Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
DI MAIO PERDE 32 PUNTI IN UN ANNO, SALVINI A FATICA DE GUADAGNA UNO…. IL CENTROSINISTRA DAL 17,6% AL 34%… SI DIMEZZA FORZA ITALIA, TIENE FDI
La sintesi è questa: Salvini vince con il suo candidato anche se, in Sardegna, nonostante lo straordinario impegno profuso, non trasforma in oro tutto quello che tocca (ma su questo torneremo tra un po’); Di Maio, e il dato è davvero clamoroso, registra un’incredibile ecatombe; il centrosinistra di Massimo Zedda, inteso come coalizione larga, inclusiva, rinnovata, come avvenuto due settimane fa in Abruzzo, esiste.
Questi i numeri, a scrutinio ancora in corso che, appunto dopo l’Abruzzo, fotografano non un caso isolato, ma la tendenza di un umore che avanza nel paese: il centrodestra, nel suo insieme, è una coalizione maggioritaria, col 47 per cento dei voti; il centrosinistra al 34; i Cinque Stelle attorno al 10 per cento. Sono le cifre di un evidente ribaltamento dei rapporti di forza rispetto al 4 marzo.
Che certificano, e non è un dettaglio, quanto questo Parlamento non sia più specchio del paese, inteso come consenso reale dei partiti e con una coalizione che nei territori ha quasi il 50 per cento, ma non governa a Roma.
Anche se, diciamolo subito: non c’è nessun automatismo tra questo elemento e una precipitazione della crisi dei governo, per il semplice motivo che Salvini non ha la certezza che l’apertura di una crisi porterebbe alle elezioni anticipate.
E perchè, ormai è chiaro a chiunque, il leader leghista non ha alcuna intenzione di resuscitare, a livello nazionale, la vecchia alleanza con l’ammaccato Berlusconi.
In fondo, è proprio questo “strano” assetto di governo ad aver consentito e consentire la sua operazione sovranista e la costruzione di una egemonia nell’ambito di una nuova destra.
La notizia è, innanzitutto, la crisi dei Cinque Stelle, che passano dal 42,5 dello scorse politiche al 10 cento.
Mai si era visto, nella storia nazionale, un partito che in un anno disperde il 32 per cento dei consensi.
In Abruzzo non funzionò una campagna gestita in prima persona dai suoi leader, che avevano impresso una torsione estremista e di lotta su gilet gialli e Tav, politicizzando il voto e persero la metà dei voti.
In Sardegna non ha funzionato la loro assenza — praticamente non si sono visti — e l’incapacità di intercettare la protesta autonomista, spoliticizzando il voto.
E hanno perso tre quarti dei voti, franando ben sotto il 20 per cento anche nelle roccaforti di Carbonia e Porto Torres dove governano.
Proprio questo “non azzeccarne una” dà il senso di una crisi profonda, identitaria, a cui Luigi Di Maio si appresta a dare una risposta tutta organizzativa — le liste civiche, le nuove regole, più struttura, diciamo così partitica — ma non politica.
Nel senso che, come due settimane fa, il leader pentastellato continua ad eludere la non irrilevante questione di fondo, su quali siano le ragioni profonde che rischiano di portare alla liquidazione un soggetto capace, solo un anno fa, di suscitare aspettative di cambiamento di larga parte del paese.
L’analisi dei flussi chiarirà meglio dove stanno andando i voti del Movimento. Però è un dato di fatto che, da quando il Movimento è al governo, non solo perde sempre, il che alle amministrative è sempre accaduto, ma arriva terzo, il che rappresenta una novità .
Sta accadendo cioè che nei territori sta risuscitando quell’Italia bipolare tra centrodestra e centrosinistra che proprio l’avanzata del movimento aveva fatto saltare, fondando un nuovo ordine politico tripolare.
Ed è proprio questo dato, non locale ma tutto politico, che spiega una certa inquietudine che serpeggia dentro la Lega.
Dicevamo: Salvini vince, ma in Sardegna non trasforma in oro tutto quello che tocca. Alle politiche la Lega, conquistò il 10,8%. Oggi, in Sardegna, la Lega è all’ 11,5%%,
Forza Italia dimezza i voti passando dal 15 al 7,8%; Fratelli d’Italia passa dal 4,5 al 4,6%.
Rispetto al 26 per cento dell’Abruzzo, quella di Salvini non è stata una cavalcata trionfale, considerato l’impegno profuso.
Il leader della Lega, in queste settimane, si è praticamente trasferito in Sardegna, ha riempito le piazze, ha battuto palmo a palmo l’Isola
Il dato, per quanto soddisfacente, non dà l’idea di una inarrestabile spinta propulsiva in vista delle Europee. Non a caso si aspettava un 18-20, per festeggiare come due settimane fa.
Certo, c’è il candidato Christian Solinas che non ha entusiasmato nelle performance. Però, ecco l’inquietudine, anche per Salvini c’è una riflessione che riguarda l’effetto governo.
La domanda è: quanto la sua capacità attrattiva, che finora c’è stata, può prescindere da un esperimento di governo che sta diventando un caso di scuola di un crescente immobilismo? Tav, autonomie, l’incubo di una manovra correttiva.
Sono in tanti che, in queste ore, stanno suggerendo al Capitano una riflessione su quanto, in prospettiva, proprio l’implosione dei Cinque Stelle rischia di essere letale anche per la Lega.
Se non la crisi, mosse che diano il senso di una sterzata. E mai, come in queste ore, si registra uno iato crescente tra Salvini, comunque convinto nell’andare avanti con questa esperienza di governo, e il grosso del mondo politico leghista, concorde con Giancarlo Giorgetti che questo governo sia diventato un impiccio da cui liberarsi al più presto.
Per la seconda volta dal 4 marzo, torna il centrosinistra. E anche questo è un trend. Zedda, come Legnini, resuscita una coalizione che supera il 30 per cento. Un anno fa era al 17,6, col Pd al 14,8. Il centrosinistra, non il Pd che è attorno al 13,5%.
È una indicazione a livello nazionale: candidati con esperienze istituzionali o di buon governo, coalizioni che esprimono un progetto, fine dell’autosufficienza di questi anni diventata vocazione minoritaria, capacità di ascolto, poca arroganza. Non una alternativa compiuta, ma una indicazione su cui lavorare. E già questo, visti i tempi, non è poco.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
NEL PROCESSO STRALCIO DI MAFIA CAPITALE, L’EX SINDACO DI ROMA CONDANNATO IN PRIMO GRADO PER AVER PERCEPITO 298.500 EURO
Corruzione e finanziamento illecito, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato
condannato in primo grado a 6 anni reclusione, un anno in più rispetto alla richiesta della Procura, nel processo stralcio di Mafia Capitale.
L’accusa nei suoi confronti, contestata dal pm Luca Tescaroli, è di aver percepito da Salvatore Buzzi e da soggetti che agivano in accordo con lo stesso soldi in contanti ed erogazioni alla Fondazione Nuova Italia, da lui presieduta, per un ammontare totale di lui 298mila e 500 euro.
In particolare 228mila euro di erogazioni indirette alla fondazione, e 70mila euro diretti in contanti in varie tranche.
A disporre la condanna i giudici della seconda sezione collegiale del tribunale romano, che hanno disposto la confisca di 298mila euro.
Alemanno, dunque, sarebbe stato corrotto per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio. Secondo gli inquirenti Buzzi, che agiva in concorso con Massimo Carminati, avrebbe pagato fior di quattrini per far nominare dirigenti apicali in Ama, per pilotare l’appalto per l’organico indetto dalla stessa municipalizzata (in favore delle coop della galassia Buzzi) e per far sbloccare i crediti che Buzzi vantava con la pubblica amministrazione, la stessa Ama ed Eur spa.
I giudici della II sezione penale del Tribunale di Roma hanno condannato Alemanno anche alla confisca di 298.500 euro e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Alemanno, inoltre, non potrà contrattare con la pubblica amministrazione per due anni. E’ stata fissata una provvisionale di 50mila euro sia per Ama che per il Comune di Roma
Si difende l’ex primo cittadino: “Sono innocente non c’è una vera prova certa contro di me. Mafia capitale ha creato dei danni anche a me. Leggeremo le motivazioni per capire come si è arrivati a questa condanna”
Disposti una provvisionale di 50mila euro nei confronti del Comune e di Ama (la somma definitiva sarà stabilita in sede civile) e il risarcimento dei danni per 10mila euro nei confronti delle parti civili CittadinanzAttiva, Assoconsum e Confconsumatori federazione regionale Lazio.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
“A TRIESTE ARRIVANO IN MEDIA 10 PERSONE AL GIORNO, QUASI 4.000 L’ANNO”
La rotta balcanica dei migranti non si è mai chiusa.
Lo raccontano le decine di mucchietti di vestiti, zaini, spazzolini da denti che si ritrovano ogni giorno nella Val Rosandra, la riserva naturale sul Carso al confine tra Slovenia e Italia.
A pochi minuti di macchina da Trieste. “Da luglio ad oggi in questi sentieri abbiamo trovato resti di persone migranti che hanno lasciato i vestiti per cambiarsi — racconta Lucio Ulian, del Corpo Forestale Regionale del Friuli Venezia Giulia — si trovano sacchi a pelo, zaini e tutto l’occorrente per lavarsi. A volte li abbiamo incontrati, anche gruppi di decine di persone”.
Il confine ad est è sempre stato estremamente permeabile, la montagna è dolce e i sentieri facili. Da sempre è un luogo di passaggio.“Nel Carso ci sono decine di sentieri che dalla Slovenia portano in Italia e tutte queste zone sono zone di passaggio di migranti”. Spiega Ulian.
Se l’emergenza della rotta Balcanica finì ufficialmente nel 2016 con l’accordo con la Turchia, le frontiere non sono mai state impermeabili e da un anno con la diminuzione degli arrivi via mare, dal confine est sono tornati ad aumentare gli arrivi.
“Ogni mattina ci sono questi ragazzi penso afghani o pakistani dai lineamenti — dice Paolo un abitante di Draga Sant’Elia paese a trecento metri dal confine sloveno — che con gli zainetti si guardano intorno e cercano la via per il centro della città .
Quest’anno se ne vedono un po’ di più, prima passavano solo di notte ora si vedono anche la mattina o in pieno giorno”.
Il Friuli Venezia Giulia ospita circa 4000 richiedenti asilo e sono soprattutto dal Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Iraq.
A Trieste sono 1200 quasi tutti in piccoli appartamenti “Abbiamo inventato noi negli anni novanta quello che poi è diventato il sistema Sprar” racconta Gianfranco Schiavone dell’ICS, Consorzio Italiano Solidarietà , che insieme a Caritas gestisce la maggior parte dei posti sprar in città .
Inoltre proprio al posto di confine con la Slovenia a Fernetti hanno aperto un luogo più grande, un CAS “Ma con livelli di accoglienza molto alti — assicura Schiavone — lo abbiamo chiamato Casa Malala in omaggio a Malala la bambina pakistana simbolo della lotta contro l’oscurantismo dei talebani. Casa Malala accoglie 95 persone nel loro primo periodo di permanenza in Italia”.
“Gli arrivi non sono mai cessati nel 2018 abbiamo avuto una media di arrivi di 10 persone al giorno — conclude il direttore di ICS — Sono diminuiti in questo momento per l’inverno ma è molto semplice immaginare che in primavera si numeri aumenteranno di nuovo”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
SONDAGGIO: LA MAGGIORANZA DEI FRANCESI VUOLE LO STOP ALLE PROTESTE DEI GILET GIALLI
La Republique en Marche, il partito della maggioranza di governo in Francia, non ha ancora
designato il suo capolista alle europee ma, con Emmanuel Macron alla sua testa, arriverebbe in prima posizione con il 22% delle preferenze.
Lo rivela un sondaggio Harris Interactive per la tv TF1 e il quotidiano Le Figaro.
Al secondo posto il Rassemblement National di Marine Le Pen con il 19-20%, mentre la destra dei Republicains è lontana al 12% delle intenzioni di voto.
La maggioranza dei francesi vuole lo stop della mobilitazione dei gilet gialli: è quanto emerge da un sondaggio realizzato dall’istituto Odoxa Dentsu-Consulting per France Inter a cento giorni dall’inizio della protesta, il 17 novembre scorso.
Secondo lo studio, il 55% delle persone intervistate vuole la fine della mobilitazione quando a fine novembre erano invece il 66% a chiedere alle casacche gialle di andare avanti, il 55% a gennaio.
Intanto, esponenti del movimento come Jacline Mouraud, fondatrice del partito ‘Les Emergents’, sottolineano la necessità di strutturarsi politicamente per continuare la protesta non sulle rotatorie ma candidandosi alle elezioni.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITALIA MALATA DI “BASSA INTENSITA’ LAVORATIVA” … TRIPLICATE LE FUGHE ALL’ESTERO
Nella media del 2018 il numero di occupati supera il livello del 2008 di circa 125 mila unità .
Si sono così recuperati i livelli pre-crisi. Eppure qualcosa si è perso: nei primi tre trimestri del 2018, rispetto a dieci anni fa, mancano all’appello poco meno di 1,8 milioni di ore lavorate, ovvero oltre un milione di posti full time (unità di lavoro a tempo pieno).
Una ripresa, quindi, a “bassa intensità lavorativa”: più occupati ma per meno ore.
Questa la diagnosi del rapporto ‘Il mercato del lavoro’, elaborato da ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal.
“La mancanza di opportunità lavorative adeguate può comportare la decisione di migrare all’estero, fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40 mila del 2008 a quasi 115 mila persone nel 2017”. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate, si legge nel rapporto.
“Per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58,0% di quello italiano) il nostro Paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più”, continua il rapporto ‘Il mercato del lavoro’.
Secondo il report “la distanza dalla media europea è anche frutto della diversa partecipazione per genere: in Italia meno della metà delle donne tra 15 e 74 anni appartiene alle forze lavoro (48,1% contro il 59,0% dell’Ue).
Aggiornato al 2018 è invece il conto sul divario tra il Sud e il resto del Paese. Se nel Centro Nord ci sono quasi 376 mila occupati in più a confronto con dieci anni prima, nelle regioni meridionali il saldo è ancora “ampiamente negativo:”: -262mila.
Sottoccupati e sovraistruiti: nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a quasi 5,7 milioni: quasi un occupato su 4.
Così il rapporto ‘Il mercato del lavoro’ (ministero del Lavoro-Istat-Inps-Inail-Anpal). E, viene sottolineato, negli anni il fenomeno risulta “in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute”
“L’aumento della quota di occupazione meno qualificata, accompagnata dalla marcata segmentazione etnica del mercato del lavoro italiano, ha favorito la presenza di lavoratori immigrati più disposti ad accettare lavori disagiati e a bassa specializzazione”. Tra il 2008 e il 2018 “gli stranieri sono passati dal 7,1% al 10,6% degli occupati”. Nei servizi alle famiglie “su 100 occupati 70 sono stranieri”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
IL LABORATORIO DI ZEDDA: “SIAMO LONTANI DAI LITIGI DEL PD”… IL SINDACO SI ISPIRA ALLE ESPERIENZE DI PISAPIA E PIZZAROTTI… CON LUI CAGLIARI E’ RINATA
A un certo punto, un’anziana vicino alla scuola elementare dove è allestito il seggio, lo vede e
non si preoccupa troppo della scaramanzia. «Bravo sindaco. E soprattutto: in bocca al lupo presidente!». Lui, il candidato governatore del centrosinistra Massimo Zedda, ringrazia e sorride.
Non è un caso che da questi parti, poco lontano dallo stadio Amsicora – quello dello storico scudetto del 1970 -, lo abbiano paragonato al mitico Gigi Riva. Uno che aveva sì la faccia d’angelo ma quando giocava passava sopra gli avversari come un panzer.
Così è stata, fin dagli esordi, la carriera del «golden boy» Zedda, 43 anni e più della metà spesi a fare politica attiva. Nel 2001 è già segretario del gruppo consiliare cittadino dei Ds.
Ma il colpaccio arriva dieci anni dopo quando, in un capoluogo tradizionalmente di centrodestra, diventa primo cittadino.
Nel 2016 replica l’exploit, anzi lo migliora: unico in Italia a essere confermato sindaco al primo turno di quella tornata elettorale. Un panzer, insomma.
Che anche ieri, stando ai primi exit poll, sembra essere andato oltre ogni aspettativa costringendo al testa a testa il leghista Solinas, dato per ultra-favorito alla vigilia.
«Sapevamo di giocarcela col centrodestra all’ultimo voto. Lo sapevano anche loro, altrimenti non avrebbero schierato tutti i big nazionali, da Salvini a Berlusconi», continuano a dire i fedelissimi di Zedda parafrasando il pensiero del sindaco.
Lui, invece, i «grandi nomi» del partito nemmeno li ha voluti. Anche perchè non si è mai riconosciuto nel partito democratico.
Quel Pd che, per dirla con il candidato alle primarie Nicola Zingaretti, è diventato un «partito della boria». A raccontarlo è Luciano Uras, ex senatore, presidente di Campo progressista Sardegna e «padrino politico» di Zedda.
«Mi piace pensarmi come suo fratello maggiore», precisa Uras. E spiega: «Sia io che Massimo abbiamo intrapreso un percorso diverso, lontano dai litigi romani dei vertici dem. Un percorso che ha fatto diventare Cagliari prima, e la Sardegna poi, una sorta di laboratorio». Un laboratorio che si ispira al campo progressista di Pisapia e Pizzarotti, una sorta di alleanza civica e pro-Europa che non dimentica le esigenze del territorio.
E se c’è un aspetto a colpire delle elezioni di ieri è che i picchi di affluenza si sono registrati proprio a Cagliari (era del 48% alle 19, contro il 43% di media regionale). La città , che con l’hinterland raccoglie circa un terzo di tutti gli elettori sardi, si è mobilitata.
E secondo gli osservatori l’ha fatto per premiare l’amministrazione Zedda.
«In soli cinque anni il Comune ha messo in cantiere 280 milioni di appalti pubblici», racconta Francesco Agus, consigliere regionale uscente di Sel e fedelissimo del primo cittadino.
Dietro quella cifra si è attuata una sorta di «rivoluzione dolce» che ha cambiato radicalmente il capoluogo. Dagli investimenti nei trasporti, che hanno portato la città al settimo posto in Italia per mobilità sostenibile, fino all’attuazione della raccolta differenziata.
Senza dimenticare la pedonalizzazione di diverse strade del centro e il fiore all’occhiello della gestione Zedda, ossia la riqualificazione del Poetto che da lungomare abbandonato è diventato una delle spiagge urbane più belle dell’intero Mediterraneo.
Un’amministrazione che avrebbe convinto anche i Cinque Stelle, gli stessi che non più tardi di un anno fa raccolsero più del 30% a Cagliari. «Il travaso di voti dai grillini verso la nostra coalizione c’è stato, altrimenti non sarebbe una battaglia all’ultimo voto», spiega ancora Agus.
Una battaglia che, vinca o meno Zedda, porta con sè un dato politico nuovo. A sinistra c’è vita. L’alternativa può ripartire dal laboratorio Cagliari.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
BOERI AVEVA UNO STIPENDIO LORDO DI 103.000 EURO, ADESSO SIA IL GRILLINO TRIDICO CHE IL SUO VICE LEGHISTA VERBARO VOGLIONO ENTRAMBI LA STESSA CIFRA E NON DIVIDERSI LA CIFRA STANZIATA PER BOERI
Repubblica fa sapere oggi che c’è un problema, anzi un problemone che blocca la nomina di Pasquale Tridico all’INPS al posto di Tito Boeri, come da volontà di Lega e MoVimento 5 Stelle.
Dopo la rinuncia al suo candidato per Consob Marcello Minenna, che ha portato all’ascesa alla presidenza dell’Authority da parte di Paolo Savona, il M5S voleva chiudere la partita di Tridico all’INPS con la massima celerità possibile, ma il decreto interministeriale di nomina è ancora bloccato al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Per ragioni ideali? No, per problemi di stipendio:
Pare che dopo la firma del ministro del Lavoro Luigi Di Maio – lo scorso 20 febbraio – il testo sia arrivato sulla scrivania del ministro dell’Economia Giovanni Tria e lì si sia arenato.
«Problemi sui compensi», suggeriscono alcune fonti governative. Il provvedimento avrebbe dovuto assegnare al duo Tridico-Verbaro lo stesso stipendio del presidente uscente Tito Boeri: 103 mila euro lordi all’anno.
Una cifra – come chiarisce il decretone reddito-pensioni che contiene anche la norma con il ritorno del cda a 5 membri per Inps e Inail – che va divisa per due.
E che invece pare sia stata attribuita a ciascuno, portando il totale a 206 mila euro.
C’è poi un’altra questione, ancora più spinosa.
Verbaro, ex dirigente del Lavoro con Sacconi, non vuole fare il subcommissario per più di uno-due mesi. Di conseguenza preferirebbe non rinunciare agli altri incarichi che ha. Possibile? In attesa di sciogliere il nodo giuridico, la Lega non ha ancora un candidato alternativo.
E l’Inps continua a essere senza guida nè rappresentanza legale.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
PER EVITARE L’AUMENTO IVA A SETTEMBRE IL GOVERNO DEVE TROVARE 23 MILIARDI
Sul tavolo del governo c’è la bomba dell’aumento dell’IVA. 
La maggioranza Lega-M5S nega la necessità di una manovra correttiva per i conti pubblici anche se i fondamentali dell’economia in crisi la suggerirebbero: secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze i due miliardi tolti dalla dotazione del reddito di cittadinanza per fronteggiare eventuali emergenze dovrebbero bastare in caso di necessità .
Ma se ufficialmente è questa la cantilena governativa di propaganda, ufficiosamente nessuno crede più che si possa centrare una crescita dell’1% quest’anno, come scritto nei patti ufficiali con Bruxelles, mentre il parametro più importante, ossia il deficit pubblico indicato al 2,04%, è stato calcolato con un Pil allo 0,6%.
Ma dopo l’estate, a settembre, bisognerà mettere mano ad una legge di bilancio che parte da meno 23 miliardi di euro, i soldi che servono a evitare gli aumenti dell’Iva del 2020.
Per i mercati, anzi, sarebbe meglio che le intenzioni del governo fossero chiare già ad agosto, per evitare un’estate rovente sul fronte dello spread. Meglio,dunque, prepararsi per tempo.
E proprio in questa ottica, c’è un piano che riguarda la possibilità di aumentare l’IVA per tagliare le tasse alle persone e alle imprese.
Spiega oggi Andrea Bassi sul Messaggero:
Per adesso si sarebbero fatte diverse ipotesi. La prima prevede l’aumento di un punto dell’aliquota ordinaria dell’Iva, quella oggi fissata al 22% e che, dunque, potrebbe salire al 23%. Frutterebbe quasi 4,5 miliardi di euro.
La pillola verrebbe resa meno amara provando ad abbozzare un sistema all’americana, aumentando cioè, notevolmente le spese deducibili e detraibili.
Insomma, l’idea sarebbe di introdurre nell’ordinamento italiano il cosiddetto «contrasto d’interessi»,che renderebbe conveniente per tutti chiedere scontrini e ricevute fiscali e obbligherebbe coloro che oggi si sottraggono a rilasciarle.
Lo slogan sarebbe facile: «niente più nero».
L’altra ipotesi, più “hard” sarebbe di far salire l’Iva ordinaria di due gradini, dal 22 al 24%, magari scambiandola, in questo caso, con una riduzione diretta delle aliquote Irpef.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 25th, 2019 Riccardo Fucile
IL PATRIMONIO STORICO NON PUO’ ESSERE DIVISO IN BASE A SOTTO-APPARTENENZE LOCALI
Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano di oggi si occupa della secessione dei ricchi e dell’effetto sul patrimonio culturale della legge sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che il governo si appresta a varare
Moltissime sono le competenze oggi statali che le tre regioni rivendicano (ben 23 Lombardia e Veneto, 15 l’Emilia). Tra di esse, la tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale.
Le regioni con il consumo di suolo più alto del Paese chiedono ora le mani definitivamente libere sul loro territorio. Evidentemente per finire il lavoro. E che l’ispirazione di questa indipendenza di fatto sia sviluppista, e non certo ecologista, lo testimonia il fatto che la Lega, contemporaneamente, impedisce l’autodeterminazione del popolo della Val di Susa sul Tav: l’autonomia va bene solo se porta più cemento.
Il paradosso è che esiste già una regione in cui l’ambiente dipende in toto dalla Regione: la Sicilia.
L’autonomia concessale addirittura prima della Costituzione ha creato nell’isola uno stato parallelo, in cui le sorti delle coste, delle foreste e del patrimonio culturale dipendono da soprintendenze nominate e controllate dal potere politico regionale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le mani della politica (e non solo)sul territorio; e dunque lo sfascio pluridecennale di un ambiente e di un patrimonio culturale tra i più importanti del mondo.
Ma, dice la Lega, le regioni del Nord hanno una classe dirigente diversa da quella della Sicilia: tesi difficile da sostenere nei giorni in cui entra in galera il celeste Formigoni, per 18 anni alla guida della Lombardia. O anche solo rammentando che l’onnipotente doge veneto Galan è egualmente agli arresti.
Per Montanari è chiaro che con Brera ai lombardi e l’Accademia di Venezia ai veneti si inizierebbe a costruire una cultura etno-nazionale, cioè proprio quella che la nostra Costituzione (e prima la nostra storia comune) hanno escluso
Fondamento visibile e riconosciuto della Nazione, e dunque della sua unità , il patrimonio storico e artistico non può essere diviso in base a sotto-appartenenze locali. La Repubblica tutela non solo il patrimonio in sè, ma la sua appartenenza alla nazione: ogni cittadino, membro della nazione e sovrano, è così proprietario dell’intero patrimonio nazionale, senza altre limitazioni. È per questo che un napoletano possiede il Palazzo Ducale di Venezia, o le Dolomiti, non meno di un veneto.
(da “NextQuotidiano”)
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