Destra di Popolo.net

IN LOMBARDIA E VENETO COLATA DI ASFALTO E CEMENTO TARGATA LEGA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

CONSUMO DEL SUOLO, CONTRIBUTI PUBBLICI E GUADAGNI PRIVATI… LA PEDEMONTANA LOMBARDA HA PERDITE PER 58 MILIONI, LA BREBEMI PER 190 MILIONI

Senza far troppo rumore, per non disturbare l’alleato di governo, la Lega è protagonista della più grande colata di asfalto e cemento mai registrata in Pianura Padana.
E proprio in quelle terre, già  soffocate da un’infrastrutturazione selvaggia (e rigorosamente bipartisan) si giocherà  la resa dei conti con l’alleato pentastellato, ben presente nei comitati locali contro le nuove opere e geneticamente avverso al consumo di suolo. Epicentro del mega progetto viabilistico, due regioni a trazione leghista per eccellenza: Lombardia e Veneto.
LOMBARDIA
Partiamo dalla prima, campione nazionale della “cura dell’asfalto” e prima in Italia per consumo di suolo, cresciuto dal 2012 del 18%. Era il settembre 2016 quando la giunta Maroni varò il primo Piano regionale dei trasporti, dopo 34 anni di vuoto legislativo.
Con tanto di Valutazione ambientale strategica, lo strumento più evoluto di analisi ambientale a livello europeo, salvo poi ignorarne i risultati. Tutte, ma proprio tutte le nuove autostrade passarono l’esame, per un totale di 331 km su 715 di dotazione esistente.
Gap infrastrutturale? Macchè, la Lombardia è la terza regione in Europa per densità  autostradale. Spiazzando le previsioni, vennero riesumate arterie come la Cremona-Mantova, estinta naturalmente per mancanza di finanziamenti, o la Broni-Mortara, autostrada del Gruppo Gavio bocciata in sede di valutazione ambientale (primo caso in Italia) vista la contaminazione che continua a mietere vittime in quella zona, già  ferita dall’amianto della Fibronit.
Poi c’è la Tirreno-Brennero, 84 km tra Fontevivo e Nogarole Rocca, nel cremonese, in un quadrilatero già  percorso da quattro autostrade. Qui tra contributo pubblico (900 milioni) e indennizzo di fine concessione (1,7 miliardi) Gavio potrebbe vedersi ripagata l’intera opera, appaltata al costruttore Pizzarotti.
E ancora, la Pedemontana, la Verese-Como-Lecco, la Valtrompia, la Corda Molle (Brescia sud), la Bergamo-Treviglio. Costo complessivo: 11 miliardi, in buona parte destinati a Gavio, di cui 3,5 a carico di Stato, Regione e Anas.
Per non parlare delle superstrade, come la Rho-Monza o la Vigevano-Malpensa. Più della metà  dei soldi stanziati per le ferrovie, invece, andranno diritti all’alta velocità  Treviglio-Verona e Milano-Genova (Terzo valico) per 8,2 miliardi, o ad opere contestate come il traforo del Mortirolo (300 milioni).
Tutti progetti, non dimentichiamolo, passati senza uno straccio di valutazione costi-benefici indipendente, trasparente e comparabile, pratica introdotta solo di recente dal ministro Toninelli (prima erano gli stessi concessionari a valutare le proprie infrastrutture). Con poche eccezioni, i partiti hanno sempre visto come fumo negli occhi valutazioni super partes, perchè avrebbero bloccato troppi progetti e interrotto la spirale elettoral-affaristica dalla quale hanno attinto a piene mani.
Emblema della nuova corsa all’asfalto è diventata, suo malgrado, la Pedemontana Lombarda. Osannata in egual misura da Formigoni e Penati, l’autostrada è ora un vessillo leghista a tutto tondo. Non importa che tra perdite e svalutazioni stia affossando pezzi importanti dell’impresa pubblica lombarda, che pagheranno i cittadini. “Nessuno stop all’autostrada, se il governo dovesse decidere di non finanziarla e non sostenerla, sarà  sicuramente realizzata da Regione Lombardia”, ha tagliato corto il governatore Attilio Fontana
A un terzo del tracciato (mancano altri 60 km) in 5 anni ha collezionato perdite per 58 milioni, malgrado potenti iniezioni di denaro pubblico.
Non sono bastati 1,2 miliardi statali a fondo perduto, defiscalizzazioni per 380 milioni e garanzie regionali per 450 milioni: dopo tre decenni mancano ancora all’appello 235 milioni di capitale sociale e soprattutto 2,4 miliardi di finanziamenti privati, che le banche si guardano bene dal mettere.
Sarà  che il traffico è tuttora la metà  delle previsioni e il pedaggio il più caro d’Italia. La capogruppo Serravalle, un tempo gioiello dell’imprenditoria pubblica, si sta dissanguando per ricapitalizzare la società  e assorbire le perdite, mentre al piano superiore Asam (la finanziaria della Regione che ha in pancia Serravalle) ha chiuso i battenti con un buco di oltre 100 milioni.
Il conto è presto fatto. Tra svalutazioni, perdite, contributi e defiscalizzazioni, i 90 km di Pedemontana sono già  costati più di 2 miliardi alla collettività , senza contare le garanzie regionali, i futuri aumenti di capitale e i contenziosi. Per inciso, questi ultimi hanno generato oltre 2 milioni di spese legali in quattro anni, di cui 50mila incassati dall’avvocato di Maroni, Domenico Aiello, già  difensore delle Regione in altre cause.
Dopo l’ok del Cipe nel gennaio scorso, la Lega non vuol nemmeno sentir parlare di sospensioni o moratorie.
Lo scontro con i 5 Stelle in regione è continuo e dopo l’esposto all’Anac del senatore Gianmarco Corbetta potrebbero riaprirsi i giochi. Stesso scenario — più probabile — se entro 12 mesi dall’ok delle Corte dei Conti non arrivassero i finanziamenti, come previsto dal 2° atto aggiuntivo della Convenzione. A quel punto la palla passerebbe al governo e verrebbe ridiscusso il piano finanziario con sviluppi inediti, nazionalizzazione compresa (ipotesi avanzata a suo tempo dal ministro Delrio). Certo è che il conflitto in seno alla maggioranza uscirebbe come un fiume carsico.
Un altro caso clinico è la Brebemi, la direttissima Brescia-Bergamo-Milano, che fa il paio con la perpendicolare Tangenziale Esterna (Teem), entrambe fortemente volute dalla Lega. Inaugurata nel luglio 2014, ha accumulato perdite per 190 milioni in quattro anni, nonostante 330 milioni di contributi pubblici (60 dalla giunta Maroni). Il traffico continua ad essere la metà  del previsto ma a fine concessione la società  — controllata dal Gruppo Intesa Sanpaolo con forte presenza di Gavio sugli appalti — potrà  contare su una “buonauscita” di 1,2 miliardi, che sommata ai soldi pubblici ripaga quasi interamente il costo di costruzione. Un po’ meglio i conti di Teem (-68 milioni in due anni), aperta nel maggio 2015 e passata recentemente sotto il controllo di Gavio.
“Brebemi è un’altra eccellenza lombarda, oltre che un’operazione veramente innovativa poichè si tratta del primo progetto autostradale italiano finanziato in project financing e premiato a livello europeo”, ha ripetuto con tono ipnotico il governatore Maroni.
In cambio la società  — benchè interamente privata — ha sempre riservato alla Lega un posto nel Cda, come fece in passato a seconda delle giunte e dei governi in carica. Una prassi da Prima Repubblica mai morta nel mondo delle concessionarie, utilizzate dalla politica come serbatoi di consenso, di cariche e di finanziamenti. Intorno a un’infrastruttura vive e prospera una lunga filiera (costruttori, consulenti, banche, studi legali e società  di tutti i settori) che per la controparte politica sono fonte di voti e talora di soldi, visto che i due terzi del finanziamento privato ai partiti viene dal cemento e dall’asfalto.
Fatto sta che su Pedemontana, Brebemi e Teem i cittadini hanno sborsato 1,9 miliardi di contributi diretti, destinati a coprire perdite e interessi, quando ne bastava uno e mezzo per rimettere a nuovo le ferrovie locali, e alleviare le pene dei 700.000 pendolari lombardi.
VENETO
Sul fronte veneto la furia asfaltatrice della Lega, al governo da un decennio, avrebbe fatto anche di più se l’inchiesta sul Mose non avesse tirato il freno a mano. Nogara Mare, Nuova Romea, Valdastico, prolungamento dell’A27, Nuova Valsugana, Meolo-Jesolo, terza corsia della Venezia-Trieste, Pedemontana, Grande raccordo anulare di Padova, tangenziali venete, avrebbero srotolato 660 km di nuova rete a pedaggio, per la cifra monstre di 18 miliardi di euro.
Opere anch’esse varate allegramente senza valutazioni costi-benefici indipendenti, se qualcuno avesse dei dubbi. Per non parlare di progetti faraonici come Veneto City, 750.000 metri quadri a uso commerciale tra Dolo e Pianiga, o il mega polo logistico di Dogaletto. E ovviamente il Mose.
Tutto ruotava intorno a un sistema di potere collaudato e riconducibile ad alcune figure chiave come l’onnipresente Mantovani, società  di costruzioni guidata da Piergiorgio Baita, il potente assessore alle infrastrutture Renato Chisso e il suo collaboratore Stefano Vernizzi, non meno potente e titolare di una sfilza di cariche ai vertici della Regione, tra cui quella di amministratore delegato di Veneto Strade. Chisso, detto “l’asfaltatore di Quarto d’Altino“, fu l’anello di congiunzione tra le giunte Galan e Zaia, garantendo piena continuità  nella politica infrastrutturale. Fino a quando i magistrati fecero saltare il banco e cadere molte teste, mentre Chisso fini agli arresti nel 2014.
L’anno dopo una commissione di esperti tirò una riga nera su molti progetti, in gran parte per mancanza di coperture. Restano in piedi la Pedemontana, la Valdastico Nord, il prolungamento dell’A27 e la terza corsia della Venezia-Trieste.
Soprattutto sulle prime due la giunta non intende fare marcia indietro. Ma è sulla prima che si consuma lo scontro più acceso con i consiglieri pentastellati, tanto più dopo le esternazioni del ministro Toninelli sulla dubbia sostenibilità  dell’opera e dopo i rilievi della Corte dei Conti. Ma non occorra essere esperti per capire che qualcosa non gira in quel contratto, orgoglio della giunta Zaia. Dal 2003 i costi sono triplicati a quota 2,7 miliardi e l’intero impianto finanziario si regge su contributi e garanzie pubbliche, con un rischio traffico che nella peggiore delle ipotesi — non così lontana — potrebbe affossare le finanze regionali.
Al contributo pubblico di 900 milioni (300 dalla giunta regionale) si aggiunse un prestito obbligazionario di 1,6 miliardi al 5% garantito dalla stessa Regione, comunque insufficiente a coprire i due terzi delle opere complementari.
Ma è sulla gestione che i conti rischiano di saltare. Fino al 2059 sono previsti costi per 12,1 miliardi e ricavi di poco superiori, da girare al concessionario. L’incognita tuttavia è il traffico.
I ricavi sono infatti plausibili a fronte di almeno 46.000 transiti giornalieri (terza e ultima convenzione, maggio 2017), ma le stime di traffico di Cassa depositi e prestiti segnalano un ribasso del 44%.
Qui il rischio è tutto della Regione mentre il concessionario (SIS, controllato dal costruttore Dogliani e dagli spagnoli Sacyr) incasserà  utili netti per 5,7 miliardi, comunque vadano le cose. Cifre mai viste, nemmeno tra i big del settore.
“Si spera erroneamente di sottrarre traffico alla A4 con il secondo pedaggio più caro d’Italia, spiega Massimo Follesa, attivissimo portavoce del Covepa (Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa), senza contare il probabile aumento dei costi di manutenzione, visto il territorio ricco di acque superficiali. I recenti crolli nei cantieri della Valle dell’Agno lo dimostrano”. E proprio questi intoppi rendono improbabile il completamente dei lavori (ora al 50%) nel settembre 2020 e rischiano di far salire il conto
Difficile prevedere anche l’esito della Valdastico Nord, che fa capo ad A4 Holding (Brescia-Padova), un tempo controllata dal Gruppo Intesa Sanpaolo con forti entrature leghiste (l’esponente del Carroccio Attilio Schneck fu presidente nel triennio 2013-2015) e ora passata alla spagnola Abertis. I più informati parlano di una revisione dell’intero progetto, già  ampiamente modificato e oggetto di numerosi rilievi critici.
Il tracciato attraversa la provincia di Trento in un territorio alpino sfavorevole, che rischia di far lievitare i costi. E poi dovrà  passare al vaglio del Cipe e dei nuovi criteri di valutazione: un ulteriore fardello sulla tenuta della coalizione.
Frenata sull’asfalto, la Lega ha ampiamente compensato con il cemento. Seconda regione in Italia per consumo di suolo, cresciuto del 15% dal 2012, nell’ultimo ventennio il Veneto è stata terra di conquista per i costruttori. La recente legge sul consumo di suolo (14/2017) è talmente blanda da rasentare l’irrilevanza. Dopo aver posto dei limiti all’azione dei comuni, che oggi dispongono di qualche strumento in più per fermare il cemento, ha annacquato il provvedimento con una lunga serie di deroghe.
Ad esempio, sono escluse dalla legge le opere pubbliche, l’edilizia pubblica e, naturalmente, strade e autostrade, indicate dall’Ispra come prima fonte di consumo di suolo. Gli articoli sulla rigenerazione urbana, invece, sono stati neutralizzati dalla mancanza di fondi. Ma il colpo di grazia potrebbe venire dal “piano casa” in discussione, spiegano in Legambiente, che liberalizza ulteriormente il settore a vantaggio dei privati.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SUL BLOG GRILLINO INSULTI SESSISTI ALLA DEPUTATA DI FORZA ITALIA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

BAGARRE ALLA CAMERA, LA DIFESA DEI GRILLINI E’ RIDICOLA: “NON POSSIAMO CONTROLLARE I COMMENTI”… BALLE, BASTA TOGLIERLI… FICO SI SMARCA: “SOLIDARIETA’ ALLA DEPUTATA”

Scintille tra M5S e Forza Italia alla Camera durante l’esame degli ordini del giorno al dl sicurezza. Francesco Paolo Sisto (Fi) contesta che su un blog del M5S è stato pubblicato il video dell’intervento in Aula della collega di gruppo Matilde Siracusano in cui, dopo l’informativa del presidente del Consiglio sulla Manovra, la deputata messinese rivendicava il valore dell’esperienza politica di Silvio Berlusconi.
«C’è stata una serie di vili commenti sessisti», ha detto Sisto reclamando le scuse di M5S.
Vola qualche parola grossa, insulti, forse anche qualche minaccia tra forzisti e pentastellati e la vicepresidente Mara Carfagna fatica non poco a riportare l’ordine.
E se a Siracusano arriva la solidarietà  di tutti i gruppi, il capogruppo M5S Francesco D’Uva dice: «Insulti non ce ne sono stati. Capiamo che ci chiediate conto e ragione su quello che è scritto nel blog, ma sui singoli commenti c’è poco da fare», sottolinea.
Laura Boldrini coglie la palla al balzo per attaccare il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che segue in Aula i lavori. «La pratica del sessismo è troppo frequente, anche da parte di chi sta seduto ai banchi del governo. Da parte del ministro Salvini che paragona la donna a una bambola gonfiabile e che ha esposto alla gogna tre povere minorenni».
Salvini la guarda sbigottita, poi si rivolge verso la presidenza e dice: «Ma come!». Mentre Carfagna chiede silenzio, Lucia Azzolina di M5S ribadisce che «qualsiasi commento sconcio va condannato».
Nel frattempo Salvini lascia i banchi del governo e va verso quelli di M5S, dove si sfoga brevemente con i vertici del gruppo alleato, allarga le braccia e torna al suo posto.
Il presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, esprime solidarietà  alla deputata Siracusano: «Ogni forza politica deve farsi carico con fermezza e senza tentennamenti di contrastare questo orribile atteggiamento culturale», ha detto. «Bisogna combattere la visione di una società  maschilista, un atteggiamento generale sessista che si manifesta in molteplici settori del nostro Paese. E vanno condannate in modo forte e senza appello tutte quelle persone che invece di rispondere politicamente alle questioni poste dalle nostre deputate si lasciano andare a commenti di stampo puramente sessista che niente hanno a che fare con i temi sollevati».
Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato di Forza Italia puntato invece il dito contro i Cinque Stelle: «Ancora una volta i 5Stelle hanno rivelato la loro natura intrinsecamente e vergognosamente antidemocratica. La deputata Matilde Siracusano di Forza Italia, colpevole di aver dato in aula una lezione di storia sul l’esperienza politica di Silvio Berlusconi, è da una settimana bersaglio di insulti e minacce indegni di un Paese civile a corredo di un post del blog dei 5Stelle: ancora stamattina quei commenti schifosi non sono stati rimossi e, come è stato ribadito in aula, il movimento non ne ha alcuna intenzione. I grillini sono i mandanti morali di questa volgarissima aggressione e chi ha aggredito Matilde Siracusano è un vigliacco al pari di chi lo copre».

(da “La Stampa”)

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I TRENTA CONGIURATI NEL M5S

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

SONO I NUOVI “RESPONSABILI” PRONTI A SOSTENERE UN GOVERNO DI CENTRODESTRA IN CASI DI CRISI DI GOVERNO

Ci sono trenta parlamentari pronti ad abbandonare il MoVimento 5 Stelle con   due ex cacciati — Salvatore Caiata e Catello Vitiello — che stanno lavorando sotto traccia al progetto. Che ha anche un nome: “Sogno Italia”.
Lo sostiene oggi Salvatore Dama su Libero, che però non spiega il collegamento tra Caiata e Vitiello e gli altri parlamentari grillini, ma in compenso dice che se il governo gialloverde finirà  su un binario morto, se le liti quotidiane tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio diventeranno insanabili, allora potrebbe emergere in Parlamento una strada alternativa alle urne anticipate per risolvere una crisi di governo che ormai in tanti danno per scontata prima o dopo le Europee.
Una strada alternativa di centrodestra, visto che anche oggi sul Corriere della Sera rimbalzavano le voci della buvette che vedono il M5S a rischio implosione e pronosticano la comparsa dei Responsabili.
Sempre secondo il racconto di Libero, Caiata nelle scorse settimane ha registrato il marchio Sogno Italia: il logo è costituito dalla scrittta “Sì” con la s maiuscola e la i minuscola con il puntino triccolore. A questo gruppo si dovrebbero aggiungere i trenta:
Mollando i Cinquestelle, i “neoresponsabili” si libererebbero dall’obbligo delle “restituzioni”e dall’obolo mensile che va versato all’Associazione Rousseau. In mano agli ex grillini c’è già  una lista di una trentina di deputati, manovalanza parlamentare poco nota ai riflettori, classe politica selezionata dalla cosiddetta società  civile che non ha un percorso di militanza tale da giustificare remore o crisi di coscienza in caso di salto della quaglia.
Anche la storia della multa di 100mila euro per chi tradisce non fa più paura a nessuno. Vitiello, l’avvocato penalista che ha mandato a gambe all’aria il governo con il suo emendamento sul peculato, ha spiegato ai colleghi più sprovveduti che quella sanzione è incostituzionale, nessun Tribunale riconoscerebbe mai il diritto del Movimento 5 Stelle a incassare una penale da chi tradisce.

(da “NextQuotidiano”)

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LA PARABOLA DELLA FETECCHIA GIALLOVERDE

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

QUOTA CENTO E REDDITO DI CITTADINANZA? LE VEDRANNO IN POCHI

Sono partiti da : “Il 3% di deficit non è un tabù, potremmo anche sfondarlo”; sono passati all’ 1,6% proposto inizialmente dal contabile della banda, si sono attestati sul Piave del 2,4% festeggiato (come se un debito fosse da festeggiare) sul balcone di Palazzo Chigi con tanto di finta manifestazione a sostegno.
Hanno poi proseguito, con altezzoso petto in fuori, fino al fatidico: “La manovra non si tocca di una virgola” e infine si sono piantati contro il palo del “Non ci impicchiamo ai decimali [senza sapere che quei decimali sono svariati miliardi di spesa in deficit] — L’importante sono le misure”.
Tradotto: vi hanno bombardato di minkionate per mesi per poi giustamente (per fortuna) calarsi le braghe davanti al buon senso dell’Europa matrigna e di tutte le istituzioni economiche nazionali ed internazionali: FMI, Commissione Europea, BCE, Banca d’Italia, Istat, Inps, Confindustria, Assolombarda, Ufficio parlamentare di bilancio, Corte dei Conti.
Eppure rimane da chiedersi come faranno i gialloverdi a ridurre la spesa e quindi il deficit per il 2019?
Semplice: rinvieranno l’effettiva attuazione delle misure sbandierate a squarciagola con stratagemmi puerili. Insomma fingendo che l’arrivo dei soldi sia imminente in modo da turlupinare l’elettorato fino alle elezioni europee.
1) La fatidica “quota 100” sul fronte pensionistico verrà  depotenziata attraverso “finestre” cervellotiche che nessuno sa quando si apriranno, permettendo in realtà  a pochi “fortunati” di usufruirne con una decurtazione sino al 30% dell’assegno. Senza contare che le previsioni di spesa per gli anni successivi rimangono senza copertura nel Def, e con più finestre, quindi con una platea di “fortunati” decurtati ancora più ampia
2) Il Reddito di cittadinanza verrà  elargito attraverso un percorso a ostacoli, quindi alla fine in grado di soddisfare pochi amici intimi.
Rimarranno i danni fatti in questi 5 mesi, ma continueranno a mancare gli investimenti strutturali veri.
Quindi la crescita sana e sostenibile, non quella drogata dagli sprechi pubblici, rimarrà  solo un numero fasullo sui documenti patacca di un governo inetto.
Quando la manovra dovrà  passare il vaglio del parlamento verrà  rimaneggiata e stravolta a colpi di emendamenti e interventi di manine misteriose.
Durante il guazzabuglio la colpa del rinvio e della presa per il culo verrà  attribuita all’Europa che ci ha costretti ad usare il cervello.
Non a caso Gig-Inetto mette le zampe avanti: “Dobbiamo parlare della legge di Bilancio, degli emendamenti presentati dal governo e dal parlamento. Ci sono tante iniziative che stiamo portando in legge di bilancio e anche per questo il premier Conte ha detto all’Ue che la manovra sarà  approvata dal parlamento e dovete darci il tempo di farla discutere ai parlamentari, perchè il parlamento è sovrano e potrà  innovarla, migliorarla e perfezionarla”.
In parole povere il governo con una raffica di emendamenti correrà  ai ripari sulle minkiate che aveva scritto, proclamato e festeggiato.
Rimane da chiedersi per quanto tempo il pubblico telelobotomizzato continuerà  a nutrire fiducia in simili cialtroni.

(da “NextQuotidiano”)

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NORVEGIA, EX MINISTRO CONSERVATORE SOTTO ACCUSA PER PEDOFILIA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

PER I GIUDICI SVEIN LUDVIGSEN HA ABUSATO SESSUALMENTE DI TRE MIGRANTI MINORENNI

Grave scandalo di pedofilia con migranti minorenni come vittime in Norvegia, caso insolito per il Grande nord.
Un anziano ma ancora importante politico del partito conservatore (quello cui appartiene la premier Erna Solberg), l’ex ministro Svein Ludvigsen, è stato ufficialmente accusato dalla magistratura di aver abusato sessualmente di tre giovani migranti, promettendo loro, in cambio delle prestazioni sessuali così imposte, aiuto nella difficile pratica di richiesta di concessione dello status di rifugiati e di migranti.
È un caso che getta il prospero Paese scandinavo, una nazione con alti standard etici e severi controlli di polizia contro gli abusi sessuali, nello shock e nell’incredulità  e scopre un mondo segreto di vizi nascosti dell’establishment.
Con l’aggravante che appunto le tre vittime erano ragazzi migranti, sfuggiti – in nome delle leggi sul rispetto della sfera privata non vengono rivelati nè i loro nomi nè le loro nazionalità  – a chi sa quale miseria o quali guerre.
E visto che la Norvegia, dalla grande ondata del 2015, è stracolma di migranti come la Svezia e adotta verso di loro una politica molto restrittiva, i tre erano facilmente oggetto di ricatti.
È stato il procuratore Tor Borge Normo a dare la notizia, in una conferenza stampa nella capitale norvegese Oslo.
I fatti risalgono a diversi anni fa, quando Svein Ludvigsen era potente e influente prefetto della regione settentrionale di Tromso. Approfittando del suo potere, e abusandone, aveva promesso ai tre giovani aiuti significativi nell’accoglimento delle loro richieste legalmente sporte di asilo o di status di profughi, esigendo in cambio, per anni, la loro totale disponibilità  sessuale.
Gli stupri contro i tre, perpetrati da Ludvigsen oggi 72enne, sono continuati per anni, e si sono svolti spesso nella sua abitazione.
Altre volte, invece, il teatro del crimine erano stanze d’albergo, lo chalet di campagna di Ludvigsen, o in alcuni casi addirittura locali della Prefettura, quindi un edificio pubblico. Singolarmente nessuno si era accorto di nulla.
Tra l’altro uno di quei tre giovani soffre di seri disturbi mentali, e ciò aggrava la posizione giuridica dell’ex ministro. Ludvigsen era stato scoperto e arrestato all’inizio dell’anno, e poi messo in libertà  provvisoria in attesa di giudizio dopo cinque settimane di detenzione.
Egli respinge ogni accusa e si dichiara totalmente innocente e vittima di calunnie ingiuste, ma secondo magistratura e polizia testimonianze delle sue vittime e prove concrete lo inchiodano.

(da agenzie)

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RENZI: “LA SINISTRA CHIEDA SCUSA A BERLUSCONI. RISPETTO ALLE LEGGI AD PERSONAM DI SALVINI, SILVIO E’ UN PISCHELLO

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

ED ELENCA: CONDONO AI LEGHISTI CONDANNATI PER PECULATO, QUERELA SOLO A BELSITO, MARCHETTA SULLE SIGARETTE ELETTRONICHE, I 49 MILIONI A RATE

“Io adesso la dico. Lo so che ci rimanete male, ma adesso la dico, la dico, la dico: dobbiamo chiedere scusa   a Silvio Berlusconi. Perchè rispetto alle norme ad personam di Salvini, Berlusconi era un pischello”.
Matteo Renzi usa Facebook   per portare un duro attacco al ministro dell’Interno e in qualche maniera riabilitare Silvio Berlusconi.
Lo fa inserendo in una diretta Facebook   in cui illustra le notizie top ten della settimana alcuni dei provvedimenti e delle scelte di Salvini   degli ultimi giorni
L’ex presidente del Consiglio spiega cosa è accaduto alla Camera, dove è passato a scrutinio segreto una norma che molti leggono come un “aiutino a diversi esponenti leghisti alla prese con accuse di peculato in relazione alle spese pazze dei consiglieri regionali.
E alla fine dice: “Dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi che faceva le norme ad personam più incredibili:ha fatto votare la nipote di Mubarak e via dicendo. Ma non ha mai fatto quello che ha fatto Salvini in questa settimana e ci metto dentro sigarette elettroniche, voto segreto sul peculato che cambia la sorte dei processi in cui sono implicati deputati della Lega, l’accordo sui 49 milioni e la querela solo per Bossi ”
“Amici, lo dico forte, – conclude   l’ex premier . la sinistra che ora sta zitta su Salvini dovrebbe chiedere scusa per par condicio a Berlusconi”.

(da agenzie)

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LO SPOT E’ ANDATO A PUTTANE: SALVINI CHIAMA, MA FREDDY NON RISPONDE

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELL’INTERNO TELEFONA AL GOMMISTA CHE HA UCCISO UN LADRO, MA LUI NON ACCETTA DI PARLARGLI… SALVINI FAREBBE MEGLIO A SPIEGARE COME MAI LASCIA I LADRI IN LIBERTA’

“Era nell’aria, c’erano tutte le condizioni perchè potesse accadere, l’avrei fatto anch’io nei suoi panni, se la cercano”. È questo il vox populi da Monte San Savino, città  dove vive e lavora Fredy Pacini, il gommista che la scorsa notte ha sparato e ucciso a Vitalie Tonjoc, il 29enne moldavo che insieme ad un complice aveva appena sfondato una delle vetrate della sua azienda.
In mattinata squilla il cellulare dell’avvocato difensore Alessandra Cheli, dall’altra parte c’è il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che però non riesce a parlare con il gommista, che si rifiuta: “Sono troppo scosso, non ce la faccio” dice Pacini all’avvocato.
“Le istituzioni sono con lui” afferma l’inquilino del Viminale al telefono, durante una conversazione “dai toni familiari”, ha aggiunto Cheli.
Saranno anche con lui DOPO, ma prima non si capisce dove fossero.
Sulla recinzione della ditta spuntano fuori gli striscioni, arrivano degli amici di Pacini che hanno pure costituito un gruppo Facebook in suo sostegno e parte pure l’hashtag #iostoconfredy. Non manca nemmeno il classico capannello dei curiosi, poi la gente comincia a scemare e qualcuno protesta: “Oggi dovremmo stare tutti qui a portare solidarietà  a questo signore che rappresenta lo stato d’animo di molti di noi”, urla un artigiano della zona.
La ditta è la vera casa di Pacini, da quattro anni ci vive dentro, dove si è ricavato un appartamento perchè terrorizzato dai ladri.
Dice di aver subito quasi 40 fra furti e tentativi e più di una volta si è ritrovato faccia a faccia con i banditi.
“Siamo a due passi dall’autostrada, quando ci si mettono — afferma un imprenditore del posto — ci assediano per settimane e sono furti a ripetizione”.
Un contesto da pendolari del crimine, facilmente raggiungibile da varie direttrici, qui passa l’Autosole, c’è la superstrada per Arezzo e poi l’altra quattro corsie Siena Perugia è a pochi chilometri.
Non si tratta dell’ennesimo tentativo di furto in serie, quello accaduto alla Pacini Gomme sembra un episodio isolato, secondo quanto affermano i carabinieri nella zona non si era registrata una particolare attività  criminale.
In altri momenti invece erano stati più di uno gli artigiani che si erano portati la brandina in azienda, Pacini è andato ben oltre.
“Non aveva più una vita — racconta una vicina della casa dove, di fatto, Fredy non abitava più — è una persona su cui abbiamo sempre fatto affidamento, un grande lavoratore, la verità  è che non ci sentiamo difesi, sappiamo che lui è stato tante volte in Comune a parlare con il sindaco per chiedere maggiore sicurezza”.
Quattro anni passati in questa sorta di depandance in azienda dove la moglie lo aveva seguito, la donna però stanotte non c’era perchè stava assistendo il padre ricoverato in ospedale.
“Fredy è un grande amante dello sport, una persona solare — dice un conoscente venuto qui di corsa — speriamo che possa uscire al più presto da questa brutta storia, non vogliamo che vada via da Monte San Savino, deve rimanere”.
La scorsa primavera era stato proprio lo stesso gommista ad attirare su di sè l’attenzione dei media raccontando i suoi ultimi 4 anni di vita. Pacini aveva mostrato alle tv nazionali il monolocale dove viveva e che aveva ricavato sul soppalco del capannone, aveva raccontato le sue paure di artigiano che rischiava ogni notte di perdere tutto.
“Lo ha fatto perchè sperava in quel modo di tenere alla larga i malviventi, ma non è servito, al bar capitava che mi raccontasse di qualche rumore sospetto sentito la notte o di aver messo in fuga qualcuno che non si aspettava di trovarlo in azienda”.
Ai carabinieri risultano 6 denunce di tentativi subiti e due per vere e proprie razzie subite, “Alla fine uno smette pure di denunciare — afferma il gestore del bar vicino all’azienda di Pacini — siamo esasperati non ci sentiamo tutelati nei controlli del territorio”.
Ma Salvini non è il ministro degli Interni?

(da agenzie)

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PEROTTI: “UNA MANOVRA DA FALSO IN BILANCIO”

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL NOTO ECONOMISTA DOCENTE ALLA BOCCONI:: “MANCANO LE COPERTURE DI QUOTA 100 PER GLI ANNI SUCCESSIVI, IL REDDITO COSTA IL DOPPIO DEL DICHIARATO, LE DISMISSIONI SONO IRREALI”

Il professor Roberto Perotti parla della Manovra del Popolo e sostiene che anche se dovesse passare la trattativa con l’Unione Europea nei conti ci sono problemi che rendono la legge di bilancio a rischio falso.
Il primo pericolo è su quota 100, che manca di coperture per gli anni successivi al primo.
Qualsiasi provvedimento avrà  costi molto crescenti nel tempo, mentre il governo stanzia la stessa cifra di sette miliardi (peraltro drammaticamente insufficiente per qualsiasi promessa elettorale) per ognuno dei prossimi tre anni.
Ma tutte le simulazioni dell’Inps, spiega Perotti, mostrano che sotto ogni ipotesi plausibile di riforma la spesa pensionistica aggiuntiva aumenterà  nel tempo, e di tanto: sia per il meccanismo delle finestre, sia perchè, intuitivamente, nei primi anni la riforma aggiungerà  nuovi pensionati ogni anno.
Nascondersi dietro un dito, insultare Tito Boeri, ed affidarsi ai social e alla tv per intorbidare le acque non può cambiare i numeri.
Poi c’è la questione del reddito di cittadinanza, sottolineata anche ieri da Enrico Marro sul Corriere: circolano almeno quattro stime indipendenti del costo del reddito di cittadinanza, nell’ipotesi di una integrazione al reddito di 780 euro per un single e a salire per nuclei più numerosi: del M5S stesso, dell’Istat, dell’Inps (quando ancora non era invisa al governo), e degli economisti Baldini e Daveri.
Tutte concordavano su un costo di 15 miliardi. Il governo non ha mai (ripeto: mai) rinnegato le soglie di integrazione, quindi la cifra rimane 15 miliardi, contro i 7 stanziati.
C’è poi il piano di dismissioni immobiliari, previste in 600 milioni di euro dalla Nota di Aggiornamento di fine settembre ma passate miracolosamente in pochi giorni a 18 miliardi nella recente lettera alla Commissione europea.
Una cifra semplicemente pazzesca, che rappresenta un quarto del valore di mercato degli immobili pubblici potenzialmente disponibili; una presa in giro del buon senso se si considera che queste vendite dovrebbero essere realizzate in dodici mesi.
E poi Perotti, dopo aver parlato delle imbarazzanti uscite di Laura Castelli, conclude:
O il governo non si rende conto di quanto siano penosamente imbarazzanti tante persone che hanno responsabilità  di decisione e di comunicazione; oppure i membri del governo, abituati a pensare che l’analisi della realtà  sia irrilevante e che con gli insulti, le urla e la ripetizione ossessiva di teorie della cospirazione si possa far ingoiare quasi tutto a quasi tutti, applicano questo stesso metodo anche alla costruzione e presentazione della manovra. Nessuna delle due ipotesi lascia ben sperare per il futuro di questo paese.

(da “NextQuotidiano”)

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RICOMINCIA LA MODA DEI GIUSTIZIERI FAI DA TE: AD AREZZO UN GOMMISTA UCCIDE LADRO ENTRATO NELLA SUA AZIENDA

Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

INDAGATO PER ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA MA TRA POCO GLI DARANNO UNA MEDAGLIA… CHISSA’ COME MAI NESSUNO SPARA IN ALTO DOPO AVER CHIAMATO LA POLIZIA… MA CON SALVINI I CITTADINI NON ERANO FINALMENTE SICURI?

Ha sentito dei rumori provenire dall’esterno. Sì è alzato dal letto, nella stanza ricavata all’interno di un capannone industriale in cui vende pneumatici e biciclette alla periferia di Monte San Savino, nell’Aretino. Ha sorpreso i ladri, che erano entrati sfondando un vetro all’interno della sua azienda, e ha sparato.
Ora Fredy Pacini, 57 anni, è indagato per eccesso di legittima difesa. Poco prima delle quattro di questa notte (l’allarme è arrivato alla centrale del 118 alle 3.52) Pacini ha fatto fuoco e ucciso uno dei ladri scoperti all’interno della sua ditta, dove dormiva da quattro anni a causa di 38 furti, riusciti o tentati. A terra è rimasto un ventinovenne moldavo, che si è accasciato durante la fuga nel cortile dell’azienda. Mentre l’altro complice è riuscito a fuggire ed è ora ricercato dalle forze dell’ordine.
Secondo le prime ricostruzioni il ventinovenne moldavo, arrivato in Italia dalla Romania a settembre, è stato raggiunto da due colpi di pistola.
I proiettili l’hanno ferito a un ginocchio e a una coscia: quest’ultimo ha colpito l’arteria femorale. In totale Pacini ha sparato cinque colpi con una Glock da tiro a segno. “Sono entrati i ladri, ho sparato”, avrebbe detto Pacini che subito dopo ha chiamato il 112. “Ho sparato, c’è un uomo a terra, fate venire anche il 118”, avrebbe detto in una seconda chiamata. Al momento non si sa quanto tempo sia passato tra la prima e la seconda telefonata ai carabinieri.
Subito dopo l’arrivo dei militari e del magistrato Pacini è stato sentito dal pm, Andrea Clausani, a cui ha raccontato di essersi svegliato per i rumori e di aver sparato d’istinto. Per ora è indagato per eccesso di legittima difesa.
Al suo rientro in ditta, intorno alle 12,30,   il gommista è stato accolto da applausi e grida: “Bravo Fredy, bravo Fredy” hanno urlato amici e conoscenti davanti alla sua azienda. “#Io sto con Fredy”, la scritta su uno striscione affisso sul cancello della ditta. Le indagini, nel frattempo, vanno avanti: i carabinieri hanno sequestrato il piccone usato per rompere un vetro dell’ingresso e la pistola con cui il commerciante ha sparato, un’arma regolarmente detenuta.
E si cerca l’auto con cui i due ladri erano arrivati sul posto: per questo potrebbero tornare utili alcune telecamere della zona.
Alessandra Cheli, legale del gommista, ha detto che “è troppo presto per parlare, dobbiamo ancora capire tutto”.   A marzo scorso, in alcune interviste a quotidiani e tv locali, il gommista aveva denunciato “di vivere dal 2014 nella sua azienda” a causa dei furti.
Sul caso, intanto, è intervenuto il ministro degli Interni Matteo Salvini: “Dopo il decreto sicurezza, arriverà  in Parlamento la nuova legge sulla legittima difesa. Io sto con chi si difende, entrare con la violenza in casa o nel negozio altrui, di giorno o di notte, legittima l’aggredito a difendere se stesso e la sua famiglia. La mia solidarietà  al commerciante toscano, derubato 38 volte in pochi mesi: conti su di noi!”.
“Chi entra in casa altrui accetta le conseguenze, la tutela dell’aggredito deve essere prevalente su quella dell’aggressore”, il commento della ministra della Pubblica amminstrazione, Giulia Bongiorno, a Circo Massimo – la tutela dell’aggredito deve essere prevalente su quella dell’aggressore”.
Nessuno ha ancora spiegato perchè, prima di sparare, uno non chiami la polizia, e perchè non spari in alto, cosa che avrebbe probabilmente dissuaso i ladri.
E nessuno capisce che così si innesca un circuito che porterà  i ladri a sparare pure loro per primi, aumentando solo le vittime.

(da agenzie)

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