Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
BIGLIETTI DEI VOLI RADDOPPIATI , OMBRELLONI FINO A +40%, AUTONOLEGGIO + 45%
Incrementi fino al 40% per l’ affitto giornaliero di ombrelloni, lettini e sdraio. E prezzi anche doppi per le prenotazioni in hotel, se la caccia è alla tariffa rimborsabile.
Perfino l’ autonoleggio sembra diventato off-limits (gli aumenti arrivano a +45%). L’ estate sarà Covid-free, si spera, ma sarà anche a caro prezzo.
A denunciarlo a gran voce sono le associazioni dei consumatori.
Ma a parlare sono soprattutto le migliaia di segnalazioni pervenute agli enti di controllo e registrate anche dall’ inchiesta del Messaggero.
Ecco perché sono già scattate alcune contromisure. A partire da quelle dell’ Enac che ha deciso di vederci chiaro sull’ assegnazione di posti a pagamento nelle compagnie low cost.
Verifiche dovute, con l’ obiettivo, spiega l’ Ente, di «assicurare la dignità, il diritto alla salute, alla sicurezza e alla incolumità del passeggero che la pratica tariffaria aggressiva dei vettori in questione rischia di compromettere con una offerta non adeguata ed elusiva dei diritti dei passeggeri».
I numerosissimi reclami fatti recapitate all’ Ente, precisa, arrivano da «passeggeri che hanno lamentato disservizi da parte di compagnie aeree low cost in ordine, in particolare, alla procedura di assegnazione dei posti sull’ aeromobile che non consentono ai genitori di sedersi accanto ai propri figli minori, né ai familiari di stare accanto a persone disabili e a ridotta mobilità, se non dietro pagamento di una tariffa aggiuntiva, a volte superiore al costo del biglietto. Inaccettabile.
Dunque, l’ Ente è pronto ad adottare «i necessari provvedimenti per ristabilire le corrette pratiche commerciali».
L’ affondo è stato accolto con soddisfazione da Assoutenti che da giorni combatte la sua battaglia contro gli extracosti e quella che ha definito «la tassa sul sedile».
«Si arriva a pagare la cifra record di 109 euro per chi ha bisogno di scegliere posti specifici», spiega il presidente Furio Truzzi. Una pratica definita «vessatoria» già segnalata all’ Antitrust.
In realtà secondo un’ indagine della stessa Assoutenti, non sono soltanto le compagnie low cost ad approfittare degli extracosti per arrotondare bilanci messi a dura prova dal Covid
Se infatti i prezzi sono più o meno in linea con quelli degli scorsi anni, anche tra le compagnie di linea tutti i servizi accessori sono stati resi a pagamento applicando tariffe che arrivano a superare più del doppio il costo del singolo volo.
Per il posto a sedere, più è vicino alla porta di uscita degli aerei, più costa, sfruttando la paura di assembramenti. Senza contare l’ enfasi sulle assicurazioni di viaggio legata al Covid per spese mediche e di rimpatrio in caso di contagio e che permette la cancellazione delle prenotazioni. La scelta del posto può costare fino a 23 euro in più per un volo Vueling da 59,99. Ma se si vuole imbarcare un bagaglio di 25 chili serviranno altri 31,40 euro.
Ryanair offre la scelta posto da 4 a 20 euro per un volo base da 27,99 euro; altri 21, 99 servono per il bagaglio. EasyJet prevede una scelta posto a 16,49 euro più il volo da 33,99 e per il bagaglio fino 44,99 euro.
Anche per Alitalia spunta per un volo da 57 euro il balzello da 25 euro in più per il bagaglio e la scelta del posto. Se invece si chiede solo il bagaglio, si arriva a 50 euro in più.
Stesso discorso per Lufthansa: 25 euro per scegliere dove sedersi. E, infine, se si passa ad Air France, un volo da 120 euro diventa di 320 se si vuole avere la possibilità di opzionare subito un posto.
Certo, insieme al sedile si ottiene anche la possibilità del rimborso e della modifica con integrazione. Salvo poi scoprire, solo andando avanti nella prenotazione, forse troppo tardi per i meno coraggiosi, che il posto a sedere si può avere al prezzo di 19 euro, se vicino alle uscite di emergenza. Una giungla difficile da affrontare.
(da Il Messaggero)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UNA POLEMICA RIDICOLA, VISTO CHE SI USA IL LED A BASSO CONSUMO
Max Bastoni è un leghista che ne dice di tutti i colori. Il consigliere Regionale del
Carroccio in Lombardia, già protagonista di altre polemiche prive di contenuto (come quella sui cappellini colorati donati ai neonati prematuri ricoverati all’Ospedale Niguarda di Milano) deve avere un rapporto conflittuale con l’arcobaleno.
L’ultima polemica sollevata sulla sua bacheca Facebook, infatti, riguarda la decisione della giunta meneghina di colorare Palazzo Marino in occasione del Pride. Luci a led (quindi quelle a minor consumo) messe in correlazione con alcuni blackout registrati nel capoluogo.
“L’energia elettrica non c’è per famiglie, aziende e ristoranti. Per le fesserie si trova sempre”, scrive Max Bastoni su Facebook allegando una foto di Palazzo Marino arcobaleno con su scritto: “A Milano interi quartieri al buio, ma Beppe Sala illumina Palazzo Marino per il Gay Pride”.
Negli ultimi giorni,Nin alcune zone di Milano si sono registrati blackout e cali di tensione di energia elettrica. Il sindaco Beppe Sala ha già chiesto chiarimenti ad A2A (la società che si occupa delle reti di distribuzione della corrente in città) e a Unireti. Al momento si registra un maggiore consumo di energia elettrica (contestualmente all’aumento delle temperature e, quindi, a un maggior utilizzo di dispositivi per la climatizzazione) e di un sistema che deve essere rinnovato. Insomma, il problema c’è ed è reale.
Ma Max Bastoni cade, per l’ennesima volta, in una sterile propaganda.
L’illuminazione utilizzata per colorare Palazzo Marino, infatti, è a led. Insomma, è quella a consumo più basso e non intacca sicuramente la gestione della rete di energia elettrica in altre zone della città. Inoltre, passando da Pisapia a Sala il comune ha rinnovato anche il sistema di illuminazione strade, passando dalle lampade alogene a quelle a led (quindi meno dispendiose in termini di consumo). Collegare i due eventi è semplicemente il classico cliché propagandistico.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL FRATELLO DEPUTATO E’ CANDIDATO DEL CENTRODESTRA A GOVERNATORE
Dopo quattro anni di indagine, si chiude il caso sulle presunte spese fantasma al Comune di Cosenza. Con una mossa che era nell’aria da tempo, la Procura cosentina, guidata dal procuratore capo Mario Spagnuolo, ha chiuso i conti notificando l’avviso di conclusione indagini nei confronti di quattro indagati che ora rischiano di finire alla sbarra in un’aula del tribunale. A finire nel mirino dei magistrati sono stati il sindaco Mario Occhiuto, l’ex segretario Giuseppe Cirò, e altri due responsabili dell’ufficio Economato.
Ai primi due i magistrati contestano il reato di truffa, falso e peculato ai danni del Comune mentre per i due funzionari pubblici l’accusa è di abuso d’ufficio e peculato. L’inchiesta è quella che ha messo nel mirino le spese sostenute dal primo cittadino tra il 2013 e il 2016. Ufficialmente si sarebbe trattato di “missioni istituzionali” per le quali sono stati acquistati biglietti aerei e il pagamento di alberghi di volta in volta rimborsati dal Municipio, almeno stando a quanto hanno sempre dichiarato gli indagati, ma per il procuratore Spagnuolo la realtà sarebbe ben diversa.
In realtà, almeno stando alla ricostruzione dei magistrati, tali viaggi non sarebbero mai stati nemmeno svolti e così l’importo finito nel mirino dei pubblici ministeri, oltre 100 mila euro, sarebbe stato intascato dai quattro indagati. Per riuscire a mettere le mani sul malloppo, stando agli accertamenti degli inquirenti, le persone coinvolte avrebbero utilizzato ricevute false e con queste avrebbero indotto in errore il settore Economato del Municipio.
Proprio qui, nel periodo in cui si sarebbe consumato il raggiro, lavoravano i due funzionari indagati che non solo avrebbero saputo dell’inesistenza dei viaggi di cui si chiedeva rimborso ma, contravvenendo al proprio ruolo, si prodigavano al fine di erogarli al primo cittadino e al suo collaboratore dell’epoca. A far detonare il terremoto giudiziario che sta travolgendo l’amministrazione comunale di Cosenza è stato proprio Occhiuto, quest’ultimo noto anche in quanto fratello del deputato di Forza Italia Roberto che è il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Calabria, che in questa vicenda, ancora tutta da accertare, è passato dall’essere il grande accusatore di Cirò a coindagato.
Proprio l’architetto-sindaco è stato il primo ad accendere i riflettori giudiziari sulla vicenda a marzo del 2017, prima con il licenziamento del suo ex segretario e dopo con la denuncia presentata contro di lui. Un documento in cui Occhiuto accusava Cirò di aver fatto la cresta sulle trasferte con spese gonfiate o inventate di sana pianta. Un anno e mezzo dopo, quella scelta gli si è ritorta contro dal momento che anche lui si è ritrovato indagato poiché tirato in ballo dal suo stesso ex collaboratore che, per anni, era stato il suo uomo di fiducia e quindi ne custodiva, secondo quanto ritiene la Procura, tutti i suoi segreti.
Il sindaco di Cosenza non è nuovo ai guai con la Giustizia. L’8 luglio dello scorso anno Occhiuto è stato rinviato a giudizio assieme all’ex ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, e altre 25 persone (leggi l’articolo), nell’ambito delle indagini su un presunto drenaggio di soldi pubblici destinati alla realizzazione di progetti ambientali all’estero. Riavvolgendo il nastro del tempo allo scorso aprile, invece, il sindaco è rimasto coinvolto nell’indagine della Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, che ha portato al sequestro choc di Piazza Bilotti in quanto ritenuta insicura per l’incolumità pubblica nonostante tre anni prima la stessa era stata sottoposta a riqualificazione
(da La Notizia)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
POSITIVI 14 LAVORATORI DEL LOCALE DI BRIATORE
Epidemia colposa per il Billionaire. La procura di Tempio Pausania, a quanto
riporta il Messaggero, avrebbe notificato la chiusura indagine al rappresentante legale della struttura. Il reato di lesioni colpose è invece stato contestato ai gestori del Phi Beach e del Country Club, altri due locali tra i più importanti della Costa Smeralda, in Sardegna
Secondo i pm sardi il Billionaire, l’estate scorsa, non avrebbe adottato tutte le misure appropriate per evitare che si diffondesse il virus tra i dipendenti. In tutto risultarono positivi 14 lavoratori del locale di Flavio Briatore.
Per quanto concerne Phi Beach e Country Club i gestori non fornirono, secondo la procura, mascherine in numero sufficiente ai dipendenti. E alcuni presidi che consegnarono ai lavoratori non erano nemmeno dei Dpi, ma solo mascherine prive di efficacia filtrante con il logo dei rispettivi locali.
Alla discoteca di Flavio Briatore si contesta di non aver adottato tutte le misure idonee per evitare il contagio fra i dipendenti. Per i gestori degli altri due locali l’accusa è di lesioni colpose, per non aver fornito un numero sufficiente di mascherine ai dipendenti (si ammalarono 6 del Phi Beach e 8 del Country Club) e non aver esercitato un controllo adeguato sul rispetto delle norme anti-Covid.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IN PIENA PANDEMIA HA CONTINUATO PER UN MESE E MEZZO A ORGANIZZARE APERITIVI ILLEGALI NONOSTANTE DECINE DI DENUNCE
Resta chiusa la Torteria di via Orti a Chivasso (Torino), sotto sequestro dallo scorso 6 maggio. Il locale, diventato ritrovo di negazionisti e no-mask nel periodo del Piemonte zona rossa e arancione a causa del Covid, resterà chiuso ad oltranza.
La procura di Ivrea ha respinto una nuova richiesta di dissequestro avanzata nei giorni scorsi dagli avvocati difensori di Rosanna Spatari, la titolare del locale, diventata, sui social, uno dei simboli delle proteste contro le chiusure imposte dall’emergenza Covid. Due settimane fa anche il tribunale del Riesame di Torino aveva confermato il sequestro della Torteria.
La decisione di mantenere chiusa la Torteria è arrivata perché il locale è un luogo chiuso e, poiché che la titolare ha più volte dichiarato che lei e i suoi clienti non intendono usare la mascherina, vale il principio che all’interno si continui a commettere un illecito. Il procuratore capo Giuseppe Ferrando ha però concesso alla donna di entrare nel locale per portar via i beni deperibili e gli effetti personali.
Sono arrivate nel frattempo anche le motivazioni della corte dei giudici del tribunale del Riesame che avevano dato parere negativo alla riapertura. Per i giudici era legittima la chiusura imposta dal tribunale eporediese per motivi di salute. Nel provvedimento della giudice Vanini del tribunale di Ivrea, su richiesta dalla Procura, non c’era dunque alcuna violazione alle norme Costituzionali in materia di lavoro come sosteneva il legale della Spatari. I giudici del Riesame hanno spiegato come i dpcm sono legittimi perché in particolari situazioni di emergenza sanitaria è il Governo ad avere la potestà esclusiva.
L’ordinanza di chiusura della Torteria era arrivata proprio dalla giudice Vanini del tribunale di Ivrea lo scorso 6 maggio dopo che la proprietaria del locale aveva organizzato per oltre un mese e mezzo apertivi illegali che avevano attirato a Chivasso davanti al locale decine di negazionisti e no Mask.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
QUANTO DEBOLE E’ LA FEDE IN CHI NON SI PONE MAI DOMANDE
Suor Maria Ausilia non era riuscita a spiegarmelo. Anzi, nemmeno ci aveva
provato. Alla mia domanda di bambina di otto anni molto curiosa e con una grande immaginazione, “Suora, e se dio non esiste?”, invece di replicare che esisteva talmente tanto, per lei, che aveva addirittura deciso di sposarselo, e magari farmi un discorso appassionato che non avrei dimenticato mai più, decise che ero blasfema e irriverente, e mi cacciò fuori dall’aula. Con tutto il banco, per tutto il giorno: alla gogna, nel corridoio, per espiare quell’imperdonabile peccato di curiosità e immaginazione
Infatti me lo ricordo ancora: nella sua idea di educazione, la curiosità blasfema avrebbe così dovuto accompagnarsi per sempre alla vergogna e all’esclusione, in modo che mai mi tornasse in mente di fare domande “non ammissibili”.
Suor Maria Ausilia non so più dove sia, né se sia ancora in questo mondo (nemmeno più esiste quella scuola dove passai cinque tra i peggiori anni della mia vita), ma sono certa che nemmeno oggi saprebbe spiegarmi esattamente perché il Ddl Zan è un pericolo tale, per l’insegnamento nelle scuole cattoliche, da dover mettere in moto un allarme diplomatico
Quello che leggo è la preoccupazione che il ddl Zan metta a rischio la “piena libertà di manifestazione del pensiero”, e la “piena libertà di svolgere la sua missione pastorale”. Leggo, e non capisco bene: mi sembrano le accuse che da mesi sono mosse al ddl Zan, e che non trovano alcun appiglio nella lettera del ddl, né nelle sue finalità.
Che non sono certo di indottrinamento o persecuzione della libertà d’espressione o opinione, foss’anche un’opinione stupida e demente come tutte quelle discriminatorie.
La Chiesa ha forse paura che qualcuno imponga nelle sue scuole “l’ideologia gender”? Che qualcuno rivendichi una sorta di arcobalenizzazione delle famiglie? Cara vecchia Chiesa, è come quando vedeva ovunque Belzebù, ovvero una cosa che non esiste.
O come quando, fino a ieri, ha provato in tutti i modi a bloccare ogni forma di emancipazione delle donne, o di trasformazione della famiglia: cercare di negare le cose che accadono, i cambiamenti, le metamorfosi epocali quando sono già una realtà ampia e consolidata. E allora invece di comprenderla e accoglierla, nel dubbio, meglio evitare, negare, eludere.
Cara suor Maria Ausilia, se oggi una bambina ti chiedesse “ma come si possono avere due mamme, o due papà?”, o se ti chiedesse “perché hanno picchiato quel ragazzo che aveva l’ombretto? Perché distruggono tutte le panchine dipinte d’arcobaleno?”, tu cosa faresti?
La cacceresti fuori col banco, a pentirsi e convincersi a non fare più domande? Sai quanto debole sembra, la tua fede, se ha paura delle domande, o anche di niente, di cose inventate come il gender-Belzebù o la famiglia arcobaleno che viene a togliere non si sa cosa alle altre famiglie (quando invece quello che vuole è esattamente la stessa cosa: essere una famiglia come tutte)?
Ciao suor Maria Ausilia, tu non puoi nemmeno immaginarlo quante cose mi hai insegnato, rifiutandoti di insegnarmi le cose.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL DOCENTE DI DIRITTO ECCLESIASTICO: “E’ UNO STRUMENTO OTTOCENTESCO CHE NON FUNZIONA PIU'”
La nota della Santa Sede sul ddl Zan ”è più che un’ingerenza”, perché perturba il dibattito pubblico e mina il principio della laicità dello Stato, ma il problema strutturale è un Concordato “vecchio e da riformare”. –
Per Vincenzo Pacillo, professore ordinario di diritto ecclesiastico e canonico all’Università di Modena e Reggio Emilia, l’accordo che regola i rapporti tra Stato e Chiesa risente di echi “otto-novecenteschi”, superati dal Concilio Vaticano II e che non rispecchiano la realtà, sia religiosa che sociale, di oggi.
E la carenza di una politica ecclesiale seria si riflette, per esempio, nella mancata riforma della commissione paritetica Italia-Santa Sede, che oggi sarebbe stata molto utile a Draghi per dirimere la questione.
Professore, partiamo dalle polemiche sulla legge Zan, cosa pensa della nota della Santa Sede che chiede interventi sul ddl che così com’è violerebbe il Concordato?
La cosa è piuttosto eclatante. Siamo di fronte a una nota verbale, che notoriamente è una comunicazione che avviene tra due soggetti di diritto internazionale come la Repubblica italiana e la Santa Sede, che in più hanno in comune un documento, il cosiddetto Concordato, che in qualche modo dovrebbe regolare i rapporti tra loro in Italia. Fin qui tutto regolare.
Qual è il problema allora?
C’è una serie di problemi. Primo: la nota verbale è un atto formalmente impegnativo dal punto di vista diplomatico e anche dal punto di vista del diritto internazionale, a cui si fa fatica a non rispondere, che riguarda un disegno di legge, quindi qualcosa che sta avvenendo e di cui si sta discutendo a livello di espressione massima di sovranità popolare. C’è un soggetto di diritto internazionale che sta entrando all’interno di una discussione esclusivamente politica, dentro gli affari interni di un altro soggetto di diritto internazionale. Cosa che peraltro la santa Sede avrebbe dovuto evitare alla luce dell’art.7 della Costituzione italiana, impegnandosi a rispettare il proprio ordine quindi a rimanere fuori dalla costruzione del dibattito politico.
Secondo il professor Cesare Mirabelli si tratterebbe solo di un avvertimento.
Beh, un avvertimento di questo tipo non è una mera espressione di pensiero, un contributo al dibattito, ma una presa di posizione ufficiale che rischia di perturbare la costruzione del dibattito politico. Questo mi lascia molto perplesso, come sono molto perplesso dal contenuto stesso della nota verbale. La Santa Sede dice: sono a rischio sia la libertà di pensiero dei cattolici che la libertà delle scuole cattoliche. Ma negli stati democratici oggi esistono dei limiti per la libertà di pensiero, sono molto estremi, ma esistono: incitamento all’odio, alla discriminazione razziale o sessuale, apologia dei fascismi. Limiti invalicabili che non possono avere cittadinanza all’interno dell’ordinamento italiano. Non si può pensare che i cattolici abbiano dei limiti alla libertà di pensiero che siano diversi da quelli degli altri. E lo dico da cattolico praticante, per quel che conta. Ma c’è un terzo problema, persino più grave
Prego.
Riguarda la laicità dello Stato, che se è un principio supremo del nostro ordinamento costituzionale, questo vuol dire che nessuna norma giuridica, nemmeno una norma concordataria può piegarla. La laicità dello Stato ha una forza di resistenza superiore. E l’idea dello Stato laico si caratterizza con l’obiettivo principale di tutela delle minoranze e dei soggetti più vulnerabili, da qualsiasi attacco verbale che possa creare odio e discriminazione.
Detta semplicisticamente, i tre punti che ha sollevato vanno nella direzione di chi sostiene si sia stata un’ingerenza.
Tecnicamente non lo è stata, perché teoricamente il Parlamento potrebbe anche cavarsela dicendo ‘ne prendiamo atto, ma andiamo avanti’. Ma qui paradossalmente siamo davanti a qualcosa che è più di un’ingerenza. Come dicevo, siamo di fronte a un rischio di un perturbamento del dibattito politico e contemporaneamente al rischio di depotenziamento del principio di laicità dello Stato.
E se il Parlamento – e il Governo – dovessero prenderne atto e andare avanti? Cosa accadrebbe dal punto di vista giuridico?
L’unica esperienza simile è avvenuta nel 1970, quando Paolo VI prese posizione contro il divorzio, che però era già diventata legge, dicendo che violava l’art.34 del vecchio Concordato del 1929. Seguì dibattito in Parlamento, ma dal punto di vista giuridico non ci fu nessuna conseguenza. La distinzione degli ordini fa sì che sia lo Stato poi a decidere, come è avvenuto durante la pandemia quando si è deciso di chiudere le chiese. Certo esistono delle azioni diplomatiche che possono essere fatte se si assume che un trattato internazionale sia stato violato, però qui c’è un’altra domanda di fondo da farsi.
La faccia.
Ma il Concordato è veramente assimilabile a un trattato internazionale? Perché io come l’impressione di no, visto che riguarda la vita di soggetti che sono anche cittadini all’interno del mio Stato e che devono soggiacere alle leggi del mio Stato.
E siamo arrivati al senso stesso del Concordato.
Che, parliamoci chiaro, è uno strumento otto-novecentesco. Che nasce dall’idea che circolava nei manuali di diritto pubblico ecclesiastico di allora per cui la Chiesa cattolica era una ‘società giuridicamente perfetta’ e quindi soggetto internazionale pari agli altri Stati. Ma questa cosa qua non esiste più almeno dal Concilio Vaticano II, quando la Chiesa rinuncia agli status giuridici che l’hanno contraddistinta nella comunità internazionale sino a quel momento. Perché la Chiesa è un’altra cosa, una società sovrannaturale, un sacramento, che non puoi immaginare che stipuli trattati internazionali. Per tanti motivi in Italia conserviamo una struttura concordataria, che non funziona più, che oggi risente di una visione vecchia dei rapporti tra Stato e Chiesa e che secondo me non funziona dal punto di vista teologico prima che giuridico. Ma lo stesso accade in altri Paesi.
Dove, per esempio?
Beh, in Polonia, in Spagna, in Germania dove i Lander hanno tanti piccoli Concordati. Ovviamente non in Francia e negli Stati Uniti.
L’idea del Concordato non è comunque superata di fatto nei sistemi liberaldemocratici? Non dovrebbe essere concepibile solo per difendere le religioni minacciate da un regime autoritario? In fondo nacque durante il Fascismo.
In linea di principio sì, ma sarebbe difficile immaginare rinunciarci dall’oggi al domani. Perché l’articolo 7 della nostra Carta, bene o male, ha riportato il principio concordatario come principio costituzionale. Dovremmo fare una riforma costituzionale, cosa politicamente inimmaginabile. Poi ci portiamo dietro un’altra contraddizione, il Concordato è stato fatto nell’era fascista ma è stato modificato negli anni ’80 da Bettino Craxi, che sarebbe difficile definire un illiberale, ma evidentemente a quei tempi serviva come elemento di equilibrio politico. Ma ora la situazione è diversa. I cattolici praticanti e i sacerdoti sono diminuiti, ed è aumentata sia la pluralità delle religioni che la non religiosità. Il cattolicesimo non è più il monolite che conoscevamo, ma è un grande mosaico esattamente come l’Islam o il buddismo. Le grandi religioni non sono blocchi granitici ma attraversate da movimenti di pensiero, e talvolta di un tasso di aggressività che per lo stato democratico può essere pericoloso.
Quindi?
Quindi ti trovi di fronte a uno strumento già obsoleto in sé che non corrisponde più alla composizione della realtà sociale. Che va come minimo riformato, come ho scritto altrove (Ripensare i patti lateranensi, Rivista Il Mulino, ndr). Senza cadere in banalizzazioni, io stesso ho dato un’occhiata al video di Fedez e ci ho rivisto le stesse reazioni di molti ventenni a cui insegno, e che quando gli parli di Concordato pensano a qualcosa di esotico. Però devi anche considerare che con l’articolo 8 della Costituzione hai esteso il principio della bilateralità alle altre confessioni religiose, così che non posso un domani abolire il Concordato coi cattolici e tenere in piedi l’intesa con gli ebrei o con i valdesi. Non avrebbe senso. E il tutto si complica se consideriamo la totale assenza di una legge generale sulla libertà religiosa in Italia. Per cui i culti che non hanno ancora un’intesa con lo Stato, come l’Islam per esempio, sono normati dalla legge del 1929.
C’è il rischio di perdersi.
Ma c’è di più. Se non sbaglio, non è stata ancora riformata la commissione paritetica tra Italia e Santa Sede che si dovrebbe occupare di dirimere le controversie inerenti all’interpretazione del Concordato ai sensi dell’articolo 14 degli accordi di Villa Madama. Questo per dire che la nota verbale sul ddl Zan è solo la punta di un iceberg di una politica ecclesiastica che nessuno prende in mano seriamente, e che ogni tanto ti scoppia in mano.
Questa commissione avrebbe avuto voce in capitolo anche in queste ore, per dirimere la vicenda del ddl Zan?
Certamente, Draghi potrebbe dire ‘c’è la commissione paritetica che ci dice esattamente come stanno le cose’.
Per chiudere, il ddl Zan secondo lei il Concordato lo vìola veramente o no?
Secondo me no. Non si vede perché i cattolici dovrebbero godere di uno status speciale in termini di limiti alla libertà di pensiero. Semmai ci potrebbe essere un problema di interpretazione delle norme, ma a quello pensa il Parlamento.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
INVECE DI QUELLA DEL VICEPRESIDENTE DEI GIOVANI PAKISTANI ITALIANI PUBBLICA L’IMMAGINE DI UNO CHE NON C’ENTRA UNA MAZZA
Il post di cui parliamo, attualmente, è stato rimosso. E rimuoverlo è il minimo che
si potesse fare, data la pessima figura fatta dagli account social della Lega e da Matteo Salvini.
Tutto parte dall’intenzione della Lega di rilanciare le parole del vicepresidente dei giovani pakistani italiani, tale Usama Sikandar – che è anche studente di medicina in Italia -.
Come da prassi degli account social di Lega Salvini quando un personaggio dice qualcosa di utile, una determinata frase di quel discorso (ovviamente quella funzionale per affermare un determinato punto anche se, nel complesso, il messaggio magari è un altro) viene ripresa e abbinata alla fotografia.
Tante volte la Lega ha fatto questo, tante volte è stato chiesto di rimuovere un contenuto del genere dalle persone riprese – lo scorso aprile, ad esempio, il giornalista David Allegranti – ma stavolta si è raggiunta una nuova vetta.
La fotografia pubblicata che dovrebbe raffigurare Usama Sikandar rappresenta, invece, il quasi omonimo Usama Bin Sikandar, ricercatore al Georgia Institute of Technology che ha origini pakistane.
Un vero epic fail social, come fa notare Il Fatto Quotidiano. L’account del Carroccio ha pubblicato la fotografia del ricercatore che lavora negli Stati Uniti e, giustamente, il docente si è rivolto a chi si occupa della comunicazione per conto dell’account della Lega: «Questa è la mia foto, non sono la persona di cui parla questa storia. Rimuovete subito questo post».
La frase citata nel post, pubblicato lo scorso 9 giugno, era stata estrapolata da un discorso fatto per commentare la vicenda della giovane Saman Abbas. Un capitolo tristissimo della cronaca italiana, con le indagini ancora in corso, che – come sempre – è stato strumentalizzato per fini politici data la nazionalità dei protagonisti.
Scriveva, la Lega: «Saman è morta perché ci sono diversi alibi che attraverso la religione, la tradizione e le usanze, hanno armato la mano di suo zio. Francamente sono davvero stufo e come me tanti giovani pakistani che vivono in Italia non ce la fanno più a sopportare certe usanze. Tradizioni che vogliono inchiodarci a una cultura arretrata, che non rispetta le donne e le nostre scelte di giovani che vivono in un contesto nuovo».
Peccato solo che questa citazioni, copiata e incollata senza contesto, sia stata commentata dallo stesso Sikandar (quello italiano) che si è detto assolutamente non stupito dell’utilizzo che la Lega ha fatto di parte del suo discorso.
«Non mi stupisce che la Lega abbia ‘aggiustato’ la mia intervista a scopi propagandistici, prendendo un pezzo di frase di qua e di là e mettendole insieme – ha detto il vicepresidente dei giovani pakistani italiani – Mi fa molto più arrabbiare la sostituzione della foto».
L’errore nella scelta della foto evidenzia tanto un lavoro fatto male da parte dei social media manager – che non si sono curati di verificare l’identità fotografica della persona che stavano citando tramite dei controlli incrociati suo social – quanto che, come sottolinea Sikandar «per i leghisti, noi siamo tutti uguali».
La Lega non ha provveduto alla correzione della fotografia nemmeno quando avvisata dai diretti interessati coinvolti poiché è stato l’italiano a contattare il quasi omonimo che vive negli Usa per avvertirlo di quello che stava succedendo.
Il ricercatore ha contattato personalmente l’account della Lega per chiedere la rimozione del post, alludendo anche al fatto che la storia potesse essere falsa: «Questa è la mia foto. Non sono la persona di cui parla questa storia. Molto probabilmente anche la storia è falsa. Lega – Salvini Premier rimuova ora questo post per favore».
La richiesta non è stata esaudita e al Sikandar statunitense altro non è rimasto se non procedere per vie legali. Il post in questione, pubblicato sull’account Facebook, è stato ora rimosso.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
PARTITO DA UNA LOCALITA’ EGIZIANA CON LA MAGLIA COMPRATA IN UN MERCATINO
Una storia commovente e un sogno che speriamo si realizzi. Un migrante di 15 anni è sbarcato a Lampedusa indossando una maglia della polizia di Stato. È successo nella serata di lunedì 21 giugno, come racconta la questura di Agrigento.
La Capitaneria di porto dell’isola, a circa 23 miglia dalla costa, ha intercettato l’imbarcazione in legno con a bordo 40 persone di varie nazionalità, trasbordate e condotte al molo Favaloro.
Al momento dello sbarco, l’attenzione degli agenti è stata attirata da un giovanissimo egiziano che indossava una maglia molto simile a quella della divisa della polizia, con tanto di alamari, ma senza gradi, a dire del quindicenne acquistata poco prima di partire in un mercatino di Tripoli
Il ragazzo ha raccontato che era partito a maggio dalla cittadina di Fayoum, nell’entroterra egiziano, dove aveva lasciato la famiglia composta dai genitori e da sei fratelli; aveva raggiunto la Libia, e da lì si era imbarcato su un fatiscente natante in legno, affrontando un pericoloso viaggio per realizzare il suo sogno di raggiungere l’Italia e stabilirsi a Milano, con la speranza di riuscire a trovare un lavoro
E proprio uno dei lavori che sogna fortemente fare l’agente, e per questo aveva deciso di spendere i pochi soldi che aveva con sé per comprare la maglia esposta sulla bancarella del mercatino e sentirsi così un poliziotto italiano.
(da agenzie)
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