Destra di Popolo.net

LA LEZIONE DI STILE DI ZINGARETTI A SALVINI: SGOMBERA I CASAMONICA SENZA SALIRE SULLA RUSPA

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

DIAMO ATTO AL GOVERNATORE DEL LAZIO DI NON CERCARE SHOW: “QUI NASCERA’ UN PARCO PUBBLICO PER IL QUARTIERE”

“Qui nascerà  un parco pubblico per il quartiere”. È quanto scritto su un cartello della Regione Lazio attaccato al cancello della villa dei Casamonica in via Roccabernarda alla Romanina demolita oggi.
Regione presente attraverso il suo massimo rappresentante, ovvero il presidente Nicola Zingaretti, che ha dato l’ordine definitivo di demolire l’edificio abusivo.
A prendersi la scena è stato naturalmente il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, salito sulla ruspa
Una differenza di stile rispetto a Zingaretti, che oltre a essere il presidente della Regione è anche candidato alla guida del maggior partito di opposizione, il Pd.
E che nel suo discorso ha sottolineato quanto sia importante l’unità  dello Stato e delle sue istituzioni nella lotta per mantenere la legalità . Concentrandosi soprattutto sui numeri e sulle cose da fare piuttosto che allo show a portata di fotografi e cameraman.
“Sono felice che il ministro sia qui – ha detto -. Non c’è in corso una battaglia politico ma l’impegno dello Stato a riportare legalità . Questa unità  dello Stato ha fatto la differenza in questi anni in questo quadrante della città “.
Il presidente della Regione ha aggiunto: “Oggi non è giornata di polemiche ma di battaglia comune. Anni fa c’era paura di prendere beni confiscati ai mafiosi e i bandi andavano deserti. La confisca è un atto essenziale ma ci deve essere restituzione a bene comune”.
“È un manufatto enorme di mille metri quadrati abusivo, era impossibile lasciarlo in piedi” ha detto Zingaretti spiegando che ci vorranno quattro/cinque settimane per demolire tutto e togliere le macerie.
“L’obiettivo è di rivederci prima dell’estate per brindare per l’apertura del nuovo parco e la bibilioteca del quartiere – ha sottolineato -. Se ci uniamo tutti la battaglia si vince”.
Zingaretti ha sottolineato anche che “la prossima settimana prenderemo in gestione come Regione almeno 40 manufatti di un pacchetto di circa 491, e non solo dei Casamonica ovviamente. Si tratta di beni confiscati, quindi si tratta di un lavoro molto ma molto importante”.
Per quanto riguarda i manufatti di cui la Regione si farà  carico la prossima settimana – riferiscono dalla Regione – 34 sono su Roma e 6 su Cassino. Tra i 491 beni rientra anche la villa a Sacrofano dove risiedeva Massimo Carminati.

(da “Huffingtonpost“)

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IL PATETICO SHOW DI SALVINI SULLA RUSPA CHE NON PUO’ GUIDARE PERCHE’ NON HA LA PATENTE SPECIALE

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

PER ABBATTERE LE VILLE DEI CASAMONICA ARRIVA IL MINISTRO PER FARSI LA FOTO DESTINATA AGLI ONANISTI SOVRANISTI

Matteo Salvini è salito su una ruspa durante l’abbattimento delle ville dei Casamonica a Roma, alla Romanina, ovviamente a favore di telecamere debitamente convocate per l’evento.
Il leader della Lega, con un caschetto in testa, è salito su una ruspa dell’Esercito che poi ha cominciato ad abbattere un edificio abusivo del clan in via Roccabernarda, alla Romanina.
A dare il via alle operazioni è stato il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, sul posto dalle 9.30. Poi Salvini è simbolicamente salito su una delle due ruspe, l’ha messa in moto e, con l’aiuto di un militare dell’esercito, l’ha simbolicamente azionata.
Va sottolineato che per guidare e manovrare una ruspa serve un’apposita patente, come previsto dal decreto legislativo 81 del 2008, Testo unico sulla sicurezza sul lavoro.
Ma per gli onanisti sovranisti è sufficiente la foto ricordo.

(da agenzie)

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PROCESSO FONDI LEGA: CONDANNE CONFERMATE IN APPELLO PER BOSSI E BELSITO

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

CONFERMATA ANCHE LA VALIDITA’ DEL SEQUESTRO DEI 49 MILIONI RATEIZZATI

Al processo di Appello contro l’ex segretario della Lega Nord Umberto Bossi e il suo tesoriere Francesco Belsito, sono state confermate le condanne anche se con pene ridotte a causa anche delle prescrizioni per alcune imputazioni.
Per l’ex segretario Bossi un anno e 10 mesi mentre per Belsito 3 anni e 9 mesi.
I giudici hanno anche condannato gli ex revisori contabili a otto mesi Diego Sanavio e Antonio Turci, mentre Stefano Aldovisi a 4 mesi, riformulando per loro l’accusa da truffa a indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.
Il sostituto procuratore generale Enrico Zucca aveva chiesto la conferma della condanna a 4 anni e 10 mesi per Belsito.
A luglio il pg aveva chiesto la condanna a 1 anno e 10 mesi per Umberto Bossi, mentre per i revisori dei conti, Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi, rispettivamente a 2 anni (i primi due) e un anno e tre mesi.
In primo grado, Bossi era stato condannato a 2 anni e 6 mesi, Belsito a 4 anni e 10 mesi; e i tre ex revisori, Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi, rispettivamente a due anni e otto mesi (i primi due) e a un anno e nove mesi.
Confermata, insieme alle condanne di Bossi e Belsito, la confisca degli ormai famosi 49 milioni di euro. Ovvero l’intera cifra percepita per i rimborsi elettorali relativi agli anni 2008, 2009 e 2010.
Soldi che la Lega ha ottenuto truccando i bilanci, e che dunque va restituita nella sua totalità  anche se di questo denaro una parte è stato usato per spese di partito.
La Lega oggi guidata da Matteo Salvini avrebbe potuto evitare tutto questo costituendosi parte civile in primo grado, ma dopo un “balletto” di decisioni si era tirata indietro.
Sulla restituzione dei milioni mancanti (nelle casse del partito la Guardia di Finanza ne ha trovati poco più di 2) è noto il discusso accordo raggiunto dagli avvocati del Carroccio e dalla procura di Genova: ovvero una rateizzazione spalmata nei prossimi 76 anni, con prelievi di 100 mila euro a bimestre, 600 mila euro l’anno.
L’accordo non preclude comunque lo stop all’inchiesta aperta, sempre a Genova, per il presunto riciclaggio di una parte di quegli stessi soldi incamerati da Bossi e Belsito. L’ipotesi dei pm Francesco Pinto e Paola Calleri è che sotto le gestioni di Maroni e Salvini non siano stati spesi tutti, ma messi al sicuro per evitare appunto possibili sequestri.
In particolare, i finanzieri sospettano alcuni movimenti attraverso la Sparkasse di Bolzano: da qui, a fine 2016, 10 milioni sono stati investiti nel fondo Pharus in Lussemburgo, e 3 sono rientrati all’inizio di quest’anno.

(da agenzie)

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ECCO COM’E’ SCOMPARSO IL TESORO DELLA LEGA: TRA MILIONI AI LEGALI E RICCHI BONIFICI ALLE ASSOCIAZIONI COLLEGATE

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

AVVOCATI CHE COSTAVANO 10 VOLTE IN PIU’ RISPETTO ALL’ERA BOSSI, STRANE DONAZIONI E BILANCI ESPLOSI IN APPENA DUE ANNI

Novecentocinquanta euro all’ora. Più l’Iva, la cassa forense, il rimborso spese.
È il contratto siglato dall’avvocato Domenico Aiello e la Lega il 18 aprile del 2012. Travolto dagli scandali giudiziari, Umberto Bossi si era dimesso da segretario solo 13 giorni prima e il partito era stato affidato a un triumvirato composto da Manuela Dal Lago, Roberto Maroni e Roberto Calderoli.
È quest’ultimo — insieme all’allora segretario amministrativo Stefano Stefani — a siglare il contratto di Aiello, anche se l’avvocato è notoriamente uomo vicino all’ex governatore della Lombardia. Il quale, dopo aver lasciato la politica attiva, è recentemente tornato a esercitare la professione forense proprio nello studio dell’amico Aiello.
All’epoca in cui il Carroccio si affidava al legale d’origine calabrese, Maroni si preparava a scalare il partito: sarà  incoronato segretario nel luglio dello stesso anno e resterà  in carica fino alla fine del 2013.
Titoli e soldi: un partito impoverito
È in quel periodo, in quei quindici mesi, che il famoso tesoretto della Lega comincia a evaporare: scompare a colpi di bonifici.
Nel 2011 a bilancio erano iscritti attivi per 47 milioni 791mila euro, con un patrimonio da 46 milioni, 20,3 milioni in titoli, 12,8 milioni di liquidi.
Nel 2017 il patrimonio è sceso a 4,5 milioni: 41 milioni si sono persi per strada in sei anni.
Di quei titoli, invece, non c’è traccia: nel 2012 scendono a 7,8 milioni, nel 2014 a 3,2 , l’anno dopo sono iscritti per 1 euro e 44 centesimi. Quindi nel 2015 scompaiono.
Che fine hanno fatto? Non si sa, e dal bilancio pubblicato online dal partito non si capisce.
Quei famosi 49 milioni di euro, oggetto delle ricerche delle procure di Genova e Milano, non ci sono più: sono stati spesi. E in modo molto veloce.
Il problema, semmai — come segnala l’ex revisore Stefano Aldovisi in un esposto alla procura depositato alla fine del 2017 — è capire come siano stati spesi. I bilanci, infatti, raccontano che proprio durante l’era Maroni, la cassa del partito è stata praticamente bruciata.
“Volevano chiudere il partito”
“Sembrava che Maroni volesse chiudere la Lega: per questo ne ha svuotato le casse. Prima ha esternalizzato tutti i servizi interni, poi ha usato ogni energia e risorsa per vincere le elezioni regionali”, dice un ex dipendente del Carroccio al fattoquotidiano.it.
La prima pesante botta ai conti del partito ex secessionista arriva nel 2012, primo anno di Bobo segretario: l’attivo scende da 47 a 40 milioni , il patrimonio da 46 a 35 e fa registrare una sorta di giallo.
Si chiamano oneri diversi di gestione e — come fa notare Fabio Pavesi su Lettera43 — di solito sono spese minime: a bilancio, però, sono iscritti per più sei milioni di euro. A cosa sono serviti quei soldi non è chiaro come non è chiaro a chi siano finiti i 5,4 milioni di “contributi ad associazioni”.
Quali associazioni? Dal bilancio non si capisce.
Nel 2013, ultimo anno di Maroni leader, gli oneri diversi di gestione pesano sulle casse di via Bellerio addirittura per quasi nove milioni, mentre i contributi ad associazioni sono due milioni.
Spese fuori controllo, e per averne la prova basta vedere quanto spende la Lega per quelle due voci nel 2017: gli oneri diversi di gestione valgono “appena” 201mila euro mentre il Carroccio dona alle associazioni solo 15mila euro.
Avvocati che costano
Il 2013 è l’annus horribilis per i conti della Lega: i liquidi passano dai 23 milioni dell’anno prima ad appena sei milioni, il patrimonio scende da 35 a 21 milioni.
Nello stesso periodo un’altra voce esplode: quella delle spese legali.
Nel 2011 pesavano per 305.953 euro, l’anno successivo crescono fino a 538.288. Quanto paga di avvocati la Lega nel 2013? Tre milioni e 102 mila euro. Dieci volte in più rispetto all’ultimo bilancio firmato da Bossi.
Un particolare che ha nutrito i gossip degli ex dipendenti della Lega, messi tutti in mobilità  tra il 2015 e il 2017.
“Bobo — spiega uno di loro al fattoquotidiano.it — ha messo dentro il suo avvocato con un contratto da alcune centinaia di euro all’ora”. Ilfattoquotidiano.it ha potuto prendere visione di quell’accordo che lega l’avvocato calabrese al partito di Alberto da Giussano: per sè Aiello pattuisce una paga da 450 euro, per il suo associato Lorenzo Bertacco di 300, per altri da individuare caso per caso di 200. Tutto all’ora, più il 22% di Iva e il 4% di cassa di previdenza forense, come è verbalizzato su carta intestata dello studio associato Aiello Brandstatter: si tratta di Gerhard Brandstà¤tter, ex socio dell’uomo di Maroni.
Ma soprattutto presidente della Sparkasse, perquisita nei mesi scorsi dalla Guardia di finanza di Genova alla ricerca di tre milioni di euro che dal Lussemburgo sarebbero tornati in Italia.
Il sospetto degli investigatori delle Fiamme gialle è che quella possa essere una parte del tesoro e contemporaneamente stanno esaminando l’intreccio di società , associazioni e fiduciarie che sono state create durante il processo a Bossi, Belsito e i revisori.
Sotto la lente ci sono almeno una quindicina di “satelliti”: bisogna stabilire se abbiano ricevuto soldi dal partito o per il partito o se siano soggetti autonomi.
I soldi in Alto Adige
La banca altoatesina ha ospitato in passato un conto corrente della Lega pari a 20 milioni di euro. Ad aprirlo era stato lo stesso Aiello, che parlando con Peter Schedl, allora direttore generale della Sparkasse, cercava di ottenere un interesse vantaggioso. Le conversazioni dell’avvocato calabrese sono state intercettate dalla Dia di Reggio Calabria e pubblicate da Marco Lillo nel volume Il potere dei segreti (Paper First): anche se non hanno avuto alcuna ripercussione sul piano penale sono utili per capire cosa si muovesse sullo sfondo del Carroccio all’epoca.
“Andiamo via in una situazione che è il 3 e mezzo. Lui indicava il 4, c’ero io quando ha chiamato”, dice Aiello intercettato riferendosi a Brandstatter. “Il 4 non è possibile — risponde il dg — facciamo così partiamo dal 3 e mezzo e poi da lì vediamo strada facendo”.
L’anno successivo Salvini — appena eletto segretario — ordina di spostare quei soldi su un conto in Banca Intesa. Il motivo è spiegato in una mail inviata da un dirigente Sparkasse allo stesso Aiello nel febbraio del 2013: “Il tasso attualmente applicato si intendeva legato a una determinata operatività … si era prospettata la possibilità  di investire in fondi, azioni, obbligazioni societarie. Successivamente siamo venuti a conoscenza del fatto che la legge vieta ai partiti politici di investire la propria liquidità  in strumenti finanziari diversi dai titoli emessi da Stati membri della Ue”.
Una contestazione che lo stesso manager fa all’avvocato al telefono il 12 marzo del 2013: “Che pasticcio! Questa cosa spicca agli occhi di qualcuno che venisse a fare dei controlli nel senso che mi dicono: ‘perchè tutti gli altri clienti con patrimoni grossi hanno l’1,5 e questo ha il 3,5”. È forse anche per questo motivo che l’avvocato viene pagato profumatamente: è l’uomo che risolve i problemi.
“Deve arrivare una valanga di soldi”
La storia della scomparsa dei soldi della Lega, infatti incrocia le lotte di potere intestine al Carroccio, dilaniato dall’estromissione di Bossi e dalla scalata di Maroni. Che all’epoca sembra avere un solo obiettivo: costituire una sorta di fondazione blindata dove nascondere i beni del partito per metterli al riparo dalle rivendicazioni dei fedelissimi del senatur. Come Matteo Brigandì, legale storico di Bossi, ex parlamentare e acerrimo “nemico” di Aiello: ad oggi è l’unico che è riuscito a spillare quattrini alla Lega.
Lo ha fatto alla fine del 2012, quando chiede e ottiene dal tribunale di Pinerolo il sequestro di 2 milioni e 600mila euro su un conto corrente aperto nella filiale vicentina di Unicredit.
Brigandì è uno che conosce bene il Carroccio, di cui è stato parlamentare: attacca chirurgicamente i conti periferici del partito, quelli dove arrivavano i finanziamenti pubblici.
“Noi dobbiamo segregare un patrimonio esistente di 20 milioni e uno nascente”, confiderà  nel gennaio del 2013 Aiello al commercialista Massimo De Dominicis: “Anche perchè loro prendono una vagonata di soldi a dicembre e una vagonata a luglio e adesso è arrivata una vagonata di soldi”, aggiunge il legale. Che è essenziale anche in un’altra fase: la firma dell’accordo tra Bossi e Salvini per sancire la pace tra la Lega del passato e Lega del futuro.
Faide e guerre intestine
Era la famosa scrittura privata siglata da Salvini, da Bossi, da Brigandì e dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani. In quattro pagine firmate il 26 febbraio del 2014, si siglava la pace tra vecchia e nuova Lega.
Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità  politica“.
Poi, al punto sei del documento, Salvini sottoscriveva che “la Lega non darà  ulteriori mandati all’avvocato Aiello”, mentre al punto otto, si impegnava “ad affermare, a mera richiesta, in ogni sede la correttezza del comportamento di Brigandì dal punto di vista morale e deontologico”.
La pace non rispettata
Un patto che verrà  in gran parte disatteso. A cominciare dalla presunta correttezza di Brigandì: l’avvocato, infatti, ha visto la Lega costituirsi parte civile nel processo a suo carico a Milano per patrocinio infedele e autoriciclaggio.
Proprio per questo motivo, all’udienza dell’8 novembre Brigandì ha ricordato l’esistenza di quella scrittura privata, “Quella sottoscrizione è ben antecedente alle accuse emerse dall’inchiesta”, ha detto l’avvocato Lorenzo Bertacco, che rappresenta ancora oggi la Lega e fa sempre parte dello studio legale Aiello.
Anche dopo il ritiro dalla politica di Maroni, dunque, l’avvocato calabrese è rimasto vicino al Carroccio: via Bellerio, in pratica, ha continuato ad affidargli mandati difensivi. Se ai prezzi stabiliti nel 2012 o ad altri più economici non è dato sapere.
Il processo che si estingue
D’altra parte è lo stesso Aiello che già  quattro anni fa avvertiva Stefani su quello che era l’oggetto fondamentale di quell’accordo di pace tra Salvini e Bossi. È il punto sette della scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà , da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”.
È il processo d’appello che a Milano vede imputato il Senatur, il figlio Renzi e Belsito: se entro il 30 novembre Salvini non depositerà  una querela di parte, le accuse per appropriazione indebita si estingueranno dopo le condanne di primo grado.
L’intercettazione
“Tu gli stai firmando che la Lega non si costituisce parte civile contro Belsito”, diceva l’avvocato intercettato a Stefani il 24 febbraio del 2014, cioè due giorni prima che quella scrittura privata venisse firmata.
“Sì e ti spiego perchè, perchè lui (Brigandì, ndr) questa vuol trattarla come merce di scambio affinchè Belsito non dica che ha dato i soldi a…su ordine di Bossi perchè se no dovevamo costituirci anche contro Bossi e allora”, risponde il tesoriere.
“Non è vero questo, non è vero — sbotta l’avvocato — guarda che ti assumi una responsabilità  personale molto importante se fai una cosa del genere. Riflettici, eh”. “Non sono solo io!”, “Io ti do un consiglio da fratello, non la firmare perchè questa clausola ti porterà  solo dei guai a te e a chiunque la firma. Eh”. “Chiamo anche Giorgetti e glielo dico. Perchè è una cosa troppo delicata”, “Sono soldi pubblici quelli del partito, non puoi rinunciare così perchè stai negoziando una cosa. Perchè tu hai l’obbligo di recuperare quello che è il patrimonio che il partito ha perso, non è che uno, solo per chiudere una transazione positiva perchè, ripeto, questa transazione…altrimenti diventiamo noi anche compartecipi di questo reato cioè è questo qui che lui chiede”.
“Salvini non vuole rotture di coglioni”
In pratica Aiello avverte Stefani: con la firma di quella scrittura privata anche la Lega di Salvini si rende compartecipe dei reati commessi da Bossi.
L’allora tesoriere capisce che la situazione e delicata e annuncia l’intenzione di chiamare Giancarlo Giorgetti. Non si sa se Stefani abbia davvero chiamato l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio. Aiello di sicuro chiama Maroni.
“Ma chi la stava firmando: anche Salvini?”, chiede l’ex governatore della Lombardia.   “Si — risponde l’avvocato — anche Salvini e poi Stefani me l’ha mandata e mi ha detto: io se tu non mi dai l’ok non firmo”. “Ok   — spiega Maroni — ma Salvini non vuole rotture di coglioni, dice chiudiamo in fretta, però non esiste al mondo, tolgano il mio nome e facciano quello che vogliono”. “Il disegno è questo”.
Quella scrittura privata sarà  firmata 48 ore dopo. Nella versione in possesso del fattoquotidiano.it il nome di Maroni non c’è.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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BRUXELLES NON SI FIDA, VUOLE LE CARTE: “SE VOLETE DAVVERO EVITARE LA PROCEDURA PRESENTATE LA REVISIONE DEL DOCUMENTO BOCCIATO”

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

ENTRO IL 5 DICEMBRE DECIDE IL COMITATO ECONOMICO DELL’ECOFIN, IL TEMPO DELLE BUFALE E’ FINITO

Ora che il governo di Roma dice di voler rivedere al ribasso il deficit al 2,4 per cento contenuto nel documento programmatico di bilancio bocciato dalla Commissione europea, a Bruxelles aspettano le ‘carte’.
Se il governo gialloverde fa sul serio, se vuole fermare la procedura di infrazione ‘apparecchiata’ contro l’Italia, dovrà  presentare una revisione del documento bocciato. “Il dialogo continua a tutti i livelli”, fanno sapere dall’entourage del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker che sabato sera, insieme ai commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, ha ricevuto a Bruxelles il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Insomma, Roma deve presentare qualcosa di scritto per fermare la macchina che a Bruxelles si è messa decisamente in moto mercoledì scorso, quando la Commissione ha confermato la bocciatura del documento italiano ritenendo “giustificata” l’apertura di una procedura per deficit eccessivo basato sul debito.
E naturalmente gli sviluppi dipenderanno anche da cosa ci sarà  scritto nel nuovo documento, qualora venisse presentato. Sembrerebbe difficile che Bruxelles si accontenti di una revisione dello 0.2 per cento del deficit, cioè dal 2,4 per cento al 2,2.
Ad ogni modo, l’apertura di un procedimento contro l’Italia – paese fondatore dell’Ue – è affare non da poco anche per la stessa Commissione che non è interessata allo scontro con Roma, sottolineano fonti di Bruxelles.
Però è anche vero che finora diversi passaggi stabiliti nelle regole sul Funzionamento dell’Ue si sono ormai consumati e l’opinione negativa della Commissione sull’Italia è al vaglio del Consiglio.
“I documenti approvati dalla Commissione mercoledì scorso – fanno notare non a caso oggi fonti vicine a Juncker – sono discussi nella filiera del Consiglio”, vale a dire gli altri Stati membri dell’Unione, finora schierati tutti col pollice verso sul caso italiano, a partire dall’Austria – presidente di turno – passando per l’Olanda, per finire all’Ungheria, governata da Viktor Orban, interlocutore di Matteo Salvini.
Entro il 5 dicembre il comitato economico e finanziario dell’Ecofin – il consiglio dei ministri del Tesoro degli Stati membri – dovrà  esprimersi sulle indicazioni della Commissione.
Questo comitato è composto dai tecnici del Tesoro degli Stati membri e in questa fase avrà  il compito di dire se la procedura di infrazione ai sensi dell’articolo 126 del trattato sul Funzionamento dell’Ue è giustificata contro l’Italia oppure no.
Roma può intervenire prima, presentando una revisione del documento bocciato nei prossimi dieci giorni e stasera un primo vertice di governo a Palazzo Chigi discute della nuova cornice di dialogo con l’Ue.
Oppure può fermare la macchina in corsa dopo il pronunciamento del comitato dell’Ecofin, il cui parere è necessario alla Commissione per scrivere la sua raccomandazione per l’Italia.
Formalmente la procedura di infrazione verrebbe aperta alla riunione dell’Ecofin del 22 gennaio. Prima di allora, c’è la possibilità  per Roma di scendere a patti con Bruxelles ed evitare le sanzioni europee che scatterebbero dopo l’apertura della procedura e che consisterebbero nell’obbligo di ridurre il debito di 3,5 punti percentuali all’anno (vale a dire un ventesimo della differenza tra il 60 per cento nel rapporto col pil previsto dai Trattati e l’attuale debito italiano che svetta al 131 per cento del pil).
Ma tutto dipende dal governo gialloverde: da Conte e Tria, che sabato scorso hanno promesso collaborazione a Juncker, e dai due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che finora promettono di rivedere le loro posizioni.
A Bruxelles intanto aspettano le ‘carte’: una marcia indietro nero su bianco.

(da “Huffingtonpost”)

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IL GOVERNO VUOLE FARE LO SCONTO ALL’EUROPA, DAL 2,4% AL 2,2%: MA LA UE DIFFICILMENTE CI CASCHERA’

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

DUE DECIMALI VALGONO 3,4 MILIARDI, MA I MARCHINGEGNI STUDIATI FINIRANNO PER SGONFIARE QUOTA 100 E REDDITO DI CITTADINANZA

Due decimali di punto valgono 3,4 miliardi di euro su un totale di 22 di spesa in deficit e di37 totali per la Manovra del Popolo.
Non è poco, ma anche se davvero il governo Lega-M5S è disposto a “scontare” dal Deficit/PIL al 2,4% la cifra per venire incontro alla Commissione Europea ed evitare o posticipare la procedura d’infrazione, non è detto che basti.
Eppure ieri è stata considerata una svolta da tutti i commentatori politici l’annuncio sincronizzato di Salvini e Di Maio sui decimali a cui non vale la pena impiccarsi, un segnale preciso sul tabù che finora sembrava insuperabile nella battaglia di parole ingaggiata da Lega e MoVimento 5 Stelle nei confronti dell’Unione Europea.
Il modo in cui si “risparmieranno” decimali di PIL è il rinvio alla primavera delle due misure più costose, ovvero Quota 100 e reddito di cittadinanza.
I soldi sono meno dei 5 miliardi di cui aveva parlato Conte al tavolo con Juncker sabato sera, ma proprio per questo si immagina che siano frutto di una mediazione con la maggioranza e non il risultato di una fuga in avanti del premier.
Ma c’è una pista alternativa: ovvero rimanere al 2,4% ma spostare i soldi agli investimenti.
Si comincia a dire che sarà  a tempo, 18 mesi rinnovabili per altri 18, dopo aver superato una verifica intermedia. E che 3 mensilità  — 6 nel caso di una donna — andranno alle imprese che assumono il percettore di reddito.
Anche i requisiti sono oggetto di ripensamento. Il limite Isee, fissato a 9.360 euro, è molto generoso. Al punto che l’assegno può finire a famiglie anche con 20 mila euro di reddito, non ricche ma neanche del tutto bisognose. Ecco che si prova a rafforzare i paletti: il possesso o meno di una casa, i soldi in banca, altri patrimoni.
Anche i coefficienti che moltiplicano l’assegno base da 780 euro per un single con la casa in affitto — altrimenti 480 euro, se vive in casa di proprietà  — saranno rivisti.
Alla fine una famiglia di quattro persone con due figli minori intascherebbe 1.400 euro al massimo, anzichè 1.600.
Persino le tre offerte di lavoro — che la Lega vorrebbe ridurre a due — da proporre prima di revocare il reddito, se rifiutate, sono oggetto di una certosina ridefinizione. Tanto più perchè rappresentano l’unico discrimine tra una misura di pura assistenza e uno strumento di riattivazione.
Per quanto riguarda quota 100 le uscite del 2019 saranno dunque molto meno degli aventi diritto (330-340 mila, di cui 120 mila statali).
Ma nel 2020 il boom delle domande porterà  ad un eccesso di spesa tale che il governo potrebbe limitarle con le graduatorie. Un meccanismo a rubinetto che, seppur smentito, traspare dai numeri.
Lo ha spiegato il presidente Inps Tito Boeri: quota 100 è finanziata sempre con la stessa cifra, per tutti e tre gli anni della manovra (7 miliardi). Come fosse un esperimento valido solo nel 2019 e poi trascinato.
Ecco dunque che “finestre” e paletti agevolano la trattativa con l’Europa, ma minacciano i conti futuri.
Nel testo, in tempi non sospetti, il governo aveva già  inserito una sorta di “clausola di salvaguardia”che permette di spostare da reddito a pensioni (e viceversa) i risparmi ottenuti. Ma nel caso in cui da entrambe le riforme dovessero emergere risparmi, spiegava in maniera un po’ contorta il provvedimento, i minori costi avrebbero potuto essere dirottati alla riduzione del deficit.
Ma l’Europa ci casca o non ci casca?
Ora la questione è se a Bruxelles accetteranno o meno la proposta del governo italiano. Che per adesso è del tutto virtuale visto che il piano non è stato illustrato nell’incontro a cinque di domenica in cui erano presenti Conte, Tria, Moscovici, Dombrovskis e Juncker.
Il rischio, spiega oggi Marco Bresolin sulla Stampa, è che non basti:
Per quanto riguarda la «dimensione» del passo indietro, anche qui è difficile trovare qualcuno a Bruxelles che si sbilanci per dare una valutazione. Ma dalla Commissione sono sempre stati molto netti su questo fronte: la manovra comporta «una deviazione senza precedenti» dalle regole. Lo scostamento stimato rispetto alla «piena conformità » con il Patto di Stabilità  è pari all’1,8% del Pil.
Anche con tutta la flessibilità  e la buona volontà , diventerebbe veramente difficile per l’Ue accettare una correzione limitata allo 0,2% del deficit, che ridurrebbe soltanto minimamente il divario.
La distanza resta notevole e in più occasioni Moscovici aveva detto di non essere disposto a incontrarsi a metà  strada: è l’Italia dal suo punto di vista — che deve fare il passo più lungo. È anche vero, però, che — a fronte di un gesto di Roma — per la Commissione la vicenda diventerebbe più complicata da gestire sul fronte politico.
Certo, il punto di partenza della trattativa non sembra incoraggiante visti i sorrisi che la Merkel ha riservato alle frasi di Conte che raccontava come la Manovra del Popolo rivoluzionasse l’Italia.
Ma già  la scelta di Salvini e Di Maio dovrebbe cominciare a far riflettere chi immaginava un governo gialloverde pronto ad andare allo scontro all’arma bianca con Bruxelles.
§Mentre il professor Paolo Savona sembra battere sempre più in ritirata strategica sostenendo anche in pubblico le sue perplessità  nei confronti delle scelte di spesa del suo governo, l’argomento dell’uscita dall’euro sembra aver perso definitivamente tutti i suoi fans tra gli eletti della maggioranza.
Certo, molti si sono fatti eleggere proprio grazie a questa promessa. Ma questo ormai rischia di costituire soltanto non più di un dettaglio.

(da “NextQuotidiano”)

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TUTTA LA STORIA DEL LAVORO NERO NELLA DITTA DEL PADRE DI DI MAIO

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

LA CONFERMA DI UN SINDACALISTA… E L’IMMOBILE FANTASMA RISCHIA DI COINVOLGERE ANCHE IL VICEPREMIER

Salvatore Pizzo, ex lavoratore in nero della ARDIMA, società  di Antonio Di Maio, ieri ha raccontato alle Iene di essere stato impiegato tra il 2009 e il 2010 in un cantiere di ristrutturazione della ”Ardima costruzioni”, dal 2012 “Ardima srl”, l’impresa edile che all’epoca dei fatti faceva capo al geometra Antonio Di Maio, papà  del capo politico del MoVimento 5 Stelle.
“Guadagnavo 1100, 1200 euro, me li dava cash”, ha raccontato Sasà , padre di tre figli che ha spiegato che il rapporto con Antonio Di Maio si è guastato a causa di un infortunio sul lavoro:   «Un giorno mi feci male a un dito mentre stavo scaricando una carriola — sostiene Pizzo — il geometra Di Maio, durante il viaggio verso l’ospedale Cardarelli di Napoli, mi disse: “Non raccontare che ti sei fatto male sul cantiere, altrimenti ci mettiamo 20 mila euro vicino a sto dito”.
Non dovevo dire di essermi fatto male presso la sua azienda perchè lavoravo al nero. Altrimenti lui si sarebbe cacciato nei guai», è la versione dell’operaio.
Dopo l’incidente, afferma Pizzo, «il geometra Di Maio ogni venerdì mi veniva a prendere e mi portava a fare le medicazioni in una clinica, pagandomi regolarmente». Ma poi, un mese dopo, l’operaio avrebbe ricevuto il benservito.
«Mi ha scaricato, ha detto che non avevo più lavoro». Pizzo a quel punto si rivolse alla Cgil e si accordò con l’impresa, ottenendo 500 euro e un contratto: «Aveva la durata di sei mesi, dopo mi scaricò totalmente», dichiara.
Il racconto di Pizzo è stato confermato da Giovanni Passaro, da più di un anno segretario generale della Fillea Cgil per l’area metropolitana di Napoli, che ha parlato oggi con Repubblica:
«Feci il mio lavoro da sindacalista. Gli spiegai che aveva davanti a sè due strade: fare causa all’azienda, oppure raggiungere un accordo con il datore di lavoro attraverso una transazione».
Le aveva raccontato di lavorare al nero?
«Questo non lo ricordo, anche perchè è passato molto tempo. Ma di tutto il resto ho memoria precisa: decise il lavoratore di non fare causa. Disse che non voleva fare del male all’azienda e che voleva innanzitutto continuare a lavorare».
È vero che lei telefonò al geometra Antonio Di Maio?
«Sicuramente parlai con lui, perchè fu avviata una trattativa, come sempre avviene in casi del genere. Quando si fa una transazione, ciascuna delle parti rinuncia a qualcosa, io naturalmente mi impegnai affinchè il lavoratore ottenesse le migliori condizioni».
Come finì?
«Con un atto transattivo in cui all’operaio veniva riconosciuto un bonus, se non vado errato di circa 500 euro, anche se avevo chiesto una cifra più alta. Ma non mi limitai a questo: ottenni dall’azienda la regolarizzazione del lavoratore per il periodo della durata del cantiere».
Pizzo sostiene che, in quel modo, fu «comprato il silenzio» di un operaio che lavorava in nero.
“Capisco la disperazione di chi è rimasto senza lavoro. Non vorrei però che si pescasse nel torbido. Il nero c’era ieri, c’è oggi e ci sarà  domani, purtroppo. Ma fu Salvatore a scegliere la strada della transazione. Hanno tutti una copia firmata: impresa, lavoratore e sindacato».
Intanto Selvaggia Lucarelli del Fatto su Twitter fa notare che Salvatore Pizzo nel maggio scorso aveva aderito alla campagna contro il presidente della Repubblica lanciata all’epoca dell’impeachment minacciato da Di Maio (su consiglio, secondo i giornali, di Pietro Dettori).
Della circostanza parla lo stesso Di Maio su Facebook in un messaggio pubblicato dopo il servizio di Filippo Roma: “Sono contento che Salvatore — l’operaio — abbia trovato il coraggio di denunciare pubblicamente dopo 8 anni. Ho letto dei commenti che lo attaccano per averlo detto pubblicamente solo ora, personalmente non credo lo si debba aggredire, inoltre credo che Salvatore Pizzo abbia anche votato il MoVimento alle ultime elezioni, visto che ha aderito alla nostra campagna di maggio #ilmiovotoconta”.
Il Giornale invece fa sapere che la storia di Pizzo si incrocia con quella del “fabbricato fantasma” che da qualche giorno sta raccontando con la firma di Pasquale Napolitano:
Il primo dubbio che andrebbe chiarito riguarda le attività  svolte nel manufatto fantasma. Potrebbe essere stato utilizzato come deposito per le attrezzatture della ditta edile della famiglia Di Maio? La presenza sui terreni e all’interno del manufatto di mattoni e tavole in legno farebbe ipotizzare un uso di quei vani per l’attività  edile. Ma potrebbe essere solo una coincidenza.
Il secondo dubbio è invece questo:
La società , in realtà , è stata costituita nel 2012 mentre nel 2014 passa a Di Maio e la sorella. Il ministro ha sempre chiarito di non essersi mai occupato delle attività  della società  e di non aver mai versato un euro. Mentre la società  è stata sempre attiva. Ma c’è un passaggio da chiarire: se terreni e immobile (fantasma) che si trovano nel Comune di Mariglianella siano stati usati per le attività  edilizie. E soprattutto in quali anni.
Prima del 2014, il vicepremier non avrebbe alcun legame societario con Ardima Srl. Dopo il 2014 sì. E c’è il rischio che la società , di cui è azionista al 50%, abbia utilizzato come deposito per le attività  edilizie un immobile che non risulta censito negli archivi dell’Agenzia del Territorio. I dubbi aumentano. E anche il silenzio. Restano senza risposte alcune domande: perchè quell’immobile non risulta censito? C’è una autorizzazione edilizia?Una pratica di condono in corso?

(da “NextQuotidiano”)

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RENZI COGLIE L’ASSIST: “DI MAIO CHIEDA SCUSA A MIO PADRE”

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO LA DENUNCIA DE LE IENE SUL PADRE DI DI MAIO: “LE COLPE DEI PADRI NON DEVONO RICADERE SUI FIGLI, IO LO DICO A SEMPRE, DI MAIO SE N’E’ ACCORTO SOLO ORA, DOPO MESI DI FANGO SU MIO PADRE”

“Quando ho visto il servizio delle Iene sulla famiglia Di Maio mi sono imposto di non dire nulla. Di fare il signore, come sempre. Del resto non m’interessa sapere se il padre di Di Maio abbia dato lavoro in nero, evaso le tasse, condonato gli abusi edilizi”, inizia così il post di Matteo Renzi nel quale l’ex premier commenta il servizio de Le Iene in cui un ex operaio denunciava di aver lavorato in nero per Antonio Di Maio, padre del vicepremier.
“Sono convinto che la presunta ‘onestà ‘ dei Cinque Stelle sia una grande FakeNews, una bufala come dimostrano tante vicende personali, dall’evasore Beppe Grillo in giù – continua – Ma sono anche convinto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli e questo lo dico da sempre, a differenza di Di Maio che se ne è accorto adesso. Ma qui, all’una di notte, non riesco a far finta di nulla. Non ce la faccio. Rivedo il fango gettato addosso a mio padre. Rivedo la sua vita distrutta dalla campagna d’odio dei 5 Stelle e della Lega”.
L’ex segretario del Partito democratico ripercorre la vicenda giudiziaria e umana di suo padre che, di recente, ha vinto due cause per diffamazione contro Marco Travaglio e, in riferimento alla vicenda denunciata da Le Iene dice: “Non dobbiamo ripagarli con la stessa moneta. Ma prima di fare post contriti su Facebook chiedano almeno perdono alla mia famiglia per tutta la violenza verbale di questi anni. Se Di Maio vuole essere credibile nelle sue spiegazioni prima di tutto si scusi con mio padre e con le persone che ha contribuito a rovinare. Troverà  il coraggio di farlo?”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ESILARANTE INTERVISTA DI LAURA CASTELLI: “SI’, LUI HA STUDIATO. E ALLORA?”

Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile

LA BRUTTA FIGURA NEL CONFRONTO CON PADOAN NON LE E’ BASTATA

Laura Castelli non ci sta. Colei che con Danilo Toninelli tiene alta la bandiera del LOL nel governo Conte non accetta di passare per impreparata davanti al “collega” Pier Carlo Padoane dopo lo scontro con l’ex ministro a Porta a Porta   si difende in un’intervista rilasciata a Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera che resterà  negli Annali della storia di questa Repubblica:
«Guardi, evito di commentare».
Invece, coraggio, sottosegretaria Castelli, stavolta commentiamo: si è rivista nel video?
«Certo, perchè?».
Beh.
«Senta: non è che perchè uno ha studiato più di un’altra, quello che ha studiato ha per forza ragione».
Però sullo spread Padoan è nel giusto, adesso può ammetterlo.
«Ma scherziamo?».
Guardi, non c’è niente di male. Magari lei…
«Io cosa?».
Non so, magari a ragioneria e nella laurea triennale non l’ha studiato bene il funzionamento dello spread.
«E allora?».
Allora che?
«No, dico: io ho il grafico del Sole 24 Ore, ho il report della Banca d’Italia! Io mica parlo a vanvera! Comunque, non c’è problema. L’ho scritto persino su Facebook». Cosa ha scritto?
«Che adoro la satira. Quindi non mi arrabbio. Anche se lei… io l’ho capita, sa? Lei è convinto che la mia formazione non sia adeguata al ruolo che ricopro: è così, vero?».
Ma no…
«Ma sì! Solo che io, per sua conoscenza, sono circondata dalle migliori menti di questo Paese. No, ecco, tanto per essere chiari: mica lavoro da sola, ho un fior fiore di staff, io»

(da “NextQuotidiano”)

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