Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
ORA AMMETTE LE COLPE DELLA REGIONE LOMBARDIA NEI RITARDI DELLA CAMPAGNA VACCINALE
Utilizzando una citazione di Frodo ne Il Signore degli Anelli, potremmo sintetizzare la dichiarazione di Letizia Moratti a La Repubblica: “Tieniti pure i tuoi segreti”.
La vicepresidente della Regione Lombardia, infatti, ha ammesso di aver nutrito dubbi sul sistema di prenotazione per la campagna di vaccinazione lombarda messo in piedi da Aria Spa.
Non solo nelle ultime settimane, ma addirittura dai primi giorni del suo incarico, all’inizio di gennaio. E da quel momento sono passati tre mesi tra difficoltà da parte dei cittadini ed evidenti lacune tecniche di un sistema stantio. Meglio tardi che mai, si potrebbe concludere, ma i mesi trascorsi tra i dubbi di un sistema non funzionante, soni l’emblema di un sistema che non ha funzionato.
Poche ore prima che Guido Bertolaso lasciasse il collegamento con SkyTg24 a causa delle domande “troppo pressanti” della conduttrice e giornalista Tonia Cartolano, Letizia Moratti aveva rilasciato un’intervista a La Repubblica in cui ha chiesto scusa agli anziani per gli evidenti ritardi nella campagna vaccinale in Lombardia.
La colpa, come sottolineato da giorni, è stata ascritta ad Aria Spa i cui vertici sono stati azzerati — con la richiesta di un passo indietro del cda, ma non del direttore generale — all’inizio di questa settimana. Problematiche sulla gestione delle prenotazioni palesate da tempo. Fin dall’inizio delle prime inoculazioni.
E Letizia Moratti se ne era accorta, ma lo ha tenuto per sè arrivando — solo dopo tre mesi — alla decisione finale di passare al sistema di prenotazioni di Poste Italiane e destrutturare, di fatto, Aria Spa.
Rispondendo a una domanda di Francesco Bei, la vicepresidente della Lombardia ha detto: “A dire la verità i miei dubbi li avevo fin dall’inizio, ma non mi sono permessa di intervenire su un meccanismo che era già messo in piedi. Tuttavia è stato proprio grazie a una clausola di salvaguardia che ho fatto inserire io nel contratto che, alla fine, è stato possibile il cambiamento in corsa con Poste”.
Insomma, lo sapeva fin da gennaio, ma la decisione è stata presa solo nelle ultime settimana.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
CONTE 61%, SPERANZA 41%, MELONI 37% SALVINI 33%, LETTA 32%, BERLUSCONI 29%, CRIMI 18%, RENZI 12%
Ieri a Dimartedì Nando Pagnoncelli ha presentato i sondaggi sul gradimento dei leader politici.
Giuseppe Conte è quello più amato, ma in tanti hanno notato cosa è successo in fondo alla classifica, dove Matteo Renzi è stato superato anche da Vito Crimi del Movimento 5 Stelle
Conte è in testa alla classifica del sondaggio sul gradimento dei leader politici con il 61% dei consensi. Al secondo posto c’è il ministro della Salute Roberto Speranza che batte Matteo Salvini, al 33%, e Giorgia Meloni, al 37%: proprio il capo della Lega e la leader di Fratelli d’Italia si sono spesi spesso perchè Speranza non ricoprisse più il ruolo di ministro. Evidentemente il 41% degli intervistati la pensa diversamente. Enrico Letta intercetta il consenso del 32% degli intervistati.
Ma è in fondo alla classifica che si è verificato un fenomeno che qualcuno ha chiamato “il capolavoro di Renzi”. Sono ancora in tanti i delusi per la fine del governo Conte, la cui crisi è iniziata con le richieste di Italia Viva sul MES, ad esempio, e secondo i più critici il leader di IV non ha ottenuto i risultati sperati, risultando ancora meno popolare di Vito Crimi, il reggente dei 5 Stelle che con ogni probabilità tra poche settimane lascerà il posto a Conte
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGALE DEL LEADER DI FORZA ITALIA: “SI TROVA AL SAN RAFFAELE, PROBLEMATICHE DI SALUTE SU CUI NON MI DILUNGO”
“Per problematiche di salute su cui non mi dilungherei Silvio Berlusconi è da lunedì mattina ospedalizzato”. Lo ha detto all’inizio dell’udienza del processo Ruby Ter in Fiera a Milano l’avvocato Federico Cecconi, non aggiungendo altri dettagli. Il leader di Forza Italia è all’ospedale San Raffaele del capoluogo lombardo.
L’avvocato Cecconi all’inizio dell’udienza nella maxi aula della Fiera, davanti ai giudici della settima penale (presidente Marco Tremolada), ha voluto “dare atto a verbale che Berlusconi per problematiche di salute è da lunedì mattina ospedalizzato”.
Ad ogni modo, così come già avvenuto nelle scorse udienza, la difesa dell’ex premier ha deciso “di non avanzare istanza di legittimo impedimento” per chiedere il rinvio del processo e dunque oggi l’attività in aula va avanti.
Da alcuni mesi nel processo milanese sul caso Ruby ter, che vede imputati Berlusconi e altre 28 persone e con al centro le accuse di corruzioni in atti giudiziari e falsa testimonianza, è in corso, come l’ha già definito il legale Cecconi a fine gennaio, “una sorta di monitoraggio processuale delle condizioni di salute” di Berlusconi.
Il legale dell’ex premier il 27 gennaio, ad esempio, aveva depositato certificazione medica nella quale si diceva che il leader di Forza Italia, già colpito dal Covid e guarito e poi di nuovo ricoverato per problemi cardiaci, aveva bisogno di riposo “assoluto”.
Intanto, sempre all’inizio dell’udienza i giudici hanno anche informato le parti che è deceduto nei giorni scorsi l’avvocato Mauro Ruffini, legale di parte civile che assisteva Ambra Battilana e che “sarà depositata più avanti nuova nomina”.
Oggi avrebbe dovuto essere ascoltato come teste il ragioniere di fiducia dell’ex premier, Giuseppe Spinelli, ma ha presentato istanza di impedimento e la testimonianza ci sarà in altra udienza. Oggi dovrebbero essere ascoltati alcuni testi di polizia giudiziaria e in aula, intanto, si sta discutendo su una perizia tecnica.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
ORA TUTTO DIPENDE DAL PARTITO ARABO DI MANSOUR ABBAS
Con l’89% dei seggi spogliati in mattinata, il rebus alleanze dopo le quarte elezioni legislative
israeliane continua a rimanere irrisolto.
Analisti e politici restano piuttosto cauti fino alla presentazione dei risultati definitivi, attesi solo per venerdì pomeriggio. Gli exit poll riflettevano il persistere del testa a testa tra il blocco di Benjamin Netanyahu e quello avversario, ma durante la notte c’è stato un cambiamento significativo: il partito Ra’am del parlamentare arabo Mansour Abbas passa la soglia di sbarramento e guadagna 5 seggi, diventando il vero asso di queste elezioni.
Secondo le proiezioni di Channel 11, il blocco Netanyahu conta 52 seggi, quello dei suoi rivali 55, ossia, al momento, nessuno raggiunge i 61 seggi (su 120) necessari a formare una maggioranza.
Nel mezzo ci sono 12 seggi che potrebbero essere l’ago della bilancia per cercare di sbloccare una situazione di stallo politico che si protrae dal dicembre 2018.
Mentre all’inizio sembrava che i 7 di Naftali Bennett, la destra nazionalista che ammicca al centro, sarebbero stati sufficienti a Netanyahu per arrivare a 61, man mano che lo spoglio va avanti sembra che non basteranno.
I 5 mandati di Ra’am di Abbas hanno quindi il potenziale di essere il vero “game changer” di questa ennesima tornata elettorale. Oltre agli ultraortodossi (16 seggi tra due partiti), alleati tradizionali di Netanyahu, e alla destra nazionalista religiosa di Smotrich (6 seggi), Bennett e Abbas sono infatti gli unici a non aver posto il veto a un nuovo governo del contestato premier in carica da 12 anni.
Sarebbe la prima volta che le sorti di un governo israeliano dipendono da un partito arabo. Ra’am è espressione del Movimento islamista predominante nel Sud d’Israele e considerato moderato rispetto alla fazione settentrionale del movimento.
Mansour Abbas, dentista di professione, era fuoriuscito nei mesi scorsi dalla Lista araba unita — la coalizione di quattro diverse liste che ora è data in calo a 6 seggi, da 15 della Knesset uscente — in polemica con la linea di non appoggiare governi sionisti, e tantomeno di destra.
Abbas promuove invece una linea pragmatica di dialogo con “chi offre di più” — speculare all’atteggiamento dei partiti ultraortodossi ebraici anti-sionisti. E’ la prima volta che questo approccio viene offerto all’elettorato arabo — 21% della popolazione — che alla fine ha voluto premiarlo. Molti tra i cittadini arabi israeliani lo definiscono un esperimento.
“Io non escludo nessuno, se non chi mi esclude”, dice Abbas nelle sue dichiarazioni, riferendosi in particolare alla destra nazionalista religiosa di Betzalel Smotrich, che Bennett aveva fatto fuori dal suo partito per ripulirsi nell’eventualità di un’alleanza con il centro-sinistra e che ora entra nella Knesset con esponenti dell’estrema destra che si oppongono a qualsiasi concessione territoriale, alcuni apertamente omofobi. Netanyahu ha bisogno anche di questi voti e non è chiaro se queste tre anime potranno convivere.
Se dal canto suo Netanyahu, per garantirsi la sopravvivenza politica, sarà in grado di inglobare in una sua coalizione Mansour Abbas, o anche solo di basarsi sul suo appoggio esterno, si tratterà di un’apertura che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: innescherà infatti un meccanismo di legittimazione anche della Lista Araba Unita come possibile interlocutore di governo da parte delle opposizioni a Netanyahu.
Abbas paradossalmente potrebbe preferire una coalizione di destra, perchè più in sintonia con i partiti ebraici religiosi, piuttosto che con i partiti della sinistra progressista con cui entrerebbe in conflitto per esempio sulla promozione di diritti Lgbt.
Lui infatti esprime un voto “reale, influente e conservatore”, come recita il suo slogan elettorale. E per aumentare il proprio potere contrattuale con Netanyahu, fa trapelare alla stampa di avere già in programma un incontro con Lapid a stretto giro.
Il Likud di Netanyahu è l’indiscusso vincitore con 30 seggi e un divario di 12 punti con il secondo partito, Yesh Atid di Yair Lapid che è dato a 18 seggi. Una variabile non da poco con cui dovrà fare i conti il presidente Rivlin nel stabilire a chi assegnare per primo l’incarico di formare un governo dopo le consultazioni che inizieranno il 31 marzo.
Il discorso della “semivittoria” di Bibi
Alle 2:30 di mattina Netanyahu ha preso la parola in un discorso che cantava solo una semivittoria. Anzi, la parola vittoria era scomparsa dal lessico rispetto ai primi tweet dopo gli exit poll, sostituita da “enorme risultato” per la destra e per il Likud. Il premier in carica sa infatti che Bennett potrebbe non bastare a raggiungere i 61 (al momento arrivano a 59) e quindi specifica: “noi non boicottiamo nessuno. Intendo parlare con ogni singolo parlamentare che si riconosca nei nostri obiettivi per evitare quinte elezioni”.
Netanyahu sta già cercando disertori ovunque: gliene basterebbero 3, ma non sarà per nulla facile considerato che la coalizione anti Bibi è formata da tutta una serie di personaggi segnati da alleanze con Netanyahu finite in malo modo. Hanno poi tutti ben impressa la parabola di Benny Gantz — attuale ministro della Sicurezza che a maggio aveva sbloccato l’impasse acconsentendo a un governo di rotazione con Netanyahu, che non ha retto nemmeno 7 mesi. E oggi perde molto consenso diventando una delle tante formazioni medio-piccole con 8 seggi.
Come previsto, si apre una fase di negoziati sopra e sotto banco che potrebbe durare settimane, con numerosi scenari possibili che vedranno tutte le carte rimescolarsi come mai accaduto prima. E con tutti i giocatori in campo, l’opzione quinte elezioni per la prima volta sembra momentaneamente più lontana.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL TOUR DELL’EX SINDACO DI ARONA NELL’OSPEDALE DI BORGOMANERO… “MI HA INVITATO LA DIREZIONE SANITARIA”: LUI ENTRA DOVE I FAMILIARI NON POSSONO ENTRARE
Ha fatto un giro di oltre un’ora nelle terapie intensive e sub intensive dell’ospedale di Borgomanero. Ha salutato i ricoverati, quelli coscienti, ha parlato con i medici e gli infermieri. Poi ha scattato dei selfie. Che sono finiti in un lungo post sulla pagina Facebook.
I volti sono coperti, ma il dolore è in primo piano. Il protagonista di quella che lui stesso definisce un “visita del cuore e nel cuore dei reparti di terapia intensiva” è Alberto Gusmeroli, deputato della Lega ex sindaco, ora vice sindaco di Arona, sul Lago Maggiore. Sostiene di essere stato invitato dalla direzione sanitaria e di aver accolto la proposta fatta per “dare voce a ciò che succede vicino alle nostre case, ciò che spesso vediamo in tv solo parzialmente e non pensiamo di avere a pochissimo da noi. Me l’hanno chiesto e ho accettato”.
In questi reparti le visite sono vietate, sono luoghi in cui si sta soli e troppo spesso si muore soli, senza il conforto degli affetti, anche se nei momenti particolarmente critici la direzione sanitaria autorizza il saluto dei familiari, ovviamente nel rigido rispetto delle regole.
Il parlamentare Gusmeroli però è entrato, “invitato – dice – dalla direzione”
Chi ha autorizzato la “passerella del dolore”? E cosa possono pensarne “quei familiari che non hanno potuto salutare i propri cari, che sono morti senza il conforto di un volto amico”.
“C’è qualcosa che “stona” – sostiene il consigliere regionale del Pd Domenico Rossi – Il problema non è la visita in sè. E’ un bene che chi ha incarichi istituzionali decida di recarsi di persona nei luoghi più esposti per rendersi conto di come funzionano le cose, per portare solidarietà ai lavoratori e ai pazienti o anche per dare un messaggio alla cittadinanza. Ma tutto questo va fatto con estremo rispetto e senza cedere alla logica della spettacolarizzazione del dolore”.
Secondo Rossi il rischio è “mancare di rispetto a tutti quei familiari che non hanno potuto salutare i propri cari, che sono morti senza il conforto di un volto amico”.
Più duro Marco Grimaldi di Luv che chiede un ulteriore chiarimento ai vertici Asl. “Chi ha permesso una passerella come questa nel totale disprezzo dei pazienti e della loro sofferenza? I vertici dell’Asl chiariscano” dice e aggiunge: “Se i parlamentari leghisti vogliono dare testimonianza di come vanno le cose in Piemonte, chiedano all’assessore Icardi come mai solo il 54 per cento degli over 80 piemontesi ha ricevuto la prima dose di vaccino e solo il 13 la seconda o com’è possibile che si stiano esaurendo i posti in rianimazione per i pazienti non Covid, invece di fare della pornografia sulla pelle di chi rischia la vita”.
Anche tra i leghisti il gesto del collega novarese ha creato più di una perplessità . Nessuno per ora si espone ma in molti non hanno gradito la pubblicazione delle foto sui social che inevitabilmente hanno scatenato polemiche.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA LETTERA PRIVATA IN CUI I LEGHISTI SCRIVONO AI VERTICI DELL’UNIONE PER BLINDARE GLI INTERESSI DEGLI INDUSTRIALI FARMACEUTICI
Ci sono due facce della Lega in Europa. Ma stavolta l’ambiguità non riguarda il rapporto con l’euro e
l’appartenenza all’Unione. Stavolta, le contraddizioni entrano nel cuore della campagna vaccinale che deve portarci fuori dall’emergenza Covid.
E se in pubblico, il partito di Matteo Salvini si batte per rendere il vaccino accessibile a tutti, in privato ai parlamentari leghisti sembrano stare a cuore soprattutto gli interessi delle case farmaceutiche.
Fanpage ha potuto visionare una lettera riservata, inviata il 24 Febbraio scorso a Stella Kyriakides, Commissaria europea per la Salute. La prima firma è quella di Gianna Gancia, eurodeputata leghista e moglie del senatore del Carroccio Roberto Calderoli. Con lei, a firmare sono altri due colleghi leghisti, Matteo Adinolfi e Lucia Vuolo. Ci sono, inoltre, le sottoscrizioni di alcuni deputati del gruppo dei Popolari, tra cui gli italiani Martuscello e De Meo, e di uno dei Socialisti.
Nella missiva, i parlamentari chiedono alla Commissione europea di opporsi con fermezza a una richiesta che pochi giorni dopo sarebbe stata discussa davanti all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), l’organismo all’interno del quale si decidono le regole del mercato globale.
Si tratta della proposta avanzata dall’India e dal Sud Africa — ed appoggiata da circa altri cento Paesi — per sospendere temporaneamente le regole sui brevetti dei vaccini contro il Coronavirus.
In questo modo, le ricette dei medicinali sarebbero rese liberamente disponibili a chiunque abbia capacità di produrli nel mondo, accelerando la produzione e distribuzione delle dosi su scala mondiale. Una prospettiva contrastata dalle società che hanno creato gli antidoti anti-Covid e che vedrebbero così ridotti i loro profitti. Va ricordato, d’altra parte, che la ricerca in questo campo è stata finanziata in buona parte con soldi pubblici.
Nella lettera inviata alla Commissione europea, gli eurodeputati definiscono la richiesta di rilasciare i brevetti dei vaccini “cieca e ideologica”. Pochi giorni dopo, la proposta sarà bloccata dal Wto, con il parere contrario di tutte le grandi potenze mondiali.
Fin qui, si potrebbe parlare di una scelta politica da parte della Lega. Peccato, però, che quando è arrivato il momento di prendere posizione nelle sedi ufficiali, l’atteggiamento dei salviniani sia cambiato totalmente.
Il voto in Parlamento
Il 12 marzo scorso, infatti, il Parlamento europeo ha approvato un emendamento di The Left al “Rapporto sul Semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche”, con cui si chiede che l’Unione tratti i vaccini contro il Covid come un bene comune, garantito per tutti. Nel testo si domanda alla Commissione europea e agli Stati membri di “superare tutte le barriere e le restrizioni, derivanti dai brevetti e dai diritti di proprietà intellettuale” per assicurare la produzione e la distribuzione di massa delle dosi ovunque e a chiunque.
L’emendamento è passato con 294 voti favorevoli, compresi quelli degli eurodeputati della Lega. A votare a favore sono stati anche i tre parlamentari leghisti — Gancia, Adinolfi, Vuolo — che solo due settimane prima, in privato, avevano chiesto all’esecutivo Ue di muoversi in senso completamente opposto da quello tracciato dal voto in Parlament0.
“È un doppio gioco che non mi stupisce, non è la prima volta che la Lega lo fa”, dice a Fanpage l’autore dell’emendamento in questione, l’eurodeputato di The Left Marc Botenga.
“Già a marzo e a giugno scorso — continua Botenga -, la deputata Gancia aveva scritto a tutti i parlamentari chiedendo di co-firmare delle lettere alla Commissione con cui si invocava una forte difesa della proprietà intellettuale”.
Paradosso dentro al paradosso, l’ultimo episodio è avvenuto negli stessi giorni in cui i canali ufficiali e non della Lega rilanciavano l’intervento nell’emiciclo di Bruxelles della deputata europea Manon Aubry, che accusava la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen di essersi inchinata agli interessi di Big Pharma e invitava l’Europa a fare pressione per arrivare al rilascio dei brevetti.
(da Fanpage)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SI’ DI DEL RIO, GLI EX RENZIANI TRATTANO LA RESA
“Fidatevi di me. Sono tornato per scrivere insieme un pezzo di storia. Non vi chiamerò mai ex, siamo tutti Democratici”. È emozionato Enrico Letta quando varca di nuovo la soglia di Montecitorio dopo sette anni di assenza. “Mi sento come la madre del film ‘Goodbye Lenin’ che si sveglia molti anni dopo, ma io cercherò di capire come è cambiato il mondo”, scherza. L’occasione però è seria, e lo sa. L’assemblea dei deputati, a cui seguirà quella dei senatori. Ordine del giorno: sostituire i capigruppo con due donne: “Irricevibile una prima fila di soli uomini”, quella è roba da Orban, non può essere il biglietto da visita per un grande partito europeo.
Ed è buona la prima: il segretario supera la linea del Piave, sgretola lo scoglio più visibile delle correnti, incassa un grimaldello per accedere alle truppe parlamentari. Graziano Delrio, con un discorso alto in cui rivendica il “pluralismo” dei deputati, acconsente subito: “Non è una questione personale, mi faccio da parte, la sfida di genere è la mia”.
Avrà voce in capitolo sulla successione, dove Debora Serracchiani è un po’ più favorita di Marianna Madia. Al Senato, il dimissionario Andrea Marcucci si prende 24 ore per riflettere se ricandidarsi, ma (quasi) tutti giurano che alla fine non lo farà . Alle spalle c’è un accordo politico che Luca Lotti ha blindato nel suo primo faccia a faccia con Letta. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini è impegnato in una visita in Somalia, ma la linea tra i due è condivisa. I nuovi capigruppo saranno due donne.
Nonostante il “preavviso di sfratto” a mezzo stampa non sia stato gradito, Base Riformista sceglie la via del dialogo: l’ex premier promette una linea diversa da quella di Zingaretti, più riformismo e meno “subalternità ” ai Cinquestelle, loro ci stanno, vogliono condividere le decisioni e non subirle.
Appuntamento a giovedì mattina. La short list delle candidate resta in quota alla corrente, e comprende Valeria Fedeli e Simona Malpezzi. Quest’ultima è sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento e dovrebbe dimettersi, nel caso sostituita — Draghi permettendo — da Alessia Morani.
Marcucci, tuttavia, tiene il punto. Per tutto il giorno gira voce che possa tentare una prova di forza sui numeri. Non basta un incontro con Letta — che chiosa “tra pisani e lucchesi l’accordo si trova sempre” – ad ammorbidirlo. Si sfoga: “Io leale, ho sempre combattuto a viso aperto, no a imposizioni”. Sfida il segretario: “La tua proposta è troppo generica, perchè allora i segretari sono sempre uomini?”. Base Riformista è spaccata, diversi in assemblea chiedono di evitare “punizioni politiche”, ma i numeri per una raccolta firme per ora non ci sono.
Basta con gli ex: “Siamo tutti Democratici”
È il giorno del battesimo parlamentare del nuovo Letta. La prima prova del fuoco, poichè la scelta dei due vice-segretari gli competeva per intero. I gruppi, invece, dovranno votare a scrutinio segreto, ma l’intesa politica spiana la strada: impallinarla sarebbe più che autolesionista. A Montecitorio il clima è più rilassato. Delrio elenca il lavoro del suo gruppo, anche nel momento più difficile del governo gialloverde, si spende per la pluralità al posto del correntismo. Rammenta addirittura alcuni provvedimenti sociali del governo Letta (di cui è stato ministro degli Affari Regionali) che hanno anticipato le misure di questa fase. Applaudito Emanuele Fiano: “Non ci sono ex, siamo tutti Democratici. Chi ha scelto di restare nel Pd lo ha fatto per difenderne l’identità e il pluralismo”. Parole apprezzate e fatte proprie dal leader. Che ribadisce: “Ho imparato che con le vendette non si vince”.
Sull’esito della vicenda capigruppo Letta resta prudente, si dice solo “ottimista”. Sullo sfondo, la partita è molto più ampia: ricucire il rapporto con i militanti “a cui ne abbiamo fatte troppe”, riaprire la discussione sui contenuti nei circoli, ridare un’identità chiara al partito, allargare le alleanze: “Se arriviamo alla sfida del 2023 con il centrodestra con la Torre di Babele abbiamo già perso”. Come già all’assemblea nazionale, chiede “sincerità , verità , confronto”: “Mi sono messo in testa di fermare la crisi del Pd che è di politiche e di rapporti umani deteriorati. Diamo un segnale”. Giovedì la risposta.
(da Huffingtonpost”)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
CASALEGGIO ESIGE I 450.000 EURO DI ARRETRATI
Tra Conte e Davide Casaleggio non c’è mai stato tanto amore. E tantomeno ora, nelle settimane in cui
l’ex premier sta ridefinendo il nuovo Movimento 5 Stelle, e sta mettendo nero su bianco un nuovo statuto da proporre ai piani alti e a quelli bassi del partito.
Ma, prima di terminare la messa a punto ha dovuto chiuder tutto e cercare di risolvere la questione Rousseau.
Che rapporto ci sarà tra il nuovo M5s e la piattaforma di proprietà del figlio di Gianroberto Casaleggio, che nel 2009 fondò il Movimento con Beppe Grillo?
Se fosse per l’ex presidente del Consiglio (probabilmente) nessuno. Ma nei mesi scorsi abbiamo imparato a conoscere la diplomazia di Conte, che ci starebbe a una convivenza tra M5s e Rousseau: ridimensionata sì, ma si potrebbe stare assieme.
Davide Casaleggio invece no, non ci sta: insieme come prima, con i regolamenti di prima. Che, in sostanza, significa: ricominciate a pagare la vostra quota a Rousseau, che qui la cassa piange. Mancano infatti circa 450mila euro che i parlamentari non hanno più pagato. Tanto che addirittura alcuni giorni fa il notaio di Rousseau ha chiarito che non ci sarebbero neanche i soldi per modificare lo statuto. In cassa non c’è niente di niente, neanche per indire una votazione.
Il dialogo c’è stato: non c’è stato alcun punto di incontro. Ci ha provato anche Vito Crimi a far da mediatore, ma — come ha già volte ribadito Casaleggio — “Crimi non è più nessuno”, da mesi ormai — per lui — non è più il capo politico (per Grillo invece ancora lo è). E allora si è alzata la voce, e il tesoriere Claudio Cominardi alcuni giorni fa ha aperto il primo conto bancario intestato al M5S: un nuovo contenitore destinato a raccogliere quei soldi che, da mesi ormai, i parlamentari pentastellati hanno smesso di versare all’Associazione di Davide Casaleggio.
Scrive La Stampa:
Di fronte al muro alzato e invalicabile, Conte ha capito di non avere alternative: «Non si può bloccare la vita del partito di maggioranza in Parlamento per la pretesa economica di un privato che gestisce un sito web», è stato il pensiero espresso durante una delle riunioni dell’ultima settimana a cui era presente anche Crimi.
Dunque, non c’è alternativa: si dovrà trascinare Casaleggio di fronte a un giudice. I giuristi interpellati dall’ex premier hanno inquadrato così la situazione. L’imprenditore milanese avrebbe dalla sua l’articolo 1460 del codice civile: «Nei contratti con prestazioni corrispettive — si legge — ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l’altro non adempie la propria».
Senza essere pagato, dunque, Casaleggio può rifiutarsi di attivare il voto su Rousseau. Nessun contratto, però, è stato mai firmato tra l’associazione Rousseau e i Cinque stelle — è il ragionamento fatto con Conte — Si tratterebbe dunque di un “contratto di fatto”, ma «in mancanza di un perimetro chiaro di diritti e doveri reciproci, non si può inibire la vita associativa del partito a fronte di una non argomentata e non fondata pretesa economica». L’impegno a versare all’associazione Rousseau 300 euro mensili, che ogni eletto del Movimento sottoscrive al momento della candidatura, è infatti «un patto che l’eletto stringe con il Movimento, non con l’associazione Rousseau».
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE TECNICA PUBBLICATA SULLA GAZZETTA UFFICIALE CONFERMA LA RINUNCIA A RISCUOTERE UNA CIFRA ESIGIBILE TOTALE DI 666,3 MILIONI… GLI EVASORI SOTTO LA QUOTA DI 30.000 EURO SONO IL 78%
Non è vero che il condono delle vecchie cartelle fino a 5mila euro datate 2000-2010 previsto dal decreto Sostegni riguarda solo vecchi crediti ormai inesigibili.
La vulgata con cui le forze politiche favorevoli allo stralcio di quelle pendenze fiscali hanno giustificato l’operazione — ridimensionata con la mediazione del premier Mario Draghi — è smentita dalla relazione tecnica del provvedimento appena pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Lì si spiega che la cancellazione costerà alle casse dello Stato 666,3 milioni di cui 451 legati al fatto che al macero andranno anche debiti che i contribuenti stanno già pagando a rate (dopo aver aderito alla Rottamazione ter o al saldo e stralcio del governo gialloverde) o su cui comunque è “ancora in essere un’aspettativa di riscossione“.
Chiaro il messaggio che questo invia a chi salda puntualmente il dovuto. Non solo: la diretta conseguenza è che il provvedimento non scalfisce la montagna di cartelle davvero impossibili da riscuotere che ingolfa il magazzino dell’Agenzia delle Entrate Riscossione. Ora la vera partita è la riforma che, modificando il meccanismo di discarico dei crediti non riscossi, dovrebbe come ha annunciato Draghi rendere “più efficiente” la lotta all’evasione.
Cosa cambia rispetto alle bozze: il tetto di reddito serve a poco — Rispetto alla versione iniziale le cartelle automaticamente stralciate scendono da 61 a 16 milioni soprattutto per effetto della riduzione dell’orizzonte temporale, che nelle bozze pre consiglio dei ministri arrivava fino al 2015 cancellando anche ruoli relativamente recenti.
Così il costo per le casse pubbliche scende rispetto ai 930 milioni precedenti. Scarsissimo invece l’impatto dell’altro paletto fissato venerdì, il tetto di 30mila euro di reddito Irpef: taglierà fuori solo il 17% dei contribuenti con arretrati fiscali che ricadono negli altri parametri.
A livello comunicativo aver messo un limite che sulla carta esclude dal “favore” i più abbienti rende digeribile la sanatoria, ma nei fatti cambia molto poco.
Il motivo è presto detto: in base agli ultimi dati del Dipartimento delle Finanze, il reddito medio dichiarato al fisco dalle persone fisiche supera di poco i 33mila euro.
Nel Paese in cui stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale autonomi e imprese omettono di versare all’erario in media due terzi del dovuto, il 78% dei contribuenti “svela” al fisco meno di 30mila euro l’anno. E ha dunque accesso al condono che cancella capitale dovuto, interessi e sanzioni.
In magazzino restano oltre 110 milioni di cartelle
Non aver selezionato le cartelle davvero inesigibili, come aveva chiesto Leu, fa sì che il decreto non risolva affatto il problema del maxi magazzino da 987 miliardi della Riscossione, composto in effetti per la maggior parte (vedi la tabella) da somme che il fisco non rivedrà mai.
Il sistema, a valle del condono, rimarrà comunque ingolfato da oltre 110 milioni di cartelle. Per questo l’altro pilastro dell’operazione messa in campo dal governo Draghi sarà la riforma del meccanismo di “controllo e discarico dei crediti non riscossi“. Oggi, come ha spiegato in audizione il numero uno delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, il fisco prima di poter comunicare l’inesigibilità all’ente titolare del credito è costretto a mettere in campo “tutte le azioni di riscossione coattiva astrattamente ipotizzabili” a prescindere da qualsiasi valutazione di efficacia e di effettiva esigibilità .
(da il Fatto Quotidiano”)
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