Febbraio 4th, 2019 Riccardo Fucile
E’ NORMALE CHE UNA SINDACA AIUTI UN INDAGATO ACCUSATO DI REATI CONTRO LA SUA AMMINISTRAZIONE?
Sono sei le telefonate che Chiara Appendino fece personalmente allo scopo di “aiutare” il “povero” Luca Pasquaretta, rimasto senza lavoro dopo la doppia indagine nei suoi confronti da parte della procura di Torino.
La sindaca, alfiera della legalità nei giorni pari, nei giorni dispari aiutava un indagato per presunti reati commessi nei confronti della sua amministrazione.
Scrive oggi il Corriere della Sera di Torino:
Sarebbero almeno sei le persone che la sindaca avrebbe contattato – direttamente o indirettamente – per provare a dare una mano all’uomo che dalla primavera del 2016 all’agosto del 2018 è stato il suo angelo custode.
È uno degli aspetti che emergerebbero dalle carte dell’inchiesta in cui i pm Gianfranco Colace ed Enrica Gabetta contestano a Pasquaretta un’estorsione ai danni di Appendino
Per i magistrati, l’ex portavoce avrebbe creato attorno alla sindaca un clima di intimidazione nella speranza di ottenere un nuovo lavoro, minacciando di diffondere notizie riservate che avrebbero potuto mettere nei guai la stessa Appendino o a rischio la sua giunta.
«Se parlo io, qui crolla tutto», avrebbe detto Pasquaretta al telefono tra il settembre e il dicembre del 2018, quando quel posto di lavoro tanto ambito non si materializzava ancora.
Per questo la sindaca, stando a quanto ricostruito dalla Procura, avrebbe cercato di aiutare il suo ex «pitbull» mettendolo in contatto con chi avrebbe potuto dargli una mano. Almeno 6 persone, per l’accusa.
Nella vicenda spiccano gli assessori della Giunta Appendino
Il fatto che uno dei filoni dell’inchiesta su Pasquaretta, quello per traffico di influenze illecite, sfiori anche gli assessori Guido Montanari, Alberto Sacco e Francesca Leon complica le cose. «Io non ho alcun appuntamento in agenda», si è affrettata a precisare ieri la titolare della Cultura. Eppure secondo i pm, avrebbero accontentato Pasquaretta, dando udienza a Divier Togni, gestore del PalaTorino, il quale aveva chiesto all’ex portavoce, dietro pagamento, di fare da tramite con l’amministrazione per un suo progetto di rilancio del palazzetto.
Un lavoro pagato 8000 euro, sempre come comunicatore. Così come quello che doveva fare a Matera, affidato però senza bando e quindi turbando la gara, per il consorzio di bonifica della Basilicata: Pasquaretta in concorso con altre tre persone è accusato di turbativa per 20 mila euro.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 4th, 2019 Riccardo Fucile
I RISULTATI NON CI SONO, APPARE POCO CONVINCENTE
Nel MoVimento 5 Stelle scatta l’allarme Alessandro Di Battista: il ritorno dell’eroe dei due
mondi aveva portato i grillini a sperare in una grande rimonta alle elezioni europee nei confronti della Lega di Matteo Salvini, che si sta mangiando a poco a poco il M5S. Ma i sondaggi e l’audience tv dicono che l’effetto
Dibba ancora non c’è, come racconta oggi Ilario Lombardo sulla Stampa:
Agli strateghi della Casaleggio che occupano le stanze dei collaboratori del vicepremier, che compulsano diagrammi e monitorano i commenti sui social nel confronto ossessivo con Salvini, non sono certo sfuggiti i dati che raccontano di una Dibbamania sfiorita: share che non si impenna e sondaggi che lo ridimensionano.
Si sa che di tutti i sondaggisti, i grillini hanno una predilezione per Nando Pagnoncelli, per questo sono stati una brutta sorpresa i risultati della rivelazione che rispondeva alla domanda se rispetto a prima Dibba «è più convincente» (17%) o «meno convincente» (28%), certificando che, nella fase di governo, la baldanza da tribuno è meno efficiente che all’opposizione.
Non solo: anche quando è andato ospite da Fazio su Raiuno e ha contribuito a fargli vincere il prime time, la curva non è andata su quanto speravano.
A La7, poi, malignano ancora che l’unica volta in cui Lilli Gruber è stata superata da Barbara Palombelli su Rete 4 è stato quando Dibba era collegato dal Guatemala.
I riscontri insomma per ora non ci sono. E i risultati languono. Una situazione che complica ulteriormente i piani grillini:
Perchè Dibba veste un po’ i panni dell’uomo del bar che davanti alla tv sentenzia contro tutti e su tutto. E il linguaggio da bancone si fa disinvolto.
Libero da incarichi istituzionali, Dibba si sente il nuovo profeta del Vaffa, l’erede legittimo di Beppe Grillo. Per cui non solo il Venezuela, anche la Tav «è una stronzata» e Salvini, se la vuole, «torni da Berlusconi e non rompa i coglioni».
I giornalisti — cui ama dare del tu, perchè, disse una volta, «siamo colleghi anche io sono un reporter» — sono «puttane».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2019 Riccardo Fucile
IL REGOLAMENTO VIETA MANIFESTAZIONI DI PENSIERO POLITICO IN DIVISA E IN SERVIZIO … POLIZIOTTI PER SALVINI, PETIZIONI PER BAMBINI
Le firme raccolte nell’occasione dalla Lega sono state 916 ma quelle dei due agenti sono diventate subito un caso: il regolamento di disciplina vieta espressamente manifestazioni del proprio pensiero politico in divisa.
Poche ore dopo la pubblicazione dello scatto la questura di Ascoli Piceno ha fatto sapere di avere aperto un’inchiesta amministrativa per l’accertamento dei fatti. I due agenti verranno sottoposti a procedimento disciplinare e sanzionati.
Arrigoni ieri si è reso conto soltanto dopo della gravità della situazione e ha pubblicato un pensierino riparatorio per cercare di salvare capra e cavoli, sostenendo di averla cancellata per “ragioni di privacy” (la foto è stata scattata in una piazza pubblica durante una manifestazione pubblica a cui i due evidentemente partecipavano non travisati: non c’è nessuna legge da rispettare, se non quella del buonsenso).
L’esponente leghista ha fatto sapere che difenderà «in ogni sede» i due agenti autori di «un atto di generosità e coraggio».
Se l’atto di generosità e coraggio è la firma su una petizione senza alcun valore che pretende di salvare Salvini dal processo, allora di coraggio in Italia se ne spreca: ne hanno un sacco anche quelli del MoVimento 5 Stelle.
I due agenti si sono ficcati nei guai per firmare una petizione senza alcun valore perchè sarà un voto politico, semmai, a salvare Salvini dal processo dopo che il Capitano ha passato le giornate a dire che non aveva paura del processo.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2019 Riccardo Fucile
LA FOTO DALL’ALTO DIMOSTRA CHE POCHE CENTINAIA DI PERSONE HANNO ASSISTITO AL COMIZIO IN UN PAESE CON SINDACO LEGHISTA
Diversi media hanno pubblicato una fotografia che mostra la piazza di Campli in Abruzzo in
occasione della visita e del comizio di Matteo Salvini. Salvini ospite dell’ex sindaco e candidato alla Regione Pietro Quaresimale: “Il comizio del Capitano ha toccato tutti gli argomenti cardine della campagna elettorale della Lega, non trascurando anche di richiamare i successi dell’amministrazione Quaresimale, primo Sindaco in Abruzzo ad aderire alla Lega, che ha portato Campli tra i borghi più belli d’Italia, come lo stesso Salvini ha avuto modo di apprezzare passeggiando per il centro storico”, recita il comunicato della Lega che poi conclude così: “Salvini non ha mancato l’occasione per assaggiare la porchetta camplese e brindare con un calice di montepulcianio delle colline teramane”.
Quello che non è stato raccontato dal comunicato è che il “bagno di folla” è stato assai limitato visto che la piccola piazza era piena, sì, ma soltanto per metà e nello scatto dall’alto non si vede certo una folla oceanica: come sempre, la qualità di una foto dipende da un angolo preciso di scatto e basta cambiare quello per cambiare tutto. Come è successo nell’occasione.
Come spesso avviene in questi casi qualcuno potrebbe obiettare che la foto con la piazza mezza vuota potrebbe essere stata scattata prima dell’arrivo delle persone che hanno ascoltato il comizio di Salvini. Questo frame tratto proprio dalla diretta del vicepremier avvalora la tesi della piazza semivuota
Usando come punto di riferimento la bancarella che vende borse e zaini si nota come in tutte le due immagini le persone in piazza non arrivino a riempirla
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
DALLE INCHIESTE SICILIANE EMERGE CHE NUMEROSI UFFICIALI DI TRIPOLI FANNO IL DOPPIO GIOCO, SI FANNO PAGARE PER PORTARE I PROFUGHI NELLE ZONE IN CUI CI SONO NAVI CHE POSSONO TRARLI IN SALVO… SE NE DEDUCE CHE I VERI AMICI DEI TRAFFICANTI SONO SALVINI E TONINELLI CHE DANNO CREDITO E SOLDI A QUESTI CRIMINALI (COME DICIAMO DA DUE ANNI)
Gli scafisti e la Guardia costiera? In Libia sono la stessa cosa.
Torturano i migranti nei campi di prigionia. Se questi pagano di nuovo, li fanno partire e li lasciano in mare vicino a qualche nave di passaggio.
Poi cambiano vestito, indossano la divisa, e li vanno a riprendere con le navi della Guardia Costiera. E li riportano nei lager dove tutto ricomincia.
Un’inchiesta dell’Espresso rivela che i boss del traffico di esseri umani e i comandanti della Guardia costiera che dovrebbero stroncarlo sono spesso le stesse persone.
Addestrati, finanziati e forniti di imbarcazioni da Italia e Unione Europea.
Il doppio gioco di alcuni responsabili della Guardia costiera libica è confermato da oltre duemila testimonianze di migranti che sono agli atti di numerose inchieste giudiziarie, anche italiane, come quelle delle Procure di Trapani e di Catania.
E una conferma ulteriore è agli atti dell’inchiesta giudiziaria relativa al sequestro da parte della Procura di Trapani della nave Juventa della Ong tedesca Jugend Rettet, battente bandiera olandese.
In particolare, riferendosi a un episodio avvenuto il 18 giugno 2017 si parla di «grave collusione tra singole unità della Guardia costiera libica e i trafficanti di esseri umani».
L’inchiesta della Procura di Catania (il processo si è concluso nell’estate scorsa) dimostra ancora il ruolo di alcuni ufficiali della Guardia costiera che facevano contemporaneamente i soccorritori ed i trafficanti.
Si tratta degli ufficiali della Guardia costiera libica Tarok All e Bdelbafid Mohammad, arrestati dai militari della nave della Marina militare Italiana “Bergamini” e poi condannati in Italia per traffico di essere umani.
Un gruppo di africani ha riferito che i due ufficiali libici li avevano caricati sui loro barchini sulla spiaggia di Zuara accompagnandoli fino a qualche miglio dalla nave italiana per fuggire subito dopo.
Le procure di Trapani e Catania ormai hanno nomi, cognomi e tanti episodi scandalosi. Ma senza una collaborazione giudiziaria tra Italia e Libia resta difficile, nella maggior parte dei casi, incriminare i colpevoli.
(da “L’Espresso“)
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Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA IN TV: “CON LA LEGA MOLTE DIVERGENZE, SULLA TAV NON SI TORNA INDIETRO”
“Le persone vanno sempre salvate. Non può esserci mai un dubbio rispetto a questo. Sono
persone, non sacchi di patate e non possono restare un minuto di più sulla nave. Vanno fatti sbarcare”.
Roberto Fico parla dei migranti e scalda lo studio di Fazio Fazio.
Il presidente della Camera – ospite del programma “Che tempo che fa” – dice che è “giusto fare la voce grossa con l’Europa ma non bisogna farlo facendo rimanere a lungo le navi fuori dai porti”.
E difende anche il sistema Sprar, messo nel mirino dal decreto sicurezza di Matteo Salvini. E le ong, demonizzate quasi quotidianamente dal ministro dell’Interno? “Ad ora non c’è un solo rinvio a giudizio rispetto alle Ong. Bisogna parlare chiaro e mettersi intorno a un tavolo. Anzi, io proporrei un tavolo Ong-governo”.
Le sue parole faticano a stare insieme a comportamenti della maggioranza, osserva Fabio Fazio. “Lega e M5s sono forze diverse, con modelli differenti – risponde – la maggioranza è nata con un contratto di governo, e ci sono molte ragioni che possono portare a divergere e alcune per rimanere assieme rispetto allo stesso contratto”.
“L’autorizzazione a procedere? Per me direi sì”
Netto, Roberto Fico anche sull’autorizzazione a procedere per Salvini sul caso Diciotti: “Personalmente, dico che semmai arrivasse a me una richiesta della magistratura nei miei confronti per qualsiasi questione, pregherei la Camera di mia appartenenza di dare l’autorizzazione senza se e senza ma”.
Insomma, una bordata dopo l’altra al ministro dell’Interno, sia pure con parole dai toni pacati.
“La Tav? Sul no non si torna indietro”
E poi arriva la domanda sulla Tav, su cui è in corso un corpo a corpo quotidiano tra Lega e Cinquestelle: “Il M5s è stato sempre, costituzionalmente, per il No alla Tav” e “su questa questione non è possibile tornare indietro”.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA ORA RISCHIA: UNO PARLA SOLO DI IMMIGRATI, L’ALTRO DI TAV, BERLUSCONI DELLE SUE CASE AI TERREMOTATI, IL CANDIDATO PRESIDENTE (FDI) E’ DI ROMA E DELL’ABRUZZO NON SA UNA MAZZA, MENTRE TREMILA LAVORATORI DELLE TRIVELLE SENZA LAVORO MANDANO IL GOVERNO A FANCULO
Chieti, neanche fosse in provincia di Torino, con il tunnel a due passi.
È lì che Alessandro Di Battista rispolvera l’antico vaffa di lotta, rivolto all’alleato di governo: “La Tav è una stronzata. Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi e non serve ai cittadini tornasse da Berlusconi e non rompesse i c…”. Olè.
A Giulianova neanche fosse Lione, poche ore dopo, Salvini, stavolta sul palco con la maglia della locale squadra di calcio, annuncia al popolo abruzzese, che da quelle parti si muove in bicicletta, che “una soluzione si troverà “.
A proposito, il Giulianova calcio, a comizio ancora pressochè in corso, si dissocia dal testimonial chiedendo di “non strumentalizzare quella maglia”.
E per chi si fosse perso questa parte dello spettacolo, oggi ad Ortona l’altro vicepremier Luigi Di Maio ha bollato come “una supercazzola” l’idea di trovare un compromesso sull’opera.
E via così, senza neanche dare per sbaglio un titolo sulle malconce strade abruzzesi, in una regione dove, all’interno, i treni neanche ci sono.
Benvenuti al Gran Cinema Abruzzo, a una settimana dal voto che, inevitabilmente, sarà un test politico.
La prima campagna elettorale “locale” dell’era sovranista si è trasformata nel carnevale del governo gialloverde, delle sue competizioni, delle sue tensioni, della ossessiva rincorsa all’annuncio.
Passerella di vicepremier chiamati in soccorso di candidati che non trascinano come Marco Marsilio e Sara Marcozzi, ministri, leader nazionali con codazzi, staff, portaborse, almeno una volta la settimana.
Evidentemente — di sondaggi non si può parlare, ma gli umori si possono registrare – la partita si è riaperta con la coalizione di centrosinistra del mite Giovanni Legnini, l’unico oggettivamente a parlare di Abruzzo perchè lo conosce e che, invece, ha chiesto poche passerelle ai leader nazionali del centrosinistra.
Spettacolo, questo carnevale del nuovo che avanza, guastato dal principio di realtà che irrompe, proprio a Ortona, al grido di “buffoni” e di “a lavorare, andate a lavorare”: sono i lavoratori delle trivelle che accolgono Di Maio e Di Battista, loro che il lavoro rischiano di perderlo, perchè la Tav in Abruzzo non c’è, ma le trivelle danno lavoro a tremila persone che ora vedono il futuro a rischio con la decisione del governo che le mette in stand by, scontentando al tempo stesso il popolo pro-triv e il popolo no-triv. Ma l’argomento nei comizi non viene neanche trattato, anzi quando i due gemelli diversi arrivano all’Aquila nel pomeriggio si parla ancora di Tav.
Abruzzo, il grande assente nella propaganda di chi sente vincitore annunciato, giallo o verde che sia.
Per farsi un’idea basta andare sul profilo twitter di Marco Marsilio, il candidato del centrodestra, in quota Fratelli d’Italia, catapultato da Roma per l’occasione.
E leggere qualche commento: “È di Roma… Con l’Abruzzo non c’entra niente”, “prima gli abruzzesi, vattene”, “un abruzzese con accento romano mi mancava”.
E chissà che è bastato, come patente di abruzzesità — in fondo, chi non ha un nonno o un trisavoro abruzzese — l’abbraccio a Tocco Casauria, a favor di scatto, con il famoso signor Paliotta, il barbiere del nonno.
A sostenerlo è arrivato anche Silvio Berlusconi, ricomparso all’Aquila a dieci anni dal terremoto, ancora convinto del “miracolo” della sua ricostruzione, perchè “le mie case sono belle e solide, siete stati fortunati”.
Eccolo, affacciato con accanto Marsilio da uno dei balconi delle famose “new town”, quegli straordinari cantieri dalla propaganda dell’allora governo, diventati le nuove aree di degrado urbano tra isolatori sismici fallati, infiltrazioni d’acqua, cedimenti di intonaco, e nessun servizio intorno, nè pubblico nè privato.
In questi anni interi condomini sono stati evacuati di fronte al rischio crolli e, all’ordine del giorno, c’è l’esigenza di abbattere alcuni dei 19 siti costruiti in piena emergenza post terremoto.
All’Aquila, poi a Pescara Berlusconi, che in Abruzzo è alleato di Salvini, si augura che “il governo cada”, perchè è pericoloso.
L’alleato invece promette che andrà avanti.
L’altra alleata in Abruzzo, Giorgia Meloni, attacca il ministro dell’Ambiente del governo Salvini-Di Maio, perchè “ha gestito in modo scandaloso” la vicenda della discarica dei veleni di Bussi e “invece di fare passerelle elettorali andasse dentro il ministero a far camminare le carte”.
Il Gran Cinema, dicevamo. E come saranno gestiti alcuni dossier, nel rapporto tra il governo regionale e quello nazionale, proprio non si capisce, quando questo film sarà finito.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
IL SENATORE LEGHISTA LI HA MESSI NEI GUAI PUBBLICANDO LA LORO FOTO PER VANTARSI DELLA LORO ADESIONE… NON SOLO E’ VIETATO DALLA LEGGE MA E’ UN INSULTO ALL’ISTITUZIONE: LA POLIZIA RAPPRESENTA TUTTI GLI ITALIANI, NON UN PARTITO
Scoppia la polemica dopo che il senatore della Lega Paolo Arrigoni ha pubblicato sul suo profilo
Facebook l’immagine di due poliziotti in servizio fotografati ad Ascoli Piceno, in piazza Arringo, a firmare in un gazebo una petizione pro-Salvini.
La questura di Ascoli Piceno ha “aperto un’inchiesta amministrativa per l’accertamento dei fatti”.
La foto della polemica era stata in un primo momento rimossa dal senatore. Ma oggi l’onorevole è tornato sui suoi passi e ha pubblicato un nuovo post: “Ieri sui miei social ho pubblicato questa foto. La foto di due agenti di polizia che con un atto di generosità e coraggio nelle Marche hanno voluto sottoscrivere la raccolta firme a sostegno del ministro dell’Interno Salvini. Poche ore dopo l’ho cancellata per ragioni di privacy e per rispetto a quei due ragazzi, sapendo che c’era il rischio che venisse strumentalizzata”
Profluvio di commenti.
“Si, senatore, è stato piuttosto incauto – dice un utente – A prescindere, non trovo il gesto dei due poliziotti deontologicamente corretto. Come poliziotti devono essere (e avere comportamenti) super partes”.
E un altro pubblica l’immagine della legge che vieta “ai militari di partecipare a riunioni o manifestazioni politiche nonchè di svolgere propaganda a favore o contro i partiti”
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
MENTRE ZINGARETTI, FORTE DEL 4% DI BOCCIA, E’ VICINO AL TRAGUARDO… LE PRIMARIE APERTE TRA UN MESE
La convenzione nazionale del Pd si risolve in un confronto tra le claque dei tre candidati che si sfideranno alle primarie del 3 marzo.
Rumorosissima, per quanto numericamente ridotta, quella di Roberto Giachetti; ben organizzata quella di Maurizio Martina, con il grido “unità ” studiato per sottolineare alcuni passaggi del suo intervento; orgogliosa e desiderosa di riscatto quella di Nicola Zingaretti.
Il clima di questa platea, insieme alle parole sul palco dei protagonisti, anticipa bene quello che succederà nelle prossime quattro settimane, che precedono i gazebo.
Zingaretti parla già da segretario in pectore, sa di essere il grande favorito e di dover pensare non solo alla sfida congressuale, ma soprattutto al dopo.
Martina e Giachetti, d’altro canto, sembra stiano giocando una partita tutta loro, che vede come convitato di pietra Matteo Renzi.
È uno scontro che nasconde il grande travaglio interno ai renziani, con un’ala dura che si rafforza e che trova in Giachetti l’elemento identitario unificante, forte del buon risultato nei circoli (11,13%), mentre un’area più dialogante vuole trovare il modo di continuare a vivere dentro il Pd e cerca nell’affermazione dell’afflato unitario di Martina la condizione indispensabile a questo scopo.
Dietro le quinte, intanto, si ragiona già delle liste per l’Assemblea nazionale da presentare alle primarie, stando ben attenti a evitare conte identitarie che potrebbero finire male, ma anche il modo per valorizzare l’apporto di singoli dirigenti a livello locale.
Giachetti si pone in assoluta continuità con la gestione renziana. Parla di una “linea già tracciata”, che bisogna solo “potenziare”. Stuzzica gli ex ministri, ricordando che “ci stavate voi al governo” quando è stato fatto quello che “nelle vostre mozioni pensano che debba essere cancellato, mentre noi lo difendiamo”.
Prova a ridimensionare il risultato elettorale come una “sconfitta” e non la “morte definitiva”, dovuta al fatto che “per cinque anni abbiamo fatto un racconto delle cose che abbiamo realizzato peggiore di quello fatto dai nostri avversari”.
E, ovviamente, cerca lo scontro diretto con i due che lo precedono nella conta, come deve fare chi sa di dover recuperare consensi.
“Il congresso – dice – non è il momento dell’unità , altrimenti ci sarebbe stato un solo candidato. L’unità deve venire dopo, deve accadere quello che non è accaduto nei cinque anni scorsi”. E propone: “Andiamo a fare dibattiti in tutta Italia e sui media. Lucia Annunziata mi ha già chiesto se sono disponibile a partecipare a un confronto. Io ho risposto di sì, mi auguro che anche gli altri lo facciano”.
Martina si trova nella difficile condizione di dover combattere su due fronti, contro la rimonta di Giachetti dietro di lui e su Zingaretti che lo precede.
Ma, pesando le sue parole sul palco, è il primo quello che sembra preoccuparlo maggiormente. Rivendica “quello che ho fatto” con “orgoglio”, ripercorrendo i suoi atti da ministro. Spiega che “l’unità non te la inventi il giorno dopo se prima, durante il congresso, ne hai minato i presupposti”.
E punge chi già si sente con un piede fuori, chi pensa che “l’alternativa nasca dalle ceneri del Pd” e per questo immagina la sua fine: “L’unica alternativa è un piccolo partito”. Un messaggio rivolto ai turborenziani di Giachetti ma anche a chi, tra i suoi sostenitori originari, pensa di cambiare rotta in vista delle primarie, passando intanto con il deputato romano e poi chissà …
Ci pensa Carlo Calenda, nel dibattito successivo (dominato dagli interventi dei delegati giachettiani), a invitare a uscire da questo loop: “Anche io ho litigato con Renzi, poi sono stato con Renzi, l’ho fatto anch’io questo casino. Ora però basta”.
E mette in chiaro: “Io qua dentro sto e qua dentro rimango. Mi prenderebbero per pazzo se uscissi dal Pd per fare un partito che poi si allea con il Pd”. L’ex ministro si è innervosito per la presentazione di un documento degli europarlamentari dem sulla linea da seguire in vista delle europee, che era apparso in contrapposizione al suo. Un incidente rientrato apparentemente senza conseguenze, con i tre candidati che sottoscrivono entrambi.
Se la parola d’ordine di Martina è “unità “, quella di Zingaretti è “pluralismo”.
“Nessuno cerca abiure – dice il Governatore del Lazio – ma dobbiamo ammettere che ci sono stati degli errori”, a partire dalla difficoltà a “leggere che c’erano difficoltà diffuse” dovute “all’aumento delle disuguaglianze”.
E critica anche quell'”isolamento borioso” che ha caratterizzato la propaganda del Pd negli ultimi anni, che “non sposta i rapporti nella società “. Ma poi chiarisce: “Basta con un partito fondato sugli antirenziani, gli antifranceschiniani, gli antiboschiani. L’Italia si aspetta che tornino i Democratici, a chi ha bisogno non interessa nulla delle nostre piccolezze”.
Zingaretti afferma in premessa che l’obiettivo del congresso deve essere di “indicare la via per ritornare a vincere e rimettere il Paese sui giusti binari”.
E in effetti, per gran parte del suo intervento – come aveva fatto anche Martina, d’altra parte – si rivolge già all’esterno, alzando la critica al governo e provando a immaginare la posizione del Pd per “rompere la tenaglia che sta stritolando l’Italia, tra la fiducia e le aspettative affidate a questo governo e l’incapacità a soddisfare queste aspettative”.
Tuttavia, non aggira le critiche che gli vengono rivolte dagli avversari, ribadendo che “non voglio favorire alcuna alleanza con i Cinquestelle”, ma che dobbiamo porci il problema di riconquistare l’elettorato” che votava Pd ed è passato da quella parte.
E, su un presunto spostamento a sinistra del Pd sotto la sua guida, chiarisce: “Non è antico, ma è modernissimo dire che bisogna accorciare le distanze tra chi ha troppo e chi non ha nulla”.
La partita vera inizia adesso.
Zingaretti nel frattempo incassa il sostegno di Francesco Boccia, il cui 4% tra gli iscritti lo spinge oltre il 51%, mentre con Martina si schiera l’unica donna candidata, Maria Saladino (0,7%). I
l rischio che la campagna si avveleni rimane forte, soprattutto sul tema della discontinuità rispetto alla stagione renziana. E più che la vittoria finale, il tema sul tavolo rimane l’unità del Pd, soprattutto dopo il passaggio decisivo delle elezioni europee.
(da “Huffingtonpost”)
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