Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
STOPPATA L’ASTA SUL MARCHIO OLD WILD WEST, PERSI CENTINAIA DI POSTI DI LAVORO
La legge ancora non c’è. Ma l’ipotesi sul blocco domenicale nei centri commerciali,
paventata più volte da Di Maio, rende la vendita di Cigierre troppo rischiosa
La cessione della catena di ristoranti Cigierre, della quale fanno parte anche noti marchi come Old Wild West, è stata congelata dall’azienda.
Lo riporta il Sole24ore, che spiega anche il motivo della scelta del fondo internazionale Bc Partners, azionista di controllo del gruppo:
“La mancata vendita dell’azienda, che ha una valutazione di circa 750 milioni di euro, è il termometro dei timori degli investitori esteri per la situazione congiunturale in Italia e, nello specifico, per gli effetti ancora non calcolati del paventato provvedimento sulle chiusure domenicali dei centri commerciali, ormai diventato cavallo di battaglia del vicepremier Di Maio”
Tradotto: nonostante la legge ancora non ci sia, il possibile impatto sul settore derivante dalle chiusure dei grandi supermarket, dove il gruppo prende buona parte dei suoi ricavi, rende la vendita troppo rischiosa e incerta.
Una decisione, quella di Bc Partners, che secondo il vicedirettore del Sole24ore Alberto Orioli potrebbe essere la cartina di tornasole delle “conseguenze che i lavoratori subiranno per via della normativa”.
Perchè, sostiene, “in un paese dove il lavoro è già poco, ridurne le occasioni potenziali e reali è come minimo suicida”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
DA AGOSTO PERSI 15,6 MILIARDI, SEMPRE MENO INTERESSE A DETENERE TITOLI ITALIANI
Gli investitori esteri hanno sempre meno interesse a detenere titoli di stato italiani.
La fotografia che ci restituisce Bankitalia è quella di una vera e propria fuga degli investitori non residenti dell’Italia, iniziata subito dopo le elezioni che hanno portato alla formazione del governo Lega M5s.
Secondo i dati comunicati nel supplemento dedicato al fabbisogno e al debito pubblico che contiene i dati aggiornati allo scorso mese di agosto, l’ammontare dei titoli di stato nel portafoglio di investitori non residenti è pari a 656,8 miliardi di euro, in calo di 15,6 miliardi dai 672,4 miliardi del mese precedente e di ben 65,3 miliardi dal picco di aprile quando lo stock era pari a 772,1 miliardi.
Tenendo conto dello stock complessivo del debito pubblico, pari ad agosto a 2.326,5 miliardi, la quota di titoli in mano a investitori esteri ad agosto era pari al 28,2% circa del debito, mentre ad aprile si attestava sopra il 30%, al 31,2 per cento.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
HA RAGGIUNTO 2.331,3 MILIARDI E PENSIAMO A FARE ALTRI DEBITI
Ritorna a salire il debito pubblico. Nel mese di settembre è aumentato di 4,7 miliardi
rispetto ad agosto, risultando pari a 2.331,3 miliardi.
Lo rende noto Bankitalia nel supplemento al Bollettino Statistico ‘Finanza pubblica, fabbisogno e debito’.
Il fabbisogno, pari a 20 miliardi, è stato solo in parte compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (15,4 miliardi, a 49,6).
Gli scarti e i premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione dei tassi di cambio hanno complessivamente incrementato il debito di 0,1 miliardi, spiega Via Nazionale.
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 4,8 miliardi e quello degli Enti di previdenza è diminuito di 0,1 miliardi. Il debito delle Amministrazioni locali è rimasto pressochè invariato, aggiunge Bankitalia.
I mercati reagiscono al braccio di ferro tra Italia e Ue. La risposta inviata dal Governo italiano sulla manovra, non è piaciuta a Bruxelles e l’Italia va incontro a una possibile procedura d’infrazione, già chiesta da Austria e Olanda.
Tra una settimana il nuovo giudizio di Bruxelles sul documento italiano. Il rendimento del decennale avanza al 3,503%.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
TONINELLI NON HA SAPUTO DARE DIGNITA’ ALLA MEMORIA DELLE VITTIME TRASFORMANDO UN ATTO DOVUTO IN UN IMBROGLIO CON FANGHI E CONDONI
La misurata e riflessiva presidente del Senato Elisabetta Casellati ha ragione da vendere.
Che cosa c’entrava il pugno chiuso del ministro Toninelli con i morti di Genova? Contro chi doveva sollevare il braccio destro e la mano chiusa il ministro?
La sfida, a chi, perchè, quando non è riuscito a dare dignità alla memoria delle vittime trasformando, non solo lui, il provvedimento nato sulle macerie del ponte Morandi, con famiglie distrutte per sempre e le tante lacrime sparse dai genovesi, in un quasi Milleproroghe, con fanghi e condoni che niente hanno a che fare con il dolore del 14 agosto?
Così come non ha senso applaudire fuori registro e fare tante altre cose, purtroppo indegne, nelle aule parlamentari, per fortuna non diventate ancora bivacco come qualcuno auspicherebbe.
Il pugno chiuso di Toninelli non va oltre l’esultanza di un calciatore sotto la curva, che magari ha motivazioni più forti e più acconce del ministro (ma non sempre).
Da Toninelli non attendiamo nè gaffe nè pugni chiusi. E’ governo, è al governo. E sono le minoranze, semmai, a sfidare il potere, non il contrario.
A meno che Toninelli non ritenga di essere minoranza della storia oppure non si voglia candidare a far passare per storia minore il suo vissuto politico, agitandosi come se avesse vinto fuori casa con la squadra da battere.
Ministro, la squadra da battere è lei. E’ lei la maggioranza, se ne renda conto.
E se avesse ottenuto un risultato esaltante partendo da 20 a 0 allora, ne avrebbe avuto buon diritto.
I pugni chiusi sono degli ultimi, di chi combatte una causa, dei rivoluzionari che spesso non vedono gli esiti delle loro giuste battaglie.
E’ quello di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico, vincitori di un’Olimpiade in nome di un’America ostile ai neri, di una patria che li considerava non degni.
Nessuno ha vinto oggi, ministro Toninelli, nell’aula del Senato.
La legge su Genova era un suo dovere, e nient’altro.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
LA MELONI FA LA PARTE CHE LE RIESCE MEGLIO, QUELLO DELLA BADANTE DI SALVINI E VOTA A FAVORE, FORZA ITALIA SI ASTIENE PER EVITARE DI SPACCARSI, NEL M5S SONO IN DIECI A DEFILARSI
Alla fine arrivò il silenzio. Un minuto di silenzio per ricordare le 43 vittime del Ponte
Morandi.
Prima però, nell’Aula del Senato che discute il decreto Genova, succede di tutto e si urla di tutto.
La scena apocalittica è questa. Danilo Toninelli si alza in piedi e sfodera il pugno chiuso quando il provvedimento viene approvato.
Le opposizioni lo insultano, vogliono le sue dimissioni: “Non rispetta i morti di Genova”, si sente urlare dai banchi del Pd. Gli altri componenti del governo restano un po’ sbalorditi. La presidente di Palazzo Madama sospende l’Aula.
Quello del ministro dei Trasporti non è certo un gesto ideologico, anche perchè oggi il Senato non ha le sembianze di un Parlamento. “Ora basta, stamattina sembra un asilo infantile”. Elisabetta Casellati sullo scranno più alto sembra esasperata mentre nei banchi in basso sta succedendo di tutto: “Con questo chiasso non si sente nulla. Le parole vanno al vento”.
Insomma, i senatori vengono trattati come bambini scalmanati, eppure l’emiciclo sta discutendo il decreto Genova, scritto dal governo dopo il crollo del Ponte Morandi che ha provocato la morte di 43 persone. Ma ogni gesto e ogni parola sono buoni per una nuova baraonda.
E infatti ecco urla di ogni tipo ad altissimo volume. “Sei un maleducato”, strilla il capogruppo Pd Marcucci mentre tutti i senatori dietro di lui gridano: “Dimissioni, dimissioni”.
La presidente dei senatori azzurri, Anna Maria Bernini, nota che il ministro “per tutto il tempo ha masticato una gomma e digitato tasti sul cellulare”.
Il bersaglio è, neanche a dirlo, il titolare del dicastero dei Trasporti, che per tutta la mattinata incassa gli attacchi, in alcuni casi anche gli insulti, delle opposizioni nel silenzio degli alleati leghisti che alla fine ringraziano il loro viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, sotto processo per peculato.
Non una parola su Toninelli. Una difesa la tenta il capogruppo grillino Patuanelli: “Un piccolo gesto di giubilo per un decreto che restituisce dignità a Genova”.
Per il resto, il Movimento 5 Stelle e in particolare il ministro Toninelli sono il bersaglio del Pd, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia.
Poi il partito di Giorgia Meloni vota a favore per “amor di patria”. Ma più che amor di patria sembra amore per la coalizione di centrodestra.
Forza Italia, in questa specie di patto che in qualche modo fa quadrato attorno a Salvini, si astiene “per amor della città di Genova”.
Anche perchè Toti e Bucci, i due commissari del comune ligure, sono di centrodestra e osteggiarli risulterebbe fin troppo contraddittorio. Discorso diverso nei riguardi dei 5Stelle: “Ministro, sono qui. Mi segue? Sta giocando con il cellulare?”, chiede ironico l’azzurro Biasotti.
Chi invece ne esce con qualche pezzo in meno è il Movimento 5 Stelle.
Cinque senatori, Ciampolillo, De Bonis, De Falco Nugnes e Leone non erano presenti al momento del voto. I primi quattro in particolare, sia in commissione sia in Aula, hanno battagliato per modificare il provvedimento ma niente da fare. De Falco fa finta di correre verso l’emiciclo: “C’è stato il voto? Non me sono accorto, sarà stato il fato”. Poco dopo si trova a parlare a quattrocchi con il capogruppo Patuanelli perchè l’aria di dissenso inizia a soffiare sempre più forte e ai vertici non va bene.
Tra i banchi dei grillini ci sono altri cinque assenti, che formalmente risultano in missione, ma balza all’occhio che per esempio Bogo Deledda e Fattori hanno presentato diverse proposte di modifica non accolte dal governo.
E Fattori non si nasconde: “Non sto bene ma se fossi stata bene avrei dissentito perchè contraria alla linea politica del Movimento sul condono, che non è mai stata discussa col gruppo parlamentare”.
È nelle ferite grilline che le opposizioni provano a insinuarsi. Matteo Renzi parla a nome del Pd e si prende gioco del ministro: “Ma avete capito? Toninelli ha detto no al progetto di Renzo Piano. Capito? Toninelli. E Di Maio non vuole che sia Autostrade a ricostruire il Ponte, ma Fincantieri che invece costruisce ferrovie”.
L’ex premier colpisce nel punto più debole: “Avete cancellato la parola onestà in nome del condono a Ischia. Vi siete modificati geneticamente. Avete tradito la vostra storia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
NEL DDL EX SALVACORROTTI SPUNTA UN EMENDAMENTO AD PERSONAM… BONAFEDE FINGE IMBARAZZO: “NON CONDIVISO DAL M5S”
La Lega non perde il vizio delle norme ad personam.
Pur di salvare suoi noti esponenti coinvolti, e in parte già condannati, per il reato di peculato. Riccardo Molinari, Edoardo Rixi, Roberto Cota, solo per citare i volti del Carroccio più conosciuti e con responsabilità parlamentari e di governo.
Tutti alle prese, tra Torino e Genova, con processi di questo tipo. Ma alla Camera ecco l’occasione giusta per azzerarli, il disegno di legge “spazzacorrotti” del Guardasigilli Alfonso Bonafede, che se dovesse essere approvato l’emendamento sul peculato diventerebbe “salvacorrotti”.
Fonti di via Arenula smentiscono che l’emendamento leghista sia condiviso dal M5S e quindi abbia chance di essere approvato. Le stesse fonti aggiungono “è uno dei tanti emendamenti…e basta”.
Ma di cosa parliamo?
Di questo emendamento, all’apparenza di difficile lettura, al primo articolo del ddl. Firmato da parlamentari della Lega, nell’ordine: Turri, Potenti, Paolini, Boniardi, Bisa, Tateo, Marchetti, Cantalamessa, Di Muro.
Recita così: “all’articolo 314 del codice penale, dopo le parole “o comunque la”, e dopo le parole “se ne appropria” sono inserite le seguenti: “salvo che tale distrazione si verifichi nell’ambito di procedimento normato da legge o regolamento e appartenga alla sua competenza”.
Cosa vuole dire? Ecco come risulterebbe il testo dell’articolo 314 che disciplina il reato di peculato dopo la modifica leghista: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità autonoma di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, salvo che tale distrazione si verifichi nell’ambito di procedimento normato da legge o regolamento e appartenga alla sua competenza, è punito con la reclusione da 4 anni a 10 anni e 6 mesi”.
Cosa comporta la modifica?
Oggi, a codice penale vigente, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che maneggia denaro per ragioni del suo ufficio e se ne appropria, commette peculato. La norma invece stabilisce che in questi casi il reato di peculato resta solo a condizione che il soggetto maneggi denaro che fa capo alla sua competenza, cioè di cui dispone per ragioni proprie del suo ufficio, e il cui uso non sia disciplinato da un regolamento interno.
Per fare un esempio: il capogruppo di un partito in un ente locale, Comune o Regione che sia, in cui le risorse dei gruppi sono disciplinate da un regolamento, se fa uso di queste somme in modo difforme dal regolamento non può essere punito per peculato. Un reato grave, come dimostra la pena.
Egli risulterebbe impunito, oppure incorrerebbe in reati meno gravi, come l’abuso di ufficio, e quindi più rapidamente prescrittibili.
Insomma, una sorta di impunità o prescrizione ad personam.
È evidente che se l’emendamento dovesse passare, con il via libera di M5S, cambierebbe la storia di processi come quello dell’ex presidente della Regione Piemonte Roberto Cota, ormai giunto alle soglie della Cassazione, assolto in primo grado per peculato, ma condannato in appello a un anno e sette mesi nell’ambito della Rimborsopoli piemontese.
Oppure quello del vice ministro dei Trasporti Edoardo Rixi, per il quale è sta chiesta dal pm Francesco Pinto una condanna in primo grado a 3 anni e 4 mesi, anch’egli per peculato, nella gestione dell’indagine sui fondi della Regione Liguria nel biennio 2010-2012, e la sentenza è prevista per l’inizio del nuovo anno.
Colpo di spugna infine per Riccardo Molinari, il capogruppo della Lega a Montecitorio, condannato a Torino in appello a 11 mesi per l’uso dei fondi regionali. Ai nomi più noti della Lega se ne aggiungono altri di amministratori locali nella stessa situazione processuale.
Giusto ieri il Guardasigilli Bonafede, in via Arenula, aveva fatto il punto degli emendamenti con i deputati della maggioranza, e la Lega era presente. L’emendamento sul peculato non era tra quelli in pole, ma oggi è ricomparso.
La voglia di colpo di spugna della Lega evidentemente ha prevalso sugli accordi di maggioranza.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
A DISTANZA DI 4 ANNI DICE: “I DISSIDENTI STANNO VIVENDO BRUTTI MOMENTI”
Era passato solo un anno dalle elezioni quando Louis Alberto Orellana, ex senatore, fu
cacciato in malo modo dal Movimento 5 stelle.
La sua colpa? Aver dissentito a una frase di Beppe Grillo. Passò al Gruppo misto, ma per lui iniziò un calvario.
A distanza di quattro anni si prospettano altre espulsioni: a essere epurati dal Movimento, questa volta, potrebbero essere i senatori dissidenti, che hanno scelto di non seguire in Parlamento la linea dei vertici pentastellati.
Orellana è convinto che ormai a dominare le dinamiche del Movimento sia la sete di potere. L’ex senatore racconta a Il Tempo la sua esperienza:
“Dentro il M5S, con la grande ipocrisia dello slogan “uno vale uno”, credo sia un problema di tollerare un pensiero diverso e io l’ho vissuto direttamente.
Quando fu espulso subì molte ritorsioni. Orellana le ricorda con precisione, non le nasconde e mette in guardia i dissidenti attuali:
“Io credo che le persone che hanno espresso dissenso stiano vivendo dei brutti momenti. Lo ricordo, ci sarà un ostracismo interno per tante cose. (..) Io ho subito tante minacce di morte, e fu intercettata anche una busta diretta a me e al senatore Battista con due pallottole dentro e una lettera farneticante con l’elenco di nomi di alcuni senatori e dissidenti tra cui la maggior parte uscirono fuori e furono espulsi nelle settimane successive. Per un periodo siamo finiti sul blog. E loro hanno un controllo abbastanza forte della rete”.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
EMBLEMATICA LA CONVERGENZA DI INTERESSI DI MAIO E L’EX AUTISTA DI RAFFAELE CUTOLO
Prova migliore non poteva esserci per dimostrare che il condono di Ischia, infilato da Giggino Di Maio nel decreto sulla tragedia di Genova fosse una vera schifezza.
Ma una schifezza così schifezza che perfino le esternazioni geometriche di Barbara Lezzi e le dissertazioni geografico-architettoniche di Toninelli sembrano pillole di saggezza
Perchè nel condono che offende i morti di Genova (ossia avallare un disastro ambientale e una Caporetto della legalità in un provvedimento che riguarda le vittime di un’Italia avida di profitti e irrispettosa delle regole) abbiamo assistito alla convergenza dei due Giggini pià» sgrammaticati della storia della Campania: Giggino da Avellino e Giggino a purpetta, ossia l’emblema dei politici impresentabili contro i quali un tempo i grillini dicevano di volersi battere.
Il condono grillino ha subito ricevuto il voto della Purpetta dalla storia politica ricca di ombre e amicizie pericolose.
Ossia la prova, appunto, che le peggiori schifezze politiche del passato ogni sono sono parte integrante del Governo penta-fascio-leghista.
Ma chi è Luigi Cesaro, ossia Giggino a Purpetta?
Piovono polpette, come titolava un film d’animazione del 2009. Luigi Cesaro per tutti sul web è Giggino ‘a Purpetta, ex presidente della Provincia di Napoli, uno dei fedelissimi di Berlusconi. Tempo addietro, per lui – si ricorderà – anche la richiesta di arresto dalla Dda di Napoli alla Camera dei Deputati. L’accusa era pesante: irregolarità nella concessione di appalti del Comune di Lusciano (Caserta) a ditte legate alla Camorra, in particolare al clan dei Casalesi.
Forza Italia ebbe da fare i conti con una bella tegola giudiziaria, ma alle tegole giudiziarie Forza Italia era, ed è, abituata. Anzi, a considerare le vicende del capo, le tegole luccicano come medaglie.
Anche il boss pentito del clan dei Casalesi Antonio Iovine aveva riferito alla Dda di Napoli di presunti rapporti con i clan della camorra da parte di Luigi Cesaro.
Secondo Iovine, Cesaro era in contatto, in particolare, con il capozona di Aversa, Corrado De Luca, che parlava di lui come “una persona che senza alcuna difficoltà sarebbe stata avvicinata”. L’ex presidente della Provincia di Napoli, al centro dell’inchiesta della Dda sulla concessione di appalti del Comune di Lusciano – questa l’accusa – favoriva ditte legate al clan dei Casalesi.
A Cesaro non manca proprio niente: in passato è stato coinvolto pure in un’altra inchiesta legata alla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, con condanna in primo grado ma con assoluzione in Cassazione. Coinvolto anche nell’indagine sulla costruzione di un centro commerciale a Villa di Briano.
Arrestati anche due fratelli di Cesaro. L’inchiesta si basava, in particolare, sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Guida, che aveva guidato per lungo tempo la fazione Bidognetti del clan dei Casalesi. Secondo l’accusa, appalti pubblici assegnati illegalmente a ditte vicine al clan, con l’estromissione forzata di imprese concorrenti. Tra gli appalti sospetti, quello per la costruzione di un impianto sportivo a Lusciano.
La storia parla anche di un incontro tra il parlamentare Polpetta di Forza Italia “con capi e affiliati del clan Bidognetti”. Sul tavolo, non polpette, ma appalti di interesse della”Cesaro costruzioni generali”.
L’incontro, ricostruito dai collaboratori di giustizia Gaetano Vassallo e Luigi Guida inseriti nell’indagine della Dda di Napoli. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’impresa dei fratelli Cesaro, dopo essere stata dichiarata vincitrice della gara nel giugno del 2004, avrebbe più volte sollecitato il Comune di Lusciano minacciando anche di procedere a rivalsa di natura economica per farsi affidare l’area delle operazioni per iniziare i lavori.
“I Cesaro – si legge nelle carte dei magistrati – venuti a conoscenza dell’acquisizione
documentale operata dalla polizia giudiziaria presso il Comune di Lusciano e dopo la pubblicazione di stralci delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, hanno rinunciato all’affidamento dei lavori”.
Giudicate “rilevanti ai fini di prova dell’ipotesi accusatoria” le dichiarazioni di Gaetano Vassallo e di Luigi Guida che avevano “ricostruito un incontro dell’onorevole Luigi Cesaro con capi e affiliati del clan Bidognetti per discutere della vicenda; anche il collaboratore di giustizia Diana Tammaro ha riferito in ordine al patto fra il clan e i fratelli Cesaro”.
Proseguendo, l’impresa Cesaro sarebbe stata inoltre agevolata dagli amministratori comunali per l’ottenimento di un bando relativo alla progettazione esecutiva, la costruzione e la realizzazione di un centro sportivo nel comune di Lusciano, “ai danni delle altre imprese interessate tra cui quella di un imprenditore che, successivamente, ha anche inteso collaborare con la giustizia”.
Già autista del boss camorrista Raffaele Cutolo, poi componente della X commissione (attività produttive, commercio e turismo) ed ex europarlamentare azzurro, Cesaro venne già condannato nel 1984 dal Tribunale di Napoli a 5 anni di reclusione per aver collaborato attivamente con le cosche: le accuse furono favoreggiamento per la latitanza, appoggi logistici. Fu salvato, però, in Cassazione dal giudice Carnevale. C’era da scommetterci.
Cesaro è stato anche coinvolto nell’indagine sulla costruzione di un centro commerciale a Villa di Briano. Ai più tutto questo interessa poco, la cosa per la quale l’onorevole Polpetta è noto è il suo italiano, o meglio – come dire – per un imperfetto italiano, e per le sue gaffe. Un lunghissimo curriculum di strafalcioni, anche su argomenti importanti. In tanti hanno riso e ridono ancora, lui tira dritto.
(da Globalist)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
FAR DECIDERE TUTTO CON LA LEGGE CRAXI E’ INCOMPRENSIBILE PERSINO ALL’ELETTORATO CINQUESTELLE
In queste righe cercheremo di spiegare cos’è e cosa comporta di preciso quello che viene
chiamato “condono di Ischia”, però il senso della cosa può essere ridotto a poche righe: una bella figura di palta, soprattutto per i 5 Stelle e Luigi Di Maio, per 409 case.
A che serve. A Ischia, come nel Centro Italia, la ricostruzione post terremoto è spesso bloccata da incertezze legate a cosa e dove ricostruire: chi ha domande di sanatoria pendenti ritiene di poter ripristinare l’immobile com’era prima e, laddove questo gli venisse negato, può ricorrere invocando il suo diritto a veder concluso l’iter amministrativo sul suo immobile e persino il silenzio assenso.
Il testo. In sè non è un condono, non c’è alcuna riapertura dei termini, nessuno potrà chiedere di sanare alcunchè: in sostanza, finisce però per esserlo.
La norma riguarda le pratiche inevase per i condoni del 1985, 1994 e 2003 — ed è già una notizia che ce ne siano — e prevede che quelle riguardanti edifici distrutti o danneggiati vadano evase entro 6 mesi sospendendo, nelle more, l’eventuale erogazione dei contributi alla ricostruzione.
Secondo i dati ufficiali, a quanto risulta al Fatto, l’articolo incriminato riguarda 409 domande di sanatoria inevase in tutto.
Il problema. Al di là di quanti siano i casi, la norma — in sè giustificata — in realtà introduce maglie troppo larghe nella valutazione delle pratiche inevase.
Intanto viene citato anche il condono del 2003, varato quando già era in vigore il piano paesistico campano che renderebbe di fatto tutte le domande di quella tornata inaccettabili.
Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, a cui questa norma su Ischia piace poco, è riuscito a far introdurre la previsione che il parere venga dato anche dalla Soprintendenza, competente sul paesaggio, e dalla città metropolitana, che deve vigilare invece sul dissesto idrogeologico.
La porcata. Il vero problema di questo articolo è però una previsione presente nel decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Questa: “Per la definizione delle istanze di cui al presente articolo, trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai Capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47”. Significa che tutte le 409 domande in questione saranno esaminate sulla base di un condono aperto prima che fossero in vigore leggi fondamentali sul paesaggio e il rischio idrogeologico esponendosi nel migliore dei casi, in caso di rifiuto ai sensi delle nuove leggi, ai ricorsi degli interessati.
In sostanza applicare la legge del 1985, significa, come scrive Legambiente, “sanare anche abusi edilizi che oggi sono insanabili ai sensi dei due condoni successivi” o esporsi a nuovo contenzioso. Scelta incomprensibile tanto più che riguarderà pochi casi.
L’emendamento. Curiosamente l’emendamento approvato a sorpresa in commissione e ieri cancellato dall’aula di Palazzo Madama cancellava proprio la peggiore previsione del decreto, cioè l’applicazione della normativa del 1985 anche agli altri due condoni.
Una proposta di buon senso che andava mantenuta e invece è stata cancellata con una prova di forza in aula ripristinando la porcata. La scusa dei tempi di conversione del decreto è, francamente, poco credibile: il Senato lo approverà stamattina (in via definitiva) e, nel caso, la Camera avrebbe avuto due settimane per confermare la modifica di un solo articolo. Non un’impresa impossibile.
Cosa manca. Si poteva inserire una norma difensiva quanto ai termini in cui esaminare tutte le pratiche giacenti: è vero che 409 pratiche non sono un’enormità , però se dovessero scadere i sei mesi senza risposte, gli interessati potrebbero invocare il principio del “silenzio assenso”. Per questo era stato proposto, con un emendamento, una sorta di “silenzio rifiuto”: si potevano scegliere altre vie, ma lasciare il termine senza previsioni difensive potrebbe incentivare le commissioni a lasciar passare il tempo per far approvare tutte le domande.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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