Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
CENTRI DESERTI, IL 70% DEI PRENOTATI NON SI PRESENTA
In fuga dal vaccino: il crollo delle adesioni alla campagna vaccinale è un fenomeno
delle ultime settimane.
In Campania, infatti, gli ultimi open day sono stati molto diversi dai precedenti: moltissime dosi sono avanzate per mancanza di prenotazioni. Il trend continua e proprio a Napoli oggi saranno chiusi gli hub vaccinali di Fagianeria di Capodimonte e Museo Madre. Non per mancanza di vaccini, come sottolinea il direttore di Asl Napoli 1 Centro, Ciro Verdeoliva, su Ansa, ma per assenza di adesioni.
Una cosa appare chiara: coloro che volevano aderire hanno già fatto richiesta mentre la fascia di scettici resta da convincere. Avevamo 10, perfino 12.000 adesioni al giorno, ora siamo a 2-300 di media, non arriviamo mai a mille. Eppure abbiamo fatto tanti appelli perché il 60% non è una quantità che ci garantisce l’immunità di gregge in città. C’è una fetta delle persone che hanno aderito che abbiamo convocato anche 4 volte e non si sono mai presentate. Siamo completamente fermi sulle prime dosi e non ci resta che continuare ad affidarci al senso responsabilità del popolo di Napoli di credere nella campagna vaccinale“, ribadisce il direttore. Un monito importante, da tenere in considerazione per il futuro.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
LA VITTIMA ERA UN CITTADINO ITALIANO DI ORIGINI MAROCCHINE
Si chiamava Adil Belakhdim ed era il coordinatore dei Si Cobas di Novara il giovane 37enne, cittadino italiano di origini marocchine il sindacalista morto questa mattina investito da un camion davanti ai cancelli della Lidl di Biandrate, nel Novarese.
E’ accaduto in via Guido il Grande, durante una manifestazione di lavoratori della logistica. L’autista che lo ha investito poi è fuggito. A bloccarlo in autostrada sono stati i carabinieri. Sul posto è intervenuto anche il 118, ma per il 37enne non c’è stato nulla da fare.
La dinamica
Secondo una prima ricostruzione il sindacalista stava presidiando insieme a una ventina di manifestanti i cancelli dove era stato organizzato il presidio sindacale, quando e’ stato travolto dal camion. Prima trascinato per un tratto, poi lasciato esanime sull’asfalto.
“Quel camion lo ha trascinato per una ventina di metri, il conducente non può non essersene accorto”: dicono i lavoratori che hanno assistito all’incidente. Il camion ha urtato anche altri due manifestanti, ferendoli, che si trovano ora in ospedale ma non sono in gravi condizioni.
Le testimonianze
All’origine della tragedia ci sarebbe stato un diverbio tra il conducente del camion e i lavoratori che protestavano davanti al cancello e bloccando il passaggio.
Secondo quanto riferito da Attilio Fasulo, segretario generale della Cgil di Novara, che si trova sul luogo della morte del sindacalista, “i lavoratori presenti hanno parlato di una discussione perché il camionista voleva entrare a tutti i costi”.
Sempre secondo le testimonianze raccolte, il sindacalista sarebbe stato travolto e trascinato per una decina di metri, fino all’altezza del passaggio pedonale: infatti nei primi minuti si era immaginato che stesse attraversando la strada.
La vittima
Adil Belakhdim era rappresentante dei Si Cobas e padre di due figli. Sul posto è accorso il fratello e ci sono stati alcuni momenti di tensione. “Me lo avete ucciso ha detto lui” mentre gli altri lavoratori cercavano di tranquillizzarlo.
Momenti di tensione alla Lidl di Biandrate
Anche la Cgil ha dichiarato lo sciopero e i lavoratori stanno bloccando tutte le uscite del magazzino. “C’era molta tensione in questo periodo – spiega ancora Attilio Fasulo – La discussione sindacale su molti temi era in atto. La Filcams Cgil chiedeva migliori condizioni di lavoro a partire dal riconoscimento di alcuni livelli che non venivano riconosciuti ai lavoratori”.
I Si Cobas avevano organizzato una manifestazione cui partecipavano una ventina di persone davanti a uno degli ingressi del magazzino Lidl dove lavorano circa 300 addetti, la maggior parte di origine straniera. “Più volte avevamo fatto presente all’azienda che la mancata risoluzione di questi temi avrebbe portato all’esasperazione dei toni. Ora si indagherà sulla dinamica ma era possibile evitare che si creasse una situazione del genere”.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
PARTITI M5S 19,2%, FDI 19%, PD 18,4%, LEGA 7,5%, AZIONE 7%, FORZA ITALIA 4%… IL CENTRODESTRA ATTUALE UNITO ARRIVA A ROMA ALLA STESSA PERCENTUALE (30%) CHE NEL 1993 IL MSI RAGGIUNSE DA SOLO (MEDITATE GENTE)
Enrico Michetti avanti, il candidato del centrosinistra alle spalle e Virginia Raggi fuori
dal ballottaggio.
Secondo un sondaggio realizzato da BiDiMedia, Michetti potrebbe arrivare davanti a tutti al primo turno delle elezioni comunali di Roma in programma a ottobre.
Al secondo posto c’è il candidato del centrosinistra, ancora da decidere visto che domenica 20 giugno si terranno le primarie con Roberto Gualtieri netto favorito della competizione interna alla sinistra. Fuori dal ballottaggio resterebbe la sindaca uscente, Virginia Raggi.
Michetti è accreditato del 28,5 per cento, il candidato del centrosinistra del 27 per cento, Raggi del 21,4 per cento e Calenda del 14,9 per cento.
Al quinto posto la candidata Monica Lozzi, ex Movimento 5 Stelle e presidente del Municipio VII, con l’1,9 per cento e al sesto posto Paolo Berdini, ex assessore all’urbanistica di Virginia Raggi, con l’1,5 per cento.
Per quanto riguarda il voto ai partiti, Pd, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle si contenderebbero il primo posto: rispettivamente 18,4 per cento, 19 per cento e 19,2 per cento. Segue la Lega al 7,5 per cento e poi Azione di Carlo Calenda al 7 per cento. Buone le performance delle due liste di sinistra: Sinistra Italiana e Liberare Roma, al 3,6 e al 3,3 per cento. Italia Viva al 3,1 per cento.
Da segnalare che nella Roma dove Fdi in ascesa dovrebbe rappresentare “la destra romana”, la Maloni arriva solo al 19%, la Lega sprofonda al 7.5% e sparisce Forza Italia con il 4%.
Nel 1993 alle comunali di Roma il Msi arrivò da solo al 30,1% (e al 47% al ballottaggio).
La differenza tra una destra sociale è la patacca sovranista.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
COSI’ FINIREBBE LA LEGISLATURA SENZA STRAPPI … E FORSE SALVINI NON REGGEREBBE UN ALTRO ANNO CON IL CROLLO DEI SONDAGGI
Altro che Giorgia Meloni e Matteo Salvini che vogliono andare al voto subito dopo l’elezione del nuovo inquilino del Colle. A palazzo Chigi l’hanno già ribattezzato il “lodo Giorgetti”: è la possibilità che Mario Draghi salga al Colle ma senza chiudere anzitempo la legislatura.
Già, perché tutti sanno che Giorgetti (GG per gli amici) è uno dei pochissimi ministri ai quali Mario Draghi si rivolge dandogli del tu (l’altro è Renato Brunetta).
Per tutti gli altri il “lei” è di rigore.
Ebbene, GG starebbe già da tempo lavorando per favorire l’ascesa di Mario Draghi al Quirinale tranquillizzando però i parlamentari spaventati da una chiusura anticipata della legislatura e quindi dalla possibilità di perdere la poltrona.
Anche molti leghisti cominciano a tremare, stante i sondaggi perennemente in calo e il prossimo taglio dei parlamentari in arrivo.
Ebbene che cosa ha escogitato GG? Dopo l’interregno di Renato Brunetta (che come ministro più anziano avrebbe la reggenza del Paese nel periodo di vuoto tra la nomina di Draghi al Quirinale e l’incarico per il nuovo premier) a palazzo Chigi sarebbe pronta ad arrivare una donna, Marta Cartabia, ora ministro della giustizia.
Gradita anche all’inquilino attuale del Quirinale, sarebbe perfetta, dicono ai piani alti del Mise, per portare a termine la legislatura seguendo il solco tracciato da Mario Draghi che comunque continuerà ad elargire consigli e a tenere d’occhio le sorti del paese dal Quirinale.
Il vero banco di prova per la sua candidatura a palazzo Chigi sarà la riforma della giustizia: se riuscirà a destreggiarsi tra le richieste delle forze politiche ed a portare a termine il compito in maniera soddisfacente, mettendo d’accordo tutti, allora la strada per la presidenza del Consiglio (e quindi per la “salvezza” della legislatura) sarà spianata.
(da TPI)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
PREFERISCE FAR FINTA DI NON SAPERE… TACCIONO ANCHE LA MELONI E SALVINI
E fu così che Enrico Michetti, candidato sindaco del Centrodestra a Roma, cadde dal
pero e si fece pure male.
Dopo il turpiloquio defecatorio di Vittorio Sgarbi rivolto alla sindaca Virginia Raggi ci saremmo aspettati, se non le scuse, almeno una sia pur blanda presa di distanza dal suo designato assessore alla Cultura. E invece nulla.
Il “tribuno del popolo” – così si è autodefinito Michetti – liquida l’offensivo post del critico d’arte come un fatto a lui sconosciuto. “Non conosco le frasi di Sgarbi (se le legga, ndr). Io posso parlare per me e non voglio entrare nel merito perché non conosco la vicenda…”. Proprio così.
“Annamo bene, sì sì annamo proprio bene”, direbbe la mitica Sora Lella. Non c’è male per l’aspirante sindaco di Roma che a tre giorni dal fattaccio dichiara di non sapere neppure di cosa si sta parlando.
Una toppa -come si suol dire – peggiore del buco. Che primo cittadino sarebbe questo Michetti che neppure sa cosa dice non una persona qualsiasi ma una delle tre punte di diamante del tridente – insieme alla Matone – della sua squadra? Non ce l’ha un ufficio stampa? E se no, qualcuno gli ha detto di farselo?
Oppure se ce l’ha proprio non funziona, meglio cambiarlo. Roma ne ha piene le tasche di questi “peronauti” che pensano che i cittadini siano tanti ebeti a cui darla da bere sempre e comunque.
Una figuraccia inenarrabile. Un indicatore plastico della serietà di una coalizione che non prende le distanze dallo Sgarbi pensiero e soprattutto non prende le distanze dal degrado della politica rappresentato dal deputato di (S)Forza Italia, dato il contesto suggestivo evocato dal fine polemista.
E dire che qualche giorno fa l’improvvido Vittorio ebbe a dire “Il ticket Michetti-Matone per Roma è una mia idea” e quindi il legame tra i tre è indissolubile.
Ergo: quello che pensa Sgarbi lo pensa anche il ticket?
Ci saremmo aspettati che almeno Giorgia Meloni, in nome della causa femminile, intervenisse scusandosi per la gaffe con cui il tribuno all’amatriciana è sceso nell’agone politico, ma anche lei nulla, bocca cucita sulla scelta fatta che potrebbe compromettere le performance di FdI, che stanno insidiando da vicino la Lega, al terzo posto nei sondaggi dopo il Pd e i padani.
Ed anche Matteo Salvini tace, perché di cadute dal pero ne ha collezionate anche lui molte e finge di non aver sentito le bestialità rivolte alla Raggi.
Chissà che ne pensano le signore ministre di Forza Italia, Carfagna e Gelmini. Anche loro nulla da dire?
(da La Notizia)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
SULLA NOSTRA GIUSTIZIA I FRANCESI NON AVEVANO TUTTI I TORTI
Sabato Cesare Battisti è svenuto. È in sciopero della fame nel carcere di Rossano Calabro da undici giorni, per protestare contro il regime carcerario di alta sicurezza che gli è stato attribuito.
Il suo avvocato, Davide Steccanella, che oggi ha avuto una videochiamata con lui, dice che è “visibilmente abbattuto” e che “ha perso circa 8,5 chili dall’inizio della protesta”. Battisti ha sessantasei anni ed è affetto da varie patologie. Tuttavia, dice Steccanella, “parla con totale lucidità dell’idea di non tornare indietro dalla sua decisione di uscire, vivo o morto, dal corridoio dell’Isis”
Cinque giorni fa, Battisti ha scritto una lettera ai propri cari, per chiedergli un ultimo sforzo: “Quello di comprendere le ragioni che mi spingono a lottare fino all’ultima conseguenza in nome del diritto alla dignità”.
Le sue parole, pubblicate dal “Riformista”, hanno suscitato qualche ironia sulla “gauche caviar” e un titolo liquidatorio del Secolo d’Italia, che dice: “Cesare Battisti frigna ancora sul trasferimento”.
In solidarietà, su Facebook, è stato promosso un “Digiuno staffetta per Cesare Battisti”. Il gruppo, al momento, ha ottantanove iscritti.
Le altre coscienze democratiche del Paese non sono state scosse dalla vicenda. Anche se di mezzo c’è una questione che riguarda il diritto. Dunque, ciascuno di noi.
Battisti è stato condannato all’ergastolo, nel 1993, dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano. È stato ritenuto responsabile di quattro omicidi, più furti, rapine, violenze private, detenzione illegale di armi, tutti reati commessi tra il 1978 e il 1979, come militante dell’organizzazione Proletari armati per il comunismo.
Quando, all’inizio del 2019, è stato riportato in Italia, il suo avvocato ha chiesto che la sua pena venisse commutata a trent’anni di carcere.
Il tribunale di Milano ha rigettato l’istanza e ha scritto che “sarà la magistratura di sorveglianza a valutare se e quando Cesare Battisti potrà godere dei benefici penitenziari”.
Il tribunale di Milano ha ribadito che Battisti sconterà l’ergastolo, specificando che dovrà stare in isolamento sei mesi. Il dettaglio giuridicamente significativo è che i sei mesi sono passati, ma il regime di isolamento in cui Battisti è detenuto no, da oltre due anni.
“Secondo la legge – dice l’avvocato Steccanella – dal 14 giugno 2019 Cesare Battisti dovrebbe essere detenuto in regime ordinario”. Tuttavia, fino al settembre del 2020, Battisti è stato detenuto a Oristano, in regime di alta sorveglianza, in un carcere in cui non c’erano altri detenuti classificati come lui, dunque di fatto in isolamento, perché quel regime impedisce il contatto con detenuti diversamente classificati.
Battisti, scrive l’avvocato Steccanella in un lettera inviata al Ministero della giustizia, ha passato più di un anno “in palese violazione di quanto stabilito dal giudice e dalle leggi italiane”.
Ora Cesare Battisti si trova nel carcere di Rossano Calabro. Il ministero dell’interno l’ha trasferito lì dopo le proteste del detenuto e un piccolo clamore che la vicenda ha avuto sui media.
“Questo carcere – dice il suo avvocato – è ancora più distante e difficile da raggiungere del precedente, sia per i familiari, sia per me, che sono il suo legale”.
Ma il problema più rilevante – dice l’avvocato – è che è stato collocato nello speciale “padiglione di massima sicurezza riservato agli accusati di terrorismo islamico”, pur essendo Battisti estraneo al jihadismo, dunque “di fatto isolato” ancora una volta. L’avvocato Steccanella descrive la cella in cui Battisti è rinchiuso “minuscola” e “priva di luce solare” e sostiene che nel carcere di Rossano “risulta privato della possibilità di svolgere attività alcuna, compresa l’ora d’aria per camminare”.
A febbraio di quest’anno, Steccanella ha scritto l’ultima volta al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per chiedere quali sono le ragioni che hanno spinto il Dipartimento del ministero dell’interno a classificare Cesare Battisti nel regime di “Alta sorveglianza 2”, dal momento che i reati per cui è stato condannato risalgono a più di quarant’anni fa e sono avvenuti in un contesto politico e sociale completamente diverso da quello attuale.
Nessuno, però, ha mai risposto alle domande dell’avvocato Steccanella.
Così il 12 maggio, dopo l’arresto in Francia di sette ex terroristi, e approfittando di un’intervista alla ministra Marta Cartabia, in cui Cartabia spiegava che lo stato italiano non vuole vendetta, bensì giustizia, Steccanella ha scritto anche a lei. “Spettabile Ministro…”. Anche stavolta, nessuna risposta.
Vittorio Sgarbi, che è l’unico parlamentare che è andato a far visita a Battisti a Rossano, mi dice che il “Battisti che ho incontrato è un altro uomo rispetto a quello che ha compiuto quei crimini”.
E chissà se ci si rende conto che il rischio è di dare ragione a chi ha avuto torto. Più di quindici anni fa, Guillame Perrault (oggi capo delle pagine dei commenti del Figaro) scrisse in Francia un libro, “Génération Battisti”, in cui accusava la politica, il giornalismo e gli intellettuali francesi di aver disconosciuto per anni il dolore delle vittime del terrorismo italiano e la storia del nostro Paese.
Nessuno di loro parlava mai di chi era morto, della speciale situazione storica in cui si trovò l’Italia in quegli anni. Erano tutti troppo presi a considerare le leggi italiane come illiberali e lesive dei diritti individuali.
Quando i sette ex terroristi italiani sono stati arrestati in Francia, Perrault è tornato sull’argomento denunciando “il delirio ideologico” che ha accompagnato culturalmente la vicenda degli ex terroristi in Francia e confidando che, una volta consegnate nelle mani dello stato italiano, quelle persone sarebbero state trattate secondo le regole di uno stato di diritto.
Oggi l’Italia chiede l’estradizione di quegli uomini e di quelle donne. E sarebbe sgradevole smentire la fiducia che Perrault ha risposto nelle nostre istituzioni, e anche macchiare la credibilità che l’Italia si è conquistata all’estero, per il trattamento che invece sta riservando a Cesare Battisti.
Soprattutto, dopo che è passata liscia la parata che Salvini e Bonafede organizzarono quando Cesare Battisti venne riportato in Italia, mostrando bene all’opinione pubblica che la preda era ormai in gabbia.
O bisogna pensare che si trattava, in realtà, di un manifesto programmatico nazionale?
(da Huffingtonpost)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
“CONTRATTO AZIENDALE DEROGHI DAL CONTRATTO NAZIONALE, COME IN GERMANIA”
Professore Pietro Ichino, il gancio per entrare nelle dinamiche del lavoro povero ce lo
dà l’ultimo rapporto dell’Istat. L’incidenza della povertà è in aumento in modo consistente anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha un lavoro. Come si ridà a questo lavoro la sua funzione principale, cioè essere innanzitutto una forma di sostentamento per se stessi e per la propria famiglia?
Su questo terreno si pongono due problemi molto diversi tra loro: uno è il problema della correzione delle distorsioni del mercato del lavoro, che hanno effetti depressivi sui livelli delle retribuzioni. Altro, e completamente diverso, è il problema della scarsa produttività media del lavoro nel nostro tessuto produttivo. La via maestra per valorizzare meglio il lavoro consiste nel favorirne l’aumento di produttività.
E come si aumenta la produttività del lavoro?
Innanzitutto con servizi di formazione mirati agli sbocchi professionali offerti dalle imprese più produttive, più capaci di valorizzare il lavoro dei propri dipendenti. Ma anche favorendo il passaggio della manodopera dalle aziende marginali o addirittura in stato fallimentare, che oggi tendiamo a tenere in vita con la respirazione artificiale, a quelle più produttive. Che oggi stentano a trovare il personale di cui hanno bisogno.
Torneremo più avanti su quello che si può fare. Restiamo alla situazione attuale: il lavoro povero, pagato meno di 9 euro all’ora, riguardava quasi 3 milioni di persone già prima della pandemia. Oltre un milione erano giovani, con meno di 30 anni. Perché le competenze e le conoscenze dei giovani sono soggette a questa logica di scarsissima valorizzazione economica e in alcuni casi di sfruttamento?
I giovani italiani soffrono di un grave difetto del primo “anello della catena” dei servizi al mercato del lavoro: cioè del servizio di orientamento scolastico e professionale. Nei Paesi dove questo servizio funziona, esso raggiunge in modo sistematico, a tappeto, ogni adolescente all’uscita di ogni ciclo della scuola media inferiore e superiore, traccia il profilo delle sue attitudini e quello delle sue aspirazioni, mette a confronto le une con le altre e indica i percorsi di formazione più appropriati. Il tasso altissimo di disoccupazione giovanile si spiega principalmente con l’assenza di questo servizio, organizzato in modo capillare. L’alto tasso di disoccupazione, poi, diventa causa di debolezza nel mercato, che si traduce in lavoro più precario e mal retribuito.
Veniamo alla questione che divide: i salari. Dal 2015 in poi i governi ci hanno provato a farli crescere con la decontribuzione e anche le imprese, soprattutto quelle del turismo, sono tornate a chiedere sconti fiscali per alzare i salari. Basta?
Il cuneo fiscale e contributivo, in Italia, grava sulle retribuzioni nette in misura nettamente superiore rispetto alla Germania, e ancor più rispetto al Regno Unito. Nel 2015 il Governo enunciò un progetto tendente alla riduzione progressiva del cuneo contributivo, che trovò poi un inizio di attuazione con le leggi finanziarie del dicembre 2015 e 2016, con misure strutturali di decontribuzione del lavoro dei più giovani. Quel progetto andrebbe ripreso e rilanciato.
Su questo giornale in molti, dallo specialista di previdenza Giuliano Cazzola all’ex segretario della Fim Cisl Marco Bentivogli, spingono per dare più spazio al contratto di prossimità in tema di salari. Non si rischia una deregulation a danno dei lavoratori se si sminuisce troppo il ruolo del contratto nazionale?
Il progetto che ho sostenuto in un libro del 2005, poi ripreso ne L’intelligenza del lavoro, di cui è uscita da poco la nuova edizione, prevede che il contratto collettivo nazionale di settore conservi la funzione di “rete di sicurezza minima”, cioè di disciplina contrattuale che si applica per default, quando manchi un contratto aziendale; ma che il contratto aziendale, se stipulato da una coalizione sindacale maggioritaria nell’impresa e che abbia un minimo di rappresentatività almeno in quattro regioni, possa derogare o addirittura sostituire il contratto nazionale. Come accade in Germania ormai da vent’anni
Lei è uno storico sostenitore del contratto di secondo livello. Però questa strada ha prodotto una generazione di precari con salari bassissimi. È ancora convinto che bisogna proseguire su questa strada?
Non mi pare che si possa imputare allo sviluppo, comunque fin qui modesto, della contrattazione aziendale il peggioramento relativo delle condizioni di lavoro nella fascia professionale medio-bassa, che si è verificato nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Anche perché quelle condizioni non sono quasi mai l’effetto di una previsione contenuta in contratto collettivo aziendale.
È arrivato il momento in Italia di introdurre il salario minimo?
Credo che la fissazione di uno standard retributivo orario minimo anche in Italia possa avere effetti molto positivi per correggere le distorsioni che si osservano molto diffusamente nella fascia bassa del mercato del lavoro e in particolare a danno degli immigrati, ma anche nell’area della parasubordinazione. Dovrebbe, però, essere uno standard espresso in termini di potere d’acquisto. Il valore medio potrebbe essere fissato fra i sei e i sette euro, da moltiplicare per un coefficiente che vada da 0,8 a 1,2 in corrispondenza con le variazioni regionali del costo della vita.
I sindacati temono che la fissazione di uno standard orario minimo costituisca una mina sotto il sistema attuale della contrattazione collettiva centrata sul contratto nazionale.
Per un verso mi sembra che questo timore non costituisca un buon motivo per lasciare senza standard minimo – come lo sono oggi – le zone più svantaggiate del mercato del lavoro. Per altro verso, la preoccupazione delle confederazioni maggiori potrebbe trovare risposta in una riscrittura dell’ultimo comma dell’articolo 39 della Costituzione, che consenta finalmente di risolvere la questione dell’efficacia dei contratti collettivi nazionali di settore.
I sussidi hanno avuto un ruolo di protezione importantissimo durante la pandemia. Alcuni di questi, come il reddito di cittadinanza, esistevano già prima e sono sempre più richiesti. Il RdC fa parte oramai a livello strutturale del welfare italiano o va ridimensionato?
Il RdC non è altro che un rafforzamento e ampliamento del ReI, il reddito di inserimento, già istituito in precedenza, e costituisce una parte molto rilevante del sistema del welfare italiano. Però va corretto per eliminare almeno gli abusi più gravi che si osservano; e per evitare che abbia l’effetto di un forte disincentivo al lavoro per quel 20 o 25 su cento di beneficiari che possono effettivamente essere utilmente inseriti nel tessuto produttivo. Lì è necessario che la condizionalità del beneficio sia effettiva; e per questo è indispensabile investire in modo efficace sui servizi al mercato e le politiche attive del lavoro.
Di investire sulle politiche del lavoro parlano tutti, ma ancora non si vede quasi nulla.
A Milano sta accadendo qualche cosa di importante su questo fronte: il Comune ha messo a disposizione dell’Agenzia metropolitana per il lavoro e la formazione, AFOL, lo spazio necessario in una zona centrale della città per la nascita dello Hub Lavoro: un grande open space nel quale soprattutto i giovani, ma anche chiunque altro sia in cerca di lavoro troverà il “primo anello della catena” dei servizi per il lavoro, oggi mancante: servizi di prima informazione, profilazione personale, job counseling, navigazione assistita nei siti web utili, incontri periodici con le aziende che assumono. Come nelle maggiori città del centro e nord-Europa. Spero che questa iniziativa diventi un modello per tutto il resto del Paese.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO LE ESPERIENZE NEL SOCIALE DELL’ULTIMO ANNO HA IN MENTE UNA SERIE DI PROGETTI
La politica degli influencer continua e Fedez aprirà una sua fondazione.
Ad annunciarlo è lo stesso cantante, ovviamente via Instagram, spiegando i suoi intenti. Tutto parte da Scena unita – fondo per i lavoratori della musica e dello spettacolo, creata apposta per sostenere il comparto dei lavoratori dello spettacolo che il Covid ha colpito tanto duramente. E che ancora fatica a rialzarsi, considerato che concerti, discoteche, teatri, cinema e tutto l’ambito degli eventi e dell’intrattenimento sta ripartendo piano piano e, ancora, arranca.
Fedez, che ha cominciato a prendere a cuore le cause sociali già dall’inizio della pandemia, negli ultimi mesi si è distinto in più ambiti.
Insieme alla moglie con la raccolta fondi per il San Raffaele, partecipando alla raccolta fondi per i lavoratori dello spettacolo e scagliandosi contro la Lega e il blocco del DDL Zan in Parlamento, ospitando anche sul suo profilo lo stesso Zan.
Il tutto, ovviamente, è avvenuto sui social o tramite social. Una componente imprescindibile che sicuramente avrà il suo ruolo anche nella nuova fondazione Fedez che il cantante ha annunciato.
Nella giornata di oggi Fedez ha reso noto via Instagram Stories i suoi progetti: «Abbiamo raccolto 4.780.000 euro destinati a lavoratori e aziende in difficoltà nel mondo dello spettacolo, – spiega il rapper – soldi che verranno erogati nella loro totalità tra pochissime settimane. Un lavoro incredibile, io sono contentissimo».
Arriva poi la notizia: «Dall’esperienza maturata in questo progetto ho deciso di aprire una mia fondazione che ogni anno si darà un obiettivo da perseguire per aiutare più persone possibile».
Federico Lucia ha deciso quindi di investire parte del suo tempo nella creazione di un ente che possa «portare avanti altri progetti di questo tipo», si legge nelle stories, sottolineando che molte idee già ci sono e che ne parlerà presto con i follower.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2021 Riccardo Fucile
“BASTA AMBIGUITA’ NEL CENTRODESTRA”
Una posizione da destra contro i sovranisti. “La Presidente della Commissione europea,
Ursula von der Leyen, si è giustamente detta preoccupata per la nuova legge approvata dall’Ungheria nei confronti dell’omosessualità. Ed ha confermato che l’Europa è contro ogni discriminazione basata sul l’orientamento sessuale. A questo punto, sorge spontanea la domanda, l’Italia, dove è in discussione al Senato il ddl Zan, con centinaia di audizioni e l’ostruzionismo dei partiti di destra, è con l’Europa o con l’Ungheria? Ed è una domanda che va rivolta non solo ai leader del centrodestra, che devono sciogliere ogni ambiguità, ma anche allo stesso governo Draghi, che non può più esimersi dall’assumere una posizione coerente con la sua postura europea anche su questi temi.”
Lo dichiara Elio Vito deputato di Forza Italia
(da agenzie)
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