Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DI SANZIONI ED EMBARGO: QUALI SONO LE ARMI ECONOMICHE
Una missione Nato per difendere il confine con la Siria che, adesso, sa di beffa. Miliardi di euro dati a Erdogan per la gestione dei flussi migratori. Due prese in giro per l’Europa, il primo mercato di export per la Turchia: ed è da qui che deve partire la contromossa in difesa dei curdi
Troppe volte gli interessi economici hanno giustificato manovre belliche, soprattutto in Medio Oriente. È una delle aree più instabili al mondo ed è la presenza di combustibili fossili a renderla tale: le velleità di accaparrarsi la gestione di giacimenti altrui hanno causato continui conflitti.
Eppure, non pare questo il motivo scatenante dell’assalto di ErdoGan nel nord della Siria: una zona falcidiata negli ultimi anni dall’espansione di Daesh, dalla lotta dell’Esercito siriano libero contro Assad e dagli attacchi esterni per impedire il processo di indipendenza del Rojava.
L’interesse del sultano di Ankara è attuare una vera sostituzione etnica del popolo curdo, da sempre individuato come corpo estraneo nella retorica del partito nazionalista dell’Akp.
Il nemico, il diverso, che cerca autonomia dentro e fuori la Turchia. Recep Tayyip Erdogan ha una paura da incutere nella popolazione turca: finchè c’è il pericolo curdo, la sua linea dura, il suo potere che si prende gioco dei valori democratici, sono giustificati.
E cosa può fare l’Europa per salvare i curdi, popolo senza Paese che vive in una delle aree più complicate del mondo?
Intervenire in difesa di un popolo che ha fatto della parità di genere e dei diritti civili la propria radice identitaria è un dovere. A maggior ragione se tale esempio democratico si è radicato in un territorio dove sultani e dittatori imperversano da secoli.
Ancora, è possibile dimenticarsi dell’aiuto curdo nel debellare Daesh, nemico di tutto l’Occidente, da Siria e Iraq?
Per non schierare carri armati contro la Turchia, Paese che fa comunque parte della Nato e che sarebbe potuto diventare anche membro dell’Unione europea, prima della deriva islamico-autoritaria impartita da ErdoÄŸan, bisogna utilizzare la leva economica.
L’Europa è il primo sbocco commerciale di Ankara: ancor prima di Russia, Cina e Stati Uniti, sono i Paesi europei i maggiori acquirenti di prodotti turchi.
Il 42% dei rapporti commerciali stretti dal Paese anatolico, nel 2018, è avvenuto con l’Unione europea.
Considerando i soli scambi con l’Italia, gli ultimi dati Eurostat dicono che, annualmente, il nostro Paese importa merci e beni turchi per un valore di 9 miliardi di euro. In direzione opposta, l’export italiano in Turchia raggiunge il corrispettivo economico di 8,7 miliardi.
Al primo posto per scambi commerciali con Ankara c’è la Germania, Nazione dove risiedono oltre tre milioni di cittadini turchi. Il timore per Berlino e i Paesi dell’Europa continentale è che le sanzioni comportino, come reazione turca, la riapertura della rotta balcanica. A 3,6 milioni di rifugiati potrebbe essere concesso di lasciare la Turchia per riversarsi in Europa, a discapito di quei 6 miliardi di euro promessi dall’Unione europea ad Ankara per la gestione della crisi migratoria del 2016.
Ad ogni modo, imporre sanzioni economiche non è impossibile, visto che la Turchia è strettamente dipendente dal commercio con l’Europa. Ma soprattutto, per fermare la belligeranza di Ankara, è necessario porre un embargo sulla vendita di armi. Erdogan ha fatto incetta negli ultimi anni di strumenti e tecnologie militari: negli ultimi quattro anni, Roma ha venduto alla Turchia 890 milioni di euro in armi e 463 milioni di materiale bellico.
Solo nel 2018, la Farnesina ha autorizzato 360 milioni di euro di vendite di armamenti, cifra che corrisponde al 15% del totale dell’export italiano nel settore bellico.
Certo, l’embargo non riuscirebbe a fermare l’invasione della Siria, visti i depositi di armi e la capacità dell’industria bellica turca molto sovvenzionata da Erdogan. Ma avrebbe l’effetto di disinnescare, per il futuro, buona parte della capacità militare di Ankara.
Il gruppo Leonardo, ad esempio, fornisce tecnologie per realizzare gli elicotteri da combattimento Mangusta. Fermare le forniture riuscirebbe a bloccarne l’utilizzo futuro per mancata manutenzione.
Il problema è riuscire a trovare una linea comune per i Paesi europei che, negli anni, con i vari dittatori nordafricani e del Medio Oriente, hanno approfittato degli embarghi dei vicini per aumentare la vendita delle proprie armi.
E, nel caso turco, l’alleanza militare con l’Occidente assume le sembianze di una beffa: 130 militari italiani e una batteria di missili Samp-T, dal 2016, sono impiegati in Turchia proprio per vigilare sul confine siriano. La Spagna, attiva nella stessa missione Nato, ha già annunciato che ritirerà la sua batteria di missili anti-aerei Patriot.
Spinosa, dunque, la questione dell’appartenenza della Turchia alla Nato. Già dopo l’acquisto di Ankara dei sistemi di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa, i rapporti diplomatici si sono sono incrinati. Erdogan ha a disposizione un esercito di 400mila soldati, il secondo della Nato dopo quello statunitense.
E l’Alleanza atlantica è nata proprio in contrapposizione alle mire espansionistiche russe. Avviare collaborazioni belliche con Mosca, che non fa parte dell’alleanza, ha suscitato i timori che la Turchia potesse in qualche modo rivelare segreti militari e informazioni sensibili della Nato.
C’è, infine, un alto dossier che fa della Turchia un amico scomodo dell’Unione europea. Si tratta delle trivellazioni a nord-est di Cipro.
L’isola, divisa in due dal 1974 dopo l’invasione di Ankara, è composta da Cipro Nord, zona turca non riconosciuta dalla comunità internazionale, e dalla Repubblica di Cipro, membro dell’Unione europea.
Lo scorso luglio ErdoÄŸan ha annunciato l’avvio di nuove esplorazioni per trivellare i giacimenti di gas nelle acque territoriali contese. La Francia ha già annunciato l’invio di una fregata per monitorare la situazione cipriota, dato che la sua società petrolifera Total e quella italiana Eni, sarebbero le uniche titolari delle licenze per operare in quell’area.
Dopo le giravolte di Donald Trump, che aveva scaricato la questione dichiarando «i curdi non ci aiutarono nella Seconda guerra mondiale» e adesso annuncia eventuali sanzioni, spetta alla più vicina Unione europea dettare una direzione da seguire per ridimensionare Erdogan.
Giovedì 17 ottobre, a Bruxelles, i leader della Ue si riuniranno per affrontare la questione. Meeting che sarà preceduto dall’incontro dei ministri degli esteri europei lunedì 14. Olanda e Svezia sono tra i Paesi più severi riguardo sanzioni ed embargo di armi.
Anche la Francia è convinta che la strada giusta sia quella di sanzionare Ankara: «Non si può rimanere impotenti di fronte a una situazione scioccante per i civili, per le forze che sono state cinque anni al fianco della coalizione anti-Isis, ma soprattutto per la stabilità della regione», ha detto il viceministro per gli Affari europei Amelie de Montchalin.
«Lo dirò chiaro e forte al vertice Ue della settimana prossima: l’Ue non può accettare il ricatto dell Turchia — ha dichiarato il premier italiano Giuseppe Conte -, l’iniziativa militare deve immediatamente cessare».
(da Open)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
SI BATTEVA PER LA COESISTENZA PACIFICA TRA CURDI, CRISTIANI E ARABI ED ERA APPREZZATA DA TUTTE LE COMUNITA’
I terroristi islamisti hanno assassinato Hevrin Khalaf, segretario generale del Partito Futuro siriano e una
delle più note attiviste per i diritti delle donne nella regione. Hevrin si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi ed era apprezzata da tutte le comunità .
Il fuoristrada Toyota che la trasportava è stata fermato sull’autostrada M4, tra Manbij e Qamishlo, da un gruppo di uomini armati.
E’ stato ritrovato crivellato di colpi. Hevrin è stata fatta scendere e poi uccisa a colpi di fucile mitragliatore.
Si sa che quel tratto di autostrada è rimasto per alcune ore sotto il controllo del gruppo jihadista Ahrar al-Sharqiya, il gruppo composto da ex appartenente ad Al Qaeda (al Nusra) alleato della Turchia e responsabile di altre esecuzioni sommarie.
C’è il sospetto che Hevrin sia rimasta vittima di un omicidio mirato dell’Isis, che la considerava una pericolosa miscredente.
Cellule dello Stato islamico si sono riattivate con l’offensiva turca alla frontiera, e hanno compiuto decine di attacchi con autobombe nell’ultima settimana. E anche l’Isis è solita organizzare agguati a sorpresa lungo le strade.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
COLPITO UN PRESIDIO SANITARIO DI “UN PONTE PER” …SOLO UN GOVERNO CRIMINALE PUO’ ARRIVARE A QUESTO
La Ong italiana “Un ponte per”, ha denunciato un attacco dell’esercito turco, impegnato da cinque giorni in un’offensiva militare contro i curdi del Rojava, nel nord della Siria, contro le sue ambulanze e il personale sanitario.
“All’alba di oggi l’aviazione militare turca ha colpito un presidio sanitario d’emergenza della Mezzaluna Rossa Curda a Serekanyie/Ras Al Ain, costruito insieme alla stessa Ong. Due medici sono stati feriti, danneggiate le ambulanze. Un atto inaccettabile, contrario ai diritti umani”.
Gli attacchi turchi hanno colpito presidi sanitari, ambulanze e operatori in Siria. Distrutto, fra l’altro, un Trauma Stabilization Point (TSP), un ambulatorio mobile che consente ai medici di intervenire sulle persone ferite nel minor tempo possibile, stabilizzarle e solo in seguito trasferirle negli ospedali più vicini, risparmiando tempo prezioso e salvando vite.
“Colpire le strutture mediche, il personale medico-sanitario, gli operatori umanitari è una gravissima violazione del Diritto Umanitario e delle Convenzioni di Ginevra”, afferma la Ong, che chiede, insieme alla Mezzaluna rossa curda che “ogni misura sia intrapresa perchè la Turchia includa nella lista degli obiettivi non militari i presidi sanitari, gli ospedali e le ambulanze, cosa che ad oggi non ha fatto”.
Il presidio sanitario colpito oggi non è il primo obiettivo civile dell’attacco turco. L’Ong riferisce che tra ieri e oggi sono state colpite 2 scuole a Tel Abyad e 2 chiese a Qahtaniya, 2 ospedali a Serekanye/Ras Al Ain e Kobane, 1 panificio a Qamishlo, una colonna di civili che avanzava da Raqqa verso Tel Abiad, mentre il 10 ottobre era stato preso di mira il principale deposito d’acqua dell’area di Hassakeh, necessario a rifornire la popolazione e servire gli ospedali della zona.
La Ong ha avviato una raccolta fondi per garantire sostegno alla popolazione civile colpita e proseguire il lavoro con la Mezzaluna Rossa Curda.
“Un Ponte Per continua a restare a fianco della popolazione siriana. L’attacco turco al presidio sanitario d’emergenza della Mezzaluna Rossa Curda, costruito insieme a noi, è un atto inaccettabile, contrario al Diritto Umanitario. Aiutaci adesso”, scrivono.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
IL PARTITO AL GOVERNO, EUROSCETTICO, E’ STATO DEFERITO ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA PER VIOLAZIONI DELLO STATO DI DIRITTO
Si sono aperti questa mattina alle 7, ora italiana, i seggi in Polonia, dove oggi domenica 13 ottobre 2019 si
tengono le elezioni politiche. Si attende una nuova vittoria del partito di destra “Diritto e giustizia” (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski. Non è scontata però la maggioranza assoluta almeno in uno dei due rami del parlamento a causa dell’alleanza dei partiti di opposizione.
Alle precedenti elezioni che si sono tenute nel 2015 il Pis aveva ottenuto il 37,6 per cento dei voti e il controllo della Camera (235 seggi su 460) e del Senato (61 su 100) consentendo al premier Mateusz Morawiecki di imporre riforme che, secondo l’Unione europea, mettono a rischio lo stato del diritto.
L’opposizione formalmente è divisa in tre blocchi: il principale è quello centro-liberale di “Coalizione civica” (Ko); poi c’è “La Sinistra” (Lewica) e la rurale “Coalizione polacca” (Kp).
Secondo sondaggi, il Pis — che ha condotto una campagna elettorale insistendo su welfare e valori morali — dovrebbe vincere con un 40-43% delle preferenze ma le tre coalizioni potrebbero superarlo raccogliendo un totale di 43-51% a seconda delle rilevazioni. I seggi chiudono alle 21, quando saranno diffusi exit-poll.
A maggio 2019 il partito Diritto e Giustizia aveva vinto le elezioni europee con il 43,1 per cento dei voti, seguito dalla Coalizione Europea con 38,4 per cento e terzo posto al partito “Primavera” con il 6,7 per cento.
Il partito al governo, euroscettico e conservatore, è stato accusato di violare lo stato di diritto e di aver costruito in Polonia uno regime semi-autoritario. L’anno scorso l’Ue aveva deferito il governo polacco alla Corte di giustizia europea, con l’accusa di non riconoscere il principio di separazione dei poteri.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2019 Riccardo Fucile
SI TORNA AL VOTO PER LA TERZA VOLTA IN UN MESE, STAVOLTA SI TRATTA DEL BALLOTTAGGIO PRESIDENZIALE… FAVORITO KAIF SAIED, PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE
I tunisini (oltre sette milioni di votanti) torneranno alle urne per la terza volta in meno di un mese. Si voterà per il ballottaggio presidenziale, il cui primo turno è stato il 15 settembre scorso.
Un percorso politico, istituzionale e giudiziario che il mondo dell’Africa che si affaccia sul Mediterraneo sta seguendo con non poco interesse.
I due candidati sono Kaif Saied a Abil Karoui e si trovano nel mezzo di una storia che è iniziata il 25 luglio scorso con la morte del presidente della repubblica Bèji Kaid Essebsi e la nomina ad interim di Mohammed Ennaceur, che può avere una durata massima di 90 giorni, entro i quali occorre eleggere il nuovo presidente.
Tempi strettissimi, che sono stati complicati da numerosi ricorsi per alcune candidature, dal dibattito all’interno della magistratura relativo alla possibilità di modificare la costituzione per avere più tempo a disposizione, dalle disposizioni considerate rigide della commissione elettorale (ISIE), che ha ammesso solo candidati che non avessero mai infranto alcuna legge, nè i principi della democrazia e dell’uguaglianza. Principi alquanto indefinibili e flebili
Nonostante tutte le difficoltà e i tempi stretti, i palpiti degli elettori sarebbero potuti essere più lenti, se il candidato Karoui non fosse stato arrestato il 23 agosto scorso, con l’accusa di falso in atto pubblico, trasferimento occulto di fondi all’estero e evasione fiscale. Il suo arresto ha diviso l’opinione pubblica, schierando contro di lui i movimenti integralisti e a favore quelli che vengono chiamati modernisti.
Kaid Saied, sostenuto dai primi – in particolare il partito principale Ennadha, che ha vinto le legislative ottenendo 52 seggi in parlamento, è un professore di diritto costituzionale, che non appartiene a nessun partito politico e dichiara ufficialmente di aver rifiutato qualsiasi finanziamento per la sua campagna. È un uomo di legge, che crede nella necessità di rinforzare la sicurezza nazionale, che solo l’educazione possa sconfiggere il terrorismo e che la diplomazia politica sia l’unica arma per risolvere le difficili crisi delle vicine di casa Libia e Algeria.
La campagna in favore di Saied è fatta dunque dai partiti che lo sostengono e che hanno come target i giovani, che vengono cooptati per fare propaganda e sono concentrati soprattutto nelle grandi città . Senza dimenticare che la maggioranza dei partiti e degli osservatori dichiara che il 90% dei tunisini vota a favore di uno o l’altro candidato in cambio di denaro e beni materiali. E che i giovani tanto tirati per la manica dai candidati hanno votato alle legislative con la percentuale del 9%, di cui il 4% donne, contro il 57% appartenente alla fascia di età 45 anni e più (18% donne).
Tutta un’altra storia quella di Nabil Karoui, tycoon dal percorso educativo ancora poco chiaro, proprietario di una grossa compagnia e del canale tv Nessma.
Karoui il cui partito si chiama Qalb Tounes (il cuore della Tunisia) si è fatto forte anche grazie alla associazione benefica che porta il nome di un suo figlio scomparso nel 2016 a causa di un incidente.
La campagna di Karoui è stata quantomeno “insolita”: lui detenuto, forte dei numerosi appelli (tra cui l’ONU e la UE) a favore della sua scarcerazione che gli potesse concedere il diritto di fare campagna, e il suo gruppo che distribuiva doni materiali, cibo e denaro soprattutto ad adulti e anziani nelle zone rurali
Dunque da un lato il professore Saied, che ha vinto il primo turno con il 18% dei voti e dall’altro l’uomo di affari Karoui con il 15.6%. Tra i due appuntamenti presidenziali, il 6 ottobre si sono tenute le elezioni legislative (52 liste che hanno reso estenuanti le operazioni di spoglio e conta dei voti), che oltre a Ennadha ha visto guadagnare Qalb Tounes con 38 seggi e i socialisti di Courant dèmocrate con 22 ( su un totale di 217 seggi).
Oltre alla difficoltà di trovare una coalizione che tenga insieme tutte le diverse anime, cinque giorni per una terza campagna elettorali sono stati quasi invisibili, accresciuti in tensione dal colpo di scena della scarcerazione di Karoui il 9 ottobre e per la prima volta nella storia della Tunisia, un dibattito tra i due candidati alla presidenza che è andato in onda su più canali tv nazionali e internazionali. Un incontro all’americana (due minuti per rispondere a ogni domanda) su temi caldi come la giustizia, la lotta alla povertà , la politica internazionale.
Alla fine il quadro – già manifesto – è apparso essere più chiaro agli occhi di tutti gli elettori: Saied vede un paese amministrato dal diritto, dal rispetto delle tradizioni, dal rafforzamento della politica sulla sicurezza; Karoui vede la sua Tunisia proiettata al di fuori del paese, nel mondo degli affari, delle nuove tecnologie, della lotta concreta alla povertà che passa anche per la protezione ambientale.
Al massimo lunedì mattina conosceremo il nuovo presidente della repubblica tunisina: se dovesse essere eletto Karoui riceverebbe immediatamente l’immunità presidenziale. Le proiezioni danno vincitore Saied, gli esperti e gli osservatori nazionali e internazionali sul campo sono altrettanto convinti della vittoria del professore, allo stesso tempo di un ricorso immediato di Karoui per non essere stato messo in condizione di svolgere la sua campagna. Con conseguente annullamento delle elezioni e un nuovo appuntamento.
(da agenzie)
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