Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL VICEPREMIER AVEVA SOSTENUTO CHE A LUI NON RISULTAVANO CONTRATTI IN NERO
Un dipendente della Ardima Costruzioni – di Antonio Di Maio e Paolina Esposito, genitori del
vicepremier M5s – ha fatto causa alla detta azienda per farsi riconoscere le ore lavorate in nero.
In primo grado ha perso, ma ha fatto ricorso in Appello contando di vincerlo. Nel frattempo il papà di Di Maio avrebbe anche proposto una mediazione, soldi per chiudere il contenzioso.
Il particolare più rilevante è che il contenzioso era ancora in corso nel 2014 quando la società è stata donata alla Ardima srl di cui sono proprietari Luigi Di Maio e la sorella Rosalba, mentre il fratello è amministratore.
Azienda che ieri sera in tv il vicepremier ha dichiarato chiusa. Quel che non è chiaro è se Luigi Di Maio sapesse.
E se non sapeva nemmeno questo cominciano ad essere parecchie le cose sulle attività del padre che il vicepremier non conosce. Della vicenda di Domenico Sposito, iniziata nel 2013 si occuperà l’ispettorato del Lavoro – che dipende dal dicastero di Di Maio – chiamato a verificare i rapporti con tutti i lavoratori dei cantieri. Insomma, la vicenda iniziata nel 2013 ha avuto un primo esito nel 2016, come raccontano diversi giornali con una istanza respinta in primo grado: quando Di Maio è vicepresidente della Camera è ha le quote della Ardima srl.
Un lavoratore in nero, solo in parte, che si aggiunge ad altri in nero nell’azienda di papà Di Maio trovati dalle Jene.
Per Sposito quattro ore in chiaro e quattro fuori busta e per questo ha chiesto la regolarizzazione. Papà Di Maio ha specificato nell’interrogatorio del procedimento che il rapporto era regolare: “Preferiva ricevere un acconto a prodotto delle giornate effettivamente lavorate per 75 euro al giorno entro la prima decade, poi quando il consulente del lavoro ci portava la busta paga aveva il saldo – ha detto il padre di Di Maio secondo quanto riporta il Corriere della sera – . A lui veniva pagato tutto l’importo della busta paga più una somma in contanti pari alle giornate lavorate per 37 euro al giorno e ciò accadeva per esigenze personali e lavorative”.
Ma Sposito ha portato testimoni che non hanno confermato questa versione dei fatti, anche se in primo grado ha perso. Ora aspetta l’Appello.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
PERCHE’ I GENITORI DECIDONO DI DARE LA SOCIETA’ IN EREDITA’ AI FIGLI? COME FA DI MAIO A NON SAPERE CHE C’E’ UNA CAUSA IN CORSO?
La prima anomalia è la presenza di Luigi Di Maio nella società , la Ardima Srl.
Lo racconta bene sul Corriere Alessandro Trocino: ereditata dal padre gestore e dalla madre titolare, Paolina Esposito, nel 2012. E finita proprio al futuro vicepremier, titolare del 50 per cento delle quote, insieme alla sorella Rosalba. A gestire il tutto, il terzo fratello, Giuseppe.
Un mosaico familiare decisamente ingarbugliato.
Molti deputati non sapevano neppure che Di Maio fosse socio dell’azienda. Titolarità non dichiarata nei curricula ufficiali.
«Molti di noi – ragiona un parlamentare al secondo mandato – hanno mollato società e lavori per evitare conflitti d’interesse. Lui non ci lavorava, d’accordo, ma forse avrebbe fatto meglio a sbarazzarsene per tempo».
Anche perchè Di Maio non è un parlamentare qualunque: è il ministro del Lavoro. Da lui dipende, per esempio, l’Ispettorato del Lavoro, che potrebbe dover intervenire sull’azienda di sua proprietà .
Conflitto d’interesse potenziale. In capo al leader del Movimento che combatte da anni lancia in resta contro i conflitti d’interesse.
Ma non è l’unico dubbio. Il sospetto più pesante che sorge a un certo punto è che Di Maio abbia lavorato in nero nell’azienda di suo padre e poi sua. Solo un sospetto, avanzato dalle Iene.
Perchè a sera Di Maio si presenta a «Di Martedì» e spiega: «Ho lavorato poco e regolarmente con mio padre. Esibirò tutte le carte».
Ma le domande rimangono. Perchè, si chiedono nel Movimento, il padre e la madre decidono di dare la società in eredità ai figli? Generosità genitoriale o altro? E come fa Luigi Di Maio a non sapere che c’è una causa in corso? Interrogativi non oziosi, che per ora non hanno risposta.
Il vicepremier ieri ha ricevuto alcuni parlamentari del Movimento e si è sfogato con loro: «Non posso essere io a pagare le colpe di mio padre, per storie vecchie di dieci anni. Io non ne sapevo nulla. Che cosa c’entro con questa storia?».
Con il padre non si parla più, dopo la litigata. «Tenere famiglia, è quello il problema», dice un deputato campano.
In Parlamento per ora sono tutti con lui. «Accuse ridicole», dice il capogruppo Francesco D’Uva. «Ma come fanno a paragonarlo alla Boschi», dice Alessio Villarosa. Ma i malumori avanzano.
E i suoi cercano una strategia: si va in tv e si contrattacca.
Basterà ?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
LUIGI HA LAVORATO IN NERO NELLA DITTA DI SUO PADRE?
Nelle more del caso ARDIMA e del lavoro nero nella ditta dei Di Maio c’è da registrare anche una
lite furiosa tra Antonio e Luigi Di Maio dopo il servizio di Filippo Roma che approfondiva la vicenda di Salvatore Pizzo e raccontava quella di Domenico Sposito, che ha fatto causa ai Di Maio perchè ha lavorato in nero per metà del suo periodo di occupazione nell’azienda.
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera racconta cosa è accaduto tra genitore e figlio:
La grande paura. Mai prima d’ora i vertici dei 5 Stelle avevano tremato fino a questo punto: «Tocca a Luigi – mormorano ai piani alti –, siamo fregati». Si studiano piani B e si dà un occhio alla pagina Facebook di Alessandro Di Battista. Quella che sembrava una vicenda marginale, una delle tante denunce delle Iene, sta assumendo le proporzioni di una valanga.
Le facce tese dei peones del Transatlantico fanno eco a quella livida di Luigi Di Maio. Che arriva e subito sparisce. Ha appena finito di litigare furiosamente con il padre Antonio. Gli ha urlato tutta la sua rabbia: «Mi hai mentito. Mi avevi detto che era un caso isolato e invece sono quattro in nero. Mi hai fatto fare questa figura davanti a tutti. E ora come faccio?».
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
NELLA QUERELA AL DIRETTORE DI “REPUBBLICA”, DI MAIO SBAGLIA NOME E INDICA IL PADRE DEL GIORNALISTA, IL COMMISSARIO UCCISO
Ieri è andato in scena un faccia a faccia inedito a DiMartedì: quello tra Luigi Di Maio e Mario Calabresi, direttore di Repubblica, giornale che è spesso entrato in furiosa polemica con il leader del MoVimento 5 Stelle con tanto di strascichi giudiziari. Calabresi ha ricordato le querele in corso: «Due con il Movimento e 3 con Casaleggio».
Di Maio ha provato a portare ad esempio della malafede di Repubblica un articolo sul rinvio dei vitalizi: «Non era corretto, li abbiamo fatti».
Calabresi gli fa notare: «Ma che c’entra. Li avete fatti quindici giorni dopo quel titolo e con un ritardo di settimane rispetto all’annuncio».
Il ministro ha anche affermato che Repubblica ha taciuto sul ruolo dei Benetton in Autostrade dopo il crollo del Ponte Morandi.
«Non è vero – ha ribattuto il direttore – . A due giorni dalla tragedia, avevamo sette pagine sui Benetton e la foto di Gilberto».
Ma il clou della serata è arrivato quando Calabresi ha tirato fuori una carta: «Mi avete inviato questa querela intestata a Luigi Calabresi, che era mio padre e, come molti sanno, è morto tanti anni fa. Lo dico per rimarcare il vostro livello di approssimazione».
Così si torna all’inizio, quando il direttore di Repubblica aveva offerto un giudizio sul governo giallo-verde: «Vedo troppa improvvisazione. Troppi annunci e troppe promesse a cominciare dal reddito di cittadinanza che non sappiamo bene cosa sia. E avete innestato un tasso di ansia nel Paese fuori misura, soprattutto sui risparmi degli italiani».
Di Maio ribatte: «C’era bisogno di questa ansia. È quella dei disoccupati, dei pensionati». Ma Calabresi osserva: «Se in banca non ci sono i soldi e parlo del nostro debito, certe promesse non si possono mantenere».
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
NESSUNO DEI DUE SUPERA IL 50%
E’ testa a testa tra Nicola e Zingaretti e Marco Minniti, secondo l’ultimo sondaggio di Bimedia, sulle
primarie del Pd.
In base ai dati raccolti i candidati sono sempre sotto il 50%. Il Presidente della regione Lazio, in campo da quasi 5 mesi, raccoglie il 40% dei voti, registrando un calo del 4% rispetto al mese di ottobre.
L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti lo segue con il 38% dei consensi con un aumento del 9% rispetto alla precedente rilevazione, quando non era ancora ufficialmente candidato alle primarie.
In terza posizione, ma lontano dalla coppia di testa, debutta Maurizio Martina. L’ultimo segretario del Pd si attesta al 9% dei voti, subito davanti a Matteo Richetti che raccoglie l’8% (-6% rispetto ad ottobre).
Nel prossimo sondaggio – informa la nota di Bimedia – si capirà se la rinuncia di Richetti alla corsa per la segreteria del partito in favore del ticket con Martina favorirà quest’ultimo nella risalita.
Più distaccati gli altri tre sfidanti. Cesare Damiano è al 2% dei consensi (-1% da ottobre), stesso valore per Francesco Boccia.
Chiude la rosa dei candidati Dario Corallo che perde il 3% rispetto al mese scorso e si ferma all’1% dei voti. Non è stata sondata Maria Saladino, in quanto ha confermato la propria candidatura solo dopo la chiusura del sondaggio.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
TRASFERITA LA TRENTENNE DELLA STAZIONE DI TALENTI PER ALCUNI SCATTI FINITI IN RETE NON SI SA IN BASE A QUALE REATO O COLPA
È stata trasferita F.G. la trentenne marescialla dei Carabinieri della stazione romana di Talenti protagonista di alcuni scatti “sexy” finiti in Rete nei giorni scorsi.
L’Arma ha deciso per il trasferimento d’urgenza in altra sede. Non è chiaro in base a quale reato, ammesso che ce ne sia uno, o se per proteggerla dal momento che hanno iniziato a circolare anche informazioni personali come il suo stato di servizio.
Quelle foto non sono state messe intenzionalmente online dalla marescialla ma da qualcuno che ne era in possesso e che ha tradito la sua fiducia.
Purtroppo non è la prima volta che succede che foto che avrebbero dovuto rimanere private diventano di dominio pubblico attraverso scambi via WhatsApp e altro.
I Carabinieri avrebbero aperto un’indagine per fare chiarezza. Non si sa se sulla diffusione illecita delle foto (e quindi per violazione della privacy della marescialla) oppure per eventuali violazioni del codice di condotta.
In questo secondo caso addirittura la carabiniera potrebbe essere sospesa dal servizio. E per cosa? Per alcune fotografie che, a detta di chi le ha viste, non ledono l’onore dell’Arma.
Sono foto private dove la donna non è certo ritratta in pose da educanda ma non ha addosso la divisa. Qualcuno però nel condividere quegli scatti “hot” avrebbe poi inviato anche foto prese direttamente dal profilo Facebook della donna. Ma è tutto lì. Semmai andrebbe punito colui (o coloro) che le ha diffuse, violando la privacy della marescialla.
Nelle foto la marescialla è ritratta assieme ad un’amica, Samantha Brega.
La carabiniera dello “scandalo” a Libero spiega che «Samantha è un’amica che ho conosciuto in palestra, non abbiamo fatto nulla di male. Quei selfie? Uno scherzo tra noi. Non so come siano usciti» e ha già sporto denuncia.
Di certo però non si capisce come possano quegli scatti mettere in imbarazzo l’Arma al punto di trasferire altrove la trentenne. Dal Comando generale dei Carabinieri fanno sapere che nulla verrà lasciato di intentato per accertare le eventuali responsabilità sullo “scandalo”.
Su Facebook c’è chi commenta “incredulo” per la tempestività dell’azione dell’Arma, ricordando che nel caso dello stupro nei confronti delle due studentesse americane a Firenze i vertici si erano comportati diversamente. Non è vero però, perchè al termine di un’indagine disciplinare i due vennero destituiti (in seguito uno dei due è stato condannato a 4 anni e 8 mesi con il rito abbreviato).
Diverso invece è il caso dei Carabinieri coinvolti nel pestaggio e nell’omicidio di Stefano Cucchi. Per loro per anni non è stato preso alcun provvedimento disciplinare nè è stato stabilito di procedere al trasferimento.
Solo qualche settimana fa Giovanni Nistri, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ha promesso che i responsabili della morte di Stefano Cucchi non indosseranno mai più la divisa.
Ma tutto è accaduto perchè nel frattempo Riccardo Casamassima, l’appuntato che con la sua testimonianza aveva fatto riaprire il processo, aveva deciso di denunciare l’Arma raccontando in un video di aver subito «trasferimenti, punizioni e vessazioni per aver testimoniato nel caso Cucchi». Questione di priorità .
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
GLI STRUMENTI DI CONTRASTO NON HANNO PORTATO I RISULTATI SPERATI
Donne, anziani over 75, separati o vedovi, ex artigiani e casalinghe e coloro che percepiscono una
pensione di invalidità , sociale, reversibile o un’indennità di accompagnamento.
Sono le persone più a rischio di vivere in una condizione di “povertà energetica” ovvero di difficoltà nell’acquistare servizi energetici (elettricità , riscaldamento, acqua calda sanitaria, raffrescamento) con effetti sullo standard di vita e sulla salute.
È quanto emerge dall’indagine realizzata dalla Fondazione Di Vittorio insieme allo Spi Cgil che ha coinvolto 979 persone in Liguria, Toscana, Puglia e Calabria.
Dallo studio 184 persone (il 19,1% del totale) risultano “poveri” ovvero persone che negli ultimi 12 mesi hanno usufruito del bonus per la fornitura di energia elettrica e gas oppure hanno redditi familiari bassi o non riescono a far fronte ai bisogni primari (le stime della Commissione europea sul nostro Paese parlano di poco più di 9 milioni di famiglie in povertà energetica ovvero il 15% del totale).
Il 15,2% degli intervistati (146 persone) sono “vulnerabili” quindi potrebbero trovarsi in futuro in una condizione di povertà energetica poichè vivono in abitazioni energeticamente inefficienti, per la loro condizione economica, per l’alto consumo di energia. Gli altri 632 (il 65,7%) non sono nè poveri nè vulnerabili.
Dal Rapporto emerge anche che gli strumenti di contrasto alla povertà energetica, come il bonus sociale energia elettrica e gas introdotto tra il 2008 e il 2009, non hanno portato i risultati sperati.
“Molte famiglie che oggi hanno diritto ai bonus in base al valore Isee non ne fanno richiesta — si legge nel Report — ma se anche tutte le famiglie che oggi hanno diritto al bonus lo ricevessero, in base all’attuale architettura della misura, resterebbe comunque fuori una parte rilevante di famiglie che di fatto si trova in povertà energetica”. Per quanto riguarda le misure volte ad accrescere l’efficienza energetica delle abitazioni, ci sono alcuni fattori che limitano la pratica di questi interventi, in particolare tra i più anziani: hanno un costo tendenzialmente elevato soprattutto per chi è in condizioni di disagio economico e sono interventi che producono efficientamento a lungo termine che non incoraggiano gli anziani a utilizzarle.
Le donne sono lievemente sovrarappresentate tra i poveri.
Il disagio energetico tende a essere più diffuso con l’avanzare dell’età . Rispetto alle 4 regioni coinvolte nell’indagine, la quota più sostanziosa di poveri energetici è in Calabria (45,4%), mentre il dato più basso è stato registrato in Toscana (6,8%). L’incidenza della povertà è doppia per separati, divorziati e vedovi, supera il 30% per nubili e celibi, ed è più accentuata nelle famiglie mononucleari. La quota di poveri invece decresce all’aumentare del livello di istruzione.
Se si considera l’occupazione prima del pensionamento, i poveri sono sovrarappresentati tra ex artigiani e casalinghe e in misura meno accentuata tra gli operai: al contrario gli “altri” ovvero coloro che sono nè poveri nè vulnerabili saturano il gruppo di intervistati che svolgevano professioni impiegatizie (84,6%).
La povertà incide maggiormente tra coloro che non percepiscono una pensione da lavoro e tra coloro che beneficiano di pensione di invalidità , indennità di accompagnamento, pensione sociale e reversibilità e sono, pertanto, in una condizione di fragilità economica e di salute.
La salute va male solo per il 2,8% di chi non è in condizione di disagio ma raddoppia (5,5%) per i vulnerabili e supera l’11% trai poveri.
All’opposto poco più della metà dei poveri di stare bene o molto bene, valore che cresce al 73,3% nel caso dei vulnerabili e all’83,4% per gli altri.
Le condizioni dell’abitazione incidono sulla possibilità di mantenere una temperatura confortevole in casa nei periodi più freddi o più caldi: 6 poveri su 10 vivono in una situazione che non è confortevole con temperature domestiche troppo alte o troppo basse.
Dall’indagine emerge che la necessità di pagare un affitto o comunque l’assenza di una casa di proprietà è associata al disagio energetico: il 27,9% dei poveri e il 22,6% dei vulnerabili vive in affito, contro il 16,1% degli altri.
I poveri fanno meno lavori di ristrutturazione rispetto ai vulnerabili e a chi non è in nessuna di queste due categorie.
Povertà e vulnerabilità si associano anche a dimensioni ridotte dell’abitazione: il 35,9% dei poveri vive in case di 41-60 metri quadrati e il 10,9% in case ancora più piccole (fino a 40 metri quadrati).
La dotazione di riscaldamento autonomo è più frequente tra chi non è in condizione di difficoltà o disagio (75,1%), rispetto ai vulnerabili (63%) e ai poveri (48,9%). Il 18% dei vulnerabili e il 30% dei poveri energetici vivono in un’abitazione sprovvista di impianto di riscaldamento.
Dall’indagine emerge una tendenza più accentuata da parte dei poveri energetici (73,8%) e dei vulnerabili (68,3%) ad accendere i riscaldamenti solo se strettamente necessario rispetto a chi non vive in condizioni di difficoltà o disagio. In particolare, poveri e vulnerabili adottano comportamenti di limitazione dei consumi che producono un risparmio immediato, mentre gli altri investono in comportamenti che riducono il fabbisogno di energia senza mutare i consumi, come l’acquisto di tecnologie più efficienti che portano un risparmio nel medio-lungo periodo.
“Servono politiche di intervento integrate, energetiche e sociali”.
Le proposte da parte di Fondazione Di Vittorio e Spi per rafforzare i bonus sono: allargare la platea degli aventi diritto (sono circa 700 mila i percettori su circa 2,2 milioni di aventi diritto), aumentare l’importo dei bonus per una maggiore copertura della spesa, semplificare l’iter amministrativo per ridurre i costi di gestione.
Per incentivare gli interventi di efficientamento energetico si propone di calibrare la quota di spesa da portare in detrazione al valore dell’Isee, riconoscendo una percentuale maggiore ai meno abbienti (fino al 90% per gli incapienti) e incrementando i fondi a disposizione. Inoltre, vanno diffuse informazioni sulle buone pratiche in ambito domestico e sulle modalità di accesso alle agevolazioni fiscali e alle diverse soluzioni di efficientamento.
(da “il Redattore sociale”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
UN GOVERNO CHE NON PUO’ DIRE AGLI ELETTORI CHE HA RACCONTATO BALLE IN CAMPAGNA ELETTORALE PERCHE’ VUOLE CARPIRE IL LORO VOTO ANCHE ALLE EUROPEE
Adesso Salvini sostiene che il governo non manderà nessun documento all’Europa. E dunque, per capire i saldi reali, bisognerà attendere l’approvazione definitiva della manovra “in Parlamento”.
Solo a quel punto, con una calcolatrice in una mano e gli emendamenti nell’altra si capirà , quale è il “numeretto” reale del rapporto deficit-Pil: se il famoso 2,4, il numero magico, fino a poco tempo fa, dell'”abolizione della povertà “, o il 2,2 o 2,1 o 2,0, che consentirebbe, in base a chissà quale calcolo, di disinnescare la procedura di infrazione, perchè, si dice adesso, “non ci appicchiamo agli zerovirgola”.
Solo allora lo capiranno gli italiani e, con loro, Juncker, Moscovici e la commissione, che, come sanno anche i bambini, si rapporta con i governi e con gli impegni che prendono, non con i sotterfugi che affidano alla dinamica parlamentare, senza dirlo.
Perchè questo è il punto: una trattativa condotta finora come un gioco delle tre carte, in cui il deficit si può cambiare, ma non si dice.
Quasi di nascosto, in modo da mostrare agli elettori la carta dell'”abbiamo mantenuto gli impegni presi” e all’Europa quella dell’azzardo ridotto sui conti.
In fondo, non è difficile camuffarlo nel gioco parlamentare.
All’inizio la manovra prevedeva un impegno finanziario non derogabile di sedici miliardi di euro da destinare alle due misure simbolo del governo gialloverde, il reddito di cittadinanza e “quota cento”. Tutto e subito.
Nell’ultima versione, quei fondi non sono più vincolati alle due misure ma possono essere utilizzati anche per altro, come la riduzione del deficit.
Adesso, proprio in virtù di questa formulazione, sarà affidato agli emendamenti il compito di far partire le due misure a marzo o aprile o a maggio.
E chissà come: quale platea di beneficiari, quali cifre distribuite, con quale meccanismo di attribuzione. §Voi capite che se i due principali capitoli di spesa slittano di un trimestre o di un quadrimestre, si risparmia un quarto o un terzo della spesa, ovvero quei tre miliardi e mezzo che corrispondono allo 0,2 di Pil.
Il che consente di spendere meno, senza dire che è stata piegata la schiena all’Europa matrigna o alle perfide tecnocrazie.
Complicato, se non impossibile, che l’Europa resti ammaliata da tale furbizia scenica, per tutta una serie di motivi che hanno a che fare con le regole e con la politica, perchè è difficile che da questo negoziato si possa uscire con un altrettanto italico “chi ha avuto, ha avuto, scurdammoce o passato” e senza un vincitore che agita lo scalpo dello sconfitto.
La verità , prima ancora dell’esito, è che anche il “governo del cambiamento” è rimasto ingabbiato, costretto a fare i conti con il set di regole italiane ed europee sui cui aveva promesso sfracelli.
E con la reazione dei mercati allegramente sottovalutata finchè “il partito del Pil” — artigiani, commercianti, partite Iva — che finora ha ingrossato la Lega nelle urne – non ha iniziato a scendere in piazza.
È in questa gabbia che nasce la “restaurazione politicista” dei sedicenti alfieri del cambiamento, che fino a pochi giorni fa attribuivano lo spread alle “parole di Juncker” o al terrorismo dei giornali o a Bankitalia e ora hanno sostituito il “me ne frego” con le ambiguità lessicali, la rivoluzione promessa col gioco di emendamenti che neanche la Prima Repubblica, il mito della trasparenza dei Palazzi con la segretezza.
Abbiamo appreso oggi che, prima dell’incontro con Juncker, mezzo governo è salito al Colle in via riservata, per un confronto proprio sulla manovra: Conte, Salvini, Di Maio, Moavero.
Notizia uscita per caso, perchè gli incontri dovevano rimanere riservati. E si capisce perchè, sempre nell’ambito di questa prassi del “si fa ma non si dice”: i leoni che ruggiscono verso l’ordine costituito non possono far sapere che accettano il bromuro della moral suasion quirinalizia.
Meglio spegnere lo streaming. Sia chiaro: è legittimo chiedere un colloquio riservato col capo dello Stato, ma l’episodio è rivelatore.
Perchè di fronte a quella che al momento sembra una clamorosa retromarcia, di politica economica e più in generale di impianto strategico sul terreno più identitario del sovranismo — il rapporto con l’Ue — sembra non esserci spazio di comprensione del discorso pubblico tra segretezza e propaganda, tra la spiegazione del “perchè” delle decisioni (e del “come” vengono prese) e i comizi in diretta facebook o in tv.
Non è questione di poco conto, considerati gli argomenti in questione, che scuotono il terreno identitario delle forze in campo.
Ad oggi non si capisce ancora, in quest’orgia di detto e non detto, il “quando”, il “come” e il “quanto” entreranno in vigore le due misure simbolo di Lega e Cinque stelle.
E non è chiaro “fin dove” il governo ha intenzione di spingersi per evitare una procedura di infrazione annunciata.
Si capisce bene che questo impianto di ambiguità , tra propaganda e segreti, consente di tornare indietro in ogni momento, anzi contribuisce alla creazione di un alibi. Per la serie: “Noi ce l’abbiamo messa tutta, volevamo realizzare tutto quello che vi abbiamo promesso, ma la perfida Europa ne ha fatto una questione di zerovirgola”.
E sarà lo spartito della campagna elettorale.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
SENZA QUERELA DI PARTE IL PROCESSO SAREBBE DECADUTO, ORA VA AVANTI SOLO CONTRO BELSITO… MA POTREBBE VALERE “L’ATTRAZIONE DEL REATO” PER CONCORSO… RESTA IL FATTO CHE QUALCUNO HA PAURA CHE BOSSI VUOTI IL SACCO
Il leader della Lega, Matteo Salvini, alla fine ha depositato una querela contro Francesco
Belsito, ex tesoriere del partito, per appropriazione indebita.
Salvini ha invece ‘risparmiato’ Umberto e Renzi Bossi, che non sono stati querelati. Il che vuol dire che il procedimento nei loro confronti potrebbe essere interrotto. ( nel merito ci sono diverse correnti di pensiero giuridico)
Una denuncia dovuta, in realtà , per non far decadere il dibattimento.
Così questa mattina il leader della Lega ha depositato, tramite i suoi legali, nella cancelleria della Corte d’Appello di Milano una querela nei confronti dell’ex tesoriere del Carroccio. Belsito è imputato per appropriazione indebita insieme a Umberto Bossi e al figlio di quest’ultimo, Renzo. S
ono accusati di aver usato i fondi del partito per fini privati. Come accennato, la denuncia è indispensabile affinchè possa essere celebrato il dibattimento considerando che per questo reato, sulla base delle nuove norme, non si può procedere d’ufficio.
La Lega aveva tempo fino alla fine di novembre per depositare l’eventuale querela, sulla base delle modifiche del codice penale apportate durante la scorsa legislatura.
Se non lo avesse fatto, il processo si sarebbe chiuso con la dichiarazione di improcedibilità . Il che avrebbe voluto dire cancellazione delle condanne inflitte ai tre imputati dal tribunale nel luglio dello scorso anno.
Per Umberto Bossi due anni e tre mesi di reclusione. Per Renzo Bossi un anno e sei mesi.
E per Belsito due anni e sei mesi.
Il segretario della Lega ha dato mandato ai suoi legali di querelare solamente l’ex tesoriere e non anche i due Bossi, padre e figlio
Ora sarà la quarta Corte d’Appello, davanti alla quale si era aperto il processo lo scorso 10 ottobre (poi rinviato al 14 gennaio), a valutare i termini della querela e capire se è o meno estensibile anche a Bossi.
Secondo il capo di imputazione, l’ex tesoriere, nel periodo che va dal 2009 al 2011, si sarebbe appropriato di circa 2,4 milioni di euro, mentre Bossi di circa 208 mila euro. Da questa indagine sarebbe poi partito il processo genovese sulla maxi-truffa legata ai rimborsi elettorali, con la decisione della confisca dei 49 milioni di euro al Carroccio.
Secondo quanto riporta l’Agi facendo riferimento a fonti legali, la querela depositata da Salvini riguarderebbe solo capi d’imputazione in cui Belsito non è accusato in concorso con i Bossi. Il che vuol dire che è probabile una sentenza di non luogo a procedere per Umberto e Renzo Bossi.
Secondo altri esperti invece anche se la Lega non ha querelato i Bossi, il processo andrà avanti anche per loro. Lo prevede la cosiddetta “attrazione del reato“: l’appropriazione indebita, infatti, è stata compiuta in concorso tra il senatur, il “Trota” e l’ex tesoriere.
La valutazione finale spetterà ai giudici.
(da agenzie)
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