Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
INVECE DI QUELLA DEL VICEPRESIDENTE DEI GIOVANI PAKISTANI ITALIANI PUBBLICA L’IMMAGINE DI UNO CHE NON C’ENTRA UNA MAZZA
Il post di cui parliamo, attualmente, è stato rimosso. E rimuoverlo è il minimo che
si potesse fare, data la pessima figura fatta dagli account social della Lega e da Matteo Salvini.
Tutto parte dall’intenzione della Lega di rilanciare le parole del vicepresidente dei giovani pakistani italiani, tale Usama Sikandar – che è anche studente di medicina in Italia -.
Come da prassi degli account social di Lega Salvini quando un personaggio dice qualcosa di utile, una determinata frase di quel discorso (ovviamente quella funzionale per affermare un determinato punto anche se, nel complesso, il messaggio magari è un altro) viene ripresa e abbinata alla fotografia.
Tante volte la Lega ha fatto questo, tante volte è stato chiesto di rimuovere un contenuto del genere dalle persone riprese – lo scorso aprile, ad esempio, il giornalista David Allegranti – ma stavolta si è raggiunta una nuova vetta.
La fotografia pubblicata che dovrebbe raffigurare Usama Sikandar rappresenta, invece, il quasi omonimo Usama Bin Sikandar, ricercatore al Georgia Institute of Technology che ha origini pakistane.
Un vero epic fail social, come fa notare Il Fatto Quotidiano. L’account del Carroccio ha pubblicato la fotografia del ricercatore che lavora negli Stati Uniti e, giustamente, il docente si è rivolto a chi si occupa della comunicazione per conto dell’account della Lega: «Questa è la mia foto, non sono la persona di cui parla questa storia. Rimuovete subito questo post».
La frase citata nel post, pubblicato lo scorso 9 giugno, era stata estrapolata da un discorso fatto per commentare la vicenda della giovane Saman Abbas. Un capitolo tristissimo della cronaca italiana, con le indagini ancora in corso, che – come sempre – è stato strumentalizzato per fini politici data la nazionalità dei protagonisti.
Scriveva, la Lega: «Saman è morta perché ci sono diversi alibi che attraverso la religione, la tradizione e le usanze, hanno armato la mano di suo zio. Francamente sono davvero stufo e come me tanti giovani pakistani che vivono in Italia non ce la fanno più a sopportare certe usanze. Tradizioni che vogliono inchiodarci a una cultura arretrata, che non rispetta le donne e le nostre scelte di giovani che vivono in un contesto nuovo».
Peccato solo che questa citazioni, copiata e incollata senza contesto, sia stata commentata dallo stesso Sikandar (quello italiano) che si è detto assolutamente non stupito dell’utilizzo che la Lega ha fatto di parte del suo discorso.
«Non mi stupisce che la Lega abbia ‘aggiustato’ la mia intervista a scopi propagandistici, prendendo un pezzo di frase di qua e di là e mettendole insieme – ha detto il vicepresidente dei giovani pakistani italiani – Mi fa molto più arrabbiare la sostituzione della foto».
L’errore nella scelta della foto evidenzia tanto un lavoro fatto male da parte dei social media manager – che non si sono curati di verificare l’identità fotografica della persona che stavano citando tramite dei controlli incrociati suo social – quanto che, come sottolinea Sikandar «per i leghisti, noi siamo tutti uguali».
La Lega non ha provveduto alla correzione della fotografia nemmeno quando avvisata dai diretti interessati coinvolti poiché è stato l’italiano a contattare il quasi omonimo che vive negli Usa per avvertirlo di quello che stava succedendo.
Il ricercatore ha contattato personalmente l’account della Lega per chiedere la rimozione del post, alludendo anche al fatto che la storia potesse essere falsa: «Questa è la mia foto. Non sono la persona di cui parla questa storia. Molto probabilmente anche la storia è falsa. Lega – Salvini Premier rimuova ora questo post per favore».
La richiesta non è stata esaudita e al Sikandar statunitense altro non è rimasto se non procedere per vie legali. Il post in questione, pubblicato sull’account Facebook, è stato ora rimosso.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
PARTITO DA UNA LOCALITA’ EGIZIANA CON LA MAGLIA COMPRATA IN UN MERCATINO
Una storia commovente e un sogno che speriamo si realizzi. Un migrante di 15 anni è sbarcato a Lampedusa indossando una maglia della polizia di Stato. È successo nella serata di lunedì 21 giugno, come racconta la questura di Agrigento.
La Capitaneria di porto dell’isola, a circa 23 miglia dalla costa, ha intercettato l’imbarcazione in legno con a bordo 40 persone di varie nazionalità, trasbordate e condotte al molo Favaloro.
Al momento dello sbarco, l’attenzione degli agenti è stata attirata da un giovanissimo egiziano che indossava una maglia molto simile a quella della divisa della polizia, con tanto di alamari, ma senza gradi, a dire del quindicenne acquistata poco prima di partire in un mercatino di Tripoli
Il ragazzo ha raccontato che era partito a maggio dalla cittadina di Fayoum, nell’entroterra egiziano, dove aveva lasciato la famiglia composta dai genitori e da sei fratelli; aveva raggiunto la Libia, e da lì si era imbarcato su un fatiscente natante in legno, affrontando un pericoloso viaggio per realizzare il suo sogno di raggiungere l’Italia e stabilirsi a Milano, con la speranza di riuscire a trovare un lavoro
E proprio uno dei lavori che sogna fortemente fare l’agente, e per questo aveva deciso di spendere i pochi soldi che aveva con sé per comprare la maglia esposta sulla bancarella del mercatino e sentirsi così un poliziotto italiano.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL GIURISTA BROGLIO: “NON C’E’ ALCUNA VIOLAZIONE”
Cosa succederà al Ddl Zan dopo che il Vaticano ha inviato una nota di
contestazione affermando che la legge viola il Concordato tra Stato e Chiesa del 1984? Il presidente del Consiglio Mario Draghi ne ha parlato oggi alle Camere mentre cominciano ad emergere divisioni Oltretevere tra l’ala conservatrice della Curia e i vescovi più vicini a Papa Francesco.
Le regole prevedono che di fronte a una presunta violazione del Concordato e a un problema che riguarda la sua corretta applicazione vengano informati governo e Parlamento e si attivi la cosiddetta “commissione paritetica” – disciplinata dall’articolo 14 del Concordato – che è deputata a ricercare un’ “amichevole soluzione” tra Stato e Chiesa.
Vaticano e concordato: cosa succede adesso con il Ddl Zan
Nella nota verbale consegnata dal cardinale Paul Richard Gallagher il 17 giugno scorso si auspica «che la parte italiana possa tenere in debita con- siderazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi». La nota è stata subito trasmessa dall’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani al ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi e al Quirinale.
Il Corriere della Sera, che pubblica oggi ampi stralci della nota del Vaticano, dice che secondo la Santa Sede «alcuni contenuti della proposta legislativa avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli».
La norma contestata riguarda la mancata esenzione delle scuole cattoliche dalle attività previste nella Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia». Nella nota si critica «il riferimento alla criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso».
E, sempre secondo la Santa sede, «ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina».
Ma davvero il Ddl Zan viola il Concordato tra Stato e Chiesa?
Ma il Ddl Zan vìola davvero il Concordato? Francesco Margiotta Broglio, uno dei più importanti giuristi italiani e a capo della commissione paritetica sul Concordato dal 1984 al 2014, è convinto di no: «Nel Ddl Zan non c’è alcuna ingerenza negli affari della Chiesa – dice a la Repubblica -. Uno dei punti del contendere, da parte dei vescovi, è l’articolo 7 in cui si prevede l’istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia da celebrare anche nelle scuole. Se è evidente che non si possono obbligare le scuole private “confessionali” a festeggiare questa giornata, è altrettanto evidente che la Chiesa non può chiedere allo Stato di non fare leggi che essa, la Chiesa, ritiene contrarie alla propria dottrina cattolica. I referendum su divorzio e aborto sembra non abbiano insegnato niente al Vaticano».
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
RISTORAZIONE: I RACCONTI DI CHI HA PREFERITO TRASFERIRSI IN AUSTRALIA, GERMANIA E SPAGNA
«Il sistema che vige in Italia danneggia tutti, datori di lavoro e dipendenti: per questo gli imprenditori onesti dovrebbero condividere la battaglia di noi stagionali».
Roberto Sabato lancia un appello ai titolari delle aziende sane che operano nel turismo. «Sono soltanto un 10% le imprese del settore che applicano correttamente il contratto collettivo», ha spiegato Giovanni Cafagna, fondatore del primo sindacato dei lavoratori stagionali, l’Anls.
Open ha incontrato quei barman, camerieri, chef e receptionist che, stanchi del limbo italiano tra diritti violati e accusa di essere choosy, hanno deciso di fare le valigie e partire. E no, non per fare le vacanze come i turisti che, nella loro esperienza lavorativa in Italia, hanno servito. Ma per cercare all’estero condizioni di lavoro migliori. E sembrerebbe le abbiano trovate.
Spagna: paga normale, ma tante opportunità
«Ho 25 anni, sono di Napoli, ma vivo e lavoro a Barcellona». Francesco Pinelli è uno di quei giovani spesso ascritti alla «generazione cameriere Londra». Ma anche dalla capitale inglese, a un certo punto della sua parabola lavorativa, sceglie di andar via, fino a trovare il suo place to be in Spagna.
«Mi sono diplomato all’alberghiero, volevo lavorare da subito come receptionist». Francesco inizia subito dopo la scuola a inviare curriculum in giro per Napoli, «ma quando avevo un po’ di fortuna, gli hotel mi rispondevano per propormi soltanto stage con rimborso spese a 400 euro». Quando realizza che tutta quella gavetta non avrebbe portato a nulla, paga «un sacco di soldi» per un master che gli garantisce un’esperienza in un grande albergo.
Fa un tirocinio gratuito in un quattro stelle di Napoli, senza percepire un rimborso spese e «senza apprendere davvero il mestiere: svolgevo le mansioni inutili, anche lavori di facchinaggio e pulizia che nulla c’entravano con la reception. Ero il tappabuchi di ciò che non volevano fare gli altri».
All’ennesimo curriculum spedito e alla conseguente proposta indecente, Francesco chiude tutto in due bagagli e prende un aereo per Londra. Ha 21 anni.
«In Inghilterra sono riuscito a trovare un lavoro vero prima ancora di atterrare, con un colloquio su Skype». Guadagna il minimo contrattuale, circa otto sterline l’ora. «In generale le grandi catene pagano meno, perché la paga inferiore viene compensata delle possibilità di crescita».
Vive dieci mesi nella capitale del Regno Unito, «ma la vita londinese era davvero pesante». Si trasferisce in Francia: anche qui trova lavoro prima di atterrare a Parigi, viene assunto da Booking.com.
Durante una vacanza, però, l’illuminazione: visita Barcellona, gli piace, e incomincia a informarsi sul settore turistico. «Ho visto che era attivo, c’era molto dinamismo». Lo prendono al Meliá, hotel cinque stelle del capoluogo catalano: «In generale, in Spagna, le condizioni sono migliori. Al Meliá guadagnavo davvero bene».
In generale, quanto prendono in Spagna i dipendenti degli alberghi? «All’inizio, quasi tutti gli hotel ti fanno un contratto da aiutante di reception, siamo su una paga da 1.350 euro. Poi, se dopo 12 mesi di lavoro ti rinnovano, diventi un receptionist puro e il minimo salariale diventa di 1.450 euro».
Ma c’è un modo per far alzare ulteriormente lo stipendio: «A Londra tutti gli hotel ti danno delle commissioni sulla vendita delle stanze. Se convinci il cliente a fare l’upgrade della stanza, prendi il 10% del costo della camera».
Diverso a Barcellona, dove questa provvigione è diffusa solo nelle grandi strutture: «Al Meliá di base prendevo 1.350 euro, ma vendendo le stanze in bassa stagione arrivavo a poco meno di 1.800 euro, in alta a 2.500. Con un costo della vita normalissimo, si vive proprio bene».
Dopo quell’esperienza, va a lavorare in un albergo più piccolo. Guadagna di meno, «ma i turni e il tipo di impiego sono molto più tranquilli». Lavora due mesi, prende 1.350 di base, facendo qualche notte arriva a 1.500.
Poi, arriva il Covid: «Sono da oltre un anno in cassa integrazione. Ogni mese mi arrivano sul conto 1.050 euro netti. Non mi manca nulla per vivere bene nemmeno in cassa integrazione».
Il 25enne è soddisfatto della vita barcellonese, ma è convinto soprattutto di una cosa: «Non tornerei mai in Italia. Lì, se hai molta fortuna e trovi un lavoro stabile, buono, nell’hotellerie, sarai comunque sfruttato in qualche modo. C’è un problema culturale in Italia. Chi ti assume ti dirà sempre: “Hai la fortuna di avere un lavoro. C’è la fila di persone che vorrebbe stare al posto tuo”.
Questa è la giustificazione per non rispettare pienamente i diritti dei lavoratori». A Barcellona, conclude, funziona diversamente, semplicemente perché «se il tuo datore di lavoro ti maltratta, ti licenzi e trovi subito un altro posto. Io non ci ho mai messo più di una settimana a trovare un impiego. E se proprio non lo trovi, mentre stai cercando, lo Stato ti dà mille euro al mese. Qui si vive proprio bene»
Australia: una carriera rapida dall’altra parte del mondo
Gioia Poli ha vissuto un’esperienza simile a quella di Francesco Pinelli. Anche lei, da giovanissima, infelice per le condizioni di lavoro trovate in Italia nel settore turistico, ha scelto di partire. Nel suo caso, però, c’è voluta qualche ora di volo in più per raggiungere la destinazione ambita: «Vivo in Australia dal 2012. Sono andata via dall’Italia per trovare condizioni di lavoro migliori».
Dopo la laurea in Lingue a Perugia fatica a trovare un’occupazione. Alla fine, viene assunta come stagionale in un hotel in Sardegna. Il gestore della struttura, tramite un raggiro finanziario, fa sparire dei soldi dalle casse dell’albergo e nessuno degli stagionali, per questo motivo, riceve la paga pattuita per il mese di agosto.
Lo denuncia, ma la magistratura italiana, dopo nove anni, non è riuscita a risolvere la questione. «Non so come sia possibile che una persona del genere, che gestiva diversi hotel utilizzando dei prestanomi, non sia ancora finita in carcere. Fatto sta che siamo nel 2021 e io sto ancora aspettando quello stipendio sudato nel mese di agosto. Sono certa che mai lo rivedrò».
Quella stessa estate, Gioia invia «178 curriculum» a strutture laziali, sarde e toscane per cercare un lavoro stagionale invernale. «Ho ricevuto solo una risposta su 178 email con scritto “no grazie”. Rabbia, indignazione, frustrazione: stanca dei continui sfruttamenti, stanca di dover mendicare i soldi che mi spettavano di diritto, mi sono trasferita più lontana possibile dall’Italia».
Atterrata in Australia, dopo la prima settimana di ricerca di un posto da receptionist, ottiene quattro colloqui che si traducono in quattro offerte di lavoro: «Dovevo solo scegliere dove andare. Il problema, in Italia, non ero io».
Dopo due anni da receptionist, Poli viene promossa assistant manager: «Ho comprato una casa, due auto e riesco a mettere da parte i soldi. Posso anche permettermi di farmi una vacanza lunga un mese, ogni anno, in Sardegna per stare con la mia famiglia. Non avrei potuto fare nulla di tutto ciò in Italia, Paese in cui lavorare da McDonald’s viene considerato un privilegio – conclude con rancore -. Fa male vivere lontano, ma meglio avere una vita dignitosa in Australia che una vita rovinata da tutti quei maledetti in Italia».
Germania: il rispetto dei diritti dei lavoratori
Sono tantissimi gli expat italiani che hanno scelto l’estero per continuare a lavorare – da stagionali e non – nella ristorazione. Massimo Sciacca ha 50 anni e fa lo chef «da almeno un quarto di secolo. Ho fatto la scuola alberghiera, la classica gavetta, poi ho lavorato in tutta Italia finché ho deciso di emigrare. Ho girato moltissimi ristoranti e alberghi in Europa e persino in Africa, in Costa d’Avorio, per avviare una catena di ristoranti».
Alla fine, Sciacca si stabilisce in Germania «dove ho trovato un po’ di serenità. Ma non è vero che qui ti regalano lo stipendio, devi lavorare sodo». Per 20 anni, Sciacca è stato iscritto all’ufficio di collocamento di Catania, «senza ricevere mai una proposta». In Germania, dopo la registrazione per ricevere la disoccupazione, lo chef ha ricevuto una ventina di proposte di lavoro in una settimana. «Il sistema italiano non funziona e tutto nasce dai centri per l’impiego, inutili». Racconta le esperienze pregresse e non ricorda di essere «mai stato sfruttato a livello economico».
C’erano ancora le lire quando ne guadagnava 2 milioni e 700mila, «ma il rispetto dei diritti era inesistente: lavoravo dalle 5 di mattino alle 10 di sera, durante l’estate romagnola, con solo un’ora di pausa. Mi sono dovuto licenziare».
Peggiore l’esperienza trentina, a Madonna di Campiglio. «Stavo facendo una stagione invernale in un hotel di lusso. Lavoravo al fianco di chef stellati, assunto per la cucina. Il gestore mi imponeva di tagliare la legna per i camini e spalare la neve nei vialetti della struttura. Quando non c’erano i fattorini, poi, mi obbligavano a scaricare i camion con le derrate alimentari. Per non parlare del lavoro che facevano fare agli extracomunitari: c’era una squadra di albanesi che lavorava tutte le notti per guadagnare appena 1.200 euro». Dopo cinque mesi di stagione, Sciacca viene licenziato. Parte la causa contro il titolare che gestisce cinque alberghi. «Sono stato risarcito da lui con 20mila euro. Questo signore, che peraltro ha avuto 150 vertenze a suo carico e alle sue dipendenze sono stati trovati nove lavoratori in nero, il pomeriggio obbligava me e gli altri dipendenti a pulire le vetrine dei negozi di abbigliamento che la moglie ha nel centro di Madonna di Campiglio».
Per lo chef, ciò che cercano i suoi colleghi che lasciano l’Italia, è semplicemente una vita normale. «Guadagno un po’ meno qui, ma nessuno viola i miei diritti di lavoratore. Faccio 5-6 ore al giorno e guadagno abbastanza bene per vivere e mantenere due figli». In Germania, fa o il turno del pranzo o il turno della cena, «ma chi vuole guadagnare tanto, può scegliere anche di fare il doppio turno». Quando si è infortunato, la mutua ha pagato «tutto e subito». In Italia, in quasi 30 anni di esperienza, solo una volta, a Catania, ha avuto un contratto regolare. «Per il resto, ho sempre lavorato in nero per il 50% della retribuzione».
E conclude: «È un lavoro impossibile da fare in Italia. Ho le ginocchia usurate, tre ernie al disco, sono stato operato al tendine della spalla destra. Mi hanno distrutto il fisico. A volte, in Italia, ho guadagnato una miseria, altre volte molto bene: sono arrivato a prendere anche 5mila euro al mese, ma a maggio lasciavo la mia fotografia sul comodino di mia moglie e ci rivedevamo a settembre. Non è un lavoro umano».
Il flusso degli italiani expat: in 15 anni la mobilità è aumentata del 76,6%
Si parla spesso di fuga di cervelli, riferendosi alla mole di giovani laureati che abbandonano l’Italia attratti dalle opportunità del mercato del lavoro estero. Ma è una narrazione che non tiene conto della componente, in forte crescita, di emigrati con soltanto un diploma in tasca.
Gli expat che hanno lasciato l’Italia con un titolo di studio alto – laurea o dottorato -, dal 2006 al 2020, sono aumentati del 193,3%.
Negli stessi 15 anni, i diplomati italiani all’estero sono cresciuti a una velocità di 100 punti percentuali più alta, ovvero del 292,5%.
I dati sono contenuti nel rapporto italiani nel mondo 2020 della fondazione Migrantes. Nel quale si legge: «Se nel 2006 gli italiani regolarmente iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero erano 3.106.251, nel 2020 hanno raggiunto quasi i 5,5 milioni: in 15 anni la mobilità italiana è aumentata del 76,6%, con un incremento pari a quello registrato nel secondo dopoguerra».
(da Open)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA LEZIONE DELLO CHEF JACOPO RICCI: “UN VERO IMPRENDITORE RISPETTA LA DIGNITA’ DEL LAVORATORE, LO FIDELIZZA E LO FA CRESCERE NELL’INTERESSE COMUNE”
“Se non trovi i camerieri è perché non li paghi abbastanza”. Entra a gamba tesa
nel dibattito sulla penuria del personale nel settore della ristorazione, Jacopo Ricci, chef e co-titolare del ristorante “Dopo Lavoro Ricreativo” a Frascati.
“Io non ho avuto difficoltà a reperire le risorse – ci racconta -. Se offri un contratto con tutti i contributi, tredicesima e quattordicesima comprese, non avrai problemi a trovare gente che voglia lavorare per te”.
Non è colpa delle nuove generazioni ‘sfaticate’, insomma: “La pandemia ha fatto venire a galla un sistema malato da anni. Un giorno è venuta da noi una ragazza, si è proposta come cameriera. Le ho offerto un contratto, è rimasta a bocca aperta. È un cane che si morde la coda: l’imprenditore offre poco, il lavoratore accetta svalutandosi. Ma qualcosa sta cambiando: la gente oggi preferisce un sussidio statale a una forma di schiavismo moderna”.
Sono introvabili 150mila tra camerieri, cuochi e barman, così come i bagnini e gli altri stagionali che lavorano nel turismo. Ma non c’è da stupirsi, secondo Jacopo Ricci. “Sembra che il mondo della ristorazione o, più in generale, il settore turistico abbia dimenticato una regola di base, ovvero che ad un tot di ore lavorate corrisponda un determinato salario. Siamo vittime della narrazione tossica del ‘chi è bravo lavora tante ore’, del cuoco eroe che si fa turni di 12 ore, del cameriere che lavora sette giorni su sette senza riposo. Gli stagionali, nelle spiagge, negli alberghi, fanno turni massacranti anche per 3-4 euro all’ora. Il surplus di lavoro è troppo spesso invisibile e non retribuito”.
Ristorazione e accoglienza sono ambiti che registrano irregolarità superiori al 70 per cento. Ma c’è anche chi cerca di fare le cose “fatte bene”, investendo sul personale. “Oggi in Italia c’è la retorica malata del ‘veniamoci incontro’, del ‘siamo tutti sulla stessa barca’, del ‘chiudiamo un occhio’, del ‘ci vuole flessibilità’. L’imprenditore non investe sul dipendente e il dipendente, da parte sua, tende a svalutarsi. La ragazza a cui ho offerto il contratto si aspettava di prendere 400 euro al mese perché era questa la media che le era stata offerta in altri ristoranti in cui aveva lavorato (senza contratto). Io le ho proposto una cifra onesta: da me si lavora sei ore al giorno per sei giorni alla settimana, non di più, sono molto rigido sul fatto che ognuno debba rispettare il proprio orario lavorativo, senza andare oltre. I dipendenti prendono tredicesima e quattordicesima e si dividono gli utili tra lo staff. Nulla di eccelso, credo semplicemente che sia opportuno offrire a chi fa questo lavoro la giusta ricompensa e le giuste tutele. Il problema è che quello che dovrebbe essere scontato viene accolto con sorpresa proprio perché non così comune”.
Offrire un contratto serio è funzionale anche alla fidelizzazione del dipendente, un fattore non trascurabile per il successo di un locale.
“I datori di lavoro si lamentano perché il personale ‘scappa’ non appena si presenta un’occasione migliore. Ma se tu a quel dipendente dici ‘lavorerai 7 giorni su 7, ti darò 800 euro al massimo perché, sai, c’è la crisi’, tu quel dipendente prima o poi lo perdi o comunque non lo incentivi a restare. Se, invece, su di lui investi, se lo paghi adeguatamente, se gli offri una prospettiva di crescita, vedrai che non ti lascerà a piedi. Quando ho aperto la mia attività ho parlato con un consulente del lavoro. Mi ha prospettato la possibilità di fare stage, tirocini: insomma, scorciatoie per pagare meno contributi per i dipendenti. Io mi sono opposto: qui abbiamo tra i 38 e i 20 anni, voglio che tutti abbiano un contratto che li tuteli in pieno, voglio che possano investire su loro stessi, che possano chiedere un prestito, un mutuo. Il lavoro nobilita l’uomo solo quando gli restituisce dignità, quando non è degradante, quando non si trasforma in schiavismo”.
Ma perché nessuno vuole più fare il cameriere? Non è affatto un mestiere di serie B. Piuttosto a renderlo poco appetibile è il trattamento svilente riservato dai datori di lavoro. Eppure c’è un esercito di giovani là fuori che studia per svolgere questa professione: “Ci sono tanti ragazzi che sognano di diventare caposala, che frequentano scuole, che prendono diplomi da sommelier, imparano le lingue. C’è differenza tra un portapiatti e chi per questo lavoro ha studiato, fatto corsi, si è formato sul campo. Il cameriere bravo è colui che invoglia il cliente, conosce il prodotto, è quello che fa fare l’incasso. Perché il cameriere deve lavare il bagno? Io non mi sognerei mai di chiedere ad un professore universitario di sistemare la presa rotta del proiettore. Lo stesso trattamento deve essere riservato a questa figura”.
Baristi, camerieri, cuochi che non si trovano: contro il lavoro, stagionale e non, retribuito con stipendi da fame si stanno sollevando i primi no. Che stia cambiando qualcosa? Secondo Jacopo Ricci, la pandemia ha squarciato il velo: “I lavoratori non sono più educati a dire ‘io lavoro, io devo essere retribuito’. La retorica di accontentarsi, di accettare tutto è sbagliata, ma è radicata. La pandemia ha avuto il merito di accendere la miccia della rabbia: i lavoratori hanno visto che a pagare la crisi nella maggior parte dei casi non sono gli imprenditori, ma i dipendenti, soprattutto quelli in nero, che neanche hanno potuto percepire i sussidi. C’è bisogno di un cambio di mentalità: i lavoratori non dovrebbero più sottostare ai ricatti morali del tipo ‘ti posso dare solo 600 euro al mese, prendere o lasciare’, e gli imprenditori, da parte loro, dovrebbero farsi un piccolo esame di coscienza. Perché si troverà sempre quella persona disperata che deve dare da mangiare alla famiglia disposta a spaccarsi la schiena per 400 euro al mese, che preferisce lavorare al ristorante piuttosto che andare alla Caritas. Ma non è socialmente accettabile. Se tutti rifiutassero queste offerte indecenti, i ristoratori si ritroverebbero senza dipendenti e sarebbero costretti a chiudere e a capire finalmente la loro importanza. Perché senza dipendenti non c’è ricchezza, perché sono loro che la producono, sono loro le risorse da valorizzare e da ‘trattenere’”.
(da Open)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
BRUXELLES PRONTA A “USARE TUTTI I POTERI” CONTRO LA LEGGE OMOFOBA UNGHERESE… LA GERMANIA SI COLORA DI ARCOBALENO, ORBAN RINUNCIA AD ANDARE A MONACO
“La legge ungherese è una vergogna, discrimina persone sulla base
dell’orientamento sessuale va contro i valori fondamentali della Ue. Noi non faremo compromessi su questi principi”.
La presidente della commissione europea Ursula von der Leyen risponde decisa a chi le chiede un commento sulla legge anti Lgbt approvata in Ungheria. Ma è stata solo l’ultima a intervenire sulla questione, riportata in auge dopo il divieto imposto dall’Uefa di illuminare l’Allianz Arena di Monaco con i colori arcobaleno per la partita Germania-Ungheria di stasera.
Quella legge va contro i valori europei, secondo von der Leyen, per cui “ho dato istruzione ai miei commissari responsabili di scrivere una lettera alle autorità ungheresi nella quale esprimiamo le nostre preoccupazioni legali prima che la legge entri in vigore. L’ho già detto altre volte e voglio ripeterlo anche qui, io credo fortemente in una Ue in cui si è liberi di amare chi si vuole – ha aggiunto – Credo in una Ue che abbracci la diversità che è al fondamento dei nostri valori e userò tutti i poteri della Commissione per fare in modo che i diritti di tutti i cittadini europei siano garantiti per chiunque e ovunque”.
Diversi Stati europei hanno aderito a un’iniziativa belga contro l’Ungheria per la legge anti-Lgbt varata dal Parlamento di Budapest.
L’Italia prima non ha firmato, poi in serata ha aggiunto la sua firma. Sono saliti così a 17 gli Stati Ue che hanno firmato la dichiarazione congiunta contro la legge: Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Lettonia, Italia, Grecia, Austria e Cipro.
Nella dichiarazione, gli Stati Ue esprimono “profonda preoccupazione per l’adozione da parte del Parlamento ungherese di emendamenti che discriminano le persone Lgbtiq e violano il diritto alla libertà di espressione con il pretesto di proteggere i bambini”. Il Portogallo non risulta tra i firmati per ragioni istituzionali, essendo il presidente di turno del Consiglio Ue
Tra la Germania e l’organo del calcio europeo è iniziato così un braccio di ferro che oggi vedrà numerosi siti della città bavarese, e del resto del Paese, colorarsi di arcobaleno.
Tra questi un’imponente turbina eolica visibile dallo stesso stadio, mentre quotidiani tedeschi come la Süddeutsche Zeitung hanno pubblicato prime pagine colorate.
Anche i big dell’economia bavarese, come Siemens e Bmw, hanno cambiato i loro account Twitter con la bandiera arcobaleno.
La società ferroviaria Deutsche Bahn ha fatto lo stesso con una delle sue locomotive, dove ha anche affisso uno slogan sulla promozione della diversità.
Intanto, sul caso del «no» dell’Uefa è intervenuto anche il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas. «È vero, il campo di calcio non ha nulla a che vedere con la politica. Si tratta di persone, di equità, di tolleranza. È per questo che l’Uefa manda un brutto segnale».
Dopo Juventus e Barcellona, anche la Uefa ha scelto di colorare di arcobaleno il proprio logo sui social. All’indomani del divieto di proiettare quei colori sullo stadio di Monaco in solidarietà verso la comunità Lgbtq+ ungherese, l’organo esecutivo del calcio europeo ha diffuso un comunicato: «Per la Uefa l’arcobaleno non è un simbolo politico ma un segno del nostro fermo impegno per una società più diversa e inclusiva», ha spiegato in un comunicato.
L’organizzazione ha chiarito di essere «fiera di indossare i colori dell’arcobaleno». Match a cui non parteciperà il premier ungherese Viktor Orban, come annunciato questa mattina, proprio a seguito delle critiche ricevute da Bruxelles, e da Berlino, per le leggi di Budapest contro i diritti Lgbtq+.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA OFFRE LA MIGLIORE PUBBLICITA’ REGRESSO PASSANDOSI LA PARTE ESTERNA DELLA MASCHERINA SULLA BOCCA E SULLA FRONTE PER ASCIUGARE IL SUDORE
Dopo essersi intestato una “vittoria” non sua, perché la fine dell’obbligo dell’uso della mascherina all’aperto (da lunedì 28 giugno) era già stato previsto in base all’andamento epidemiologico, Matteo Salvini offre uno spettacolo di circa 15 secondi in cui mostra al mondo come in questo lunghissimo anno e mezzo di pandemia non sia riuscito a comprendere al meglio il corretto utilizzo del dispositivo di protezione personale.
Insomma, l’alleanza di Centrodestra si rinsalda dato che Giorgia Meloni, nella giornata di ieri, ha sostenuto che l’uso della mascherina per prevenire i contagi non abbia alcun “fondamento scientifico” (ovviamente non è così).
Tant’è che la scena immortalata a Siderno (in Calabria) non poteva che diventare virale.
Il leader della Lega, in favore di pubblico e telecamere sull’evento di piazza, si toglie la sua mascherina, ma non la ripone in tasca: preferisce utilizzare la parte esterna (come si vede dal filmato), quindi quella a più contatto con eventuali batteri e cariche virali, prima per asciugarsi la bocca e poi per passarsela sulla fronte e tamponare il sudore provocato dalle alte temperature. Insomma, la peggior pubblicità regresso sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.
Il tutto mentre, in sottofondo, il Presidente facente funzioni della Calabria parla (anzi, straparla) di temi come la disabilità e la nuova vita della Lega che non vede più differenze tra Nord e Sud:
“Grazie a Matteo per questa grande amicizia e, soprattutto, per questa grande fiducia che ha dimostrato”. Poi Salvini ha preso la parola parlando proprio della mascherina all’aperto dicendo di aver chiesto lui a Draghi di rimuovere l’obbligo. Cosa che può aver pur fatto, ma la decisione è stata presa dopo un consulto con il Comitato Tecnico-Scientifico in base ai dati epidemiologici e non perché lo ha chiesto il leghista.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
PER SWG E’ SOLO DELLO 0,1%
Dopo i sondaggi politici di SWG che praticamente davano Fratelli d’Italia ormai alla
pari con la Lega le rilevazioni EMG per Cartabianca fotografano una situazione diversa: il Caroccio tiene ancora a distanza il partito di Giorgia Meloni. Per quanto?
Secondo i sondaggi politici di Cartabianca infatti la forza politica di Matteo Salvini nonostante un calo di mezzo punto percentuale riesce ancora a tenere a distanza FdI. Ma è comunque una situazione precaria. Infatti l’unico partito di opposizione nel centrodestra cresce di uno 0,4% avvicinandosi così sempre di più alla Lega.
Insomma se EMG non rileva ancora, almeno secondo quanto riferito dal campione che ha intervistato, la situazione fotografata da SWG di certo viene confermato il trend negativo del Carroccio in contrapposizione con l’ascesa di Fratelli d’Italia.
Se non è parità ora con questo ritmo lo sarà presto. Il Partito Democratico risulta praticamente invariato rispetto a sette giorni fa mentre le indecisioni nel Movimento 5 Stelle, e le voci di tensioni tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo, non fanno bene ai pentastellati che cedono un altro 0,3%.
Forza Italia non cresce e non decresce, ferma al 7%. Per le altre forze politiche le variazioni rispetto a sette giorni fa sono minime e si aggirano tutte sul decimo di punto percentuale, per alcuni partiti con un segno meno, come nel caso di Italia Viva, per altri in positivo, come ad esempio per Azione di Carlo Calenda.
SWG
Secondo le rilevazioni di SWG di TGla7 invece Fratelli d’Italia continua il suo trend positivo. La settimana in realtà non è tra quelle più performanti per la forza politica guidata da Giorgia Meloni che si attesta al 20,5% crescendo solo di un decimo di punto percentuale.
Ma, complice invece la discesa senza interruzioni del Carroccio che rispetto a sette giorni fa cede un altro 0,3%, la distanza tra i due partiti si assottiglia talmente da risultare praticamente nulla: la Lega è al 20,6% e FdI al 20,5. Il sorpasso, se non è già avvenuto di fatto, è prossimo?
L’idea di federare il centrodestra non ha giovato dunque a Salvini, ma anche il progetto di Berlusconi per un partito unico non ha entusiasmato gli elettori di Forza Italia che si mantiene stabile rispetto alla passata settimana al 6,8%.
Dopo il sondaggio di Pagnoncelli che lo dava primo partito invece il PD da SWG è rilevato in calo di quasi mezzo punto percentuale. Lo stallo nel Movimento 5 Stelle non aiuta e i pentastellati scendono al 16%.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
PARLA IL MINORENNE CHE SI E’ RIVOLTO A UN AVVOCATO PER AFFRONTARE I GENITORI NO VAX
“Alla mia età sono libero di sballarmi in discoteca ma non di avere voce in capitolo su questioni come la mia salute. È assurdo che io non possa partecipare a una decisione tanto importante. Alla fine quando sei un ragazzo l’ultima parola è dei genitori anche se tu non sei d’accordo”.
È l’inizio della storia racconta da un ragazzo fiorentino di 17 anni raccontata al quotidiano ‘La Repubblica’, che si è rivolto ad un avvocato per affrontare i genitori che non sono d’accordo sulla vaccinazione.
Raggiunto tramite Gianni Baldini, presidente della sezione di Firenze dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, il ragazzo racconta la sua situazione familiare. “Sono figlio unico. La mia famiglia è unita. I miei genitori hanno un bel lavoro, sono laureati, ma sono anche no-vax convinti. Ritengono che il vaccino sia pericoloso, infatti non sono vaccinati e vogliono impedire a me di farlo” afferma.
Il ragazzo racconta che dopo il no dei genitori al vaccino si sentiva “frastornato”. Solo dopo ha scelto di rivolgersi ad un legale.
“Ho parlato con i miei amici e chiesto aiuto a scuola. Il legale dell’associazione proverà a farli ragionare. Ai miei non ho ancora detto che ho parlato con un avvocato – prosegue il ragazzo – Loro dicono che nessuno può obbligarli a vaccinarsi, perché i vaccini sono pericolosi, però vogliono costringermi a non farlo. A me sembra una contraddizione, per questo ho cercato un modo per convincerli. Anche alcuni miei compagni di scuola vorrebbero farlo ma non hanno ricevuto il permesso dalle famiglie”.
Il 17 enne si scaglia contro tutti coloro che pensano che i vaccini non siano del tutto sicuri. “Per me chi dice che non sono sicuri per via della sperimentazione troppo rapida dice una scemenza. Poi ognuno è libero di fare quello che gli pare, anche se proprio quelli che non vogliono imposizioni alla fine impongono le loro convinzioni agli altri, come nel caso dei miei genitori con me” commenta il ragazzo.
Il giovane racconta anche come ha vissuto questo anno e mezzo di pandemia. “La pandemia l’ho vissuta come i miei compagni di classe. Ho rinunciato a quasi due anni di uscite, gare, interrogazioni, recluso in casa davanti a uno schermo per parlare con gli amici, seguire le lezioni e giocare alla PlayStation. E basta, tutto qui. Prima del lockdown avevo anche una ragazza, ma non so più nemmeno come riavvicinarmi a lei – continua il ragazzo – Non posso stare con gli amici e non posso viaggiare con loro senza green pass. È come se non avessi un futuro”.
(da agenzie)
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