Destra di Popolo.net

MICHETTI, IL NO MASK DELL’ETERE CHE SI SENTE OTTAVIANO AUGUSTO

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

LA DESTRA ROMANA ALLA FINE NON CI METTE LA FACCIA: SIAMO TORNATI AL BAGAGLINO CON “ROMA CAPUT MUNDI”

Enrico Michetti, avvocato e amministrativista, è il nuovo idolo delle folle meloniane e dunque in seria corsa come sindaco di Roma.
Su Radio Radio, emittente locale prevalentemente di calcio – ma il calcio, si sa, non è solo calcio – nella rubrica Accarezzami l’anima (e già qui ci vuole coraggio, soprattutto a Roma, dove di solito a “l’anima” segue l’improperio massimo, l’ur-insulto, quello che tira in ballo gli antenati), Michetti è “il Professore”.
S’è scavato una nicchia, costruendo un’immagine di sé che mischia bonomia, concretezza e una contundente nostalgia dell’impero romano molto gradita a destra.
È emerso bene nel 2020, l’anno del Covid, “un’influenza” (del resto la radio ha sostenuto la battaglia per la cosiddetta cura Di Bella contro i tumori, e ospita interventi di Borghi, Fusaro e Meluzzi, teorico del chip dentro la mascherina per controllare le persone), e oggi lotta contro la dittatura sanitaria.
Nelle dirette video Michetti annuisce, mentre gli speaker lo pompano: “Lui farà questa cosa con amore, non con la sete di potere”. Enrico chiede di poter parlare: “Quando ci si pone davanti al cuppolone, cosa ci appare? Quel colonnato che sembrano due braccia. Ecco, da parte mia ci sono due braccia aperte”.
Il sogno, i progetti, l’amore, lo stadio, la fiamma della gente… Ma pure rifiuti, decoro, trasporti, sicurezza. Epica e bilancio. In un motto: Roma Caput Mundi. Anzi: Make Roma great again.
“Dovremmo riportare la Capitale alla Roma dei Cesari, la Roma dei grandi papi”, nientedimeno. Sotto le pensiline sulla Casilina, in attesa del 505, la gente vorrebbe Ottaviano Augusto.
La mitologia a lui ascrivibile recita che la sua è una candidatura dal basso; esperto, ma esponente della (ormai anche a destra) magnificata “società civile”.
Meloni (che a Roma avrebbe vinto, ma aspira al nazionale), contro il vecchiume di Tajani che voleva una magistrata (non più cancro della società, e che se vince Michetti sarà “prosindaca”), ha preso atto del furor di popolo.
Avvicinandosi ai podcast di Michetti si vede che questa è una fake news sopraffina. È un prodotto costruito per vincere. Anni di bombardamento dell’amministrazione di Roma, in base alla suggestiva teoria che il debito esiste e non esiste, è una mezza chimera soffiata dall’incompetenza: in realtà i soldi ci sono, ma la burocrazia li blocca.
Se comandasse lui, troverebbe il modo di farli fluire. Lui, con le sue 17 pagine di curriculum (tra le voci: docente al corso di formazione “Studiare da sindaco”), userebbe proprio la burocrazia per sbloccare i denari. Come? Col cavillo.
L’uomo conosce e cavalca il cavillo, il cavillo essendo sostanza e accidente del disastro, epitome del danno e grimaldello per scardinare l’assetto.
I soldi se li è mangiati la cialtroneria, altroché (non una parola su Alemanno, condannato per corruzione in Mafia Capitale), e lo dice uno sui cui servizi venduti alla Pubblica Amministrazione da direttore della Fondazione Gazzetta Amministrativa indagano Anac e Corte dei Conti.
Insomma, “ci vuole competenza, visione, passione, forza, coraggio”, lo endorsa il direttore della radio, “e tu sei una persona perbene, cercano di attaccarti quando esce il tuo nome”. Michetti conferma: “Parte la corsa alla delegittimazione della persona, quella persona deve essere uccisa”
A chi parla, Michetti? Al popolo dei tassisti, raggiunti capillarmente in modalità broadcasting nella città dell’ingorgo perenne; a baristi e ristoratori, che sono stati chiusi per pandemia (colpa della Raggi); agli automobilisti sfiancati dal disinganno.
Così la campagna vaccinale è come il “doping di Stato” della Ddr, e – sturando lo sturabile – il saluto romano “è igienico”.
Lo speaker agita l’art. 3 della Costituzione, faro della candidatura: “Io saluto con la mano aperta perché è il simbolo di pace, ti devo far vedere che non ho niente in mano, è una cosa romana”. Ma certo, dice Michetti: “Se poi un regime totalitario si appropria del segno della croce, che facciamo, bandiamo il segno della croce?”. Risate in studio; ascoltatori con le mani che prudono in solluchero. La prova che Michetti non è fascista: “Io sono stato il primo a contestare i Dpcm, che sono l’atto del dittatore”. Quindi gli antifascisti d’ora in poi hanno un nuovo segnale di riconoscimento: contrari ai Dpcm (previsti dal nostro ordinamento); favorevoli al saluto romano (in teoria vietato in quanto apologia del fascismo).
Michetti è “una luce, una speranza”, “è qualcosa che va al di sopra di tutti. È l’orgoglio di Roma”. C’ha la vocazione: “Ho sentito la città che mi fermava, come si fa a dire di no a Roma?”. Già, come si fa? (
Ma in definitiva, noi che abbiamo fatto di male?
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA VIGLIACCHERIA DEI RAZZISTELLI: CRITICANO I CALCIATORI IN GINOCCHIO MA ALIMENTANO L’ODIO

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

I SENZAPALLE CHE NON HANNO IL CORAGGIO DI DICHIARARSI RAZZISTI

Il nuovo genere letterario sono i razzisti che, vergognandosi di dichiararsi razzisti, hanno inventato una goffa forma di anti-anti-razzismo frignando di essere oppressi (loro) da una presunta cancel culture che li strozzerebbe nelle loro pulsioni.
Ieri, dopo le critiche ricevute per non avere aderito nelle precedenti partite di Euro 2020, cinque calciatori della nazionale italiana di calcio si sono inginocchiati contro il razzismo all’inizio della partita contro il Galles.
Poiché gli avversari erano tutti compatti nell’aderire al gesto simbolico si potrebbe dire che nell’immagine che ha fatto il giro del mondo risaltano quei giocatori italiani che invece hanno deciso di starsene lì in piedi, come se passassero di lì per caso, come se il tema del razzismo non li interessasse, loro troppo concentrati a drammi ben peggiori come il non scivolare sui tacchetti.
I calciatori della Nazionale sono liberi di aderire o meno? Certo, assolutamente. Ma sia chiaro: i calciatori della Nazionale sono dei personaggi pubblici che vengono profumatamente pagati per la risonanza delle loro azioni (e delle loro inazioni) e si sottopongono inevitabilmente al giudizio del pubblico. Questo per quello che riguarda il campo.
Fuori dal campo invece oggi abbaia la schiera di quelli che ritengono qualsiasi gesto simbolico in difesa dei diritti un tema “divisivo”.
Non hanno tutti i torti, in fondo, se perfino una partita di calcio riesce a pungere i loro istinti tanto da disturbarli profondamente.
Sono quelli che ci tengono a precisare di non essere razzisti ma ci aggiungono sempre un ma, quelli che sottolineano come il razzismo non si combatta con gesti simbolici (chissà che ne penserebbero Peter Norman e Jesse Owens), quelli che non si inginocchiano per “stare in piedi a testa alta con onore” (quale sarebbe l’onore?) quelli che definiscono pagliacciata qualsiasi presa di posizione.
Ci dicono che il razzismo vada sconfitto con i fatti. E allora sarebbe da chiedergli cosa facciano nella loro vita di così concreto e di così poco pagliaccesco loro per combattere il razzismo.
Sarebbe da chiedergli cosa ci sia di così terribilmente divisivo in un gesto del genere. Ma andrebbero in tilt. Guardano le ginocchia degli altri perché sono troppo codardi per parlarci nel merito.
Del resto non tutti i vigliacchi sono razzisti ma tutti i razzisti sono vigliacchi. E proni.
(da TPI)

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TOH, IN FRANCIA RISORGONO I VECCHI CARI GOLLISTI E SOCIALISTI, LI DAVANO PER MORTI E INVECE LE REGIONALI LI HANNO PREMIATI

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

PER L’ELISEO PRENDE QUOTA IL REPUBBLICANO XAVIER BERTRAND: “ABBIAMO SPEZZATO LA MASCELLA AI SOVRANISTI”

Li davano per morti quattro anni fa, dopo le presidenziali 2017, quando l’outsider Macron teorico della fine della dialettica destra-sinistra sembrava aver spazzato via le due dimore storiche della politica francese: i gollisti e i socialisti.
E invece alla prima verifica nazionale (escludiamo le Europee che fanno sempre storia a sé) la vera sorpresa sono proprio loro, i due vecchi, cari, rassicuranti partiti novecenteschi. I gollisti, quelli che per comodità chiamiamo così e che in realtà si chiamano ora “Les Républicaines” (dopo aver cambiato negli anni varie sigle) che la fanno da padroni e opzionano la prossima stagione politica.
Ma nei loro feudi tengono anche i socialisti, che sembravano scomparsi dopo l’abissale 6,4 per cento di Benoît Hamon alle ultime presidenziali.
E in qualche caso si tratta di autentici feudi, come l‘Aquitania (la regione di Bordeaux) dove Alain Rousset è presidente da vent’anni.
Il Ps è in testa con i suoi presidenti uscenti anche in Bretagna, Borgogna, Occitania. I Repubblicani, invece, si affermano con risultati ben più netti nell’Alta Francia, nell’Ile de France (la regione parigina), nell’Auvergne-Rhône Alpes (Lione), nel Grande Est.
Pur tenendo conto dell’astensione record del 65 per cento e del fatto che il sistema a doppio turno darà soltanto domenica prossima dopo i ballottaggi i risultati veri con vincitori e vinti, questo voto nella sua natura regionale e dipartimentale restituisce la concretezza della politica del territorio all’astrattezza della grande politica.
I due grande sconfitti sono Emmanuel Macron e Marine Le Pen e cioè i due che nel dibattito politico nazionale, già lanciato verso le presidenziali del 2022, dovrebbero essere gli sfidanti per l’Eliseo. Ma il voto di ieri dice chiaramente che niente si può dire deciso.
La Le Pen con il suo Rassemblement National (anche qui ci sono stati vari cambiamenti di nome, dall’originario “Front” del padre Jean-Marie) era attesa a una verifica dei sondaggi che le davano possibilità di vittoria in sei regioni. Ma passando dalle chiacchiere alla realtà, non ne avrà nemmeno una.
Solo in Paca (Provenza-Costa Azzurra) il candidato da lei sostenuto è in un ballottaggio conteso con il presidente uscente sostenuto da Républicains e macronisti. Ma si tratta di una figura discussa, Thierry Mariani, ex gollista, noto per i suoi legami internazionali con la Russia e il presidente siriano Assad. In generale il partito di Marine Le Pen ha avuto risultati deludenti ovunque, largamente al di sotto del previsto.
Per Macron invece il discorso è diverso. Il Movimento nato cinque anni fa per sostenere la sua candidatura all’Eliseo, la “République en marche”, e composto da molta società civile e qualche transfuga da Ps e centro, non ha mai vinto un’elezione locale.
E nel corso dei quattro anni di legislatura il gruppo parlamentare si è anche variamente scisso, tant’è che non è nemmeno certo che Macron abbia tuttora una maggioranza all’Assemblée Nationale.
Insomma il “non partito” liquido si è liquefatto e Macron si trova confrontato al mondo dei vecchi partiti che si immaginava di aver sconfitto nel 2017. Negli ultimi mesi spostando visibilmente a destra l’asse della sua politica (in particolare sulla sicurezza) il presidente puntava a radicalizzare lo scontro con la Le Pen e affermare un’Opa sulla destra repubblicana (gli ex gollisti) fino a ieri privi di un vero leader nazionale.
Le elezioni di domenica hanno portato a Emmanuel Macron la buona notizia della fragilità di Marine Le Pen, ma anche la pessima notizia dell’affermazione netta di Xavier Bertrand nell’Alta Francia (la regione di Lille).
È lui che a questo punto può essere la sorpresa e diventare il candidato della destra all’Eliseo. È un politico esperto, autentico ex gollista (fu giovane ministro con Jacques Chirac), dopo aver battuto la Le Pen nel 2015, ha nuovamente sfidato il suo candidato nel territorio più simbolico per l’estrema destra vincendo nettamente il primo turno per 42 a 24.
La sua prima dichiarazione è stata piuttosto muscolare: “abbiamo spezzato la mascella del Front…” e poi: “La politica non è morta e ha ancora un senso per rendere migliore la vita delle persone”.
Nell’Alta Francia, la lista di Macron, pur forte di due candidati pesi massimi del governo come Éric Dupont-Moretti ministro della Giustizia e Gerard Darmanin dell’Interno, non ha nemmeno raggiunto il 10 per cento necessario per accedere al secondo turno.
Un avvertimento che dev’essere risuonato forte e chiaro nelle stanze dell’Eliseo, dove un presidente senza partito stava lavorando la sua strategia di conquista della destra e si trova ora ad affrontare il successo di Xavier Bertrand che aveva già annunciato di considerare il voto regionale come un test per la sua candidatura nazionale.
Bertrand può riunire la vecchia famiglia politica gollista dispersa nei territori, Macron dovrà invece fare i conti con un’opinione pubblica scettica e sempre più disillusa.
(da Huffingtonpost)

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SONDAGGIO NAPOLI: IL CANDIDATO DI PD-M5S STRACCIA QUELLO DEL CENTRODESTRA, NONOSTANTE BASSOLINO E CLEMENTE

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

MANFREDI 40,6%, MARESCA 23,3%, BASSOLINO 17,2%, CLEMENTE 14,2%

Strade, pulizia della città, trasporti e sicurezza sono le richieste pressanti dei napoletani al futuro sindaco che, secondo il sondaggio Winpoll anticipato dal Mattino, sarà eletto al ballottaggio. Tutti sono lontani dalla soglia del 50 per cento.
A oggi, nelle intenzioni di voto, le preferenze dei napoletani sono queste: Gaetano Manfredi candidato del centrosinistra e del M5S al 40,4 per cento. Segue Catello Maresca civico appoggiato dal centrodestra con il 23,3, Antonio Bassolino indipendente 17,2, Alessandra Clemente in quota dem con il 14,2. Outsider Sergio D’Angelo, civico all’1,1. Ma si vota tra 120 giorni e la partita è apertissima per tutti.
Secondo la rilevazione, Gaetano Manfredi si aggiudicherebbe un ballottaggio sia contro Catello Maresca, sia contro Antonio Bassolino. Mentre il candidato di centrodestra Maresca sopravanzerebbe Bassolino.
(da agenzie)

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BOLOGNA, LEPORE BATTE LARGAMENTE CONTI, MA IL VERO SCONFITTO E’ MATTEO RENZI

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

FALLITO IL TENTATIVO DI CONDIZIONARE IL CENTROSINISTRA

Vince largo Matteo Lepore, sessanta a quaranta. Isabella Conti ottiene un buon risultato ma non quello sperato. Fallisce il tentativo del centrodestra di condizionare pesantemente le primarie del centrosinistra più assurde di sempre, dove la coalizione era variabile a seconda di chi le avesse vinte.
Il vero sconfitto è Matteo Renzi. Il Pd si salva in corner e può ora rilanciare il disegno dell’alleanza con la sinistra-sinistra e i Cinquestelle.
E’ questa la sintesi della sfida di ieri a Bologna, ai gazebo del centrosinistra.
Sono state primarie molto partecipate: oltre 26mila i votanti, di cui quasi cinquemila online sulla piattaforma del Pd “Partecipa” e gli altri nei 43 seggi allestiti in città.
Lepore, unico candidato del Pd, ha ottenuto 15.708 voti (59,6%), contro i 10.661 (40,4%) della Conti, lanciata da Renzi, candidata “indipendente” di Italia Viva.
La sindaca di San Lazzaro a spoglio ormai ultimato ha riconosciuto la sconfitta e si è congratulata col vincitore. E’ apparsa delusa del risultato (“eravamo Davide contro Golia, abbiamo combattuto con la fionda contro i poteri forti”) ma ha rassicurato il suo sostegno a Lepore e al centrosinistra alle elezioni vere di ottobre (“Matteo ha vinto meritatamente, su alcuni temi abbiamo visioni diverse, ma siamo figli della stessa terra. Lo aiuteremo”).
Il Pd, dopo aver rischiato l’osso del collo, può tirare un sospiro di sollievo. Non solo a Bologna ma anche a Roma.
Lepore esce legittimato e rafforzato dai gazebo. Alle comunali di ottobre si potrà presentare come candidato sindaco di un centrosinistra largo ma principalmente alleato con la sinistra di Coalizione civica, Articolo uno, Coraggiosa, Sardine e con i Cinquestelle.
Mentre la sua sfidante immaginava una giunta senza i grillini, aperta ai centristi e ai moderati. “Sarà una bellissima storia – ha commentato il vincitore- con questo risultato Bologna si conferma la città più progressista d’Italia”. Poi ha teso la mano alla sfidante: “Nei prossimi giorni ci incontreremo. L’ho già sentita. L’ho ringraziata per il percorso che abbiamo fatto insieme e che faremo d’ora in poi per la nostra città”.
Alla Conti sono arrivate anche le telefonate di Letta e del governatore Bonaccini. Mentre tutti i big, a cominciare dal padre nobile del Pd Romano Prodi, dicono: “Ora avanti insieme, tutti con la stessa maglia, per vincere contro le destre”.
L’operazione politica tentata da Renzi lanciando la candidatura di Isabella Conti per spaccare il Pd e bloccare la linea politica di Letta di apertura a Conte e ai grillini che guardano a sinistra, per ora è fallita. La Conti non ha sfondato.
Non le è bastato avere l’appoggio dichiarato di mezzo Pd ancora renziano dentro (tre assessori, l’ex segretario provinciale Critelli, l’ex segretario cittadino Aitini, il consigliere regionale Paruolo, l’europarlamentare Elisabetta Gualmini) e di una parte del centro moderato (Bologna civica, i commercianti, gli uomini vicino a Pierferdinando Casini e all’ex ministro Gianluca Galletti) per vincere
Pur presentandosi come indipendente (“sono isabelliana non renziana”) e lasciando le cariche nazionali che aveva in Italia Viva, non si è dimessa dal partito e non si è smarcata a sufficienza dal senatore di Rignano.
Un fatto che sembra averla penalizzata, motivando la parte più di sinistra dell’elettorato al voto. “Abbiamo respinto l’assalto di Salvini e della Borgonzoni alle regionali, respingeremo anche quello di Renzi e Conti alle comunali”, era il commento più gettonato a sinistra. Non è un caso se la vittoria più larga Lepore l’ha avuta nei quartieri popolari, mentre la Conti è stata competitiva nel centro storico e nei quartieri più ricchi (la famosa “sinistra ztl”).
(da La Notizia)

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MATTARELLA AMMONISCE DRAGHI SUI LICENZIAMENTI: CON LO SBLOCCO SI RISCHIA LA BOMBA SOCIALE

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

IL PREMIER STA SONDANDO GLI UMORI DEI PARTITI

Anche al Quirinale è scattato l’allarme rosso per lo sblocco dei licenziamenti: “Caro Mario fai molta attenzione perché su queste cose si rischia la bomba sociale”.
È questo, a quanto apprende TPI, il messaggio fatto recapitare molto riservatamente nei giorni scorsi dal Quirinale a Palazzo Chigi.
Insomma, anche dalle parti di Sergio Mattarella c’è molta apprensione per quello che potrebbe accadere con l’eventuale sblocco dei licenziamenti. Proprio per questo Mario Draghi ha garantito al Capo dello stato che procederà con la massima cautela.
Perché è questo l’unico rilevante nodo politico che si trova ora di fronte Mario Draghi: come uscire dal blocco dei licenziamenti senza ritrovarsi la gente con i forconi sotto palazzo Chigi.
Il tema è ultra delicato perché da un lato con il rifluire della pandemia e la ripresa dell’economia europea è oggettivamente impossibile imporre ad imprese in difficoltà che si stanno appena riprendendo di mantenere personale in eccesso rispetto al business attuale. Dall’altro calare un elevato numero di licenziamenti in un tessuto sociale già provatissimo da un anno e mezzo di pandemia può portare a conseguenze imprevedibili ma comunque tutte negative.
Draghi, secondo quanto risulta a TPI, è sollecitato a prendere soluzioni forti pro-mercato dai suoi consiglieri neo-liberisti (in primis Giavazzi) mentre il Colle predica prudenza preoccupato per la tregua sociale del Paese.
Cosa accadrà ora? Il furbo Mario (molto più trattativista di quanto non raccontino alcuni sciocchi aedi) non prenderà alcuna decisione senza il consenso unanime della sua eterogenea maggioranza. Non vuole prestare il fianco a critiche.
Insomma, super Mario sulla spinosa questione dei licenziamenti per evitare di finire sulla graticola si appresta ad abbandonare la retorica dell’uomo solo al comando per abbracciare la linea ecumenica tanto cara anche a Papa Francesco (persino da Santa Marta sarebbe stato recapitato un invito alla prudenza sulla questione licenziamenti) e proprio in questi giorni sta sondando il terreno per capire gli umori dei partiti in merito alla delicata questione.
(da TPI)

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GALLI POLEMIZZA CON DRAGHI SUL MIX DI VACCINI: “LUI E’ FORTUNATO, GLI ITALIANI DEVONO PAGARSI I TEST”

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

DRAGHI SI E’ POTUTO SOTTOPORRE AL TEST SIEROLOGICO PRIMA DI RICEVERE LA SECONDA DOSE DI VACCINO ETEROLOGO

È sempre stato senza peli sulla lingua e non ha mai abbandonato le sue posizioni sulla pandemia. Lo ha fatto rimarcando la veridicità dei dati scientifici rispetto ai proclami politici.
Adesso l’infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano cita in giudizio anche il Presidente del Consiglio dopo che quest’ultimo ha detto di essersi sottoposto a un test sierologico prima della somministrazione della seconda dose di vaccino, optando – su suggerimento dei medici – per un mix tra i prodotti (prima Astrazeneca, poi Pfizer o Moderna). Galli sottolinea l’impossibilità (economica) di molti cittadini nel poter accedere al test.
“Ho passato 2 giorni a cercare di andare a fondo a tutti i dati disponibili sulla vaccinazione anti-Covid eterologa e confermo che, pur nella povertà dei dati che abbiamo, sono convinto che funzioni – ha detto Massimo Galli in diretta ad Agorà, su RaiTre -. Draghi ha detto anche un’altra cosa interessantissima: lui, essendo il presidente del Consiglio, si è fatto la prova ed è andato a vedere se gli anticorpi ce li aveva o no. Cosa che non è in questo momento consentita a tutto il resto degli italiani se non si pagano il test, andando in centinaia di migliaia a farselo in laboratori privati”.
Insomma, l’infettivologo parla di un tema concreto: il costo dei test per valutare la presenza di anticorpi nel sangue dopo la prima somministrazione del vaccino.
Il medico, prosegue sottolineando come al capo del governo abbiano “dato un consiglio che io stesso avrei dato: hai risposto poco all’AstraZeneca al primo giro, cambia cavallo. Questo è un altro discorso ancora. Ed è da suggerire in un caso di questo genere. La vera questione dal punto di vista clinico è sapere se le persone hanno o non hanno risposto al vaccino. Cosa complicata, che richiede una marea di test. Test che centinaia di migliaia di italiani si stanno facendo a pagamento, aumentando di molto il peraltro legittimo fatturato di istituzioni private. Sapere questa cosa per me è fondamentale, se ho di fronte un paziente con Hiv, artrite reumatoide, linfoma. Devo sapere se ha risposto o no per potermi regolare su cosa fare”.
(da NextQuotidiano)

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MAFIOSI ED EVASORI TOTALI CON VILLE E AUTO DI LUSSO TRA I 6.000 “FURBETTI” DEL REDDITO DI CITTADINANZA SCOVATI DALLA GDF

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

50 MILIONI DI EURO INDEBITAMENTE PERCEPITI

Sono 5.868 i “furbetti” del reddito di cittadinanza denunciati, nel corso di tutto il 2020, dalla Guardia di Finanza.
Alcuni di loro – anche evasori totali e mafiosi con condanne definitive – erano persino intestatari di ville e auto di lusso.
Le Fiamme Gialle, in collaborazione con l’Inps, dunque, hanno intercettato oltre 50 milioni di euro indebitamente percepiti e circa 13 milioni di euro di contributi richiesti e ancora non riscossi, secondo quanto emerge dal bilancio operativo della Guardia di finanza nel 2020.
§Gli evasori totali (imprenditori o lavoratori autonomi sconosciuti al fisco) sono in tutto 3.546; 19.209, invece, sono i lavoratori in nero o irregolari.
Denunciate, inoltre, 10.264 persone, di cui 308 arrestate, per aver commesso 7.303 reati fiscali. E non è finita qui: nell’ambito del contrasto al gioco illegale e irregolare, sono state denunciate 311 persone, fatte sanzioni per 8,3 milioni di euro, scoperte 275 agenzie clandestine con un’evasione stimata di 500 milioni di euro.
Infine, contro le frodi sui beni per contrastare la pandemia del Coronavirus, la Guardia di finanza ha denunciato 1.347 persone per reati di frode in commercio, vendita di prodotti con segni mendaci, truffa, falso e ricettazione.
Sequestrate 71,7 milioni di mascherine e dispositivi di protezione individuale oltre a 1 milione di confezioni e 160 mila litri di igienizzanti (venduti come disinfettanti).
(da agenzie)

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I DUE TURISTI TEDESCHI CHE HANNO UCCISO CON IL LORO MOTOSCAFO UMBERTO E GRETA HANNO IL CORAGGIO DI DIRE “NON CE NE SIAMO ACCORTI”

Giugno 21st, 2021 Riccardo Fucile

HANNO SPEZZATO IN DUE LA BARCA DI LEGNO, LA GIOVANE RITROVATA CON LE GAMBE AMPUTATE PER LA FORZA DELL’IMPATTO

Non si sono accorti di nulla. I due turisti indagati per omicidio colposo e omissione di soccorso per l’incidente sul lago di Garda nei dintorni di Salò in provincia di Brescia costato la vita a Umberto Garzarella, 37 anni di Saló, e Greta Nedrotti di 25 e residente a Toscolano Maderno hanno detto che c’era troppo buio.
Con il motoscafo Riva di loro proprietà sono finiti addosso alla barca di legno su cui si trovavano Umberto e Greta. Lui è morto sul colpo. Lei è stata ritrovata con le gambe parzialmente amputate a causa dell’impatto.
Ieri mattina alle 5 è stato ritrovato il corpo di Umberto, tra Salò e San Felice Benaco sulla sponda bresciana del lago di Garda. Era su una barca di legno che presentava danni da urto.
I vestiti da donna trovati sull’imbarcazione invece appartenevano a Greta, che è stata sbalzata fuori. Il corpo della giovane è stato recuperato dai sommozzatori dei Vigili del fuoco a circa cento metri di profondità dopo ore di ricerche.
In mattinata i carabinieri si sono presentati nell’albergo dove alloggiavano i turisti tedeschi. Arrivati al motoscafo di loro proprietà, hanno notato tracce del legno della barca sullo scafo. A quel punto i due sono stati interrogati per ore fino all’ammissione finale.
Che però non spiega molto, visto che pare incredibile che non abbiano capito cos’era successo. Lo schianto dovrebbe aver provocato un rumore molto forte. Intanto la procura di Brescia ha disposto il sequestro dell’imbarcazione e le analisi del sangue per i due cittadini tedeschi, per capire se fossero ubriachi nel momento dell’incidente.
La denuncia però è a piede libero, visto che le norme sull’omicidio stradale, che prevedono l’arresto in caso di aggravanti come l’omissione di soccorso, non sono estese alla circolazione nautica. Per lo stesso motivo non è stato emesso un decreto di fermo.
Intanto c’è grande dolore per la scomparsa di Umberto, 37 anni, e Greta, 25. E’ sconvolto il sindaco di di Salò Gianpaolo Cipani perché quello che doveva essere un sabato di festa con il passaggio della Millemiglia si è trasformato in tragedia. Tra i tanti appassionati arrivati per vedere la sfilata di auto storiche c’erano anche Umberto, 37enne di Salò, e Greta, 25enne della vicina Toscolano Maderno, uccisi mentre riportavano il gozzo alla rimessa di Portese, da un motoscafo lanciato a cento all’ora nel buio.
I due turisti tedeschi che lo avevano riconsegnato a mezzanotte al centro nautico, con evidenti segni dell’incidente sulla chiglia e frammenti di legno sotto la prua, avevano fatto finta di nulla, senza dare l’allarme. Qualcuno dice di averli visto dopo l’incidente seduti in un locale del paese a mangiare e bere. Quando sono stati rintracciati in albergo, la mattina dopo, hanno detto di non essersi accorti di nulla. E non si sarebbero dimostrati molto collaborativi.
Ora gli esami tossicologici potrebbero dire se fossero sotto l’effetto di alcol o droghe, in quel caso la loro posizione potrebbe aggravarsi.
(da agenzie)

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