Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA SOLUZIONE: “VOTARE DIRETTIVO SU PIATTAFORMA ROUSSEAU”, D’INTESA CON CASALEGGIO… IL TESTO INTEGRALE DELLA RISPOSTA DI GRILLO
“Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta
e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco”. È il cuore del duro affondo lanciato da Beppe Grillo contro l’ex premier e leader in pectore del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, con un post sul suo blog personale. “Conte può creare l’illusione collettiva (e momentanea)” di aver risolto il problema elettorale – scrive il guru – ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema. Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente). E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”.
Il post integrale di Grillo
Mi sento così: come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo.
Ma Conte può creare l’illusione collettiva (e momentanea) di aver risolto il problema elettorale, ma non è il consenso elettorale il nostro vero problema. Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. E invece vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente).
E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione.
Io questo l’ho capito, e spero che possiate capirlo anche voi.
Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco.
Le organizzazioni orizzontali come la nostra per risolvere i problemi non possono farlo delegando a una persona la soluzione perché non sarebbero in grado di interiorizzarla quella soluzione e di applicarla, ma deve essere avviato un processo opposto: fare in modo che la soluzione decisa, in modo condiviso, venga interiorizzata con una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti e non di una sola persona. La trasformazione vera di una organizzazione come la nostra avviene solo così.
La deresponsabilizzazione delle persone con la delega ad un singolo nelle organizzazioni orizzontali è il principale motivo del loro fallimento.
C’è un però. Assumersi la responsabilità significa smettere di drogarsi, smettere di voler creare l’illusione di una realtà diversa da quella attuale ed affrontarla. Insieme, con i tempi e le modalità giuste
Come una famiglia, come una comunità che impara dagli errori e si mette in gioco senza rincorrere falsi miti, illusioni o principi azzurri che possano salvarla.
Perciò indìco la consultazione in rete degli iscritti al MoVimento 5 Stelle per l’elezione del Comitato Direttivo, che si terrà sulla Piattaforma Rousseau.
Il voto su qualsiasi altra piattaforma, infatti, esporrebbe il Movimento a ricorsi in Tribunale per la sua invalidazione, essendo previsto nell’attuale statuto che gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti sono quelli di cui alla Piattaforma Rousseau (art. 1), e che la verifica dell’abilitazione al voto dei votanti ed il conteggio dei voti sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della medesima Piattaforma Rousseau (artt. 4 e 6).
Ho, pertanto chiesto a Davide Casaleggio di consentire lo svolgimento di detta votazione sulla Piattaforma Rousseau e lui ha accettato
Chiederò, poi, al neo eletto Comitato direttivo di elaborare un piano di azione da qui al 2023. Qualcosa di concreto, indicando obiettivi, risorse, tempi, modalità di partecipazione vera e, soprattutto, concordando una visione a lungo termine, al 2050.
Questo aspettano cittadini, iscritti ed elettori.
Una visione chiara di dove vogliamo andare e in che modo.
Il perché, il cosa e il come.
È sempre stata la nostra forza: consentire a tutti di sapere quale sarà il viaggio e accogliere chi è pronto per una lunga marcia.
In alto i cuori!
(da Huffingtonpost)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
TRA RIPICCHE, VETI INCROCIATI E SGAMBETTI NON C’E’ ACCORDO
“Se aspettano ancora un po’ dovranno fare un sorteggio”, ha commentato ieri fra il serio e il faceto l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, indicato dal centrodestra come candidato ‘vice sindaco’ nella corsa a Palazzo Marino, primo caso in cui prima viene scelto il vice e poi il sindaco, il fatto che la coalizione – anzi Matteo Salvini a cui spetta la scelta del nome – non abbia ufficializzato ancora il ticket da schierare.
Ma l’intervista che Albertini ha rilasciato ai microfoni di Radio 24, spendendo parole di stima per Andrea Farinet, (“Per un civico fare il sindaco di Milano è un grosso problema, ma da quello che sento dire su Farinet mi sembra che abbia le motivazioni per farlo”) fa comunque presagire che la svolta nello stallo potrebbe essere vicina. Anche perché il presidente della fondazione Pubblicità progresso, spinto dal segretario della Lega, che nei giorni scorsi ne aveva di fatto tracciato l’identikit, dopo la rinuncia dello stesso Albertini e di Oscar di Montigny – che si è sfilato per il mancato sostegno unanime – ha già incontrato Salvini e Silvio Berlusconi.
Manca però, anche in questo caso, un tassello fondamentale, l’avallo di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, e su questo punto ieri Ignazio La Russa è rimasto eloquentemente sul vago: “Non lo conosco, me ne parlano bene e mi fido delle valutazioni della Lega”, assicurando che valuterà il profilo.
E, come aveva già spiegato la scorsa settimana “L’istruttoria sul candidato di Milano spetta a Salvini, vedremo”. Oneri e onori, dunque: il partito che propone un candidato se ne assume la responsabilità nel bene e nel male.
Un ragionamento non proprio in linea con un’idea di coalizione unitissima insomma, anche se nelle dichiarazioni di rito i leader vogliono dare quest’impressione; senza dimenticare, sullo sfondo, la questione della federazione proposta dal Capitano e rilanciata dal Cavaliere addirittura nella forma del ‘partito unico’, opzioni entrambe considerate con freddezza (per usare un eufemismo) da FdI e quella del partito unico sonoramente bocciata anche da Salvini, che ha ribadito anche ieri a Torino, in conferenza stampa con il candidato a sindaco del centrodestra, Paolo Damilano, di avere in mente “Un centrodestra che si federa, che non si fonde, perché le fusioni dei partiti e delle aziende non portano da nessuna parte”, spiegando poi che Torino poterebbe essere “un grande laboratorio, il laboratorio di un centrodestra allargato, nuovo e inclusivo”.
In ogni caso il segretario leghista, impegnato nei prossimi giorni a Bologna e in Toscana, non ha ancora convocato un vertice per questa settimana e pare orientato a prendersi più tempo, pur assicurando che entro la settimana “le squadre saranno definite ovunque”: ancora in via di definizione ci sono infatti anche da definire le candidature a Bologna e Napoli, senza contare il fatto che a Milano anche Forza Italia vuole dire la sua e al momento non ha ancora del tutto accantonato il nome di Maurizio Lupi, che sulla carta (a quanto rilevano i sondaggi) avrebbe più chance contro Beppe Sala.
Ma la sua candidatura smonterebbe la scelta dei ‘civici’ sostenuta finora dai tre partiti: neppure a Bologna, pertanto, la Lega sarebbe favorevole alla candidatura del senatore azzurro Andrea Cangini, preferendo Fabio Battistini e Roberto Mugavero.
Infine, a Napoli, un altro scoglio: la Meloni non ha nessuna intenzione di appoggiare Catello Maresca, sostenuto da Salvini, almeno finché l’ex pm non accetterà di correre coi simboli di partito nelle liste, e ha già rilanciato con un suo candidato, Sergio Rastrelli.
(da La Notizia)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL E’ UN TRIONFO PER CONTE
Era pronto a sparare un post violentissimo, poi il lavoro dei pontieri ha fatto breccia:
“Beppe aspetta, non reagire a caldo, così sfasciamo tutto”. Grillo ha seguito la conferenza stampa dalla sua villa di Marina di Bibbona, dalla sua amatissima sala con vetrata vista mare. Man mano che passavano i minuti e Giuseppe Conte affastellava bordate su bordate, l’asticella della rabbia saliva, alla fine la misura era colma. Il garante si è messo a scrivere di getto, un post rabbioso. Chi lo ha sentito in quei minuti ha riferito che la rottura era cosa fatta.
Poi sono intervenute le diplomazie. Raccontano che sia stato prima Roberto Fico, poi Luigi Di Maio a spingerlo a rallentare: “Beppe aspetta – il senso delle loro parole – così andiamo verso una frattura che mette in pericolo il Movimento stesso”.
Con il passare delle ore il garante si è convinto: la rabbia rimane, la mancanza di fiducia nei confronti del professore è ormai un dato di fatto dal quale difficilmente si può tornare indietro, il post che avrebbe sancito l’irreparabile è però rimasto nell’hard disk del computer di Grillo. I 5 stelle sono nel caos. “Sai nulla di quel che dice Beppe?”, scrivono i parlamentari ai giornalisti, un mondo capovolto nel quale le truppe pentastellate sono spaesate, in totale confusione: “Non ci resta che assistere, siamo all’oscuro di tutto”, spiega un deputato.
Ad aver fatto breccia nella vecchia guardia un passaggio in particolare del discorso di Conte: “La politica non si può fare con una telefonata ogni tanto”. È la stessa critica che muoveva al garante Gianroberto Casaleggio nei momenti di scontro, lui impegnato in un fiume di telefonate, mediazioni, posizioni discusse e cesellate, l’altro che arrivava a cose fatte per disfare tutto in ragione di una suggestione del momento.
L’ex premier ha giocato bene le sue carte. La proposta di mettere ai voti lo Statuto, e dunque la sua idea di Movimento, di lasciar decidere la base e gli attivisti ha fatto breccia. “Serve una sintesi, serve un gesto di generosità”, dice Federico D’Incà, ministro dei Rapporti con il Parlamento, “serve che chi ha costruito questa storia anche in fasi differenti, lavori insieme al progetto, dialogando senza esasperazioni”. Il partito dei contiani al quale D’Incà è iscritto da tempo giudica la mossa del professore quella giusta. Stefano Patuanelli, solitamente parco di dichiarazioni abrasive, oggi alza il tiro contro il governo di cui fa parte: “La sospensione del cashback è un errore, l’ho detto e ripetuto ieri in cabina di regia. Mi auguro si possa tornare indietro su questa decisione”, e a nessuno è sfuggito che l’intervento è a difesa di una misura tra le più caldeggiate dal futuro capo politico ai tempi del suo secondo governo. Mario Turco, da sempre braccio destro di Conte, continua a tessere la propria tela, il senatore tarantino ha l’appoggio della maggior parte dei colleghi di peso al Senato, dal capogruppo Ettore Licheri alla vicepresidente Paola Taverna, che si schiera apertamente: “Le sue parole sono chiare e guardano verso il futuro”.
Anche alla Camera, dove la preoccupazione se non il dissenso nei confronti del criptico progetto contiano è più vasta, l’umore sembra cambiato. “Conte è il leader giusto per ripartire uniti”, dice Francesco D’Uva, ex capogruppo e oggi questore, considerato vicino a Di Maio. A Montecitorio lavorano per una ricomposizione e per favorire il via libera al nuovo corso anche Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Lucia Azzolina, tre delle personalità più vicine all’ex premier.
La prudenza è massima in chi nei giorni scorsi ha mosso critiche e appunti nei confronti del professore, una difesa di Grillo tout court non si sente da nessuna parte. “La verità è che se mettiamo ai voti lo Statuto per Conte sarà un plebiscito”, spiega un parlamentare.
Ma più in generale la posizione di Grillo è uscita indebolita dallo scontro e anche tra i più perplessi la prudenza è la bussola che orienta le scelte in queste ore. Tra chi è più sensibile alle istanze del fondatore si annoverano Vincenzo Spadafora e Carla Ruocco, ma anche Davide Crippa e Danilo Toninelli, che al momento osservano senza sbilanciarsi.
Sui social è un trionfo per Conte. “Spero che la decisione di Conte ridia dignità prima di tutto a te. Fai un passo al lato”, è il commento che ha ricevuto più consenso sotto l’ultimo post sulla pagina di Grillo, ma l’elenco potrebbe essere lungo. Il fondatore si arrovella nella sua villa in Toscana, sente sfuggire la sua presa carismatica sul Movimento. Di Conte non si fida più, troppo ha pesato la presa di distanze dopo il video sulla vicenda del figlio, troppo plateale il disimpegno dall’appuntamento all’ambasciata cinese che Grillo stesso aveva organizzato. “Beppe è l’uomo dei facili innamoramenti e degli altrettanto facili disamoramenti”, racconta chi lo conosce bene. Vorrebbe scaricare il nuovo capo, ma i costi sarebbero salatissimi. L’unica difesa pubblica arriva da Nicola Morra, ormai un ex proprio per la decisione di Grillo di sostenere Draghi e non lasciare agibilità a chi si è espresso diversamente. Il cortocircuito è totale.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
CONTRO L’ABOLIZIONE DEL CASHBACK INSORGONO TARDIVAMENTE M5S E PD, FESTEGGIANO SOVRANISTI E I COMMERCIANTI DISONESTI… NON VENGONO PIU’ TRACCIATI I PAGAMENTI
“La sospensione del cashback è un errore”. Dopo 12 ore di silenzio, un esponente del governo protesta ufficialmente contro lo stop deciso dal governo di Mario Draghi. Nella serata di lunedì, infatti, la cabina di regia dell’esecutivo, riunita a Palazzo Chigi, ha decretato la sospensione del meccanismo di premi e rimborsi per chi utilizza i pagamenti elettronici.
Un sistema voluto dal governo di Giuseppe Conte che aveva finanziato il progetto con cinque miliardi fino al giugno del 2022.
Draghi, però, ha deciso di cancellare il cashback con un anno di anticipo: una decisione arrivata a sorpresa e che sembra quasi uno sgarbo istituzionale nei confronti del suo predecessore, in queste ore impegnato nello scontro con Beppe Grillo per varare il nuovo statuto del M5s.
Proprio i 5 stelle protestano contro la scelta dell’esecutivo Draghi. Stefano Patuanelli, ministro dell’Agricoltura e capodelegazione del M5s al governo, si lamenta: “La sospensione del cashback è un errore, l’ho detto e ripetuto ieri in cabina di regia. Mi auguro si possa tornare indietro su questa decisione”, ha detto Patuanelli a margine del Consiglio europeo in Lussemburgo. “Un errore la sospensione del cashback che come strumento di incentivo all’utilizzo di pagamenti elettronici e lotta all’evasione è stato perfetto. Chiederemo in Consiglio dei Ministri i motivi di questa decisione”, dice anche Fabiana Dadone, ministra delle Politiche giovanili.
Una linea alla quale si aggiungono a stretto giro i deputati del MoVimento 5 Stelle in Commissione Finanze alla Camera. “La sospensione del meccanismo del cashback è un grave errore – scrivono in un comunicato – Ha stimolato l’uso dell’app Io, incentivando la digitalizzazione, e ha permesso a oltre 6 milioni di italiani di ricevere fino a 150 euro come bonus per i pagamenti elettronici realizzati. L’incentivo ha avuto un enorme riscontro, soprattutto tra i giovani ed è una misura che si ripaga da sola. I dati sui consumi avrebbero raggiunto i 14 miliardi entro fine 2022 con 2,5 miliardi di nuove entrate per lo Stato e senza introdurre nessuna nuova tassa”.
I 5 stelle riepilogano i dati di sei mesi di cashback: “Fino ad oggi, sono 8,9 milioni i cittadini che hanno aderito con un totale di 784,4 milioni di transazioni e 16,4 milioni di strumenti di pagamento attivati. Di fatto, si sceglie inopinatamente di tornare al passato, invece di sostenere un programma anti-evasione che sta funzionando. Questa battaglia, evidentemente, non interessa ad altre forze politiche, abituate a riempirsi la bocca di lotta all’evasione senza mai passare ai fatti. Ci auguriamo che si torni indietro sulla decisione presa in Cabina di Regia”. “La sua sospensione è un errore e un pessimo messaggio”, twitta l’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina.
“Il cashback ha obbligato i negozianti furbetti a mettere il Pos, ha aiutato gli anziani ad attivare lo Spid e una carta alla Posta. Ha sostenuto i nostri giovani. Eliminarlo è folle”, scrive Carla Ruocco, presidente M5s della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario.
Nel dibattito interviene anche l’ex deputato dei 5 stelle Alessandro Di Battista: “Il Movimento continua a non toccar palla (cosa ampiamente prevedibile e prevista da chi non aveva altri interessi). Gongola la Lega, partito che non ha mai fatto della lotta all’evasione la sua ragion di vita e gongolano tutti quelli che mesi fa hanno attaccato questa semplice misura di buon senso a sostegno, soprattutto, della classe media. Il tutto mentre più o meno tutti i dirigenti del Movimento giurano amore eterno a Mario Draghi“.
Protesta contro l’abolizione del cahsback pure Michele Bordo, deputato e responsabile Pd per la Coesione e il Mezzogiorno. “Non condivido la scelta di sospendere il cashback per il prossimo semestre. Una cosa è correggere ciò che non ha funzionato del meccanismo, altra cosa è sospenderlo”, dice l’esponente dem. “Il cashback – ha continuato – ha consentito in questi mesi un maggiore utilizzo della moneta elettronica, un migliore tracciamento dei pagamenti, la riduzione del nero e dell’evasione fiscale. Per tutte queste ragioni, è un errore tornare indietro. Spero che ci sia spazio per rivedere la decisione assunta ieri dalla cabina di regia riunitasi a Palazzo Chigi”. Protesta pure Nicola Fratoianni di Sinistra italiana: “Dovevano bloccare i licenziamenti e invece hanno bloccato il cashback. Dovevano ascoltare le organizzazioni sindacali dei lavoratori e finora li hanno ignorati In sostanza, al di là degli slogan il governo dei migliori ha finora eseguito il diktat di Confindustria”, attacca.
Nelle scorse settimane, l’unico partito a chiedere esplicitamente l’abolizone del cashback era stato Fratelli d’Italia,
Meloni esulta definendo il cashback come “un tentativo di controllare gli italiani in cambio di una elemosina”
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA MORTE SUIL LAVORO A GREVE IN CHIANTI
Un altro infortunio sul lavoro mortale, questa volta a Greve in Chianti: un ragazzo di
appena 24 anni è morto schiacciato da un trattore mentre lavorava in azienda. Si chiamava Lorenzo Fino.
Questa mattina, intorno alle 8, Lorenzo Fino, questo il nome della vittima, è salito come ogni giorno sul trattore a cingoli per lavorare nell’azienda “Panzanello”. A causa del terreno scosceso, il giovane ha perso il controllo del mezzo e cadendo è rimasto incastrato sotto il mezzo. I sanitari del 118 non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione di Greve in Chianti e della compagnia di Figline Valdarno. Lorenzo Fino, nato a Roma il 3 ottobre 1997, era regolarmente assunto presso l’azienda agricola “Panzanello”, con annesso agriturismo, di cui è titolare lo zio e dove il giovane era domiciliato.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
“INCONGRUENZE NEL LORO RACCONTO”… E CON QUESTA NOTIZIA ABBIAMO RASCHIATO IL FONDO DEL BARILE
E’ arrivata una svolta nelle indagini sulla scomparsa di Laura Ziliani, la 55enne dipendente del Comune di Roncadelle (nel Bresciano) di cui si sono perse le tracce lo scorso 8 maggio a Temù, il paese della Val Camonica dove aveva lavorato a lungo come agente di Polizia locale: la Procura di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio due delle tre figlie della donna (la terza è affetta da una grave forma di autismo).
Come riporta il Giornale di Brescia, sarebbero state alcune incongruenze nel racconto delle due figlie – la maggiore e la minore – a far scattare l’iscrizione nel registro degli indagati delle ragazze e il sequestro dell’abitazione di Temù, dove Laura Ziliani (residente a Brescia) si trasferiva non appena poteva.
La donna, vedova dal 2012 – quando il marito era morto travolto da una valanga – amava camminare da sola in montagna e sabato 8 maggio era uscita di casa intorno alle 7 del mattino proprio per un’escursione, diretta verso la località di Garìo, sopra Villa Dalegno. Era stata ripresa da una telecamera in paese e un testimone aveva raccontato di averla vista su un sentiero. Poi più nulla.
Erano state proprio le figlie a lanciare l’allarme per il mancato rientro della madre dando il via alle ricerche, che erano durate per giorni, coinvolgendo centinaia di persone fra tecnici del Soccorso alpino e speleologico, unità cinofile molecolari giunte da Trento e dal Piemonte, militari del Soccorso alpino della Guardia di Finanza, Carabinieri e Vigili del fuoco, oltre al sindaco di Temù, alla Protezione civile e al presidente dell’Unione Alta Valle Camonica.
Dopo una settimana di sforzi infruttuosi, le ricerche erano state sospese per poi riprendere il 23 maggio, dopo che un escursionista aveva trovato lungo la pista ciclabile che si muove al fianco del torrente Fiumeclo una scarpa, riconosciuta dalle figlie come appartenente a Laura Ziliani. Ora le due donne sono state indagate in stato di libertà, ma devono restare a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa di ulteriori indagini.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL PM ANTICAMORRA PAGA LA SUA RICHIESTA DI NON VOLERE SIMBOLI DI PARTITO… SOSTITUITO CON RASTRELLI IN QUOTA MELONI
Si spacca il centrodestra sulla candidatura di Catello Maresca a sindaco di Napoli per
le elezioni d’autunno. Forza Italia rompe con il pm anticamorra in aspettativa: “Distanze incolmabili”.
Rispunta per il centrodestra il nome dell’avvocato Sergio Rastrelli, figlio dell’ex governatore della Campania Antonio, sponsorizzato da FdI. Ad innescare il divorzio tra Maresca e FI la decisione del magistrato di correre alle amministrative senza simboli di partito tra le liste.
Ad innescare il divorzio tra Maresca e FI la decisione del magistrato di correre alle amministrative senza simboli di partito tra le liste. Ma in molti tra gli azzurri non hanno gradito l’arrivo nella coalizione che sostiene Maresca di ex sostenitori arancioni del sindaco Luigi De Magistris e di figure tradizionalmente collocate nel centrosinistra.
Tra i suoi spin doctor Alessandro Nardi, ex braccio destro di De Magistris. Tra gli ultimi arrivati anche il presidente della II Municipalità Francesco Chirico, finora nel coordinamento di DemA.
Intanto Maresca ha avuto contatti anche con l’altra candidata sindaco Alessandra Clemente, assessore nella giunta arancione, sostenuta da de Magistris, la quale però ieri ha smentito le voci su un suo possibile ritiro dalla competizione elettorale, per far spazio al magistrato.
La rottura tra Catello Maresca – fortemente sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini – e Forza Italia appare ormai insanabile. Ieri il coordinamento cittadino di Fi Napoli, guidato dall’europarlamentare Fulvio Martusciello, si è espresso con parole chiare: “Parte il confronto con Sergio Rastrelli e con le altre civiche e partiti di centrodestra. Le dichiarazioni di Maresca fatte a più riprese rendono le distanze ormai incolmabili. Siamo certi che sull’unità del centrodestra la Lega vorrà costruire con noi una alternativa di Governo”.
Anche l’ex governatore Stefano Caldoro è intervenuto sul tema: “C’è stato grande rispetto per il profilo civico di Catello Maresca ora è necessario che ci sia lo stesso rispetto per i partiti, con i loro uomini, con le loro storie, con i simboli. Per un accordo insomma, serve pari dignità”.
Mentre Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Fi, ha ribadito: “A Napoli nutriamo interesse per la candidatura di Catello Maresca, ma allo stesso tempo non si può rinunciare al simbolo dei partiti, sono la cinghia di trasmissione tra cittadini ed istituzioni”. Mentre non è escluso che la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, possa essere candidata capolista di facciata al consiglio comunale di Napoli.
(da Fanpage)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
UN MESE FA IL SOTTOSEGRETARIO DELLA VEDOVA AVEVA RASSICURATO I NOSTRI CONNAZIONALI, ILLUDENDOLI
Meno due, meno uno, disastro. Annunciato.
Dal primo luglio per gli italiani nel Regno Unito la situazione post-Brexit si farà seria: il passaporto sarà l’unico documento valido per le autorità britanniche.
“Non ci saranno solo controlli alla frontiera, ma anche sul posto di lavoro o per gli affitti” avverte Luigi Reale, ex membro del Comites UK. “E ci sono connazionali che, non avendo il documento in regola, rischiano guai molto seri”.
Colpa loro? Macché. I social sono roventi: è il consolato a Londra che è andato in tilt.
“Qualcuno svegli il console Marco Villani” implora ItaliachiamaItalia, il sito dei nostri expats. A cui Vanessa Fidanza denuncia: “Gli italiani sono totalmente abbandonati a se stessi”, e Francesco Visin: “L’unico modo per rifare un documento è tornare in Italia, perché è impossibile riuscire a prenotare un appuntamento”.
Concetta Ragno, sul gruppo Facebook degli italiani a Londra, conferma: “Ho provato a prendere appuntamento al Consolato di Londra. Dopo più di un mese, ci ho rinunciato“.
Eppure si sapeva. La chiusura dei consolati di Manchester e di Bedford causa spending review, nel 2014, ha creato disservizi enormi a una comunità che ormai sfiora le 700 mila persone, di cui 430 mila iscritti all’AIRE di Londra.
Da Massimo Ungaro, Pd, a Simone Billi, Lega, da Lucio Malan, Fi, a Mario Borghese, Maie, praticamente tutto l’arco costituzionale ha chiesto alla Farnesina di rimediare all’errore.
E infatti, nel 2019, col decreto Brexit il primo governo di Giuseppe Conte ha cercato di metterci qualche toppa, stanziando 3,5 milioni di euro per “acquisto e/o ristrutturazione” di immobili da adibire a uffici consolari nel Regno Unito (Manchester in primis), 750.000 euro per il 2019 e 1,5 milioni a partire dal 2020 per aumentare i dipendenti di ruolo, e altri 1,5 milioni l’anno per il potenziamento delle sedi coinvolte.
Dopo due anni, però, il consolato di Manchester è ancora missing. C’è un console regolarmente in servizio e stipendiato, ma non c’è una sede e non c’è personale. E Londra scoppia. I dipendenti (più o meno un centinaio tra impiegati e “digitatori”) sono stati travolti, prima e durante il Covid, da migliaia di richieste di passaporto.
E anche se il console sventola statistiche fantastiche (25.102 passaporti emessi nel 2020, l’11,3% dell’intera rete MAECI nel mondo), il circolo londinese di Fdi è impietoso: a Farringdon Street “nessuno risponde al telefono neppure nelle ore prestabilite, le pochissime disponibilità online spariscono dopo alcuni secondi. Alcuni parlano di almeno 200 tentativi e ore di attesa, con poi altre ore magari fuori dal Consolato”.
Insomma: Villani bocciato su tutta la linea? “Sembrerebbe esserci da parte del vertice del Consolato di Londra una mancanza di volontà e di impegno politico ad aprire il Consolato a Manchester; intanto i connazionali continuano ad usufruire di servizi consolari inefficienti” tuona in un’interrogazione Ricardo Merlo (MAIE), ex sottosegretario agli italiani all’estero, sparando più che sul ministro con cui ha lavorato, Luigi Di Maio, soprattutto sul sottosegretario Benedetto Della Vedova (+Europa, nella foto).
Il quale a Londra è andato proprio un mese fa ed è stato fin troppo rassicurante: “Abbiamo posto il tema di cosa accadrà dopo il 30 giugno e auspichiamo che i britannici gestiscano la situazione con pragmatismo e flessibilità. Quella scadenza non va considerata definitiva in tutti i casi”.
La figuraccia della Farnesina, invece, sì.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA PARTITA DOPPIA
Non è mai facile far capire a qualcuno che il suo tempo è scaduto. Soprattutto se ci si
appresta a rilevarne una proprietà privata.
Giuseppe Conte ha detto a Beppe Grillo che l’epoca delle ambiguità del M5S è ormai finita. In un modo neppure troppo velato, con lo stesso tono deciso che quasi due anni fa aveva usato alla Camera contro Matteo Salvini, gli ha suggerito un passo di lato, al massimo con un ruolo da testimone di un’epoca ormai conclusa.
Come accadde con l’alleato leghista poi divenuto acerrimo rivale, è stato uno strappo, anche se declinato con toni più concilianti di allora. L’ex presidente del Consiglio non ha usato parole definitive.
Ma il messaggio implicito del suo discorso è che secondo lui un altro Movimento è possibile, completamente diverso da quello di prima, con il quale potrebbe avere in comune solo la sigla sociale. E ribadendo di non avere alcuna intenzione di cambiare una rotta che intende sottoporre al giudizio dei militanti pentastellati, ha lanciato un guanto di sfida al cofondatore del M5S.
Fase costituente
La scelta che pone Conte è tra un passato fondato sulla protesta antipolitica e un futuro da partito ben saldo all’interno di quelle istituzioni che il M5S di Grillo fino a qualche anno fa invece voleva abbattere, o almeno aprire come una scatoletta di tonno. L’ex presidente del Consiglio pensa a un partito capace di inaugurare una fase al tempo stesso costituente e costituzionale del Movimento, con tanto di strutture, Consiglio nazionale, organi di rappresentanza interni. Ma questo significa anche la fine di tutto quello in cui Grillo ha creduto, e la fine dei Cinque stelle così come li abbiamo conosciuti. Non è solo una lotta per il potere, ma per la rivendicazione di concetti che non possono coesistere all’interno del medesimo contenitore politico.
La messa in discussione di Grillo
Certo, l’ex comico ha dato il via libera all’alleanza con il Pd che aprì la strada al secondo governo Conte e ha garantito il proprio sostegno all’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma l’istituzionalizzazione definitiva del M5S non lo convince.
La forma partito presuppone una collegialità che nel vecchio Movimento non è mai esistita.
Grillo ha sempre deciso da solo, molto spesso d’istinto, dando per scontata una identificazione tra la sua persona e il suo movimento che nessuno ha mai avuto la forza di mettere in discussione, almeno fino a ieri.
Agendo in questo modo negli ultimi dieci anni, ha disatteso l’impegno di un modo diverso di intendere la partecipazione, che era uno dei principi fondanti del suo M5S. Conte ha capito che è questo il vero punto debole di un padre padrone ormai stanco. Il vero significato della sua sfida sta nel promettere quel che Grillo non ha mai voluto mantenere, dicendosi pronto alla delega dei poteri interni e aperto ai suggerimenti dei militanti.
L’ex premier sembra suggerire a chi è in bilico su questi due mondi che magari non sarà più come prima, non ci saranno più le invettive al grido di «onestà, onestà» e «Pidioti» e con esse sparirà l’esaltazione e la concezione adolescenziale della politica. Ma in cambio potrebbe arrivare qualcosa che nessun militante pentastellato ha mai avuto per davvero. Se non una vera democrazia, il crollo della monarchia assoluta.
Attitudine governista
Alla fine di questa diatriba personale, rimane comunque la sensazione che entrambi i contendenti siano caduti prigionieri di un equivoco. Grillo ha immaginato di poter dare nuova linfa a un M5S sempre antisistema e ribellistico affidandolo a un uomo che ha la moderazione e l’attitudine governista nel suo Dna.
Conte ha fatto una scommessa dall’esito incerto nel prendere un Movimento con una struttura e un passato così definiti e trasformarlo in un partito «normale», invece di farsene uno a immagine e somiglianza. L’agenda gridata con la quale il M5S è arrivato al potere esercita infatti ancora un certo fascino sui suoi potenziali elettori. Ieri abbiamo capito che tra i due ne resterà soltanto uno. Ma non è detto che alla fine di questa vicenda ci sia anche un vincitore.
(da Il Corriere della Sera)
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