Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
I SILENZI E GLI IMBARAZZI ITALIANI RAFFORZANO I DUBBI SU COSA E’ VENUTO A FARE POMPEO E CHE INCONTRI AVRA’
Preparata prima dell’estate, la visita di Mike Pompeo a Roma si tinge di giallo fin dal mattino,
preceduta da due articoli del Washington Post e del New York Times che chiamano in causa i Servizi italiani addirittura nel Russiagate per cui i Dem americani hanno chiesto l’impeachment contro Donald Trump.
Una spy-story in piena regola, che i due quotidiani statunitensi chiamano ‘Spygate’. Ma non sembra roba leggera da film di 007, a giudicare anche dalla coltre di silenzio da parte delle istituzioni e dei partiti italiani che, di fronte ai dubbi e agli interrogativi sollevati, hanno preferito non proferire verbo.
Il segretario di Stato Usa Pompeo ha avuto colloqui con il capo dello Stato Sergio Mattarella e con il premier Giuseppe Conte. Domani l’incontro con il suo omologo italiano, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Nessuna delle forze politiche ha voluto commentare le notizie arrivate da oltreoceano, notizie di cui ha scritto anche il sito americano politico.com, notizie a dir poco inquietanti.
Perchè se il fatto che il Ministero della Giustizia di Washington, su insistenza di Trump, avesse avviato una controinchiesta interna sulla genesi del Russiagate e sull’operato dell’intelligence americana era noto, ora emerge che The Donald abbia schierato due big come l’attorney general William Barr e il segretario di Stato Mike Pompeo per fare pressioni anche su Paesi stranieri per un aiuto a screditare le indagini di Robert Mueller.
Proprio nel giorno dell’arrivo di Pompeo in Italia, i quotidiani americani raccontano di una visita ‘segreta’ dell’Attorney general (ministro della Giustizia) statunitense William Barr nel nostro paese il 15 agosto scorso e, da ultimo, venerdì scorso.
Stando a quanto riporta l’Adnkronos, avrebbe incontrato agenti ‘non operativi’ dei Servizi segreti italiani alla ricerca di prove dei sospetti di Trump: e cioè che ci sia anche la ‘manina’ straniera nella costruzione delle accuse dei Democratici americani sul Russiagate.
In particolare, una ‘manina’ italiana, britannica, australiana e anche ucraina che avrebbe aiutato il lavoro del procuratore Robert Mueller, quello della Cia, dell’Fbi: lavoro che Trump vorrebbe demolire nella convinzione che si tratti di un complotto contro di lui.
Pesante. Sia per la segretezza della visita di Barr: a quanto se ne sa, ufficialmente mai comunicata alle autorità dello Stato italiano. E sia per il suo eventuale contenuto.
Nel Governo nessuno commenta. Davanti alle telecamere, Conte e Pompeo sfoggiano solo una stretta di mano e nessuna dichiarazione, se si esclude il blitz de Le Iene con tanto di consegna di un pezzo di parmigiano, minacciato dai dazi americani.
Una nota della Casa Bianca esalta le buone relazioni con Roma, in ‘diplomatichese’ stretto. Tutto l’arco delle forze politiche in Parlamento, maggioranza e opposizione, ufficialmente non avanza nemmeno interrogativi su una questione che appare a dir poco curiosa oltre che preoccupante. E non risponde alle nostre richieste di chiarimento.
Eppure, proprio poco prima di entrare a Palazzo Chigi, dal suo profilo ufficiale su Twitter, Pompeo lancia due colpi che sembrano missili.
L’obiettivo dichiarato sono i Democratici statunitensi. Ma la storia è il Russiagate, la richiesta di impeachment contro Trump accusato di aver tramato con i russi contro la candidata dem alla Casa Bianca Hillary Clinton nella campagna elettorale del 2016. Ancora: in un tweet di ieri, il segretario di Stato Usa chiama in causa i servizi segreti di Stati stranieri nella costruzione del Russiagate.
Cioè nella costruzione di tutto l’impianto di accuse sostenute dal procuratore Robert Mueller contro il presidente degli Stati Uniti e finite in un niente di fatto ma nemmeno in un’assoluzione, un impianto che – dopo le rivelazioni sulla telefonata tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in cui il capo della Casa Bianca avrebbe chiesto di indagare sul Dem Joe Biden, telefonata alla quale avrebbe partecipato anche lo stesso Pompeo — è il pilastro della richiesta di impeachment dei Democratici.
Pompeo lancia un “clear warning”, un ammonimento che lascia poco spazio al diplomatichese: “i tentativi di attori stranieri di minare la democrazia americana non resteranno senza conseguenze”.
Lo stesso Trump ha accusato i servizi “italiano, britannico, australiano, ucraino” in un’intervista a Fox news prima dell’estate.
Ebbene, le rivelazioni di oggi parlano proprio di una scelta deliberata di mandare Barr in missione in Italia, in incognito evidentemente, per raccogliere prove sull’attivismo degli 007 del Belpaese contro l’inquilino della Casa Bianca, in combutta con i Dem americani.
Naturalmente, è anche possibile che invece l’Attorney general sia stato mandato a cercare prove per costruire la difesa di Trump nel Russiagate. Secondo il Washington Post, Barr avrebbe chiesto ai funzionari italiani di fornire il massimo supporto al procuratore John Durham, incaricato di indagare sull’origine ‘torbida’ del Russiagate. Lo aveva già fatto a Londra, anche lì alla richiesta di aiuto agli 007 di Sua maestà per difendere Trump.
Lo stesso obiettivo per cui il presidente Usa avrebbe sentito anche il premier australiano Scott Morrison, dato che l’indagine sulla campagna del tycoon cominciò con una dritta all’Fbi da parte di un diplomatico australiano
Una storia avvolta nella nebbia. Possibile che nessuno in Italia sapesse della visita di Barr ad agosto, in piena crisi di governo, e poi solo la scorsa settimana, a governo insediato?
Chi ha incontrato l’Attorney general? E chi ha informato del suo arrivo? Nessuna risposta ufficiale. Un silenzio che tradisce un evidente imbarazzo e che soprattutto rafforza i dubbi e gli interrogativi sullo ‘Spygate’.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
SCIVOLA PERO’ SUL “SUO” MODELLO MINNITI: COME SI FA A FINANZIARE I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA E AFFIDARE A QUESTI TRAFFICANTI I SALVATAGGI IN UNA ZONA SAR INESISTENTE, CHIUDENDO GLI OCCHI?
“Su di me, se si fa una ricerca su internet, non si trova nulla. È vero, ma io porto al Viminale la mia storia e la mia professionalità ”.
Luciana Lamorgese, ex prefetto di Milano, ora ministro dell’Interno, parla di rado, ma al “Festival delle città ”, incalzata da Corrado Formigli, si toglie qualche sassolino dalla scarpa rispondendo al suo predecessore Matteo Salvini che su di lei chiede: “Chi l’ha vista?”
Con tono duro e anche un po’ velenoso sul suo predecessore la titolare del Viminale rivendica la sua azione “con equilibrio e serietà . Io studio i dossier. Sono una persona meticolosa”.
Dalla platea radunata nel complesso del Pio Sodalizio dei Piceni a Roma, dove a parlare ci sono anche il segretario dem Nicola Zingaretti e il presidente Ali-Autonomie locali e sindaco di Pesaro Matteo Ricci, arriva il primo applauso.
Lamorgese prende nei fatti le distanze dal leader della Lega e non nasconde invece di condividere “completamente la linea di Marco Minniti. Aveva una visione globale perchè affrontare l’immigrazione non significa solo redistribuzione”. Una nuova frecciata al leghista che a sua volta parla di “messaggio sbagliato se gli sbarchi si triplicano”.
Nel dettaglio si parla dell’accordo di Malta con Germania e Francia ma “attenzione — spiega Lamorgese — è un pre accordo che presenteremo a Lussemburgo e lì dovrà essere discusso”. Toni sempre cauti quelli del nuovo ministro e mai trionfalistici: “Non canto vittoria”.
Anche così il ministro dell’interno marca la differenza rispetto al passato arrivando poi a dire che “al di là dei contenuti, l’accordo ha un valore politico importante perchè sono caduti dei tabù ed è cambiato il clima nei confronti dell’Italia. Gli altri Stati hanno finalmente recepito che chi arriva in questi paesi va aiutato perchè arriva in Europa”. Sempre in controtendenza rispetto al Viminale targato Lega, l’attuale ministro dell’Interno sottolinea che è sbagliato parlare solo di sbarchi piuttosto ci si deve focalizzare sui rimpatri, sugli accordi con gli Stati e sulla stabilizzazione di territori come la Libia o la Tunisia.
A proposito di Tunisia, il ministro ammette che in quest’ultimo week end sono aumentati gli sbarchi. È questa l’accusa che il leader della Lega le rivolge, ma Lamorgese sottolinea che tutto ciò dipende dalla situazione politica e al fatto che per ora il mare è calmo. Sul salvataggio dei migranti in mare “non ci tiriamo indietro ma ci vuole un contratto tra lo Stato e chi provvede al salvataggio. Ci vogliono delle regole. Bisogna ripartire dal Codice delle Ong proposto dal ministro Minniti”.
Da Salvini invece “nessun mazzo di fieri e nessun passaggio di consegne”, scherza Lamorgese che fa vedere di esserci. Racconta che quando era prefetto di Milano e ci fu l’incidente di Pioltello “mi sono precipitata. Se ci sono episodi gravi è ovvio che il ministro dell’Interno deve far capire che lo Stato c’è”. Quindi, sintetizzando, “sono garbata e se serve mi faccio sentire”. Un assaggio è già arrivato.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
UN ALTRO FIGURANTE DEL CIRCO DEI SEDICENTI FASCISTI DA AVANSPETTACOLO CHE USAVANO IL TRICOLORE COME CARTA IGIENICA
Verranno a giustificarlo dicendo che si è trattato di un gesto giocoso e scherzoso per rendere
meno noiosa la situazione, ma Paolo Tiramani non è nuovo a ‘simpatici’ siparietti che vanno ben oltre la gaffe e l’ironia.
Dopo il foto-montaggio sessista nel corso delle ultime amministrative a Vercelli contro la sindaca uscente Maura Forte, ecco che il deputato della Lega ha pensato di fare una mossa divertente facendo (per ben due volte) un saluto romano davanti alla telecamera.
Il tutto è stato ripreso dall’obiettivo dell’Agenzia Dire che stava, in quel frangente, intervistando Nicola Fratoianni sulla questione del crocifisso in classe.
Sullo sfondo, dopo qualche secondo dall’inizio del video (che potete trovare in forma integrale sul sito dell’agenzia Dire) ecco comparire Paolo Tiramani.
Prima batte le mani sul tavolo che ha di fronte e poi, con fare guascone e sguardo ammiccante, decide di offrire alla telecamera un saluto romano.
Non una sola volta, ma due. Tanto per ribadire che non si sia trattato di un gesto casuale, ma ragionato per fare ironia senza alcun motivo. Il tutto, tra l’altro, in un Aula istituzionale come quella all’interno di Montecitorio.
Un gesto immortalato dalla telecamera e fatto davanti all’obiettivo, come si può vedere dallo sguardo di Tiramani che fissa direttamente il cronista dell’Agenzia Dire.
Paolo Tiramani, oltre a essere un deputato leghista, è anche sindaco di Borgosesia (in provincia di Vercelli). Il suo nome è finito tra le pagine della cronaca non solo per l’episodio del post sessista su Facebook contro Maura Forte, ma anche per esser stato condannato a 18 mesi (in Appello) nell’indagine sulla Rimborsopoli in Piemonte.
Una vicenda che, evidentemente, non gli ha tolto il sorriso. O, almeno, non ha cancellato il suo ghigno con cui oggi ha deciso di offrire due saluti romani alla telecamera.
(da Open)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
“MA CHE OFFESA ALLA TRADIZIONE, UN NORMALE REGOLA DI ACCOGLIENZA VERSO GLI INVITATI”… “CERTE STRUMENTALIZZAZIONI NON SONO TOLLERABILI”
Piatto ricco mi ci ficco: non pareva neanche vero a Matteo Salvini di poter cavalcare una polemica all’incrocio tra alcuni dei suoi temi favoriti, la fede cattolica, i migranti e la buona tavola.
Quando ha letto sui giornali della vicenda bolognese dei tortellini senza maiale per rispetto all’accoglienza lanciati dal vescovo di Bologna per il giorno della festa del patrono, San Petronio, ci si è buttato festosamente: «Stanno cercando di cancellare la nostra storia e la nostra cultura, e a farlo è il vescovo di Bologna, non un passante».
D’altronde il leader leghista sta facendo campagna elettorale in Umbria, terra di santi, e sta già pensando al voto successivo, quello proprio in Emilia. Ma a dare una secchiata di realismo e un evidente altolà a Salvini è stata la stessa Arcidiocesi di Bologna, con un comunicato da leggere fino in fondo:
“L’Arcidiocesi di Bologna informa che l’Arcivescovo Matteo Zuppi ha appreso la notizia del tortellino con carne di pollo solo questa mattina e dai media. Era all’oscuro dell’iniziativa annunciata ieri in conferenza stampa dal Comitato cittadino per le manifestazioni petroniane. Il Comitato ha previsto che accanto ai quintali di tortellini conformi alla ricetta depositata, siano preparati anche pochi chilogrammi senza maiale per chi non può mangiarne per diversi motivi. E’ sorprendente che una fake news sia utilizzata per confondere bolognesi e italiani e tanto più che una normale regola di accoglienza e di riguardo verso gli invitati sia interpretata come offesa alla tradizione. Alcune polemiche e strumentalizzazioni non sono accettabili neanche in campagna elettorale”.
(da Open)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
IL CASO DEL PROF. VALDITARA, EX SENATORE DEL CENTRODESTRA, ASCOLTATO COME ESPERTO
Governo o opposizione non cambia: il Tg2 non fa nulla per scrollarsi la nomea di Tg Salvini (con
un occhio alla Meloni)
E così continuano gli inviti degli ‘esperti’ presentati come tali – ossia super partes – che in realtà sono supporter della destra staliniana.
Ad esempio sulla giustizia, tipo il legittimo omicidio (o legittima difesa) o il decreto sicurezza nel quale spesso veniva chiesto il parere dell’ex pm Carlo Nordio – notoriamente vicino al cetnro-destra – che puntualmente dava ragione a Salvini
Eppure sulla legittima difesa, giusto per ribadire, l’Anm si era pubblicamente schierata contro
Ora ci risiamo e la denuncia è venuta dal deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi.
“Sulla legge elettorale il Tg2 dà voce solo al professore sovranista sostenitore di Salvini, peraltro facendolo passare semplicemente come esperto dell’università di Torino. Giuseppe Valditara, intervistato nell’edizione delle 13, non è un professore indipendente ma un politico organico al salvinismo”.
Ex senatore del centrodestra, è stato nominato nel passato Governo dal ministro leghista Bussetti a capo del dipartimento Università del ministero dell’Istruzione, è direttore della rivista sovranista ‘Logos’ e autore di un libro sul sovranismo con postfazione del presidente della Rai leghista Marcello Foa.
E’, quindi, un sostenitore da tempo di Salvini, ma il Tg2 lo ha presentato semplicemente come un giurista, lasciando credere ai telespettatori che si tratti di un semplice tecnico che commenta la proposta di referendum di Calderoli, senza dare poi voce a nessuna opinione alternativa.
Questo è pluralismo? Questa è informazione o disinformazione?
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
BASTA AVERE UN CONTO AUTONOMO E UN RELATIVO BANCOMAT E IL PROBLEMA NON SUSSISTE, FERMO RESTANDO CHE SI PUO’ SEMPRE PAGARE IN CONTANTI
Daniela Santanchè non vuole i pagamenti elettronici (e infatti nessuna la obbliga)
Tra le tante questioni politiche che l’opposizione ha posto nei confronti dei pagamenti elettronici, emerge quella della senatrice di Daniela Santanchè che ha manifestato questa sua idea al programma di La7 Tagadà .
L’esponente dell’opposizione ha dichiarato la sua contrarietà ai pagamenti elettronici e ha affermato la necessità per il consumatore di pagare in contanti. Ha esposto questo ragionamento in due punti. §
Il primo: i 100 euro restano tali se vengono spesi in contanti, invece se vengono spesi attraverso pagamenti elettronici vengono depotenziati dalla spesa per le commissioni nei confronti della banca in cui è stato depositato il conto.
Il secondo è senz’altro più originale: «Ma poi, permettete: io, come tante altre donne, non vorrei far sapere tutte le mie cose ai miei figli e a mio marito, per dire».
La sua affermazione è stata accompagnata da uno scoppio di ilarità in studio. Il punto di vista di Daniela Santanchè sulla privacy del proprio conto bancario è senz’altro originale. Tuttavia, ha il difetto di rendere sin troppo soggettivo il problema e di riferirlo soltanto alle donne, come se fosse una questione di genere.
Per quanto riguarda, invece, la prima parte del suo ragionamento, si può affermare che se è vero che i conti in banca e le card di pagamento elettronico hanno comunque dei costi fissi, è pur vero che le banche hanno l’obbligo per legge di offrire dei servizi base, senza la spesa di ulteriori tassazioni a ogni transizione.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
UN ALTRO ANNUNCIO “STRATOSFERICO” DEL GRILLINO: MA NON AVEVA ANNUNCIATO DI TAGLIARE 30 MILIARDI DI SPRECHI AL PRIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI DUE ANNI FA?
«Con Pasquale Tridico abbiamo ideato un software contro l’evasione di tutti quei contributi che
si pagano all’INPS. È un po’ complesso il meccanismo ma con questo recupereremo tra i 4 e i 5 miliardi», così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio questa mattina ad Agorà spiegava come il governo intende trovare una fetta importante della manovra da 29 miliardi di euro che si appresta a varare. Grazie alla tecnologia potremo combattere l’evasione, spiega Di Maio.
Il software, che non si sa se esiste ancora, dovrebbe essere «presso l’Inps, sarà applicato all’Inps in collaborazione col MEF e l’Agenzia delle Entrate». Grazie a questo algoritmo secondo Di Maio si dovrebbe recuperare la maggior parte del gettito proveniente dalla lotta all’evasione (in totale il governo spera di riuscire a raccogliere 7 miliardi di euro). Già questa affermazione è in contraddizione con il fatto con chi — sempre nel governo — dice che quei sette miliardi dovrebbero arrivare in gran parte grazie agli incentivi ai pagamenti elettronici.
Il punto però è che le cifre snocciolate da Di Maio sono ridicole se confrontate all’ammontare dell’evasione fiscale in Italia. Nell’ultimo triennio il tax gap — ovvero la differenza tra quanto lo Stato effettivamente incassa e quanto dovrebbe incassare se tutti pagassero tutte le tasse — è stato di 110 miliardi di euro l’anno.
Non solo: il nostro Paese ha il primato europeo per l’evasione dell’IVA. Nel 2017 l’Unione Europea ha calcolato che il tax gap per quanto riguarda l’Iva è pari a 33,5 miliardi di euro.
Se il software ad hoc annunciato da Di Maio è in grado di recuperare appena 4-5 miliardi significa che la nuova tecnologia non funziona poi così bene. O meglio, si sceglie di limitare i controlli solo all’evasione dei contributi Inps per recuperare sostanzialmente le briciole lasciate dagli evasori.
Come tutti gli annunci fatti da Di Maio non si sa nemmeno a che livello di sviluppo è attualmente il software, se si tratta solo di una bozza, di un’idea o se già qualcuno (e nel caso chi ha ottenuto l’incarico e come?) ha già iniziato a scriverlo.
Ma del resto stiamo ancora aspettando la riforma dei centri per l’impiego, dei navigator e di tutto il corollario misure che doveva essere approntato prima di varare il Reddito di Cittadinanza.
Ad oggi infatti i percettori del RdC non hanno ricevuto nessuna delle famose tre proposte di lavoro nè sono stati attivati corsi di formazione o un programma per lavori socialmente utili.
Ma tornando alle cifre che si potranno recuperare dall’evasione il software di Di Maio consentirebbe di trovare appena un decimo di quei 50 miliardi di euro che secondo l’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco potrebbe portare nelle casse dell’Erario addirittura 50 miliardi di euro.
Anche Visco infatti sostiene la causa dei software e degli algoritmi e soprattutto grazie al collegamento diretto con l’Agenzia delle Entrate dei registratori di cassa (che andrebbero quindi sostituiti) in modo da avere in tempo reale i dati delle vendite e delle fatturazioni. Sarebbe poi necessario verificare che l’Iva fatturata dai professionisti venga effettivamente versata e così via. Serve una rivoluzione tecnologica vera e non basta l’annuncio di un software.
Anche perchè dalle parti del MoVimento 5 Stelle di algoritmi “fuffa” ne sanno qualcosa. Nel 2013 — un po’ per ridere ma molto per fare propaganda — Beppe Grillo annunciava che il M5S stava mettendo a punto l’algoritmo SWG 4 Zip War Airganon per fare un “crosschecking” e un “craunoutsurcing” sulle dichiarazioni dei redditi dei politici promettendo di mettere tutto online con un programma fatto dai migliori professionisti. Più di recente Di Maio era quello che aveva individuato un miliardo e mezzo di euro di sprechi nel Comune di Roma (soldi che non sono mai saltati fuori) e che da ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva annunciato che di aver «installato tecnologie a Taranto che riducono del 20% le emissioni nocive» dell’Ilva, ma non era stato installato nulla.
E che dire di quando Di Maio prometteva di tagliare 30 miliardi di sprechi al primo consiglio dei ministri? Pensate, sarebbero soldi necessari a coprire per intero la prossima manovra di bilancio.
Potere della tecnologia che consente di fare annunci stratosferici.
(da “NextQuotidiano“)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
LAMORGESE CHIAMA GABRIELLI E CHIEDE IMMEDIATE VERIFICHE SUL COMPORTAMENTO DELLA POLIZIA… UNA INUTILE PROVA DI FORZA QUANDO IL DIRIGENTE POTEVANO FARLI ENTRARE DA UN’ALTRO INGRESSO
Stefano Fassina e alcuni esponenti sindacali sono rimasti ferito durante una manifestazione dei lavoratori di Roma Metropolitane a seguito dell’intervento delle forze dell’ordine.
Stefano Fassina , soccorso con l’ambulanza, è stato portato via per ricevere le cure mediche all’ospedale. Non si conoscono ancora le sue attuali condizioni.
Fassina si trovava insieme ai lavoratori quando un collaboratore dell’assessore capitolino alle Partecipate, Giovanni Lemmetti, ha provato a entrare nel palazzo della società , dove in quel momento era in corso il presidio di una cinquantina di lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro. Il funzionario ha chiesto alla polizia di fargli da scorta. E così le forze dell’ordine hanno forzato il presidio, colpendo le persone che si trovavano nell’ultima fila, tra cui sindacalisti, consiglieri comunali del Pd e Sinistra Italiana. Stefano Fassina è caduto durante la carica e ha necessitato delle cure di un’ambulanza giunta sul posto per soccorrere i feriti.
Durante la carica è rimasto ferito non solo Stefano Fassina, ma anche il segretario della Fp Cgil Roma e Lazio, Natale Di Cola, e il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica.
Parole di vicinanza per Stefano Fassina sono state espresse anche da Antonio De Santis, assessore al personale di Roma Capitale: “Ribadisco la mia posizione: dialogo e confronto sono la strada maestra in tutte le sedi. Il mio primo pensiero è di vicinanza a Stefano Fassina, Natale Di Cola e Alberto Civica”.
Il capogruppo di LeU a Montecitorio Federico Fornaro. “Grave e inspiegabile l’atteggiamento delle forze dell’ ordine contro pacifici manifestanti, tra cui un parlamentare della Repubblica Stefano Fassina, costretto a ricorrere a cure mediche. Presenteremo -dice in una nota- una interrogazione per sapere chi ha autorizzato di forzare con violenza la pacifica protesta dei lavoratori e dei sindacati e quali provvedimenti si intendono assumere contro i responsabili”.
“Quanto è avvenuto davanti alla sede di Roma Metropolitane è molto grave. Si faccia immediata chiarezza, siamo vicini a lavoratori, sindacalisti, consiglieri e deputati” scrive in una nota il segretario Pd Nicola Zingaretti.
“Qualcuno nelle prossime ore dal Viminale dovrà spiegare a tutti noi, al Parlamento e all’ opinione pubblica perchè nel 2019 lavoratori che difendono il proprio posto di lavoro siano picchiati dalle Forze dell’Ordine, che rappresentanti sindacali e parlamentari vengano feriti, come si vede chiaramente dai video e dalle foto degli organi di informazione” afferma Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu.
Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha dato indicazione al capo della Polizia Franco Gabrielli di “accertare quanto accaduto”. Il ministro chiede di “verificare se l’intervento delle forze di polizia presenti sia stato svolto in maniera corretta e senza violazioni di legge”.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2019 Riccardo Fucile
INTERVISTATA A “UN GIORNO DA PECORA” DIMOSTRA DI NON CONOSCERE NEANCHE I “CONFINI” DA DIFENDERE
Qualche piccolo problemino con i confini dell’Emilia-Romagna. 
L’hanno definita così la performance in geografia nella redazione di Un giorno da pecora, il programma radiofonico di Radiouno che oggi ha avuto come ospite Lucia Borgonzoni, leghista candidata alla carica di governatore dell’Emilia-Romagna nelle prossime elezioni di gennaio 2020.
Il suo nome, due giorni fa, è stato confermato da Matteo Salvini, che l’ha proposta — senza ombra di dubbio — come candidata unitaria di tutto il centro-destra.
I conduttori di Un giorno da pecora, Geppi Cucciari e Giorgio Lauro, hanno fatto alcune domande sulla geografia della regione a una delle papabili candidate per il successo elettorale. In modo particolare, però, Lucia Borgonzoni è inciampata sui confini dell’Emilia-romagna.
La regione, infatti, ha sette confini politici.
La Borgonzoni ha indicato le prime cinque regioni, individuando correttamente i confini con il Veneto, la Lombardia, la Toscana, la Liguria e le Marche.
Tuttavia, sugli altri due nomi ha esitato. «C’è il Trentino?» — ha detto a un certo punto.
Geppi Cucciari e Giorgio Lauro l’hanno subito corretta: «Ma è l’Emilia-Romagna che si è alzata o è il Trentino che si è abbassato? Proprio no!».
La Borgonzoni ha poi completato la risposta con i confini con il Piemonte e con lo stato di San Marino che, tuttavia, non aveva preso in considerazione quando le era stata posta la domanda: «Ah vero — ha detto -. Con gli abitanti di San Marino abbiamo anche il problema dei frontalieri».
Il quiz di geografia del territorio era stato fatto proprio per rassicurare — stando alle parole dei conduttori — Giorgia Meloni sulla preparazione di Lucia Borgonzoni come candidata ideale per l’Emilia-Romagna.
Stando all’esito del test, qualche problemino sembra esserci.
(da agenzie)
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