Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
LA ZECCA PADANA ALLE CORDE DELIRA SUI “FINTI PROFUGHI”, DIMENTICANDO QUANTI SONO STATI FATTI AFFOGARE DAL SUO GOVERNO CHE HA CRIMINALIZZATO LE PERSONE PERBENE CHE PRESTANO SOCCORSO E CHE NON PASSANO IL TEMPO A IMBOSCARE SOLDI ALL’ESTERO
“Mi auguro che questa barca si avvicini al porto di Napoli perchè contrariamente a quello che dice il Governo noi metteremo in campo un’azione di salvataggio e la faremo entrare in porto. Sarò il primo a guidare le azioni di salvataggio”.
Lo ha detto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a Radio Crc, parlando della vicenda della Sea Watch, la nave che da giorni è nelle acque del Mediterraneo con 32 migranti a bordo, tra cui donne e bambini.
Immediata la replica di Matteo Salvini: “I porti italiani sono chiusi, abbiamo accolto già troppi finti profughi, abbiamo arricchito già troppi scafisti”
Si infiamma la polemica tra il ministro dell’Interno e il primo cittadino del capoluogo partenopeo che ieri si era opposto con Leoluca Orlando all’applicazione del ‘dl sicurezza.
“I comportamenti dei governanti si avvicinano a quelli dei trafficanti di esseri umani – ha aggiunto de Magistris – perchè se loro lucrano su questa gente, i governanti lucrano politicamente facendo credere alle persone che l’infelicità dei Paesi occidentali sia dovuta alla gente e ai bambini che stanno morendo in mezzo al mare”.
Secondo de Magistris, “lasciare persone e bambini in mezzo al mare con il gelo e la tempesta è qualcosa di indegno, criminale. Sarebbero tanti i modi per apostrofare i governanti del mondo e quelli italiani che per un pò di propaganda politica passeranno alla storia per quelli che hanno fatto morire persone in mare. Sarà la storia che li giudicherà – ha concluso – e mi auguro anche qualche tribunale perchè di fronte ai crimini non c’è solo l’accusa politica o lo sdegno esistono anche i tribunali”.
De Magistris ha poi commentato le parole espresse ieri dal ministro, Matteo Salvini, a seguito della ‘rivolta’ di alcuni sindaci, a cominciare da Leoluca Orlando a Palermo, rispetto ai contenuti del ‘decreto sicurezza’: “Il linguaggio di Salvini è indegno di un ministro dell’Interno e lo dico con rispetto delle istituzioni repubblicane alle quali ho giurato. Io non faccio parte di un partito che ha sottratto decine di milioni agli italiani, non vado ad abbracciare criminali durante le partite di calcio e non pavento nemmeno lontanamente l’idea, pur escludendolo, di usare esercito, carabinieri e poliziotti contro i sindaci perchè se solo ci prova a pensarlo avrà una risposta politica e democratica talmente adeguata che se la ricorderà per tutta la vita”.
“Da italiano sono indignato di essere in questo momento rappresentato da Salvini che rappresenta l’intero Governo perchè tutti i Di Maio, i Toninelli e altri sono su questa barca dell’indegnità ” ha concluso de Magistris, rispetto alle politiche di immigrazione messe in campo dal ministro dell’Interno.
“I 75 milioni di euro per le buche di Roma sono una marchetta politica che fa venire i brividi ricordando i governi della Prima Repubblica. Forse così si spiega il silenzio della Raggi”. ha aggiunto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
NEI QUARTIERI PIU’ POVERI VOLONTARI E COMUNE INTEGRANO 25.000 STRANIERI… BALLARO’ RIVIVE CON MOLTIVOLTI E I COMMERCIANTI BENGALESI CHE DENUNCIANO I MAFIOSI
Rimbalzano nei vicoli stretti di una pavimentazione resa scivolosa dagli umori del mercato le urla
dei venditori: pane e panelle, pani c’a meusa, crocchè, fritturiedda, sfincioni, purpi, sfrigolano le stigghiole e gli odori delle verdure, i colori della frutta si mischiano con l’odore delle spezie, del kebab, del cous-cous.
Bastano naso e palato per capire che straordinario miscuglio sia diventato Ballarò, il quartiere del mercato in pieno centro storico di Palermo.
Poi, quando cala la sera, i negozi ancora aperti degli immigrati danno vita e luce al quartiere.
Ecco la barberia di Salim, che viene dal Benin, dove mentre dentro la minuscola bottega lui ti aggiusta barba e capelli accompagnato da musica africana e altri ragazzi ballano, seduti ai tavolini esterni immigrati e palermitani sorseggiano birre e spinelli. Sarà tutto legale? Non lo so e francamente m’importa poco: «L’esclusione sociale non ha colore, qui il tema della legalità è complicato per tutti: al mercato non sono soltanto gli immigrati a essere fuori dalle regole della Ue», spiega Claudio Arestivo, uno dei fondatori di Moltivolti, ristorante multietnico, centro sociale, fucina culturale e gastronomica con la sua cucina “siculo-africana”, dove a pranzo puoi mangiare un cous-cous afgano e involtini palermitani e la sera assistere a un affollatissimo concerto di musica dei Balcani.
«Qui a Ballarò», continua Claudio, «abbiamo un 35 per cento di migranti, e siamo un Laboratorio Sociale». «Hanno fatto un po’ come a Riace», spiega Gianmauro Costa, giornalista e scrittore, che nel suo prossimo romanzo in uscita per Sellerio farà agire proprio a Ballarò, alle prese con la Black Axe, la nuova mafia nigeriana, la sua nuova eroina, la poliziotta Angela Mazzola, «i migranti hanno preso vecchie case fatiscenti e le hanno rifatte con le loro mani».
Dice il presidente del Municipio, Massimo Castiglia: «Ti sei mai chiesto perchè la Vucciria è un mercato morto mentre Ballarò è vivo? Perchè la gente che vive qui, in primo luogo gli immigrati, fa la spesa al mercato, lì, no. Per fare vivere un mercato non basta chi viene a fare la foto, serve chi viene a fare la spesa».
«Più che la Vucciria, in qualche modo santificata ma ingabbiata nell’irripetibile quadro di Guttuso, è Ballarò, nella sua tumultuosa vitalità , a rappresentare oggi meglio l’identità di Palermo», dice la scrittrice Evelina Santangelo che, insieme a Gian Mauro Costa e il suo rinato cinema Rouge et Noir, anima la sezione palermitana della scuola di scrittura Holden.
«Gli immigrati hanno fatto rivivere un quartiere: a giugno sono venuti i Reali d’Olanda, e docenti dell’università di Cardiff. Caro Salvini, invece di cavalcare le paure che possono sdoganare la violenza pur di semplificare e ottenere consenso perchè non vieni a vedere come funziona a Ballarò?», lancia la sua sfida il minisindaco di Ballarò.
Guai però, ammonisce il Sindaco Leoluca Orlando, a individuare nuovi modelli perchè Riace insegna che innalzare nuovi modelli può rendere più facile colpirli. Tuttavia da Ballarò una pratica alternativa emerge, dice Castiglia «nel senso che qui c’è un forte privato-sociale organizzato e le strutture sono messe in rete costruendo un presidio di contrasto alla povertà che non riguarda solo i migranti. E poi le istituzioni sono vicine: la gente magari si incazza ma viene comunque in Municipio».
Sceso a Palermo (nel sud si dice così: “scendi” quando arrivi, “sali” quando te ne vai) nei giorni del vertice sulla Libia il cui scopo (fallito) era normalizzare quel Paese per impedire i flussi migratori verso l’Italia ripenso a queste parole di Aldous Huxley – umanista, pacifista, maestro della letteratura distopica, scritte nell’introduzione a una nuova edizione dell’Inchiesta su Palermo di Danilo Dolci pubblicata da Einaudi nel 1956: «Senza carità , la conoscenza tende a mancare di umanità ; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza», mentre scopro una città controcorrente rispetto al delirio securitario, che per bocca del suo sindaco Leoluca Orlando (che magari i nuovi potenti italiani neri gialli e verdi considerano un criminale ma che in Germania viene premiato da Wim Wenders proprio grazie alle sue idee sull’accoglienza) propone addirittura l’abolizione del permesso di soggiorno, scopro che dalla semina di Danilo Dolci, il sociologo del nord che negli anni ’50 scelse di raccontare la spaventosa povertà di Palermo e della Sicilia Occidentale filtrando numeri e dati attraverso la sua esperienza umana di condivisione della vita e delle sofferenze di quel popolo, oltre mezzo secolo dopo, sono nati bellissimi fiori: Fra’ Mauro ai Danisinni; Alessandra, Roberta, Fausto, Massimo, Claudio a Ballarò. E ve ne sono tanti altri e altre allo Zen, all’Albergheria, alla Zisa, in mezzo al mare.
Nessuno di loro è un santo (almeno finora), non tutti sono religiosi, non sono soltanto assistenti sociali, non sono militanti politici tradizionali, sono quasi tutti palermitani e non agiscono semplicemente per “solidarietà ” verso i nuovi poveri del ventunesimo secolo, i migranti in fuga dalla guerra, dalla tortura, dalla fame, gli stessi fantasmi dai quali fuggivano i poveri della Palermo degli anni ’50 con i quali condivideva la vita Danilo Dolci.
«È che i razzisti fanno una vita di merda», dice Alessandra Sciurba, precaria universitaria, una delle promotrici del Progetto Mediterranea che ha messo in mare la Mare Jonio, coordinatrice del Progetto Harraga (vuol dire ragazzi che bruciano) dedicato ai ragazzi migranti, che cela dietro un sorriso dolcissimo i poteri di una Supergirl che è insieme lavoratrice, mamma, assistente sociale, attivista, comunicatrice.
E loro, invece, a Ballarò, alla Zisa, allo Zen, ai Danisinni, fanno quel che fanno perchè, come dice Fausto Melluso, sferzante e ironico, giovane avvocato, delegato alle migrazioni dell’Arci di Palermo e responsabile del Circolo Arci “Porco Rosso” vogliono “una vita felice” non dominata dalla ferocia delle giugulari gonfie.
È l’idea di una mitezza che è compassione e comprensione di un mondo nuovo che non può essere fermato nè dalle ruspe, nè dai muri, quella compresenza di carità e conoscenza, come scriveva Huxley, che qualcuno chiama sprezzantemente buonismo e che dovremmo invece riconoscere come un nuovo umanesimo che ci liberi da un futuro cupo che oggi possiamo forse raccontare solo con la distopia: «Forse solo raccontando i fantasmi possiamo raccontare la realtà », dice Evelina Santangelo, che ha scritto di migranti neri e di emigrati siciliani, il cui ultimo romanzo uscito per Einaudi, “Da un Altro Mondo”, è dedicato all’onda nera che attraversa l’Europa.
Sono pazzi loro, è pazzo il sindaco, che scommettono sull’apertura, sulle radici proiettate nel futuro di una città che ha conosciuto invasioni, dominazioni, stratificazioni che ne costituiscono l’identità polimorfa nella lingua, nell’eredità genetica, nel cibo?
«Prendi l’arancina – a Palermo rigorosamente tonda e femminile mentre nella Sicilia orientale diventa piramidale e maschile – è cibo palermitano senza dubbio, ma nasce dalla tradizione araba di mischiare il riso con un ripieno», spiega Danilo Li Muli, pubblicitario e imprenditore, figlio dell’eccellente disegnatore e grafico palermitano Gianni, che ha aperto una catena di street food palermitano e l’ha chiamata Kepalle, in onore a sua maestà l’arancina “tradendo” però l’ortodossia che la vuole solo al burro o al ragù e riempendola di delizie varie.
Danilo ha subito intimidazioni pesanti che ha denunciato, ma non per aver tradito l’ortodossia dell’arancina, ma perchè non paga il pizzo. A due passi da uno dei suoi negozi in via Maqueda, pieno centro storico, anche un gruppo di commercianti bengalesi di Ballarò si è rivolto all’Associazione Addio Pizzo per denunciare gli estortori mafiosi.
Dunque la contaminazione riguarda anche le buone pratiche e allora i pazzi sono loro, o sono gli altri, i signori del governo che cavalcano paure e seminano odio?
«A Palermo non abbiamo piante autoctone, le nostre piante, i nostri alberi sono “migranti” che risiedono a Palermo», dice il primo di questi pazzi, “u Sinnacollanno”.
«Il futuro è nei nomi di Google (o un altro colosso digitale) e Ahmed (o un altro nome di migrante): il primo esprime la connessione virtuale, il secondo la connessione umana. La sfida di Palermo è dimostrare che l’innovazione e la relazione umana se stanno insieme producono futuro».
Mentre la città assisteva con distacco e senza alcun entusiasmo al vertice blindato dei politici di governo, rinchiusi nell’Acquario di Villa Igiea, l’Hotel più lussuoso di Palermo, insieme ai signori della guerra che imprigionano, torturano, uccidono è proprio a Ballarò che ho trovato le storie terribili di chi fugge dai lager libici, come questa: «Da mesi non riesco a dormire, faccio sogni cattivi, mi spavento e temo che mi possa succedere qualcosa», racconta S. E. che ha 19 anni e viene dal Gambia, «i pensieri mi affollano la mente e non se ne vanno mai. Giorno e notte penso a quanto visto durante il viaggio dal Gambia all’Europa. La mia mente è affollata da immagini di gente morta. Rivedo i cadaveri in acqua. Ero in Libia a Sabratha, assieme a 150 persone che aspettavano di imbarcarsi sui gommoni… sul mare galleggiavano i corpi putrefatti e mangiati dai pesci di decine di persone. I libici mi hanno costretto a seppellire quei cadaveri. Erano irriconoscibili, puzzavano. Ricordo ancora quel mare e quella spiaggia della morte e mentre scavavo a terra la paura mi faceva tremare i denti e le mie gambe erano tese come il legno. Penso sempre a quei cadaveri e ai loro visi irriconoscibili e mangiati dai pesci».
Secondo i dati forniti da Salvatore Avallano, coordinatore di Medu (Medicina per i diritti umani) in una delle sessioni del controvertice sulla Libia che si è svolto proprio a Ballarò, l’85 per cento dei migranti che arrivano dalla Libia hanno subito torture e violenze di vario tipo delle quali al vertice nessuno ha chiesto conto. A Moltivolti, Roberta Lo Bianco – coordinatrice Unità Migrazioni del Cesie, tutrice volontaria di due minori – ha portato a pranzo un gruppo di ragazzi per festeggiare la conclusione del loro corso di formazione, ma nessuno di loro ha voglia di festeggiare, le loro espressioni sono turbate e preoccupate: «Sono qui da sei mesi, ora sono tutti maggiorenni, ma alcuni di loro sono arrivati da minorenni», racconta Roberta, «facciamo corsi di orientamento socioculturale, per spiegare loro come funziona in Italia: la sanità , il lavoro, i diritti che spetterebbero loro. Sono richiedenti asilo che hanno avuto la protezione umanitaria. Ora rischiano di diventare irregolari e non possono pensare a nessun lavoro perchè non sanno cosa succederà di loro. Io per questo sono molto arrabbiata».
Alessandra Sciurba racconta la storia di B.: «Aveva solo 16 anni quando ha raggiunto la Sicilia. Non sapeva nè leggere nè scrivere, ma ha imparato in Italia: l’italiano è stata la prima lingua che ha scritto. Ha conseguito la licenza media, e adesso è iscritto alla scuola superiore, presso un istituto alberghiero. Oggi B., essendo stato escluso dalla possibilità di accoglienza presso gli Sprar, che il decreto sicurezza lascia aperta solo per i titolari di protezione internazionale e per i minori, e avendo appena compiuto 18 anni, si è ritrovato a vivere per strada, non riuscendo più a frequentare la scuola».
Tutto il lavoro fatto finora, 240 ragazzi che hanno partecipato ai laboratori, 85 tirocini lavorativi, rischia di non servire a nulla. Per loro si apre un limbo di sei mesi che produrrà grande disagio psicologico e poi dovranno affrontare esami molto difficili: «Il sistema che hanno creato», conclude Alessandra, «è patogeno, perchè ora si perdono anche quel minimo di garanzie che c’erano prima».
I pazzi di Palermo (non è un’offesa, semmai la rivelazione di una strana qualità che Roberto Alajmo ha mirabilmente raccontato nel suo “Repertorio dei pazzi della città di Palermo”) sono anche i “proprietari” della Nave Jonio, l’unica nave delle Ong a navigare nel Mediterraneo. «Ma l’hai vista? Sembra la barca di Popeye», sorride Alessandra Sciurba, «l’abbiamo trovata grazie alla gente di mare, che è bella gente. Noi siamo solo persone normali che a un certo punto hanno pensato che in mezzo al Mediterraneo stavamo annegando tutti. Nessuno dovrebbe stare in mezzo al mare. Io non penso che la vita umana debba essere calcolata come un numero. Per questo pratichiamo l’obbedienza civile e la disobbedienza morale, mettendo in gioco anche le nostre fragilità ».
«La nave ci è costata 700 mila euro. Abbiamo trovato una banca di pazzi che ce li ha anticipati e stiamo raccogliendo i fondi con il crowdfunding», spiega Claudio Arestivo. «Perchè l’ho fatto? Per questa semplice ragione: i miei fratelli, i miei cugini, insieme a una marea di persone, sono andati via da Palermo, mentre io ho difeso il mio diritto a restare. Non posso pensare che il ragazzo ghanese che lavora in cucina non abbia gli stessi diritti dei miei fratelli e dei miei cugini. Io voglio poter dire ai miei figli che in un tempo in cui accadevano cose brutte noi abbiamo reagito».
A ridosso della cattedrale di Palermo, dentro il corso dell’antico fiume Papireto, lungo il cammino arabo-normanno, a poche centinaia di metri da dove sorgeva il quartiere Cortile Cascino, dove negli anni Cinquanta visse Danilo Dolci e dove nel 1962 girarono un bellissimo documentario i cineasti inglesi Robert M. Young e Michele Roem, c’è la borgata Danisinni.
Il nome è di derivazione araba e indica una delle sorgenti, “Ayu’abi Sa Idin” (la fonte di Abu Said), che alimentava il Papiro che qui cresceva rigoglioso e, racconta la leggenda, proprio attraverso la grotta di Danisinni, riceveva le acque del Nilo. Oppure, secondo una radicata tradizione popolare, prese il nome da una bella principessa figlia del walì Abu Said.
Borgata di povertà assoluta, vicoli stretti, piccole vecchie case malandate, edifici diroccati, sta risorgendo anche grazie al lavoro dei frati Cappuccini di Fra Mauro, una sorta di Massimo Cacciari più giovane con il saio e i sandali. Ci arrivo alle 11 di una domenica di sole accecante. Sui muri e persino sui bidoni dell’immondizia murales e graffiti. La cappella della chiesa dove Fra Mauro celebra i battesimi è piena, sicchè molti seguono la cerimonia da una piccola cappella attigua dove è montato uno schermo.
Mentre mostra con orgoglio la Fattoria sociale dove accanto agli orti pascolano oche, somari e galline, Fra Mauro racconta: «Qui vivono famiglie molto povere (circa 2.000 persone) ma con grande capacità di resilienza. Ci sono molti immigrati, in prevalenza marocchini che vivono di espedienti. Qui la rigenerazione urbana nasce dalla rigenerazione del tessuto umano insieme al tessuto ambientale. Per riscattare l’esclusione sociale servono passione e cultura, non solo risorse. Abbiamo avviato progetti di turismo sociale, sfruttando la nostra collocazione al centro del camminamento arabo-normanno tra Palazzo Reale e il castello della Zisa. Abbiamo appena stipulato un accordo con Airbnb che prevede la possibilità di poter affittare ai turisti, e già funziona l’accordo con un’associazione che si chiama Sicilscatta: un percorso fotografico che si conclude con un pranzo cucinato dalle famiglie della borgata che usano i prodotti della nostra Fattoria Sociale».
L’accoglienza, qui non è qualcosa che viene dall’esterno, è connaturata alla vita reale: «È rimasto un senso di comunità », racconta Fra Mauro, «chi cucina condividendo con chi ha meno non fa differenza tra palermitani e immigrati. L’unica alternativa alla xenofobia è la riscoperta dell’umanità : se ascolti l’altro, se lo vedi nella sua concreta dimensione umana lo accetti, se alzi un muro non lo vedi. Il nostro popolo vive un sentimento empatico perchè chi è povero, chi vive la fatica quotidiana del vivere si apre alla relazione con l’altro».
Mi accorgo con lo stupore del vecchio cronista che ha battuto questi marciapiedi raccontando la violenza mafiosa che finora di mafia non ho parlato. Mentre è lunghissimo l’elenco di tutte le iniziative culturali che accompagnano la Palermo capitale della cultura 2018. È forse il cambiamento più grande di una città che, dice Evelina Santangelo, «si definiva contro, come antimafiosa e che ora può rivelare una sua identità positiva»
Tutto ciò è reso possibile da un’azione del Comune che è economica (circa 35 milioni di spesa per il sociale e 8 per i migranti) ma che soprattutto fa leva su questa nuova identità per attrarre capitali e iniziative private.
«Palermo», spiega Orlando mentre mi fa visitare i Cantieri della Zisa, dove vivono una quantità di attività private sostenute dal Comune ma autofinanziate che danno lavoro a circa 400 persone, «è la città che è cambiata di più negli ultimi quarant’anni: da capitale della mafia con il primo cittadino che era insieme sindaco e capo della mafia, a capitale della cultura con un sindaco che è lo stesso che per primo ha cacciato la mafia fuori dal palazzo della città . Liberarsi da quella legge del sangue che è la base del razzismo e della xenofobia, è una grande operazione culturale che spezza la cultura mafiosa, che è cultura del sangue».
Qualche numero per rendere l’idea del melting pot palermitano: a Palermo risiedono 25 mila stranieri, provenienti da 128 Paesi diversi, rappresentati da una Consulta delle Culture di 21 eletti che eleggono a loro volto un presidente che li rappresenta in consiglio comunale.
«Di questo cambiamento culturale dobbiamo ringraziare soprattutto i migranti», afferma il sindaco, «Palermo, città migrante, per cento anni ha rifiutato i migranti: le uniche migranti erano distinte signore tedesche, rumene, austriache, francesi che avevano cura di noi bambini della Palermo aristocratica. Oggi Palermo grazie all’arrivo e all’accoglienza dei migranti ha recuperato la propria armonia perduta: davanti alle moschee passeggiano musulmani, la comunità ebraica realizza una sinagoga e, qua e là , a decine sorgono templi hindu e buddisti. Oggi grazie alla presenza di migliaia di cosiddetti migranti, i palermitani scoprono il valore dell’essere persona e difendono i diritti umani, i loro diritti umani. Una ragazza disabile in sedia a rotelle, palermitana, mi ha detto: “Grazie Sindaco, da quando accogliamo i migranti io mi sento più eguale, più normale, meno diversa”.
E se cominciassimo a puntare in alto? Ad accettare che i migranti ci aiutino a recuperare il ruolo del merito? Non più a chi appartieni? Ma finalmente chi sei? Chi hai deciso di essere, cosa sai fare? Don Pino Puglisi, il mio carissimo amico Pino, non combatteva la mafia con le armi e con le denunce, chiedeva venisse rispettato il diritto dei bambini del quartiere di avere una scuola, una scuola degna di questo nome e non più una scuola collocata in appartamenti di proprietà di mafiosi lautamente ricompensati con canoni di affitto gonfiati.
A Palermo difendiamo l’unica razza: quella umana. Non ci sono migranti a Palermo: chi vive a Palermo è palermitano. E chi distingue gli esseri umani secondo le razze prepara Dachau e Auschwitz».
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
DA PALERMO LA RIVOLTA ANCHE DI ESPONENTI DEL CENTRODESTRA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI RAZZISTE CONTENUTE NEL DECRETO
Decreto Sicurezza, da Palermo la ‘rivolta’ contro Salvini mette insieme Orlando e Miccichè.
“Troppo grave è il rischio che, in Italia, come in Sicilia, le posizioni sull’argomento ‘migranti’ diventino oggetto di tifoserie opposte a causa di una generale disinformazione e di una scarsa conoscenza del fenomeno migratorio”. Così il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, commentando la presa di posizione del sindaco Leoluca Orlando sul decreto sicurezza.
“Il Mediterraneo è la nuova frontiera geopolitica di flussi migratori che oggi assumono proporzioni epocali, segnate anche da nuove schiavitù e dalle tratte di essere umani — ha aggiunto -. Una sfida complessa e inedita che richiede un approfondimento culturale e scientifico e una conseguente risposta politica e istituzionale, all’insegna del rispetto della dignità della persona come statuiti dalla Carta dei diritti umani e dalla nostra Costituzione. La Sicilia, che è al centro di queste vicende storiche e naturali, è sollecitata ad assumere un ruolo mediterraneo ed europeo come ponte di dialogo, modello di integrazione nella sicurezza di tutti, promozione della pace nella giustizia tra popoli e individui — ha sottolineato il presidente -.
“La presa di posizione di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, di fronte all’applicazione del decreto sicurezza pone la politica tutta di fronte ad un dibattito che è divenuto assolutamente necessario. Proporrò al Parlamento siciliano — ha concluso Miccichè — una giornata di dibattito sull’argomento. Nel frattempo, ho già provveduto a sentire il presidente della commissione Antimafia, Claudio Fava, per l’istituzione di una subcomissione sul fenomeno migratorio e sulla legislazione attinente”.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
VERTICI M5S NELLA TRAPPOLA DEL PALLOTTOLIERE, I MARGINI AL SENATO SI ASSOTTIGLIANO
“Processata dai probiviri? Non ho paura di niente”. E poi ancora: “La sollevazione dei sindaci
contro il decreto Sicurezza è comprensibile”.
La senatrice M5s Paola Nugnes in attesa di giudizio, di sapere cioè se sarà espulsa o no dal Movimento, continua a provocare i vertici pentastellati. I quali, a loro volta, tengono il punto e dicono che sia lei sia Elena Fattori “rischiano molto” e che avrebbero quindi pochi margini per essere ‘salvate’.
Sta di fatto che il giudizio su loro due è stato rimandato, nel tentativo fino all’ultimo di evitare di assottigliare la pattuglia di Palazzo Madama.
E per ora si va avanti con un muro contro muro, anche se le tante parole e i tanti annunci potrebbero infrangersi sul pallottoliere del Senato che non lascia scampo, intrappola i grillini e condanna i big M5s a prendere una decisione sul futuro del governo.
Al Senato, quando nacque il governo, Giuseppe Conte potè contare su 167 voti di M5s e Lega a cui si aggiunsero quelli di due ex M5S, Buccarella e Martelli, espulsi sin dall’inizio legislatura, e quelli di due eletti all’estero del Maie.
Ora, in seguito alle espulsioni di De Falco e De Bonis, la maggioranza, senza considerare i quattro senatori in più del voto di fiducia iniziale, scende a 165.
E, nel caso in cui dovessero essere cacciati anche le due senatrici ancora ‘sub judice’, si arriverebbe a quota 163, appena due voti sopra il livello di guardia del quorum. Insomma, se si prosegue sulla strada delle espulsione il rischio di far cadere il governo c’è.
Ufficialmente i vertici M5s fanno sapere di non voler fare sconti a nessuno: “Chi vota in dissenso viene cacciato. Le regole vanno rispettate, non possiamo dare all’esterno l’immagine di un Movimento che viene meno ai propri principi”.
Linea dura, a costo dunque andare tutti a casa. Questo è ciò che gli staff fanno trapelare. Però sono parole che possano essere lette anche come un avviso ai naviganti.
Parole che mirano a sedare il dissenso di deputati e senatori che, davanti alla prospettiva di tornare tutti a casa e casomai non essere rieletti, decidono di abbassare i toni per non arrivare alle estreme conseguenze.
Infatti nei prossimi giorni Luigi Di Maio e i capigruppo di Camera e Senato dovranno fare bene i conti prima di ogni legge da approvare poichè in vista ci sono voti importanti che potrebbero far ballare il governo, come quello sulla legittima difesa che molti M5s mal digeriscono.
Se le espulsioni della notte di San Silvestro siano solo un avvertimento e un messaggio di coerenza lanciato verso l’esterno oppure il preludio della fine della storia gialloverde non è ancora dato saperlo. I vertici fanno sapere che sono pronti a tornare a casa se gli eletti continuano nel dissenso ma secondo qualcuno “è solo un modo per spaventare”.
Comunque sia la senatrice Fattori ha già annunciato che non voterà più fiducie che di fatto strozzano o impediscono il dibattito parlamentare.
E anche la senatrice Nugnes nei suoi commenti su Facebook non sembra disposta a rinunciare a quell’uno vale uno del Movimento delle origini, pur definendolo ormai un ‘sogno’.
Pallottoliere alla mano, se Di Maio, sotto attacco del fuoco amico, non vuol far cadere il governo sarà costretto a ingoiare ancora tanti rospi.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
ERIC DROUET E’ UNO DEI CAPI DEL MOVIMENTO, VICINO AI COMUNISTI DI MELENCHON
Eric Drouet, uno dei capi del movimento francese dei gilet gialli, è stato arrestato in serata nel centro di Parigi, vicino a Place dell’Opera. E’ accusato di aver tentato di organizzare una manifestazione non autorizzata.
Nel pomeriggio aveva invitato su Facebook i membri del movimento a preparare nei prossimi giorni a Parigi una “azione” in grado di “sconvolgere l’opinione pubblica”. E’ delle ultime ore l’endorsement del leader della sinistra radicale, Jean-Luc Melanchon, nei confronti di Drouet, considerato dallo stesso Melanchon un esempio da seguire per la sua determinazione.
L’arresto ha provocato immediate reazioni politiche con i rappresentanti del movimento che accusano il governo di un “uso politico della polizia”.
Gli agenti seguivano le mosse di Drouet fin dal pomeriggio quando l’uomo invitava i suoi compagni a presentarsi in piazza senza indossare i gilet che li avrebbero resi riconoscibili.
Quando il leader dei gilet gialli ha riunito una trentina di militanti in place de la Concorde e ha cominciato a marciare verso l’Opera, sono arrivati i cellulari della polizia e lo hanno arrestato.
(da agenzie)
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