Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
CONTE E’ IL LEADER PIU’ AMATO, MELONI SUPERA SALVINI
I sondaggi politici di Ipsos illustrati da Nando Pagnoncelli durante DiMartedì dicono che Giuseppe Conte è il leader più amato, mentre Giorgia Meloni stacca Matteo Salvini nelle graduatorie di gradimento e Fratelli d’Italia appaia il Partito Democratico in classifica.
La rilevazione illustrata nella trasmissione di Giovanni Floris su La7 descrive una tendenza che emerge anche negli altri sondaggi politici. E che vede la Lega in crisi di consenso così come il Partito Democratico e il MoVimento 5 Stelle. Mentre Fratelli d’Italia, forte dell’opposizione al governo Draghi e dell’esposizione mediatica della sua leader, continua a correre.
Il Carroccio così raggranella in totale il 22,4% mentre il Pd si fa raggiungere da Fdi al 19,4%. Subito dopo c’è il M5s al 15,4%, in calo come il Pd rispetto alle precedenti rilevazioni.
Il campione di Pagnoncelli attribuisce poi il 7,7% a Forza Italia, che è il primo partito tra quelli che sono sotto il 10%. Sotto Berlusconi c’è una pletora di piccoli con percentuali al limite dell’irrilevanza. Azione! di Carlo Calenda è al 2,4%, Più Europa al 2,2%, Sinistra Italiana al 2% e Italia Viva di Matteo Renzi all’1,9%.
Il livello di gradimento per i leader invece è un plebiscito per Giuseppe Conte. Nonostante i problemi con l’Associazione Rousseau e il Garante della Privacy, il leader in pectore del M5s raggiunge il 51%. Dimostrando così di ricevere apprezzamento anche dalla parte che in teoria gli sarebbe avversa.
Dietro di lui c’è il ministro della Salute Roberto Speranza, che però è leader di un partito che ha scarso appeal nell’elettorato. Il derby interno al centrodestra lo stravince Meloni, che porta a casa il 37% dei consensi mentre Matteo Salvini raggiunge il 31%. Poi ci sono Giovanni Toti, Enrico Letta e Silvio Berlusconi.
Raggruppando i dati dei partiti per coalizioni si scopre che attualmente il centrodestra è al 49,5%. Ovvero ben al di sopra del numero necessario di voti per raggiungere una solida maggioranza sia alla Camera che al Senato.
Il centrosinistra senza M5s è a distanza siderale: il 31,5%. Se invece si allea con il M5s arriva al 38,4%.
In attesa di conoscere il sistema elettorale con cui voteremo, si tratta di percentuali importanti ma la partita pare già finita. Il gradimento per il governo Draghi intanto arriva al 64% dopo i successi della campagna vaccinale. Anche quello del premier risale e arriva al 66%.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
MUTUI SOSPETTI A SAN MARINO, A GIUDIZIO ANCHE IL CAPO DELLA SUA SEGRETERIA
Chiusa l’inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sul presunto
finanziamento illecito ottenuto dal senatore Armando Siri. Per l’esponente della Lega si profila così un’altra richiesta di rinvio a giudizio. Insieme a lui sono altri sette gli indagati, tra cui il capo della sua segreteria, Luca Perini.
Per gli inquirenti, l’ex sottosegretario alle infrastrutture e trasporti sarebbe coinvolto in due vicende di finanziamento illecito. La prima sarebbe relativa a due mutui considerati sospetti, uno da 750mila euro e l’altro da 600mila euro, concessi dalla Banca Commerciale Agricola di San Marino, tra ottobre 2018 e aprile del 2019. La seconda vicenda riguarda invece un prestito da 220mila euro risalente a giugno 2018.
Insieme a Siri, oltre a Perini, sono indagati Marco Perotti, ex direttore generale della Banca Commerciale Agricola di San Marino, Marco Cardia, avvocato milanese, Domenica Ferragù, mediatrice e amica comune di Perotti e Siri, Massimo Mina, managing director della società Npl Opportunities Luxemburg, Ramona Graziano, consulente immobiliare, e Paolo Zanni, legale rappresentante di Bper International, quest’ultimo accusato di usura, reato per cui Siri è ritenuto totalmente estraneo.
I pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, nell’avviso di conclusione indagini preliminari, notificato dai militari della Guardia di finanza, hanno contestato a vario titolo il finanziamento illecito a partiti e presentazione di dichiarazione infedele.
Il primo prestito da 750mila euro, secondo gli inquirenti, sarebbe servito all’ex sottosegretario leghista per acquistare, senza ipoteca, una palazzina per la figlia a Bresso, comune alle porte di Milano.
L’altro, da 600 mila euro, sarebbe stato concesso a beneficio di Tf holding, società riferibile a due persone vicine a Siri, che oltre ad occuparsi della compravendita di immobili gestiva due bar. Il prestito da 220mila, sempre per l’accusa, sarebbe servito all’esponente del Carroccio a saldare un debito con il Fisco.
Sul fronte fiscale invece, secondo gli investigatori, l’evasione avrebbe riguardato l’associazione spazio Pin, una società senza scopo di lucro di cui Siri e Perini erano soci e gestori, la quale offre spazi per corsi di formazione.
Il leghista è indagato anche a Roma per corruzione
Siri, che nel 2014 ha patteggiato la pena a un anno e otto mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta, è anche accusato di corruzione in un’altra inchiesta, che ha portato alla fine dello scorso anno la Procura di Roma a chiedere per lui il rinvio a giudizio. Il caso riguarda una presunta tangente da 30mila euro, “data o promessa” a Siri, tramite Paolo Arata, in cambio di un “aggiustamento” al Def 2018 sugli incentivi al mini-eolico. Vicenda che, durante il Governo giallo verde, è costata a Siri il posto da sottosegretario al Mit.
Slitta intanto a domani la sentenza per i due revisori contabili della Lega in Parlamento, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, imputati nel processo per la compravendita del capannone di Cormano, acquistato dalla Lombardia Film Commission e attraverso cui, secondo gli inquirenti milanesi, sarebbero stati distratti 800mila euro di fondi pubblici. Per Di Rubba e Manzoni, accusati di turbativa, peculato e reati fiscali, il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi hanno chiesto rispettivamente 4 anni e 8 mesi e 4 anni di reclusione. Sentite le parti domani è attesa la sentenza.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
AVRA’ LA MASSIMA PROTEZIONE; DOPO AVER FATTO ARRESTARE DECINE DI CAPIMAFIA E’ UN OBIETTIVO PER LA VENDETTA DEI CLAN
Giovanni Brusca è un uomo libero. ‘U Verru è stato scarcerato per fine pena e
grazie alle norme volute da Giovanni Falcone, ovvero la legge sui collaboratori di giustizia che prevede sconti di pena a chi fa rivelazioni significative per le indagini sulla mafia. E proprio per questo oggi che deve ricominciare la sua vita resta un obiettivo di Cosa Nostra. Che vuole fargli pagare l’essersi pentito.
Per questo da uomo libero Giovanni Brusca dovrà guardarsi le spalle. Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera ricorda oggi che il tribunale della mafia sconti non ne fa, e non c’è investigatore di ieri e di oggi che non sia certo del rischio che accompagnerà Brusca fino alla fine dei suoi giorni. Ovvero quello di incontrare qualcuno, fosse anche l’ultimo canazzo di bancata (espressione siciliana per indicare persone di infimo livello) con qualche aspirazione da boss, che voglia fargli pagare il suo tradimento.
Per questo Giovanni Brusca scarcerato vivrà un periodo di libertà vigilata con obbligo di firma settimanale, orari controllati e un pernottamento fisso. E si sceglierà un luogo dove vivere in sicurezza. Una casa con un indirizzo segreto da non rivelare a nessuno. Senza che nessuno possa svelarne l’identità. E poi, aggiunge il quotidiano, si cercherà di trovargli un lavoro. Per integrare lo “stipendio” previsto dal programma di protezione a cui è ancora affiliato. Sperando che sia sufficiente per salvargli la vita.
La mafia è cambiata da quando lui era un semplice affiliato alla famiglia di San Giuseppe Jato e poi fedelissimo di Totò Riina. Con la reggenza di Matteo Messina Denaro sono finiti i tempi della coppola e sono cominciati quelli dei colletti bianchi. Non ci sono più i corleonesi che organizzano carneficine e arrivano fino a pensare di poter ricattare lo Stato. O meglio: quelli che ci sono hanno cambiato pelle prima di cambiare vita. Ma il richiamo della terra è sempre lì. E potrebbe suonare prima o poi anche per lui.
È stata ieri Maria Falcone a spiegare perché Giovanni Brusca è libero. “Umanamente è una notizia che mi addolora – ha detto la sorella del giudice assassinato proprio da Brusca -, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”.
Il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, poi modificato il 13 febbraio 2001, n. 45 definì la figura del collaboratore di giustizia.
Sul modello della legge di Francesco Cossiga che offriva benefici ai terroristi che facevano i nomi dei complici. La legge dice che c’è un tempo limite di sei mesi per le dichiarazioni dal momento in cui si è manifestata la volontà di parlare. I benefici non arrivano subito, ma solo dopo che accurate verifiche ne abbiano riscontrato l’attendibilità. Il pentito dovrà scontare comunque un quarto della pena, per chi è condannato all’ergastolo è di minimo 10 anni. La protezione durerà fino al cessato pericolo.
Come Giovanni Brusca è diventato uomo d’onore lo ha raccontato lui stesso, qualche anno fa, in un’intervista per un documentario franco-tedesco sui corleonesi. Ovvero su quella banda di paese che scalò i vertici della mafia a colpi di droga e omicidi. Senza risparmiare nessun traditore. E che ha visto il suo maggior esponente, Totò Riina, morire in carcere dicendo fino all’ultimo di essere un contadino e la vittima di un errore giudiziario.
Fu proprio Totò Riina ad affiliare ‘U Verro davanti al padre Bernardo Brusca. Che era già un capomafia a San Giuseppe Jato. Ma per le regole di Cosa Nostra non aveva alcun diritto sul figlio. «Mio padre mi dice “entra che Riina ti vuole parlare”. Entro, Riina mette sul tavolo un coltello e una pistola incrociati, una santina e un ago, e mi dice “questa è un’organizzazione in cui siamo tutti fratelli, un’associazione che ha le sue regole, se ci si separa ci si rimette la vita”».
Così Giovanni Brusca divenne uomo d’onore, e lo rimase fino a quando non finì in arresto nel 1996 quando le forze dell’ordine lo beccarono in una villetta nei pressi di Agrigento. Una volta finito in carcere i tempi di pentimento furono rapidi. Troppo rapidi, visto che prima venne smascherato un falso pentimento concordato in precedenza per delegittimare l’Antimafia.
Ancora il Corriere della Sera ricorda che nel giro di qualche settimana Brusca diede agli uomini della Squadra mobile palermitana guidati da Luigi Savina (futuro vicecapo della polizia) le indicazioni utili ad arrestare il boss Carlo Greco; e subito dopo Pietro Aglieri, boss in ascesa e salito in cima alla lista dei ricercati.
Erano le garanzie di affidabilità richieste dagli investigatori, che convinsero i magistrati della sua attendibilità. È in quel momento che si salda il patto tra il killer e lo Stato: indicazioni per ottenere arresti e dichiarazioni per infliggere condanne (che sono arrivate a centinaia, come le vittime assassinate) in cambio di protezione e sconti di pena. Il suggello è arrivato con il verdetto che ha tramutato l’ergastolo in trent’anni, una pena a termine giunta a compimento.
Ma l’assassino che ha fatto esplodere la bomba di Capaci e ha dato l’ordine di strangolare Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito che lo accusò della strage) ora dovrà ricostruirsi una nuova vita.
Senza la moglie, da cui ha divorziato dopo l’arresto. Ma con un figlio, all’epoca di 5 anni e oggi ultratrentenne. Il Servizio centrale di protezione, l’ufficio che si occupa dei collaboratori di giustizia lo aiuterà economicamente. Per rispettare quel patto fatto con lo Stato 25 anni fa. Come avrebbe voluto Falcone.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
“MOLTI PARLAMENTARI LA PENSANO COME ME, BASTA PIEGARSI ALLE TESI ILLIBERALI DELLA LEGA”
Elio Vito e Barbara Masini bacchettano duramente Berlusconi che oggi, in
un’intervista, ha bocciato il ddl Zan annunciando che Forza Italia non lo voterà. Ma molti non la pensano affatto così
Diversi parlamentari di Forza Italia non hanno condiviso le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che in un’intervista a Il Giornale,ha bocciato senza se e ma il ddl Zan, la legge contro l’omotransfobia approdata in Senato e osteggiata dal centro-destra, soprattutto da Lega e Fratelli d’Italia.
Oggi, infatti, Berlusconi taglia corto, dice che approvare il ddl sarebbe un «grave errore», che «non aggiunge nulla» e annuncia che non lo voteranno perché rischia di attentare alla libertà di opinione. Ma non tutti sembrano essere d’accordo.
Il primo ad andare contro il Cavaliere è Elio Vito, deputato azzurro e storico fedelissimo di Berlusconi che stavolta si smarca dalla linea del capo del partito: «Non limita la libertà di opinione, tutti potranno continuare ad avere le loro idee sulla famiglia “tradizionale”».
«Sono contento che si sia ripreso (mai dubitato!). È facile elogiare il leader, più difficile è criticarlo, ma devo farlo. Sul #DdlZan sbaglia», continua Vito che in un secondo tweet rincara la dose: «È sbagliato anche il disegno di legge Ronzulli-Salvini, che ha uno spirito tutt’altro che liberale. Vuole, infatti, superare la legge Mancino. Che è un vecchio pallino della Lega. Ma non posso credere che ora pure Forza Italia voglia abolire la Mancino».
Come confermato da fonti autorevoli di Forza Italia a Open, sembra essere evidente che gran parte del centro-destra voglia abolire la legge Mancino. Circostanza che, però, non trova sponda nel partito guidato da Silvio Berlusconi, adesso più diviso di prima.
La seconda a intervenire è la senatrice di Forza Italia, Barbara Masini, che non le manda di certo a dire. «Sul ddl Zan temo non abbia avuto modo di approfondire e spero ascolterà anche le posizioni diverse di alcuni in Forza Italia», scrive.
Come a dire che il suo leader, Silvio Berlusconi, non si sia informato a sufficienza e che, dunque, abbia detto cose non vere. La spaccatura è evidente. E rischia di essere insanabile.
E pensare che persino l’ex compagna del Cavaliere, Francesca Pascale, si è schierata apertamente a favore del ddl Zan: «Sono quasi tutti a favore di questo disegno di legge ma semplicemente molti non possono dirlo […] Berlusconi non è omofobo, non è razzista ed è per questo che mi stupisce la sua posizione su questo ddl», ha dichiarato Francesca Pascale a Open.
Ancora nessun commento della senatrice e capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini e della vice presidente di Forza Italia in Senato Gabriella Giammanco. Entrambe si erano espresse a favore del ddl Zan.
(da Open)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
“TAJANI SI CONSULTA SEMPRE CON ME, IL RUOLO DI FORZA ITALIA E’ INSOSTITUIBILE, QUELLA DI TOTI E BRUGNARO E’ UN’OPERAZIONE DI PALAZZO SENZA FUTURO”
Dopo alcune settimane di silenzio, e di notizie contrastanti sul suo stato di salute, Silvio Berlusconi torna a parlare. Lo fa dalle colonne del quotidiano di famiglia, Il Giornale. Dal Covid alle tensioni in Forza Italia dopo l’iniziativa di Toti e Brugnaro, fino al governo di unità nazionale “che ho promosso e grazie al quale l’Italia vede la luce”. Dice di stare “gradualmente migliorando”.
“Ho avvertito l’attenzione e la partecipazione intorno a me in questi mesi difficili. La solidarietà e l’affetto che mi sono stati espressi da tanti italiani – afferma il leader azzurro – mi hanno non soltanto commosso, ma mi hanno dato la forza di affrontare una strada difficile: quella con le conseguenze e le complicanze di un male insidioso e tremendo, lo stesso che ha seminato tanti lutti e tanto dolore in Italia e nel mondo”. Rivolge “un grazie particolare” ad Antonio Tajani e a tutti coloro che con lui “stanno mandando avanti Forza Italia nel modo migliore, con lealtà e dedizione, consultandosi continuamente con me”.
Berlusconi era stato colpito dal Covid a settembre, poi – come riferito da Tajani – ha subito anche “le conseguenze del vaccino”.
Nel frattempo, le sue condizioni erano state definite severe sia dalla difesa che dall’accusa del processo Ruby Ter. Il pm Tiziana Siciliano aveva detto in aula che “le pluripatologie fisiche di Berlusconi non hanno possibilità di recupero” e per quanto riguarda le patologie aveva aggiunto che “delle tre espresse una è psicologica e l’altra è psichiatrica-neurologica: danno un quadro – la conclusione – che merita attenzione”. Pur tuttavia i giudici hanno negato lo stralcio della posizione di Berlusconi: il processo riprenderà l’8 settembre.
L’ex premier, nell’intervista, parla della crisi di Forza Italia: “L’operazione Brugnaro-Toti mi ha rattristato, perché fa l’opposto di quello che sarebbe necessario: unire le forze per rilanciare una grande area liberale, cattolica, europeista, garantista, di governo del Paese. Questo è anche per il futuro il ruolo insostituibile di Forza Italia. Tutti i tentativi di frammentazione accaduti finora hanno avuto vita breve e nessuna prospettiva politica. Non capisco perché questa volta dovrebbe essere diverso”.
Per Silvio Berlusconi, la nasciata di ‘Coraggio Italia’, “cambia poco, ma mi dispiace che alcuni amici parlamentari di Forza Italia si siano prestati ad una delle tante operazioni di palazzo, senza seguito nel Paese, che non li porterà da nessuna parte”. E del governo Draghi osserva: “È un’anomalia destinata a durare fino a quando l’emergenza non potrà dirsi davvero superata” e poi “la politica tornerà a far emergere le naturali distinzioni”. I ministri forzisti? “Sono fra i migliori del governo Draghi”.
Berlusconi sta affrontando cure domiciliari ad Arcore. La sua ultima uscita pubblica risale alle consultazioni per la nascita del governo Draghi, nel febbraio scorso. Poi ci sono stati diversi ricoveri ma ora fa sapere di “stare gradualmente migliorando” e che in ambito sanitario “la svolta c’è stata” e “possiamo vedere finalmente un po’ di luce in fondo al tunnel” e anche sul piano politico scommette che “i buoni rapporti stabiliti da Draghi negli anni in Europa gli saranno d’aiuto” perché “i rapporti internazionali sono fatti anche di credibilità e di fiducia personale” come “io ho fatto per molti anni” e “sono rapporti che durano anche oggi”, assicura Berlusconi, che si augura che Draghi anche in materia di immigrazione “saprà usare “il metodo Berlusconi”: “Non contrapposizioni muscolari ma rapporti costruttivi sia con gli europei che con i governi della sponda Sud del Mediterraneo”.
Su Matteo Salvini: “Ha evidenziato una difficoltà che evidentemente esiste: se con la sinistra siamo avversari politici da trent’anni” e “ci sono questioni di fondo molto importanti che ci dividono”, tuttavia “questo governo deve fare cose importanti anche in materia di giustizia e fisco: Senza non si esce dalla crisi”.
Giorgia Meloni? “È una risorsa importante” ma il futuro premier “se governerà il centrodestra, lo sceglieranno come sempre gli elettori, decidendo a quale partito dare più voti”.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
“NON ESISTONO GIUSTIFICAZIONI RELIGIOSE, USANZA TRIBALE COME L’INFIBULAZIONE CHE VANNO CONDANNATE”
Alla luce del caso di Saman Abbas, ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano,
dopo aver denunciato i genitori che volevano imporle un matrimonio combinato, “l’Ucoii emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile”. Lo scrive sul suo sito la stessa Unione delle Comunità Islamiche d’Italia.
Questi, osserva l’Ucoii, “sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire”.
Il caso della giovane pakistana scomparsa a Novellara, si legge sul sito dell’associazione “ci ha sin dall’inizio amareggiati e preoccupati. Il presidente dell’Ucoii, Yassine Lafram, ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi su quanto accade alla nostra sorella Saman. Fortunatamente sono episodi che non hanno, per quanto a nostra conoscenza, un’estensione e una frequenza importanti ma sappiamo che all’interno di alcune comunità etniche persistono ancora situazioni e comportamenti lesivi dei diritti delle persone”.
Pertanto, viene argomentato ancora, “l’Ucoii respinge con forza questo tipo di concezione della condizione femminile e in generale della vita delle persone: sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire.
A tal proposito, e per rafforzare la sensibilizzazione e aumentare la prevenzione, l’UCOII emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile”.
Ad ogni modo, prosegue l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, “allo stesso tempo rigettiamo qualsiasi speculazione politica di questa triste vicenda che mira ad infangare l’intera comunità islamica italiana. Preghiamo per Saman Abbas che ritorni sana e salva – conclude la nota – e rivolgiamo un appello alla sua famiglia: non costruiamo odio ma amore partendo dal rispetto della vita”.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
DISSE CHE PER GLI ITALIANI ERA “UNA SCUSA PER CONTINUARE SA FARE LA SIESTA E NON LAVORARE”
Christian Jessen, il presentatore tv, medico e comico inglese, 44 anni, all’inizio della pandemia disse che secondo lui, il lockdown e il “restate in casa” a causa del Covid in Italia erano “scuse per continuare a fare la siesta” e non lavorare.
Dichiarazioni che scatenarono proteste in tutta Italia.
Ora Jessen dice di “essere in bancarotta”: guai anche stavolta causati da improvvise dichiarazioni che però hanno avuto conseguenze ancora più serie.
Questo perché un giudice britannico, in una causa civile tra Jessen e la prima ministra nordirlandese uscente, Arlene Foster, ha dato ragione a quest’ultima: non è vero che Foster avesse una relazione extraconiugale, come aveva sostenuto in pubblico Jessen, in un’altra sua controversa e criticata uscita
Così, ora Jessen deve risarcire con 125mila sterline (circa 150mila euro) la ex leader del partito unionista nordirlandese. Ma c’è un problema: “Sono soldi che non ho. Vi chiedo dunque di aiutarmi a pagare questo debito”, ha scritto il presentatore sui social. Jessen ha aperto un crowdfunding su GoFundMe.
(da Globalist)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
UN OPERAIO HA SENTITO TADINI CHIEDERE A NERINI E PEROCCHIO DI FERMARE L’IMPIANTO
L’inchiesta sull’incidente della funivia Stresa Mottarone prosegue ed è probabile, come spiegato dalla Procura di Verbania, che ci saranno nuove iscrizioni.
Tra le novità ci sono le dichiarazioni dell’operaio Fabrizio Coppi: “Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini di fermarlo”.
L’operaio ha riferito che che quando sorgeva un problema tecnico il caposervizio “riferiva al direttore d’esercizio e al gestore che era necessario fermare l’impianto. Ma, nonostante questo, la volontà sia del gestore sia del direttore dell’impianto era quelle di proseguire, rimandando l’eventuale riparazione più in là nel tempo”.
Dichiarazioni che vanno nella direzione opposta a quanto affermato dal direttore tecnico della funivia del Mottarone e dipendente della società altoatesina Leitner, Enrico Perocchio: “Se avessi saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni, i cosiddetti forchettoni, avrei fermato immediatamente l’impianto. Scoprire questo adesso è un enorme macigno sullo stomaco”.
Tadini sostiene che tutti sapevano. Compreso il gestore Luigi Nerini che ritornato in libertà ha parlato di “un grande dispiacere” per quanto avvenuto
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile
L’IMPIEGO SMODATO DEI FORCHETTONI AVREBBE SCARICATO UNA TENSIONE ECCESSIVA SULLA FUNE CHE SI E’ ROTTA ALL’ALTEZZA DELLA GIUNTURA TRA CAVO E CABINA
L’impiego massiccio dei cosiddetti “forchettoni” durante la corsa della funivia
del Mottarone potrebbe avere scaricato una tensione eccessiva sulla fune e, quindi, la rottura all’altezza dell’attacco del carrello.
E’ una delle numerose ipotesi al vaglio dei consulenti della procura di Verbania che devono fare luce sulle cause dell’incidente del 23 maggio costato la vita a 14 persone. Gli accertamenti tecnici sono piuttosto laboriosi e richiederanno, fra l’altro, un accesso all’interno della cabina, che è ancora sul posto e che potrà essere rimossa solo con una serie di accorgimenti. Lunedì è prevista una seconda ispezione.
Gli accertamenti si concentrano anche sulla “testa fusa”, la giunzione tra cavo e funivia che è chiusa dentro un cilindro. Finché non viene aperto non si può sapere come siano le condizioni di questo pezzo né dei centimetri finali della fune. E nel caso del Mottarone nessuno ha ancora potuto esplorare questa parte perché alcuni pezzi si sono staccati e uno, che potrebbe essere determinante per le indagini, nel rotolare della cabina giù dal pendio si è conficcato nell’albero che ha arrestato la caduta.
Potrebbe essere quello uno degli elementi decisivi ma fino a quando non lo toglieranno dal tronco, non si potrà aprire, e neppure capire con certezza di cosa si tratti.
Non potranno toccarlo fino a quando la procura non notificherà gli avvisi di garanzia allargando la rosa degli indagati così che, a loro tutela, possano essere assistiti da consulenti di parte nella fase degli accertamenti. Lunedì, dunque, si svolgerà un nuovo sopralluogo anche per impostare il recupero dell’intera cabina.
All’estero i freni neanche ci sono
Finora l’unico aspetto stabilito è che la cabina è caduta perché i freni erano disattivati con i “forchettoni”, dei divaricatori che bloccano le ganasce. Un colpo di scena nelle indagini che ha fatto gridare allo scandalo. In realtà l’Italia è l’unico Paese dell’arco alpino in cui è prevista la presenza sugli impianti a fune del freno di emergenza: all’estero non è mai stato obbligatorio e, nel caso in cui si dovesse rompere la fune traente, come è successo a Stresa, le conseguenze sarebbero le stesse. Disastrose.
Peraltro la legislazione europea è in linea con quella degli altri Paesi dell’Unione e non prevede dunque il sistema frenante nelle funivie. L’Italia, adeguandosi a quella norma, ora è in una situazione ibrida poiché i freni non sono obbligatori negli impianti di nuova costruzione ma non possono essere tolti in quelli vecchi. Sempre che non vengano disinseriti, come è avvenuto al Mottarone.
Caso più unico che raro
Nella letteratura scientifica i casi di rottura della fune sono pochissimi. Nel 1986 a Corvara, quando un perno finito nella puleggia fece uscire la fune traente dalla sede: i freni di emergenza si attivarono e tutti si salvarono. E nel 1976 al Cermis (nulla a che vedere con l’incidente del 1998, provocato da un aereo) si ruppe la fune portante e la cabina finì a terra: poiché i freni sono sistemati proprio sulla portante, non servirono a nulla e morirono 42 persone. “Chi pensava che si potesse rompere la fune…”, si dispera oggi il caposervizio Gabriele Tadini.
Quattro “teste fuse”
La fune traente non è un anello, un cerchio chiuso, come a vista potrebbe sembrare, ma è composta da due semicerchi d’acciaio, che si chiamano superiore e inferiore, indipendenti tra di loro tanto che le ispezioni dei manutentori e i rapporti comunicati all’Ustif (l’ufficio territoriale del ministero delle Infrastrutture) vengono fatti separatamente e in periodi diversi, poiché si tratta a tutti gli effetti di due oggetti diversi.
Ogni estremità delle due traenti si collega alle due cabine tramite una “testa fusa”, un tronco di cono che fonde in un tutt’uno fune e vettura con una lega di metalli pesanti, che deve essere sostituita ogni cinque anni: quella in prossimità della rottura della fune era in scadenza il 22 novembre 2021.
In tutto sono quattro le teste fuse nel secondo tratto della funivia di Stresa, quello da Alpino a Mottarone, AB20 in codice, funivia bifune va e vieni. La traente superiore collega la testa fusa della parte anteriore della 3 con quella posteriore della 4, mentre quella inferiore collega la testa fusa della parte anteriore della 4 con la parte posteriore della 3. Se si fosse staccata la traente inferiore, nulla sarebbe accaduto, poiché la vettura numero 4, che veniva trainata proprio dalla fune inferiore, aveva i freni e quindi non avrebbe trascinato la vettura numero 3 nel baratro.
Le condizioni della fune
A rompersi al Mottarone è stata la traente superiore, una fune costruita nel 1997 con un diametro di due centimetri e mezzo, composta da un’anima in materiale plastico, attorno a cui si sviluppano 114 fili d’acciaio arrotolati in sei trefoli a loro volta attorcigliati tra di loro.
L’ultimo controllo sulla fune del novembre 2020 (valida per 12 mesi) aveva accertato che c’erano alcuni fili rotti ma ben al di sotto delle percentuali limite imposte per la legge italiana, che è in linea con la legislazione europea.
Dunque la fune era in buone condizioni e non c’erano segni di corrosione vicino alla “testa fusa”, che è il punto più difficile da ispezionare. Ed è anche il più delicato perché lì si riverberano le vibrazioni della fune che trovano un ostacolo fisso nel tronco di cono della “testa fusa” e tornano indietro, sollecitando due volte e in modo intenso quel tratto di fune.
Pur essendo piuttosto sottile, la conformazione della fune garantisce tenuta e flessibilità. La rottura si è verificata nel momento in cui la fune faceva il massimo sforzo, a pochi metri dall’arrivo alla stazione di Mottarone. Ma per testarne la resistenza, le funi vengono sottoposte a prove di sforzo con carichi 4-5 volte maggiori rispetto a quelli a cui sono sottoposti nella realtà.
Dove si è rotta la fune?
Per capire perché si è rotta si deve capire dove si è rotta. Il punto di rottura si è individuato a grandi linee vicino alla “testa fusa”, come si chiama il tronco di cono in cui il cavo diventa tutt’uno con la vettura. Difficile, ma non escluso, che si sia rotta la testa fusa per esempio per un difetto di fabbricazione, ma non ci sono dei precedenti. Più probabile è che si sia sfilata la fune.
Ma al momento guardare solo l’estremità sfilacciata del cavo non fornisce risposte adeguate perché il cavo spezzato è passato a grande velocità nelle pulegge della funivia che possono aver alterato la forma dei fili d’acciaio. Tuttavia quello che sembra più probabile è che a cedere siano stati gli ultimi centimetri di fune prima della “testa fusa”.
Come si controlla la fune
Sulla fune vengono fatti controlli a vista giornalieri, ma anche più accurati una volta al mese, che il caposervizio ha l’obbligo di annotare sul “libro giornale”. Gabriele Tadini lo faceva? O scriveva che era tutto a posto come quando non segnava sul registro le anomalie ai freni che riscontrava? Lungo tutta la fune una volta all’anno si fa un’analisi magnetoscopica per controllare anche ciò che a occhio non si vede e capire se debba essere sostituita. La si fa con un apparecchio in gergo chiamato “bimbo”, posizionato sulla fune: il cavo scorre lentamente, a una velocità di 2 metri al minuto, così che si possa controllare ogni piccola rottura dei fili che compongono la fune.
Il problema è che lo strumento ha una sua dimensione – è lungo mezzo metro o poco più – e per quanto venga posizionato vicino alla testa fusa, i rilevatori che sono nel centro non possono fisicamente controllare il primo tratto, poche decine di centimetri che però sono anche quelle in cui le sollecitazioni sono maggiori perché le vibrazioni che corrono lungo la fune si scontrano contro un ostacolo fisso che è la testa fusa e si riverberano all’indietro.
Quel tratto principalmente si controlla a vista, per vedere se ci siano segni di ruggine, che indicherebbero un processo di corrosione, e se ci siano fili esterni rotti. Le verifiche periodiche sulla “testa fusa” devono essere fatte ogni tre mesi ma i vecchi del mestiere lo ripetono come mantra: “Quando hai mezz’ora di tempo, ogni tanto, apri e guarda la testa fusa e controlla che sia in buone condizioni. Quando apri il cilindro puoi trovare anche delle sorprese”. Questo era sempre compito di Tadini.
L’ipotesi di un fulmine
È stata avanzata anche la possibilità che sia stato un fulmine a spezzare dei fili d’acciaio. Vero è che questo può accadere ma solitamente un fulmine colpisce le funi più alte, e in particolare quella di soccorso, e non la traente. E comunque solitamente rompe uno, due fili e non compromette tutta la fune. Forse, ma è sempre un’ipotesi, un fulmine può aver colpito la funivia in un altro punto e poi “scaricato” sulla quella parte di fune perché la traente non ha il collegamento con la terra.
I controlli troppo settoriali
Due volte i manutentori sono intervenuti perché il caposervizio avvertiva delle anomalie e due volte sono andati via sostenendo che fosse tutto a posto. Ma il problema si era subito ripresentato, anzi era peggiorato.
Sentito dai carabinieri, un tecnico aveva affermato che forse il rumore che il caposervizio sentiva non era provocato da un’anomalia ai freni, ma era sintomo di un problema alla fune, che non è stato capito o non è stato sottovalutato. Ma, se così fosse, sarebbe un problema solo di Tadini o forse anche i manutentori avrebbero potuto accorgersene?
La sicurezza sul lavoro
Ci vuole un’abilitazione per fare il caposervizio e il direttore di esercizio, che si ottiene alla fine di un corso dopo il superamento di una prova scritta, orale e pratica. L’abilitazione vale per sempre ma ci si deve periodicamente sottoporre a visite mediche, in particolare per la vista, poiché la maggior parte dei controlli quotidiani sull’impianto va fatta a occhio nudo. Il fatto che un’abilitazione valga per sempre non deve scandalizzare: la tecnica su questo tipo di impianti non ha un’evoluzione molto rapida. Un po’ più veloci sono gli adeguamento normativi ma a questo giova anche il rapporto di collaborazione e di contraddittorio che si crea con l’Ustif, l’ufficio territoriale del ministero delle Infrastrutture, che riceve i report dei controlli e deve validarli o, se non vengono superati, chiedere che vengano riviste parti dell’impianto.
(da La Repubblica)
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