Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
E NON E’ CERTO UN COMPLIMENTO: “PIU’ FACILE DA INFILTRARE”
È stata una puntata piena di rivelazioni e di pezzi di un puzzle che si uniscono alla perfezione, restituendo un’immagine abbastanza preoccupante per chi — credendo nel sovranismo — si è lasciato incantare dai gesti, dalle parole e dai proclami della Lega.
A Report, infatti, sono state mandate in onda diverse interviste per approfondire e tirare le fila sul caso dei presunti fondi russi al Carroccio.
La presunta — per il momento — trattativa portata avanti da Gianluca Savoini — ex portavoce di Matteo Salvini — all’hotel Metropol di Mosca sembra essere, però, solamente un ago in un pagliaio di contatti che non riguardano solo il partito fondato da Bossi, ma un vero e proprio sistema in cui la Lega avrebbe solamente il ruolo del cavallo di Troia.
Le indagini della procura di Milano proseguono con l’accusa nei confronti di Gianluca Savoini — ma anche Gianluca Meranda e Francesco Vannucci — di corruzione internazionale. In attesa che la giustizia faccia il proprio corso e verifichi l’effettiva esistenza di una trattativa (che comunque, alla fine, è saltata) con gli affaristi russi, Report è entrata in contatto con alcuni protagonisti principali o secondari di questa vicenda che sembra essere molto più ampia di quei presunti 65 milioni di euro.
Tra di loro c’è l’oligarca russo Konstantin Malofeev: uno zarista, ricco e potente, che sostiene Putin e che è diventato un grande fan di Matteo Salvini. Una persona che ha idee di questo tipo (come ribadito a Report): i gay sono sodomiti, oppure «l’uomo deve guadagnare più soldi perchè la donna non deve lavorare ma rimanere a casa per procreare».
E nel tempo ci sono stati tantissimi incontri tra la Lega (e Matteo Salvini) e l’oligarca russo.
Quando il giornalista ha provato a chiedere al leader del Carroccio di spiegare i motivi di questi contatti, il senatore ha risposto che gliene avrebbe parlato in un’altra occasione più tranquilla. Ma quell’intervista, poi, non venne mai concessa. Sta di fatto che i russi non sembrano avere una grande considerazione della Lega e del suo elettorato.
Alla domanda sul perchè avessero scelto proprio il Carroccio come sponda italiana, la risposta è stata la seguente: «Perchè debole culturalmente quindi più facile da infiltrare/affiliare». E, in tutto questo mare magnum, lo stesso oligarca Malofeev conferma come Savoini gli avesse parlato di questa trattativa a base di petrolio con gli affaristi russi.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“SE FOSSIMO GIORNALISTI, FAREMMO TUTTI LA STESSA DOMANDA”
Ieri Report ha raccontato Come Savoini ha “creato” Salvini e la Lega sovranista in una puntata che rimarrà
nella storia anche per il modo in cui il Capitano scappa dalle domande di Giorgio Mottola con la chiara complicità degli altri giornalisti.
Abbiamo selezionato un paio di spezzoni del lungo servizio dedicato al Russiagate: nel primo potete ammirare come Mottola chiede a Salvini particolari sulla questione dell’incontro con Savoini e dell’inchiesta: il segretario della Lega prima dice che c’è un’inchiesta e bisogna lavorare i giudici, poi sbotta “sei maleducato… mi hai dato del bugiardo, del corrotto, del reticente…“.
In realtà , come dovrebbe essere chiaro anche a un deficiente, Mottola sta facendo soltanto il suo mestiere.
Ma la parte più tragica del video è quando Salvini dice a Mottola che deve lasciar fare altre domande ai giornalisti (“Stai disturbando tutti i tuoi colleghi“) e subito un cameriere travestito da giornalista arriva in soccorso di Salvini dicendo “Hai fatto la domanda, ora basta…“, evidentemente volendo così coprire la difficoltà del Capitano.
Mottola a quel punto risponde come dovrebbe: “Non ha risposto alla domanda! Se fossimo giornalisti tutti quanti faremmo tutti la stessa domanda…“.
Questa scena ricorda quella di Valerio Lo Muzio e Salvini al Papeete, quando il Capitano era ancora ministro dell’Interno e svillaneggiò il giornalista di Repubblica che aveva beccato la polizia a far giocare il figlio del segretario della Lega con la moto d’acqua cercando di dargli del pedofilo: anche lì c’era una conferenza stampa e i giornalisti presenti, quando hanno visto un collega svillaneggiato da un uomo politico in difficoltà ne hanno approfittato per prendere la parola e fare la loro domanda (invece di rifare quella di Lo Muzio fino a far smettere Salvini di fuggire).
Nello spezzone successivo Mottola invece va da Salvini mentre lui si sta scattando selfie e torna a fargli domande: nell’occasione il Capitano gli promette che risponderà alle domande il prima possibile. Inutile dire che alla fine Salvini non risponderà mai alle domande di Report.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
CAPITAN CONIGLIO PRIMA MUGUGNA E POI FISSA UN’INTERVISTA CHE NON C’E’ MAI STATA
L’ottimo lavoro giornalistico fatto dalla redazione di Report ha portato alla rivelazione di molti tasselli in un grande puzzle che vedono la Lega come il filo che unisce alcuni affaristi (e non solo) russi all’Italia.
L’intervista all’oligarca zarista Konstantin Malofeev ha confermato quella presunta trattativa portata avanti da Gianluca Savoini con alcuni affaristi, il tutto condito da quell’oro nero. Ora su tutto questo si pronuncerà la Procura di Milano, ma il quadro di contatti sembra esser abbastanza definito. Anche se, a livello penale, il tutto deve seguire i democratici iter processuali.
Dopo aver parlato con l’oligarca russo, Giorgio Mottola — giornalista e inviato di Report che, insieme a Norma Ferrara, Simona Peluso e Alessia Pelagaggi, ha realizzato l’inchiesta ‘La Fabbrica della Paura’ andata in onda lunedì sera su Rai3 — ha raggiunto Matteo Salvini alla festa di Pontida.
Lì ha provato a chiedergli dei contatti e degli incontri proprio con Konstantin Malofeev (confermati dallo stesso oligarca che ha parlato anche della festa a cui era stato invitato nel 2013 per la sua elezioni a segretario del Carroccio), ma il leader della Lega ha preso tempo e, alla fine, non ha risposto. Il tutto si può vedere a partire dal minuto 27 della puntata messa online.
La prima domanda arriva in un momento molto delicato: quello dei selfie.
Inizialmente, infatti, Matteo Salvini si lamenta con Mottola per aver posto quella questione nel momento in cui stava scattandosi foto in mezzo alla sua gente di Pontida. Il giornalista di Report, però, non demorde e attende la fine delle operazioni di rito, tornando alla carica in un momento in cui il leader della Lega non è più circondato dai suoi fan accorsi alla festa del Carroccio.
«Come mai così tanti incontri con Konstantin Malofeev? Di che avete parlato?», domanda Mottola a Salvini che, inizialmente replica con un «chi?».
Il giornalista di Report spiega al leader della Lega di chi stesse parlando, ma il segretario del Carroccio si limita a qualche mugugno. Poi l’invito: «Se poi vuole ne parliamo seduti perchè non mi pare questo il momento. Io ora il nome me lo ricordo, ma era il 2013. Io ho incontrato un sacco di gente. Se lei ha voglia ricostruisco i miei incontri di sei anni fa e poi ne parliamo».
Ma quell’intervista non è mai stata fissata.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I CONSERVATORI SI FERMANO A 121 SCRANNI
Montrèal. “Keep the car running”, tieni in moto la macchina: il titolo della canzone degli Arcade Fire che
quasi all’una di notte annuncia l’arrivo di Justin Trudeau sul palco del Palais des Congrès di Montrèal alla fine della lunga maratona elettorale, non potrebbe essere più azzeccata.
Trudeau l’ha sfangata: “Il Canada ha rifiutato divisioni e negatività . Mi avete dato un mandato di cambiamento. Vi ascolto. La mia sarà un’agenda ancora più progressista, attenta ai cambiamenti climatici, ai bisogni delle famiglie, a tenere le armi lontane dalle nostre strade” dice in due lingue, passando dall’inglese al francese e viceversa.
Sì, sarà lui a formare il nuovo governo canadese. E pazienza se con 155 seggi conquistati, 22 meno di quattro anni fa, il Trudeau2 sarà un governo di minoranza. Per arrivare ai 170 necessari per guidare il Paese gli toccherà allearsi coi Nuovi Democratici del sikh Jagmeet Singh che di scranni se ne sono aggiudicati però solo 25: praticamente un flop rispetto alle aspettative, visto che ne avevano 39.
Ma Singh non se la prende: “I vincitori di ogni elezione non sono mai i partiti” dice “Ma la gente”.
I conservatori di Andrew Scheer hanno perso: pur vincendo il voto popolare con il 34,1 per cento rispetto al 33,5 che Cbs attribuisce a Trudeau. Crescono di 17 seggi, ma non sfondano, fermandosi a 121.
Male i verdi di Elizabeth May: prendono solo tre seggi.
Maxime Bernier, leader xenofobo del Partito del Popolo, non viene rieletto e perde l’unico seggio della sua organizzazione.
Volano gli indipendentisti del Bloc Quèbècois di Yves Francois Blanchet che triplicano la presenza in parlamento passando da dieci a ben 32 seggi. Il partito, che aspira a un Quèbec indipendente e si dichiara “nazionalista” ma non “sovranista”, si oppone al multiculturalismo e alla politica dell’accoglienza sostenuta dal primo ministro uscente, che stanotte torna in sella.
Vince, da indipendente, anche Jody Wilson-Raybould, l’ex ministra della Giustizia che la scorsa primavera mise nei guai il premier denunciando le pressioni del suo staff affinchè chiudesse un occhio sulle accuse di corruzione rivolte alla multinazionale Snc-Lavalin.
La conferma della vittoria di Trudeau arriva poco dopo le dieci, le quattro di notte in Italia, quando sugli schermi televisivi appare la bandiera con la foglia d’acero del Canada e la scritta in francese: “Gouvernament Libèral”.
La lunga notte di Justin era però iniziata tre ore prima. Quando a Terranova e Labrador erano già le nove di sera, ma nella sua roccaforte di Montrèal ancora le sette. Erano state proprio le province atlantiche del Canada ad assegnargli – secondo i parametri del sistema maggioritario uninominale secco – i primi seggi. Nessuno si era però scaldato nella sala del Palais des Congrès di Montrèal illuminata di rosso come un locale di spogliarello: ma solo perchè è il colore del partito. Il voto coast to coast del secondo paese più grande del mondo attraversa sei fusi orari e riguarda 27,4 milioni di persone.
Per essere certi dei risultati meglio aspettare la chiusura delle urne anche in British Columba. I primi applausi scattano quando sugli schermi della tv appare il volto di Ginette Pettipas Taylor, ministra della Sanità , appena rieletta. E si trasformano in un’esultanza di slogan e danze quando nel distretto
Papineau viene confermato pure il premier Trudeau: “Four more years”, quattro anni ancora, esultano i fedelissimi, prendendo in prestito lo slogan caro ai vicini americani.
La “campagna del nulla”, come domenica il National Post aveva bollato i 40 giorni di comizi e dibattiti, scanditi da attacchi personali e scandali d’ogni genere, è finalmente finita.
Per sei settimane nè i liberali di Trudeau nè i conservatori di Scheer erano riusciti a prendere il sopravvento sugli avversari, distanziandoli nei sondaggi. Domenica però Trudeau ha fatto uno scatto finale che secondo gli analisti ha pagato: visitando in un solo giorno quattro roccaforti dei tories in British Columbia, insidiando così il primato del rivale Scheer, già indebolito dall’aver taciuto la doppia nazionalità candese e americana.
E da uno scandaletto dell’ultima ora secondo cui avrebbe pagato un’agenzia per gettare fango sul Partito del Popolo che lo insidiava da destra.
Justin Trudeau, il social-leader con tre milioni di followers su Instagram, il progressista attento all’ambiente e alla causa dei rifugiati, resta dunque alla guida del Paese.
Più debole, di quando – era il 2015 – soffiò la poltrona di primo ministro al conservatore Stephen Harper ottenendo 177 seggi, ovvero la maggioranza assoluta in una Camera che ne conta 338, grazie al voto dei millennial.
Ma con 156 seggi stanotte incassa un credito che fino a ieri nessuno sembrava disposto a dargli. E ora ha altri quattro anni per “tenere in moto la macchina”: il Canada che per questa volta non gli ha voltato le spalle.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LIMITI AL CONTANTE E POS OBBLIGATORIO SLITTANO A LUGLIO (SE SARANNO ANCORA VIVI)… CARCERE PER GLI EVASORI NON CI SARA’ MAI, MA ANNUNCIARLO SERVE A DI MAIO PER PRENDERE PER IL CULO IL PROSSIMO… NESSUNA INTESA ANCORA SULLE PARTITE IVA, MA AVRANNO LA MARCHETTA PURE LORO
Dopo oltre due ore di vertice la maggioranza esce con un accordo pateracchio su alcuni provvedimenti che negli ultimi giorni avevano alzato il livello di scontro fra i partiti che sostengono il governo Conte.
La stretta sul prelievo dei contanti, le multe per i commercianti che non utilizzano il Pos partiranno a luglio con comodo, mentre il carcere agli evasori, inserito nel decreto fiscale, andrà in vigore alla conversione in legge del dl (tra qualche mese, tanto in carcere non ci andrà nessuno)
Mentre sul regime forfettario per le partite Iva, altro tema scottante, se ne discuterà nei prossimi giorni così come della manovra di bilancio che ha bisogno di un accordo per alcuni aggiustamenti.
Sia Dario Franceschini, capodelegazione del Pd al governo, che Luigi Di Maio, leader dei 5 Stelle, salutano l’approvazione dei provvedimenti.
“L’intesa sull’inasprimento delle norme per i grandi evasori adempie al punto 16 del programma di governo e rientra nella strategia di lotta all’evasione centrale per il governo – dice Franceschini – Il fatto poi che nel decreto fiscale sia previsto che le norme entreranno in vigore non subito ma soltanto al momento della conversione, garantisce il Parlamento sulla possibilità di approfondirne tutti gli effetti e conseguenze”.
E il ministro degli Esteri rivendica il provvedimento: “Il carcere ai grandi evasori entra nel decreto fiscale, come aveva chiesto con forza il M5S. E anche la confisca per sproporzione. Ambedue le norme entreranno in vigore dopo la conversione in legge da parte del Parlamento.
Quanto alle multe per i commercianti che non usano il Pos Di Maio spiega: “Le multe sul mancato uso del Pos sono posticipate al luglio del 2020, nell’attesa di un accordo sull’abbassamento dei costi delle commissioni delle carte di credito e dei dispositivi per il pagamento”.
Invece sulla questione delle partite Iva la discussione va avanti anche se sono stati fatti passi avanti. In particolare si va verso un allentamento della stretta sulla flat tax per le partite Iva. In particolare la maggioranza avrebbe trovato l’intesa per mantenere, per chi ha redditi entro i 65mila euro, il regime pienamente forfettario, senza introdurre il calcolo analitico del reddito. Ma resterebbe ancora da sciogliere il nodo degli altri paletti per l’accesso al regime, a partire dal tetto alle spese per gli investimenti.
(da agenzie)
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