Giugno 30th, 2021 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI DELL’EX PREMIER PRONTI ALLA BATTAGLIA, CRIMI E CANCELLERI SU TUTTI… M5S NEL CAOS
La rivolta ha due strade. La prima prevede la defenestrazione di Beppe Grillo, lo sfilargli di mano il Movimento 5 stelle e l’archiviazione di una storia lunga quindici anni.
La seconda la creazione di gruppi autonomi sotto il nome di Giuseppe Conte, che al Senato assorbirebbero gran parte degli eletti pentastellati, mentre alla Camera si parla di un terzo o poco più dei 161 deputati.
Di entrambe le vie si scorgono solo pochi metri, il resto è avvolto nel caos di queste ore, nella confusione di un partito che si ritrova come un formicaio sul quale qualcuno sta pestando un piede.
Dato per assodato che l’ex premier non ha nessuna intenzione di tornare a vita privata ma ha intenzione di battagliare per costruire una nuova offerta politica per il Paese, i suoi fedelissimi stanno accarezzando un’idea che avrebbe del clamoroso: sfiduciare Grillo.
Un’ipotesi solo fino a qualche giorno fa fantascientifica, ancora oggi molto complicata ma non impossibile.
Lo strumento per la sfiducia è annidato nelle pieghe di quello stesso Statuto uscito fuori dagli Stati generali e brandito da Grillo come pezza d’appoggio per indire la votazione sul Comitato direttivo che soppianterebbe Conte.
Una votazione alla quale si potrebbe non arrivare mai. Perché l’articolo 8 così recita: “Il Garante resta in carica a tempo indeterminato e può essere revocato, in ogni tempo, su proposta deliberata dal Comitato di Garanzia a maggioranza assoluta dei propri componenti e ratificata da una consultazione in Rete degli iscritti, purché prenda parte alla votazione la maggioranza assoluta degli iscritti”.
Dunque è prerogativa specifica del Comitato di garanzia di indire il voto di sfiducia, senza passare per il consenso di Grillo. E i tre componenti che attualmente lo compongono sono tutti molto critici con le ultime mosse del fondatore. Roberta Lombardi ha definito senza mezzi termini “un errore” il post dell’ex comico, Vito Crimi e Giancarlo Cancelleri si sono detti entrambi molto delusi, e quasi all’unisono hanno spiegato di “riflettere” sulla propria permanenza nel Movimento.
Su tutti e tre in queste ore vengono esercitate fortissime pressioni da parte dei contiani, che accarezzano l’obiettivo di uscire dalla contesa da vincitori totali, avendo sfilato le chiavi e la macchina da quello che ormai viene bollato come un “padre padrone”.
Sarebbe un all-in. Anche perché lo stesso Statuto specifica che in caso di sconfitta nelle urne digitali, il Comitato di garanzia decadrebbe, e se ne dovrebbe votare uno nuovo. Poco male, almeno per Crimi e Cancelleri, il primo considerato già con le valigie in mano in direzione di Conte, il secondo quasi
Su dove e come votare si aprirebbe un’altra partita assai complessa, l’ennesimo snodo tecnico-burocratico sul quale la vita associativa del Movimento ormai si inceppa da mesi.
Probabilmente sulla nuova piattaforma, anche perché Crimi stesso ha messo nero su bianco il suo niet a qualunque tipo di utilizzo di Rousseau, come chiesto da Grillo per il voto sul Direttorio: “Quella piattaforma è inibita al trattamento dei dati degli iscritti, inoltre violerebbe quanto disposto dal Garante della privacy”.
La seconda strada è in qualche misura più semplice, anche se le insidie e le difficoltà non la rendono così scontata.
“Conte farà i suoi gruppi se sarà la base parlamentare a chiederglielo”, spiega uno dei vertici pentastellati. Richiesta che dal Senato è già pervenuta al professore. Tutti i vertici di Palazzo Madama stanno con l’avvocato: da Stefano Patuanelli a Paola Taverna, passando per il capogruppo Ettore Licheri e lo stesso Crimi. Ma c’è il problema del simbolo, senza il quale non si può costituire un nuovo gruppo.
Gli abboccamenti con Elio Lannutti, che avrebbe nelle sue disponibilità quello dell’Italia dei valori, non sono andati a buon fine, con il senatore pasdaran che nella contesa si è chiaramente schierato dalla parte di Grillo.
Un problema tecnico che può diventare un problema politico, anche se c’è chi è convinto che “di fronte a quaranta persone che vogliono associarsi in un nuovo gruppo potrebbe essere concessa una deroga”.
“Una spaccatura ci sarà per forza – spiega Sergio Battelli – tra chi andrà con Conte, chi seguirà Grillo e chi deciderà di mollare del tutto”.
Alla Camera il caos è totale, e la situazione è più liquida. Michele Gubitosa allarga le braccia facendo professione di sincerità: “Siamo confusi e spaesati”. Pesano il silenzio di Luigi Di Maio e Roberto Fico, e più d’uno spiega candidamente che “aspetto di sentire cosa diranno loro”, mentre il borsino li dà ancorati al Movimento 5 stelle e l’opinione generale è che difficilmente si schiereranno con Conte.
Lucia Azzolina, considerata vicina all’ex premier, sfida la canicola romana sotto il sole che martella il cortile della Camera, ricercata nei conciliaboli e attaccata costantemente al telefono, al pari di Alfonso Bonafede. Pesa la querelle sul secondo mandato, elemento che pesa nelle valutazioni dei tanti approdati a Montecitorio nel 2018, che in un Movimento assottigliato vedrebbero aumentare le possibilità di candidatura. Sono ore di tormento e di riflessione, Davide Aiello commenta i dubbi di Crimi sulla sua permanenza nel Movimento spiegando che “è normale dopo quello che è successo, in tanti fanno le sue stesse riflessioni”.
Ma contro il reggente sta montando la fronda, sono tanti ad accusarlo di aver contribuito anche lui con le sue scelte a portare il M5s alla situazione odierna e poi di lavarsene le mani, un tutti contro tutti del quale sta diventando principale capro espiatorio, un po’ a ragione e un po’ a torto.
Ma le ragioni e i torti si mescolano senza soluzione di continuità nella marmellata che è diventata il Movimento di questi giorni, e come se ne uscirà se ne uscirà male, con una prova di forza dolorosissima o con una spaccatura conclamata chissà. L’unica certezza è che si naviga a vista.
(da La Repubblica)
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Giugno 30th, 2021 Riccardo Fucile
AFFONDANDO CONTE, AFFONDA ANCHE SE STESSO
Con il suo post di ieri pomeriggio Beppe Grillo mette certamente in grande difficoltà
il suo rivale contemporaneo, ma questa è poco più che cronaca d’attualità
Quel che più conta della nota sprezzante pubblicata sul blog è però ben altro, che va cercato oltre le vicende statutarie o le beghe di potere all’interno dell’inconsistente gruppo dirigente del Movimento 5 Stelle.
Il punto centrale infatti è che nel tentare di demolire la figura di Giuseppe Conte lo stesso Grillo finisce per colpire con furia belluina tutto ciò che il movimento è da alcuni anni a questa parte e, quindi, finisce per colpire (e affondare) anche se stesso.
Ciò accade per almeno tre motivi, tutti convergenti e tutti plasticamente rappresentati nelle poche ma cattivissime righe rese pubbliche ieri.
Innanzitutto sconfessando Conte in modo così brutale e definitivo viene negato ogni valore all’intera stagione di governo del movimento, perché proprio l’ex premier ne rappresenta la punta di diamante.
Se infatti è indubbiamente Luigi Di Maio il più efficace interprete della “continuità” grillina all’interno delle istituzioni (non a caso avvenuta con solenni e ripetute benedizioni del Quirinale) è proprio il professore ed avvocato pugliese l’emblema di una forza rivoluzionaria (o sedicente tale) che porta un “homo novus” nel posto più importante e solitamente occupato da figure di establishment (Draghi, do you know?). Insomma Grillo affossa Conte incurante del fatto che così facendo dà ragione a tutti quelli che hanno smesso di votare M5S delusi dai risultati di tre anni in maggioranza (con tre governi diversi ed il movimento unico soggetto politico sempre presente).
Ma c’è un secondo elemento che occorre considerare per valutare in profondità il senso dell’accaduto e riguarda la vita interna al M5S.
Per anni abbiamo osservato (spesso con troppa indulgenza) la tendenza alla pulizia “etnica” del movimento stesso, dove le voci critiche sono state regolarmente espulse o ridotte al silenzio mediatico in nome di una improbabile quanto soggettiva visione di democrazia dal basso (governata dalla piattaforma Rousseau, che non a caso torna in pista dopo mesi di polemiche).
È il caso di Giovanni Favia, oggi intervistato da Il Giornale. O del sindaco di Parma Pizzarotti: persone di qualità che hanno rotto con il M5S per il semplice fatto che hanno cercato di continuare a pensare con la loro testa.
Ebbene Grillo altro non fa che uniformarsi alla (pessima) regola “primordiale”, probabilmente l’unica che conosce. Il dissenso non è ammesso, la catena di comando è data per sempre, la leadership non è contendibile. Insomma un sistema di democrazia interna che ha molto più a che fare con la Corea del Nord che con le buone pratiche dei partiti veri e sani, dove ogni ruolo è sempre contendibile e provvisorio.
Infine c’è l’aspetto più devastante di tutti, quello che riguarda non il passato o il presente (cioè fare fuori Conte) ma il futuro.
Perché se è vero che proprio Grillo scrive di un Comitato Direttivo da eleggere per elaborare un piano d’azione “da qui al 2023”, è altrettanto vero che nel post non c’è nulla che parla veramente di questo futuro.
Il Comitato infatti dovrà produrre “qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050”.
Cioè Grillo scrive che il M5S deve ripartire da zero, ripensando completamente se stesso (dopo cinque comodi anni al governo e i consensi scesi a oggi del 50%). Un futuro che è un foglio bianco tranne su un punto: via Conte che “non ha visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità d’innovazione”. La fatwa di ieri dunque si caratterizza come un atto poco lucido e, per certi versi, anche disperato e ci porta alla mente la saggezza degli antichi.
Penso al drammatico epilogo di Kronos, figlio di Urano e padre di Zeus. L’oracolo gli dice che uno dei suoi figli lo avrebbe prima o poi spodestato e per questo lui li ingoia appena nati. Un giorno però sua moglie Rea (incinta di Zeus) partorisce di nascosto a Creta. E consegna a Kronos una pietra che lui ingoia senza capire.
Eccolo qui il nostro Beppe Nazionale, un misto tra Tafazzi e Kronos.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 30th, 2021 Riccardo Fucile
TORNARE A UN MOVIMENTO BASATO SU UNO STATO EMOTIVO E SULL’UTOPIA
Giuseppe Conte è stato epurato. Con una brutalità che non sorprende, Beppe ci ripensa e si ripiglia tutto: partito, piattaforma, iscritti, regole e non-regole, pure la Visione.
Più che un Vaffa a Conte rifila un bel “Sei fuori”, come nei tempi passati. Ricordate i Pizzarotti, i Favia, le Salsi, le Fucsia? Tutti fuori.
Dietro al gesto paradossale di Grillo che dopo aver scelto Conte prima come Presidente del Consiglio e poi come capo politico del Movimento decide di detronizzarlo nel giro di una notte, c’è molto di più del delirio di onnipotenza del leader in declino o la follia del padre-padrone (bollito secondo Travaglio).
Tre elementi che vanno considerati.
Primo. L’inevitabile tensione, sottolineata un po’ da tutti, tra i valori e i miti delle origini e una “normalizzazione” sempre più imposta dall’ingresso nelle istituzioni e nei ruoli di governo, difficile da gestire.
Il Movimento 5 Stelle nasce come aggregazione certamente leaderistica, ma basata sulla ricerca della democrazia diretta, di una partecipazione dal basso orizzontale e assoluta, tramite la Rete e i Meet-up, sul coinvolgimento di tutti a programmi fluidi e sempre in corso d’opera (la wikipolitica) e sul rigetto delle competenze in nome della ventata di aria fresca portata dai dilettanti della politica.
Come questo potesse conciliarsi nel lungo termine con le lungaggini e le farraginosità della democrazia parlamentare, e con i necessari compromessi sia a destra che a sinistra dei membri del governo in una fase di emergenza del paese era un po’ mistero.
Secondo. La leadership monocratica di Grillo e l’impossibilità di una struttura di comando duale. Sebbene spalleggiato da Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo è sempre stato un uomo solo al comando. Il leader-carismatico, il leader-influencer, il leader- plebiscitario.
L’istrione che si è inventato qualche passo di lato in momenti eccezionali (con i governi Conte e poi con Draghi), ma che non ha nessuna intenzione di cedere l’intera sua creatura ad un altro da sé (quello dello Statuto del ’600).
“Io devo essere il capo politico di un movimento … però il mio ruolo è anche quello di garante, di controllare, di vedere chi entra con soglie di attenzione molto alte…” Cosi diceva Grillo lanciando la campagna elettorale del 2013. Un’ambiguità mai risolta, garante o leader assoluto? E così la trasmissione d’impresa è andata a farsi friggere.
Terzo e più importante. Andare oltre il consenso.
Come è possibile che Grillo abbia in spregio quel 15-16 per cento di consensi che ha nel paese e il livello altissimo di popolarità di Conte? Grillo spariglia e con una inversione a U torna al punto di partenza. Quello di un Movimento basato più su uno stato emotivo che sulla ricerca di consenso, sull’utopia e l’immaginazione più che sulle cariche di potere, sul popolo puro e incorrotto che cerca risposte nuove e non sulle antiche liturgie della politica. Insomma, una scommessa folle che distrugge tutto e tutto recupera
A questo punto non rimane che una separazione netta, forse poco consensuale. Tra i due Giuseppe. Una scissione vera e propria tra governisti e movimentisti, tra Contiani e Grillini, che se non metterà a rischio il governo Draghi certamente darà un forte scossone al futuro assetto già fragile e fluttuante del nostro sistema politico.
(da Huffingtonpost)
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