Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UN GIRO DA MILIONI DI EURO IN FORNITURE NEL SETTORE PUBBLICO E PRIVATO, COINVOLTI DIRIGENTI, MEDICI E SANITARI
Una rete di affari nella sanità pubblica calabrese attraverso il controllo di fiduciari interni alle
Aziende Sanitarie Provinciali di Reggio Calabria.
L’obiettivo: influenzare la scelta ai vertici delle Asp e assicurarsi gare d’appalto per milioni di euro. Questo il quadro che emerge dall’operazione che ha portato, nell’ambito di un’operazione congiunta tra i carabinieri del Los di Reggio Calabria, Catanzaro e Bologna, all’arresto di 14 presunti affiliati alla cosca di ‘Ndrangheta dei Piromalli.
L’inchiesta
L’ordinanza è stata eseguita all’alba del 23 marzo su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dell’aggiunto Gaetano Paci. La conclusione delle indagini risale al 2018, prima dello scoppio della pandemia da Coronavirus. Le persone coinvolte dovranno rispondere a vario titolo dei reati di associazione di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, trasferimento fraudolento di valori e traffico di influenze illecite in concorso.
Gli investigatori del Ros si sono concentrati, in particolare, sull’Asp di Reggio Calabria, dove si sarebbero rivolti gran parte dei condizionamenti mafiosi e la cui competenza territoriale interessa i distretti sanitari di Reggio, Tirrenico e Ionico. L’operazione ha portato, inoltre, al sequestro di beni mobili e immobili, oltre a titoli bancari e finanziari, per un valore di 8 milioni di euro.
La rete di malaffare
Secondo gli inquirenti, la rete di malaffare costruita negli anni dagli esponenti della ‘ndrina dei Piromalli è stata mantenuta grazie al ruolo dei fratelli Giuseppantonio e Francesco Michele Tripodi, dirigenti storici della sanità reggina, recentemente deceduti. I Piromalli, attraverso l’influenza criminale esercitata sul territorio della Piana di Gioia Tauro, avrebbero trovato proprio nei due dirigenti sanitari i loro uomini di fiducia per ottenere commesse e intascare milioni di euro attraverso società predestinate a vincere le gare d’appalto. Tra gli interessi della cosca, in particolare, la decisione dei direttori delle Asp, che avrebbero garantito il proseguimento degli affari.
I Piromalli non erano gli unici attivi nel ramo della malasanità reggina. Nonostante la faida tra la ndrina di Gioia Tauro e quella dei Molè, gli investigatori hanno rilevato come in alcune società gli uomini di entrambe le fazioni mantenessero comunque gli affari in piedi.
L’influenza mafiosa avrebbe toccato anche il settore privato, un ramo del malaffare in cui sarebbe stato attivo il figlio di uno dei dirigenti, il medico Fabiano Tripodi.
Grazie ai presunti rapporti con lui, gli esponenti del clan Piromalli avevano ottenuto per anni l’affidamento di servizi sanitari a Locri, Gioia Tauro, Polistena e Melito Porto Salvo. Stando all’inchiesta, emerge anche la complicità del personale medico-sanitario impiegato nelle strutture, ricompensanti e riempiti di provvigioni indebiti che si attestavano dal 2,5 al 5 per cento del valore della commissioni che facilitavano
(da Open)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA FASCIA TRA 20 E 29 ANNI E’ STATA VACCINATA MOLTO DI PIU’ CHE QUELLA TRA I 70 E 79 ANNI
Detta in modo brutale: tra i settantenni contagiati 1 su 10 muore, tra i ventenni 1 su 100.000. Ma l’ Italia sta proteggendo più i secondi dei primi.
I numeri fotografati a ieri pomeriggio lo spiegano.
Vaccinati nella fascia di età 70-79 anni: 313.391; vaccinati tra i 20 e i 29 anni: 572.549. C’ è un altro modo per raccontare questa storia: tra i 70 e i 79 anni sono morti 24.773 italiani, tra i 20 e i 29 anni i decessi sono stati 51, eppure vacciniamo più i ventenni.
Non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale: ad oggi solo il 5 per cento dei settantenni ha ricevuto almeno una dose, tra i ventenni siamo ben oltre il 9 per cento. La classe di età tra i 70 e i 79 anni è penalizzata in qualsiasi confronto. Addirittura, se il paragone si fa con i cinquantenni (50-59) scopriamo che c’ è un rapporto di uno a 5.
Chiaro? Per ogni cinque cinquantenni vaccinati c’ è appena un settantenne. Solo gli ottantenni, come è giusto che sia, sono stati immunizzati (prima dose) più dei cinquantenni. E anche quarantenni e trentenni hanno ricevuto più iniezioni dei penalizzati settantenni.
Ma come siamo arrivati a questo paradosso per cui una delle classi di età con il tasso di letalità più alto (solo gli ultraottantenni sono più a rischio) è la meno vaccinata?
In parte ha contribuito l’ incertezza della partenza iniziale del vaccino di AstraZeneca, che era stato autorizzato solo per gli under 55 (ora non c’ è più questo limite); in parte c’ entra la sacrosanta decisione di proteggere gli operatori sanitari e le forze dell’ ordine prima di tutti; ma la vera ragione del buco nero è il criterio delle «categorie da tutelare» che non solo ha rallentato la vaccinazione e offerto praterie a furbizie e corsie preferenziali, ma ha in sostanza penalizzato i settantenni.
Nell’ assai sindacabile casella delle «professioni a rischio» è stato inserito di tutto, dai magistrati agli avvocati ai giornalisti. Inoltre, si è scelto di puntare su scuole e università , per proteggere insegnanti e personale.
In apparenza una buona idea, nella pratica l’ inizio del caos, perchè abbiamo vaccinato prima il giovane assistente universitario, il quarantenne tecnico di laboratorio dell’ ateneo, l’ atletico insegnante di ginnastica del liceo, mentre scuole e università sono chiuse ovunque.
E intanto il 79enne, molto più a rischio visti i tassi di letalità , sta ancora aspettando e chissà quando potrà vaccinarsi in alcune regioni-lumaca.
Altri Paesi, ad esempio Israele, hanno deciso di procedere con il principio delle fasce di età , in questo modo hanno perso meno tempo, sono stati molto più veloci, hanno protetto prima i più fragili e oggi vedono un crollo dei ricoveri, nell’ interesse di tutti, anche di chi va a scuola.
A completare un andamento poco comprensibile e frastagliato, visto che ogni Regione fa scelte differenti, c’ è il ritardo nell’ immunizzare i fragili.
Pensare che, laddove gli anziani sono stati protetti — Rsa — i risultati si vedono. Il report dell’ Istituto superiore di sanità spiega: «L’ incidenza, nell’ ultima settimana di febbraio e nelle prime di marzo, raggiunge valori sovrapponibili o inferiori a quelli della prima settimana di ottobre (0,6%), in controtendenza rispetto all’ andamento generale dell’ epidemia. Un calo di decessi si osserva tra fine gennaio e marzo 2021, fino a raggiungere lo 0,6% dei residenti di Rsa per anziani non autosufficienti».
Osserva il professor Massimo Galli, primario di Malattie infettive del Sacco di Milano: «C’ è stato un elemento a causare questo risultato di avere vaccinato più i ventenni dei settantenni: è più facile trovare i più giovani, perchè sono operatori sanitari, dipendenti della scuola, membri delle forze dell’ ordine; per gli anziani, invece, bisognava avere la capacità di organizzarsi e di portarli nei centri vaccinali.
Ciò che è successo è sotto gli occhi di tutti». Abbiamo sbagliato a disperdere le forze in mille categorie — avvocati, magistrati, scuole, università — invece di concentrarle per proteggere chi rischia maggiormente la vita in caso di contagio? «Non sarebbe stato un errore puntare su alcune categorie se fossimo stati più rapidi nel vaccinare gli anziani. Le Regioni non hanno ancora finito gli ottantenni, non hanno gestito i grandi fragili. Ci sono stati anche problemi organizzativi, non conta solo la carenza di dosi. In Lombardia finalmente ci si è accorti che c’ è un reale problema nel sistema di convocazione degli anziani».
(da “Il Messaggero”)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA POSIZIONE DEL SINDACATO MEDICI ITALIANI
Domani il sindacato dei medici incontrerà il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus,
il generale Francesco Figliuolo, per discutere del Piano vaccini. E chiederà che ai medici di medicina generale siano destinati prioritariamente quelli monodose di Johnson & Johnson, in modo da velocizzare la campagna vaccinale.
Lo ha comunicato la segretaria generale del sindacato, Pina Onotri, illustrando una serie di proposte che verranno portare all’incontro con il commissario straordinario.
“Con il Commissario Figliuolo vorremmo ragionare insieme per mettere in moto, definitivamente, tutto il sistema di vaccinazione anti covid. Superando tutti i limiti a partire: dalla conservazione del vaccino, dall’esiguità dei punti vaccinali (per le problematiche complessità delle norme autorizzative), dalla carenza dei vaccini stessi, fino alla difficile movimentazione di una popolazione a cui l’informazione arriva a tratti in modo incompleta, contraddittoria, farraginosa”, ha detto Onotri, prima di presentare i suggerimenti dei medici per “giungere all’immunizzazione in tempi brevi di almeno l’80% della popolazione”.
Le richieste dei medici al commissario straordinario
Per prima cosa si chiede che il governo fornisca ai medici di medicina generale il vaccino Johnson & Johnson, “in quanto è un farmaco molto maneggevole, può essere tenuto in un normale frigorifero e per il fatto che preveda una sola dose può semplificare di molto la procedura vaccinale”. Si chiede poi di accelerare le pratiche di attivazione delle strutture finalizzate alla produzione dei vaccini in Italia, affidando la produzione vaccinale nazionale direttamente al ministero della Salute e avviando i processi produttivi dei vaccini nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze
La terza richiesta che fanno i medici è venga riordinata in tempi rapidi la “farraginosa e complessa normativa autorizzativa dei locali adibiti a vaccinazione con deroghe nei punti non essenziali”, che al momento è “burocraticamente onerosa, costosa e affetta da problematiche intrinseche di ordine legale”.
Va poi creata, dice il sindacato, “una normativa temporanea derogatoria per gli operatori della Sanità che espletano le funzioni di vaccinatore, non ricomprendendo ovviamente la colpa grave e prevedendo uno scudo penale per i soggetti che vaccinano”.
Come velocizzare la campagna vaccinale
E ancora: “Derogare temporaneamente alle norme di incompatibilità tutt’ora vigenti che avviluppano in lacci e lacciuoli normativi ogni tentativo di svincolare molti operatori della sanità all’esecuzione dei vaccini” e “sveltire le pratiche burocratiche (non ha senso stampare 14 fogli di consenso informato e anamnesi vaccinale per cittadino: quasi un miliardo di fogli da conservare per almeno cinque anni se non addirittura di più, con aziende sanitarie che si trovano costrette ad affittare locali a norma per stipare tutto questo oceano montante di carta) con una sinergia più stretta tra AGID, fascicolo sanitario elettronico in fattispecie e deburocratizzazione informatizzata si potrebbero raggiungere grandi risultati in breve tempo snellendo il tutto”.
Infine Onotri ha concluso: “Proponiamo un confronto chiaro su ogni punto, da noi attentamente vagliato con analisi chiare, col solo scopo di mettere in moto una macchina potente, veloce efficiente che, ogni giorno, assiste almeno un milione e mezzo di cittadini nei loro fabbisogni di salute, piccoli e grandi”.
(da Fanpage)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
CONVOCATI NEL POSTO SBAGLIATO, IL CENTINAIO DI ANZIANI E’ STATO POI TRASFERITO IN OSPEDALE PER LA VACCINAZIONE
Dopo il caos a Cremona, i disservizi sul fronte delle vaccinazioni anti-Covid sono arrivati anche a Codogno. Protagonista del “disguido”, questa volta, l’Asst di Lodi e non Aria Lombardia, la società regionale al centro delle polemiche dei giorni scorsi. L’azienda sanitaria territoriale lodigiana, stando a quanto riportato da Agi, ha erroneamente comunicato ad Aria la data di convocazione per la vaccinazione di un centinaio di over 80, fissandola per il 23 marzo presso l’hub vaccinale cittadino, il Palasport di Codogno.
Ma quando i cittadini si sono presentati in mattinata presso il luogo indicato per ricevere il vaccino, l’hanno trovato chiuso.
Da qui è emerso l’errore: l’Asst di Lodi aveva comunicato ad Aria Lombardia la data sbagliata per la vaccinazione (che sarebbe dovuta avvenire domani, 24 marzo), e per effetto domino, la società lombarda che gestisce le prenotazioni, ha inoltrato ai vari cittadini una data errata di convocazione.
La situazione è tuttavia parzialmente rientrata grazie all’intervento della Protezione civile su sollecito del sindaco di Codogno, Francesco Passerini, riuscendo così a trasportare le persone rimaste fuori dal Palasport — molte delle quali con difficoltà a muoversi — in ospedale, permettendo loro di ricevere il vaccino.
(da Open)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
PARE UN BOLLETTINO DI GUERRA; A FARNE LE SPESE GLI “ULTIMI”, NEL SILENZIO IMBARAZZANTE DELLA POLITICA
L’hanno già ribattezzata “la strage silenziosa”, quella dei 6.500 lavoratori migranti che — stando alla
rivelazione dell’autorevole quotidiano inglese “Guardian” — sarebbero morti dal 2010 ad oggi durante i lavori di preparazione per i Mondiali di calcio in Qatar, in programma nel 2022.
“Più di 6.500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sono morti in Qatar” da quando ha vinto la gara per l’assegnazione della Coppa del Mondo 10 anni fa, rivela il “Guardian”.
La strage silenziosa
“I risultati, raccolti da fonti governative, indicano -scrive il quotidiano britannico- che una media di 12 lavoratori migranti provenienti da queste cinque nazioni dell’Asia meridionale sono morti ogni settimana dalla notte di dicembre 2010, quando le strade di Doha erano piene di folle” che festeggiavano la scelta del Qatar.
“I dati provenienti da India, Bangladesh , Nepal e Sri Lanka hanno rivelato che ci sono state 5.927 morti di lavoratori migranti nel periodo 2011-2020. Separatamente, i dati dell’ambasciata pakistana in Qatar hanno riportato ulteriori 824 morti di lavoratori pakistani, tra il 2010 e il 2020. Il bilancio totale delle vittime è significativamente più alto, poichè queste cifre non includono i decessi di un certo numero di paesi che inviano un gran numero di lavoratori in Qatar, comprese le Filippine e il Kenya. Non sono inclusi anche i decessi avvenuti negli ultimi mesi del 2020”.
Numeri sconvolgenti
Numeri sconvolgenti quelli riportati dal “Guardian” e rilanciati dall’Adnkronos. Ma non è tutto:
“Ci sono stati 37 decessi tra i lavoratori direttamente legati alla costruzione degli stadi dei Mondiali, di cui 34 classificati come “non legati al lavoro” dal comitato organizzatore dell’evento. Gli esperti hanno messo in dubbio l’uso del termine perchè in alcuni casi è stato usato per descrivere i decessi avvenuti sul lavoro, tra cui un certo numero di lavoratori che sono crollati e sono morti nei cantieri degli stadi”.
Più che il bilancio di un campionato del mondo di calcio, sembra il bollettino di una guerra, nel silenzio imbarazzato e imbarazzante delle principali federazioni calcistiche mondiali.
L’Italia prenderà posizione?
(da NextQuotidiano”)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELLA DIFESA: “DEVE LASCIARLO”
A un mese dalla caduta del governo guidato da Giuseppe Conte, il deputato M5S Angelo Tofalo non ha ancora lasciato il monolocale ristrutturato e arredato nel palazzo dell’Aeronautica in viale Castro Pretorio, a Roma, che gli era stato fornito come alloggio di servizio quando era sottosegretario alla Difesa, nonostante non abbia più alcun incarico al ministero.
A riportarlo è il Corriere della Sera.
La legge concede 90 giorni per lasciare l’alloggio di servizio, dunque Tofalo avrebbe tempo fino al 16 maggio. Tuttavia, dal momento che l’assegnazione era stata un’eccezione, ci si aspettava che nel giro di pochi giorni sarebbe stato organizzato il trasloco. Questo invece non è accaduto, così la Difesa ha deciso di avviare la procedura sottolineando le “cessate esigenze” e comunicando in una lettera i termini per la riconsegna dell’appartamento.
Il parlamentare del M5S, scrive Fiorenza Sarzanini, non risulta aver effettuato il trasloco, nonostante abbia un’altra casa nella Capitale e dunque non ci sia alcun motivo concreto per mantenere la titolarità del contratto. L’alloggio è disponibile a 300 euro (cui vanno aggiunti circa 100 euro per le utenze), ma la cifra che dovrebbe essere stata “ritoccata” visto che Tofalo lo occupa come “ospite”.
La vicenda ricorda il caso scoppiato a novembre 2019 intorno a Elisabetta Trenta (M5S), che aveva mantenuto l’alloggio di servizio dopo essersi dimessa da ministra della Difesa. In quell’occasione, Trenta spiegò che ne aveva diritto perchè il marito è un militare, ma poi aveva dovuto lasciare la casa perchè la coppia aveva un’abitazione di proprietà a Roma.
L’ appartamento assegnato a Tofalo ha camera da letto, bagno, soggiorno e cucina. Si trova nello stabile di via Castro Pretorio, di fronte al palazzo che ospita lo Stato Maggiore dell’ Arma azzurra, dove lo stesso Tofalo aveva l’ ufficio.
Il prezzo dichiarato come alloggio di servizio era 300 euro, cifra che adesso dovrebbe essere stata «ritoccata» visto che lui lo occupa come «ospite». A questa somma vanno aggiunti circa 100 euro per le utenze. Sembra scontato che debba andare via, rimane da capire perchè non l’ abbia fatto appena ha smesso di essere sottosegretario. Perchè abbia ritenuto di continuare a utilizzarlo pur non avendo più alcun incarico di governo e soprattutto alla Difesa.
Nel gennaio 2020 era stato proprio Tofalo, nel pieno delle polemiche sugli alloggi occupati dai «sine titulo», a sostenere che «la Difesa deve accelerare nella riacquisizione dei propri beni». Buona intenzione che nel suo caso deve aver trovato eccezione
La scelta di ristrutturare l’ appartamento è comunque apparsa eccessiva visto che nello stesso palazzo per nessun altro alloggio si è deciso di fare altrettanto e tanto è bastato per scatenare le ironie sul «Movimento 5 stanze». Ma nulla è stato eccepito.
Ora sono però cambiate le condizioni e proprio perchè si trattava di un’ eccezione ci si aspettava che nel giro di pochi giorni sarebbe stato organizzato il trasloco. Non è accaduto e lo Stato maggiore ha deciso di avviare la procedura comunicando con una lettera i termini per la riconsegna dell’ appartamento. I 90 giorni dopo i quali scatta lo «sfratto» scadono il 16 maggio.
Alla Difesa giurano che Tofalo farà i bagagli al più presto.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
DI MAIO RACCOGLIE SOLO IL 6%, PEGGIO DI BATTISTA E CRIMI AL 3%
Il Movimento 5 Stelle deve ripartire da Giuseppe Conte. 
Ne sono convinti gli elettori pentastellati, secondo cui deve essere affidata all’ex presidente del Consiglio la leadership del partito e non un a organo collegiale. Il sondaggio realizzato da Demos per Repubblica, e illustrato da Ilvo Diamanti, evidenzia l’unità del M5s sulla figura di Conte.
La base del Movimento non vuole più un direttorio, un organo collegiale, ma preferisce un nuovo leader: a pensarla così sono sei elettori su 10. Il 37%, invece, privilegia l’ipotesi dell’istituzione di un organo collegiale formato da cinque componenti.
Secondo Diamanti la figura di Conte è riuscita a ricostruire, con la sua annunciata discesa in campo, un clima di fiducia intorno al partito. Tanto che oltre il 70% del campione si dice certo che Conte sia il miglior capo politico per il Movimento.
I consensi per gli altri leader sono invece minimi: Luigi Di Maio è al 6%, addirittura Alessandro Di Battista, Vito Crimi e il garante Beppe Grillo si fermano al 3%.
I 5 Stelle, quindi, diventano sempre più un partito personale nell’intenzione degli elettori, quasi un partito di Conte. Tanto che l’arrivo di Conte alla guida del Movimento ha fatto risalire i pentastellati nei sondaggi, in alcuni casi fino ad arrivare a essere il secondo partito.
Altro tema è quello del rapporto tra Movimento 5 Stelle e Pd. Un terzo degli elettori pentastellati ritiene che sia giusto costruire un rapporto solido e stabile con il Pd in vista delle prossime elezioni, mentre il 40% preferisce un’alleanza senza vincoli. Gli elettori del Pd, invece, la pensano al contrario: il 40% vuole una coalizione, mentre il 30% preferisce un’intesa senza rinunciare ognuno alla propria autonomia. Fatto sta che circa il 70% degli elettori sia di una parte che dell’altra vuole un percorso comune per Pd e M5s, mantenendo sempre una certa autonomia e non arrivando a un partito unico.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UNA PERSONA PERBENE CHE SI FA DA PARTE A CAUSA DI STRESS E TENSIONI, UN GESTO D’AMORE PER EVITARE CHE IL SUO MALESSERE POSSA CONDIZIONARE LA SQUADRA
Il vuoto all’improvviso. Magari all’inizio non ci fai caso, ma poi un giorno ti accorgi che dentro di te qualcosa si è rotto. Forse per sempre. E capisci che è arrivato il momento di fermarsi. Di dire basta. Di chiudere dentro di te i ricordi e lasciare tutto il resto fuori. Cesare Prandelli non si è licenziato, si è solo fatto da parte per lasciare andare via la Fiorentina. Un gesto d’amore per evitare che il suo malessere potesse condizionare la squadra in un momento così complicato della stagione. Una fuga da se stesso. Un dribbling disperato a quella cosa che gli sta succhiando la vita. “È la seconda volta che lascio la Fiorentina. La prima per volere di altri, oggi per una mia decisione. Nella vita di ciascuno, oltre alle cose belle, si accumulano scorie, veleni che talvolta ti presentano il conto tutto assieme. In questo momento della mia vita mi trovo in un assurdo disagio che non mi permette di essere ciò che sono”.
Un attacco di panico e il tuo mondo si capovolge. Rimani senza fiato, stordito, impaurito. Dopo la sconfitta con il Milan Prandelli ha capito che non aveva altra scelta. Il suo addio alla Fiorentina (“So che Firenze sarà capace di capire”) è, probabilmente, anche il suo addio al calcio. Era successo a Sacchi prima di lui. Un peso che diventa angoscia. E che, forse, nel caso di Prandelli ha radici profonde e lontane.
Dopo l’addio alla Nazionale nella sua testa è cambiato qualcosa. Turchia, Spagna, di nuovo in Italia ma sempre prigioniero di se stesso e di quel male oscuro che lentamente si stava prendendo tutto. Un morso alla volta. E il ritorno alla Fiorentina non lo ha certo aiutato.
Cesare è rimasto da solo a gestire le difficoltà . C’era sempre lui al centro di tutto. Delle scelte di mercato, di quelle tecniche, dei successi e, soprattutto, delle sconfitte. Se la società avesse capito, se lo avesse aiutato, forse sarebbe andata diversamente. Invece lo hanno lasciato lì, seduto da solo in panchina, a fare i conti con lo stress e la fatica. Con una squadra costruita male a cui aveva faticosamente provato a dare un senso, con alcuni giocatori scontenti da cui non è mai stato protetto, con le voci di un addio a fine stagione.
“Ho intrapreso questa nuova esperienza con gioia e amore, trascinato anche dall’entusiasmo della nuova proprietà – scrive ancora Prandelli nella sua lettera di addio -. Ed è probabilmente il troppo amore per la città , per il ricordo dei bei momenti di sport che ci ho vissuto che sono stato cieco davanti ai primi segnali che qualcosa non andava, qualcosa non era esattamente al suo posto dentro di me. La mia decisione è dettata dalla responsabilità enorme che prima di tutto ho per i calciatori e per la società , ma non ultimo per il rispetto che devo ai tifosi della Fiorentina. Chi va in campo a questo livello, ha senza dubbio un talento specifico, chi ha talento è sensibile e mai vorrei che il mio disagio fosse percepito e condizionasse le prestazioni della squadra”.
E’ un addio. Doloroso, sofferto, forse inevitabile. Un passo indietro per non intralciare, per non essere di troppo. Per fermarsi e provare ad azzerare tutto. Per cercare se stesso dentro l’angoscia di quel vuoto interiore. “In questi mesi è cresciuta dentro di me un’ombra che ha cambiato anche il mio modo di vedere le cose. Sono consapevole che la mia carriera di allenatore possa finire qui, ma non ho rimpianti e non voglio averne. Probabilmente questo mondo di cui ho fatto parte per tutta la mia vita, non fa più per me e non mi ci riconosco più. Sicuramente sarò cambiato io e il mondo va più veloce di quanto pensassi. Per questo credo che adesso sia arrivato il momento di non farmi più trascinare da questa velocità e di fermarmi per ritrovare chi veramente sono”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SCATTA LA SOLIDARIETA’ DEL POPOLO NAPOLETANO, UN ANONIMO GLIENE REGALA UNA NUOVA… PER UN INFAME CI SONO MILLE PERSONE ONESTE E SOLIDALI, NON VINCERETE MAI
Ne usciremo migliori, dicevano. Evidentemente le previsioni erano fin troppo ottimistiche, viste le
diverse storie arrivate da tutta Italia nelle ultime settimane.
L’ultima triste vicenda, sintomo di una società che non è più in grado di usare la razionalità dando libertà alle proprie mani come se nulla fosse, arriva da Napoli.
Dal centro storico della città partenopea. Il video del giovane artista di strada aggredito in pieno giorno: la sua chitarra fatta a pezzi da un passante che, evidentemente, non gradiva quelle note suonate all’angolo di una strada. O, più tristemente, non gradiva il colore della pelle delle mani che pizzicavano quelle corde.
A dare voce a questa triste storia dell’Italia del 2021 è stato il consigliere Regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli, sempre in prima linea nel denunciare quanto di brutto accade non solo a Napoli e dintorni.
Un video che parla da sè: un uomo si avvicina all’artista di strada, prende la sua chitarra e la distrugge. Lo strumento, con cui il giovane riesce a tirare su qualche soldo, è spezzato in due e non più utilizzabile.
Per fortuna, però, il folle gesto del passante non rimane inosservato. C’è chi gira un video con il proprio smartphone pubblicando il filmato in rete per denunciare quanto accaduto e chi attacca verbalmente — per segnare la differenza tra chi usa la ragione e chi no — il folle aggressore.
Il lieto fine
La triste storia dell’artista di strada aggredito nel centro storico di Napoli, per fortuna, ha anche un lieto fine. Nel giro di pochi minuti, infatti, il filmato diventato virale in rete ha dato vita a un a campagna di solidarietà : decine di persone si stavano organizzando per fare una colletta e comprare una chitarra nuova al giovane.
Ma qui un altro colpo di scena: una persona, che è voluta rimanere anonima, ha deciso di regalare un nuovo strumento al giovane aggredito. Perchè per ogni gesto insano che infanga la società , ci sono mille altri comportamenti che restituiscono un barlume di giustizia.
(da agenzie)
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