnia aerea è un mestiere difficile e lo Stato Italiano ha dato ampia prova, da solo e in partnership con soci privati, di non essere capace di svolgere questa attività senza distruggere risorse dei contribuenti, perchè non la facciamo finita una volta per tutte?
Esiste evidentemente una good company per la quale aziende operanti nel settore sono disponibili a pagare un prezzo maggiore di zero, previo rispetto di alcune condizioni di fondo, a parte l’interesse di pochi politici e di un certo numero di dipendenti, cosa esattamente ci impedisce di vendere definitivamente quello che si può lasciando perdere temerari utilizzi delle ferrovie dello stato come veicolo di investimento societario?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
ERA EVIDENTE CHE LE IMPRESE TENDESSERO AD OCCUPARE MANODOPERA SOTTO IL PERIODO DEI 12 MESI …IL MERCATO DEL LAVORO HA DINAMICHE INTERNE CHE NON POSSONO ESSERE COARTATE DA REGOLE RITENUTE INSOSTENIBILI
In un tweet a commento dei dati Istat sull’occupazione di settembre Francesco Seghezzi,
un giovane e brillate studioso allievo di Michele Tiraboschi, ha scritto: ”Grande calo degli occupati a tempo indeterminato che diminuiscono di 77mila unità , mentre crescono di 27mila quelli a termine e di 16mila gli autonomi. Decreto Dignità non pervenuto”.
A tal proposito non va dimenticato che le nuove norme sono entrate in vigore il 1° novembre dell’anno in corso per rinnovi e proroghe stipulati successivamente.
Tuttavia, in un anno sono diminuite 184mila unità a tempo indeterminato (-1,2%) mentre sono cresciuti di oltre il 13% i contratti a termine.
Ciò, secondo Seghezzi, è il dato che impressiona di più e che dimostra che è avvenuto un cambiamento strutturale nel mercato del lavoro.
A quanto pare, tutti i tentativi di rendere più difficile e oneroso il contratto a tempo determinato sono falliti; viceversa, non hanno ottenuto il successo sperato le misure rivolte a favorire le assunzioni a tempo indeterminato.
Anche a seguito della legge di bilancio per il 2015 — quando le assunzioni e le trasformazioni a tempo indeterminato furono incentivate con un bonus di oltre 8mila euro all’anno per un triennio — vi fu un consistente balzo in avanti dei rapporti stabili, ma in numero di quelli a termine continuò ad essere superiore.
È bene precisare che parliamo di dati di flusso, perchè se si prendono in considerazione quelli di stock, l’Italia (con l’84% di rapporti a tempo indeterminato) è ai primi posti in Europa (mentre il numero dei contratti a termine è in linea con quello dei maggiori Paesi).
Ne deriva, pertanto, una constatazione ovvia: il mercato del lavoro ha delle dinamiche interne corrispondenti a esigenze che non possono essere coartate da regole e procedure dettate, nei fatti, da visioni ideologiche che continuano a giudicare standard una sola tipologia di lavoro mentre considerano forme spurie tutte le altre.
Un riscontro fattuale delle conseguenze del decreto dignità viene anche da una nota dell’Osservatorio Lavoro del Centro Studi della CNA (dati di settembre 2018).
”Complessivamente — è scritto – i nuovi posti di lavoro creati in settembre sono il 3,6% dell’intera base occupazionale registrata alla fine del mese (si tratta del secondo valore più alto dopo quello registrato a gennaio 2018) mentre i rapporti di lavoro cessati sono risultati invece pari al 4,0% della stessa (il secondo valore più alto dopo quello registrato a dicembre 2017).
Insieme, i flussi di lavoratori in entrata e in uscita, pari complessivamente al 7,6% dell’occupazione, hanno raggiunto il valore più elevato da quando esiste questo Osservatorio, segnalando un aumento del turn over nelle imprese monitorate.
Si tratta probabilmente di un primo effetto delle nuove norme in tema di lavoro contenute nel cosiddetto Decreto Dignità che, reintroducendo la causale per i contratti a tempo determinato di durata superiore all’anno, spingono di fatto le imprese a occupare la manodopera per periodi inferiori ai dodici mesi”.
È presto per tirare delle somme. L’esperienza insegna, però, che nessuno può costringere un’azienda ad assumere applicando regole e modalità che essa non ritiene (e non un fatto solo economico) sostenibili.
Tanto più che lo stesso decreto dignità e una sentenza della Consulta hanno rivisto e rimesso in discussione (rimodulando, il primo, l’ammontare dell’indennità risarcitoria e ridefinendo, la seconda, i poteri del giudice per la sua determinazione) le certezza dei costi in caso di licenziamento.
In termini generali, a settembre il tasso di disoccupazione è risalito al di sopra del 10% (al 31,6% quella giovanile).
Ovviamente il dato è rotolato sul tavolo del governo. Il ministro Luigi Di Maio avrebbe potuto limitarsi – come ha fatto – a chiamare in causa il rallentamento della crescita e del commercio internazionale, assicurando, invece, che la situazione sarebbe stata ampiamente recuperata grazie alla manovra espansiva del bilancio e al c.d. sblocco del turn over a seguito dell’introduzione di quota 100 a favore dei pensionamenti anticipati.
Nessuno (tanto meno chi scrive) sarebbe stato obbligato a credergli, ma la spiegazione avrebbe avuto una logica.
Il titolare dello Sviluppo e del Lavoro ha evocato, a sproposito, ”l’ultimo colpo di coda del jobs act”, dimenticando che questa filiera di provvedimenti, adottati nel corso della passata legislatura, è in vigore da un triennio e che, in questo stesso periodo, l’occupazione è aumentata fino a recuperare il livello precedente la crisi.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
IN 900 CITTA’ MANIFESTAZIONI DI SOLIDARIETA’ AL PROCURATORE SPECIALE DOPO IL LICENZIAMENTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SESIONS
In migliaia sono scesi in piazza in oltre 900 città degli Stati Uniti per reclamare che l’indagine sul Russiagate dello speciale procuratore Robert Mueller venga tutelata, dopo il licenziamento del ministro di Giustizia Jeff Sessions da parte del presidente Donald Trump.
“Save Mueller”, ovvero “Salvare Mueller”, scandiscono alcuni manifestanti a Washington dopo che l’inchiesta sulle presunte collusioni tra la campagna di Trump e il Cremlino durante le presidenziali del 2016 è stata affidata al nuovo ministro ad interim fedelissimo di Trump, Matthew Whitaker.
L’ex capo di gabinetto di Sessions è da sempre ostile all’inchiesta di Mueller alla quale potrebbe negare fondi o il via libera a ordini di comparizione.
La sedicente “patria della democrazia” si è ridotta a proteggere un traditore degli Usa.
(da “agenzie)
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Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
L’EVASORE FISCALE RAZZISTA NON AMA LE DOMANDE DEI GIORNALISTI E I SUOI SERVI XENOFOBI TAROCCANO PURE I VIDEO
Che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia un cattivo rapporto con i
giornalisti e con la stampa è noto.
Così come è noto che all’inquilino della Casa Bianca risultino particolarmente sgraditi alcune testate giornalistiche e alcuni network televisivi colpevoli, a suo dire, di diffondere fake news sul suo conto e quindi di mentire alla Nazione.
L’ultimo episodio riguarda Jim Acosta, corrispondente dalla Casa Bianca per la CNN che nei giorni scorsi è stato protagonista di un battibecco con il presidente.
Per la verità Acosta aveva semplicemente fatto notare — parlando della “carovana” che dall’Honduras sta lentamente risalendo l’America Centrale — che non c’era alcuna invasione in atto visto che i migranti si trovano letteralmente a centinaia di chilometri dal confine statunitense.
Trump ha tagliato corto dicendo che non era compito suo (di Acosta) guidare il Paese. Acosta a quel punto ha giocato la carta della domanda sull’inchiesta sul Russiagate scatenando l’ira del Presidente che ha detto che la CNN avrebbe dovuto vergognarsi di avere Acosta come dipendente.
Ma la cosa non è finita lì, perchè successivamente Acosta si è visto ritirare il pass che consente l’accesso alla Casa Bianca e alle conferenze stampa di Trump.
Il motivo lo ha spiegato in un tweet Sarah Sanders, la capo ufficio stampa del Presidente che ha accusato Acosta di aver messo le mani addosso ad una delle addette stampa della Casa Bianca che si occupa della “gestione” dei microfoni durante gli incontri.
Nel video pubblicato dalla Sanders si vede Acosta “aggredire” l’addetta che stava per togliergli di mano il microfono dopo che Trump aveva detto che non avrebbe più risposto alle domande della CNN.
C’è però un problema. Quel video al rallentatore e la zoomata sul bracco di Acosta enfatizzano volutamente il gesto del giornalista della CNN per dare l’impressione che sia davvero colpevole.
Guardando il video alla velocità normale, ovvero quella a cui sì è svolta realmente l’azione, la versione dei fatti data dalla Casa Bianca non regge.
Perchè si vede semplicemente Acosta gesticolare con la mano libera all’indirizzo del Presidente mentre l’addetta stampa cerca di sottrargli il microfono.
Nel tweet della Sanders manca anche l’audio, perchè altrimenti si sarebbe sentito il giornalista della CNN dire “pardon me madam but I’m..”.
Insomma il contatto c’è stato ma non è stato intenzionale e Acosta non ha davvero messo le mani addosso ad un’impiegata della Casa Bianca.
Ma c’è di più, in base ad un’analisi sui due filmati, quello originale mandato in onda da C-Span e quello pubblicato dalla Casa Bianca ci sono altre discrepanze.
Nel video dove il filmato di C-Span e’ a sinistra) nella versione data dalla Sanders — e quindi dalla Casa Bianca — alcuni frame vengono ripetuti.
Un’aggiunta che ha come risultato l’effetto di esagerare il gesto di Acosta.
È emerso poi che il video utilizzato nel tweet di Sarah Sanders è in realtà stato creato e postato originariamente su Twitter da Paul Joseph Watson, noto per essere un collaboratore del sito di estrema destra Infowars.
A sua volta Watson ha dichiarato a Buzzfeed di aver semplicemente scaricato il video (in realtà una GIF) da un tweet di The Daily Wire.
Il filmato quindi è stato manipolato, non dalla Casa Bianca direttamente, ed è stato utilizzato per giustificare l’esclusione della CNN dalle conferenze stampa presidenziali e degli altri membri del gabinetto di Trump.
La reale motivazione per cui il pass di Acosta è stato revocato è — secondo la CNN — «una ritorsione per le domande che hanno messo alle strette il Presidente durante la conferenza stampa».
In relazione alla costruzione della narrativa sull’episodio, che è stato trasformato in “incidente” e addirittura in aggressione, il Washington Post parla apertamente di manipolazione del filmato e di visual propaganda.
Mentre Sarah Sanders durante un incontro coi giornalisti si è limitata a ribadire che “c’è stato un contatto fisico” quello che emerge dall’analisi dei due filmati è che dopo aver accusato la CNN di diffondere fake news sul suo conto l’Amministrazione Trump sta effettivamente diffondendo notizie false, anzi creando notizie false, per poter giustificare il suo comportamento nei confronti della stampa e continuare a presentarsi — anche se questa volta la vittima è una stagista e non direttamente il presidente — come vittima dei giornali.
(da “NextQuotidiano”)
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