Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LO CERTIFICA LO STUDIO DI TRE UNIVERSITA‘
Dove al potere c’erano delle donne la pandemia è stata fermata con più successo.
È questo il risultato di uno studio accademico firmato da Alexsandros Cavgias dell’università di Barcellona, da Raphael Bruce del brasiliano Insper Institute e da alcuni ricercatori dell’università di San Paolo che documenta scientificamente quello che è stato detto spesso, dall’inizio della pandemia.
Ovvero che le leader femminili Jacinta Ardern, la premier neozelandese, Tsai Ing-wen, la prima donna presidente di Taiwan, Sheikh Hasina, la premier del Bangladesh dal 2009, la cancelliera tedesca Angela Merkel e le premier norvegese e danese Erna Solberg e Mette Frederiksen sono state più rapide e più efficienti nel fermare la diffusione del Covid.
I ricercatori hanno, infatti, scoperto che le città governate da donne, in Brasile, hanno registrato il 43% in meno di decessi per Covid-19 e il 30% in meno di ricoveri ospedalieri rispetto a quelle governate da uomini.
Secondo lo studio i leader donne sarebbero più disposte ad attuare misure come l’uso obbligatorio di mascherine e il divieto di assembramenti.
Lo studio esplora anche il rapporto tra gestione locale e gestione centralizzata della pandemia, confermando che le donne sindache e governatrici sono riuscite a fermare gli effetti negativi di decisioni sbagliate prese a livello centrale.
Laddove un premier populista è stato irresponsabile nel rimuovere le restrizioni prima del tempo la donna sindaco o governatore è riuscita, rimettendo l’obbligo delle mascherine e della distanza, a contenere la diffusione dei contagi.
La ricerca ha preso in considerazione 5500 comuni brasiliani in 700 città dove, nelle elezioni del 2016, si è verificata una stretta competizione tra un candidato maschio e una donna. Sono state esaminate le città dove c’è stata una sola tornata elettorale e, quindi, le dimensioni della popolazione erano inferiori ai 200.000 cittadini.
Le donne sindaco hanno adottato interventi non medici molto più frequentemente delle loro controparti. I leader donne avevano il 5,5% in più di probabilità di vietare le folle, l’8% in più di probabilità di implementare l’uso di maschere e il 14% in più di probabilità di insistere per chiedere test obbligatori prima di ammettere una persona nel loro villaggio.
I ricercatori hanno anche calcolato quante vite sarebbero state salvate se la metà di tutti i brasiliani avessero avuto una donna come leader poiché, in questo momento, solo il 13% è governato da donne e hanno concluso che il Paese avrebbe registrato il 15% in meno di morti. Hanno stimato che 75.000 dei 540.000 brasiliani morti – il secondo dato più alto nel mondo – sarebbero ancora vivi.
Intervistato dalla Bbc sulla ricerca il professor Gagete-Miranda, dell’università della Bicocca, ha detto che anche uno studio americano del 2020, pubblicato sul “Journal of Applied Psychology”, ha confermato che, negli stati americani governati da donne, la gestione pandemica è stata migliore.
“Le donne amano di meno il rischio e questa potrebbe essere una spiegazione del motivo per cui hanno avuto più successo nel controllare il virus”, ha detto l’esperto, “Inoltre, poichè è molto difficile farsi strada in politica in Brasile, un Paese ancora dominato dagli uomini, le sindachesse e le governatrici sono più qualificate, rispetto ai loro colleghi maschi, e resistono meglio alla pressione”.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LOTTA CONTINUA PER LA POLTRONA
Non accennano ad attutirsi gli attriti all’interno del centrodestra per la mancata
riconferma del consigliere in quota Fratelli d’Italia Giampaolo Rossi nel Cda della della Rai
Del resto era stata subito chiara Giorgia Meloni, che della sua lealtà nei confronti degli alleati ha sempre fatto un vanto: non rispettare gli accordi ha sempre delle conseguenze, anche politiche.
“Nella coalizione ci sono delle regole che ho sempre rispettato, e quando stringo la mano a qualcuno rispetto quel patto. Ho stretto la mano a Silvio Berlusconi, tempo fa. L’ho chiamato io e gli ho detto che saltata una regola, saltano tutte”.
Ma non solo, anche sulla stessa Rai la leader dell’opposizione non intende mollare di un centimetro e ha detto senza usare giri di parole di rivendicare la presidenza della commissione di Vigilanza Rai – assegnata all’esponente azzurro Alberto Barachini quando FI era all’opposizione ai tempi del governo giallorosso – “per un fatto di tenuta degli equilibri, non per un fatto di poltrone” spiegando che aver lasciato fuori dal board di Viale Mazzini l’unico membro indicato dall’opposizione definito da Meloni “il più capace” per consentire l’ingresso di Simona Agnes in quota forzista (con il placet e il determinante appoggio dei leghisti) sia un gesto che “ha violato tutte le regole e questo non è un fatto normale: le regole valgono per tutti, servono alla tenuta delle istituzioni’’.
Parole ovviamente condivise dalla capogruppo di FdI nella commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Daniela Santanchè, che nel caso di passo indietro di Barachini potrebbe assumerne il ruolo: “Non si tratta di poltrone ma di rispetto della democrazia, non esiste in alcun Paese democratico che la tv di Stato sia completamente nelle mani della maggioranza e del governo e che nessuno spazio sia garantito all’opposizione. è inaccettabile che controllore e controllato corrispondano, si tratta di una palese violazione delle regole e di quel principio di check and balance su cui si fondano tutte le democrazie occidentali”.
Concetto estraneo al segretario della commissione di Vigilanza e deputato della Lega Massimiliano Capitanio, secondo il quale “Fratelli d’Italia non è sottorappresentata né rispetto ai voti reali presi nel 2018, né rispetto alle proiezioni dei sondaggi” che, per inciso, forse sfugge al leghista, indicano il partito della Meloni come il primo partito italiano.
Capitanio liquida quindi la richiesta come “la rivendicazione di una poltrona” ricalcando quella che per mesi è stata la querelle sul Copasir, con il leghista Volpi che non voleva saperne di mollare la presidenza nonostante spettasse per legge all’opposizione
Nel caso della Vigilanza si tratta di prassi consolidata ma quello che è avvenuto con il governo Draghi è il primo caso nella storia in cui l’opposizione viene espulsa da qualsiasi ruolo gestionale di garanzia e di controllo del Servizio pubblico non essendogli stata riconosciuta né la presidenza dell’azienda, né alcun posto nel Cda e neppure la presidenza della Vigilanza.
Che il senatore azzurro Maurizio Gasparri, ha definito “già ben guidata” e “garanzia del pluralismo e delle norme vigenti”, lasciando intendere che FI non ha nessuna intenzione di indietreggiare.
Senza dimenticare che all’orizzonte c’è anche la partita delle nomine interne all’azienda che in qualche modo dovrebbero compensare il “maltolto” a FdI, anche perché se i due esponenti meloniani avessero votato contro in Vigilanza la presidente indicata dal Tesoro Marinella Soldi non ce l’avrebbe fatta e questo non potrà non avere un peso nelle future scelte.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
L’ITALIA ERA ALL’ULTIMO POSTO PER AIUTI AI POVERI…ORA È POSSIBILE RENDERLO PIÙ EFFICACE
Mentre i media continuano a confondere le idee sul Reddito di cittadinanza, studiosi attenti e studi accurati si sforzano di fare chiarezza.
Il risultato più recente di questi sforzi è offerto dalle 487 pagine del rapporto Lotta alla povertà. Imparare dall’esperienza, migliorare le risposte.
Un monitoraggio plurale del Reddito di cittadinanza, appena pubblicato dalla Caritas, organismo pastorale della Conferenza Episcopale. Con dovizia di dati, offre un aiuto prezioso a coloro che intendono informarsi su chi ha ricevuto il Rdc, come è stata organizzata la rete del welfare locale, quali sono stati i percorsi di inclusione sociale e lavorativa, quali nodi di attuazione sono stati messi in luce dalla sua applicazione.
Due capitoli sono dedicati al rapporto tra il Rdc e i beneficiari dei servizi della Caritas; altri due al reddito minimo così come adottato nei Paesi Ocse e al Rdc in una prospettiva comparata.
Tre capitoli sono dedicati alle misure emergenziali attuate per fronteggiare il Covid. I due capitoli finali sono dedicati alle proposte per il riordino del Rdc e all’impegno della Caritas in questo senso.
Sono stato così puntiglioso sui contenuti del Rapporto per sottolineare quante cose si dovrebbero sapere prima di chiedere un referendum per abolire una misura che – secondo le parole del responsabile delle politiche sociali della Caritas – “punta a favorire l’autonomia e lo sviluppo integrale delle persone sostenendole dal punto di vista sociale e lavorativo”.
È una misura che coinvolge problemi complessi, molto difficili da analizzare e risolvere perché intersecano la politica, l’economia e la sociologia, ma che vanno affrontati scientificamente se si vogliono evitare conseguenze sociali ancora più irreparabili.
Mi limito qui solo a un paio tra i tanti argomenti affrontati dal Rapporto Caritas. Premessa: si parla di Rdc includendovi la Pensione di cittadinanza (Pdc).
Il Paese più avaro
Un capitolo compara il nostro Rdc con il reddito minimo in vigore nei Paesi Ocse. Obiettivo del reddito minimo è la target efficiency, la capacità di raggiungere le fasce più deboli di popolazione.
In media, nei 37 Paesi Ocse, l’11% della popolazione in età lavorativa è a rischio povertà mentre in Italia è il 15%. Se si considerano i soli disoccupati, sale al 30% nell’Ocse e al 59% in Italia.
Come si cautelano i cittadini contro questo rischio? Quelli che lavorano e guadagnano a sufficienza pagano contributi sociali che, in caso di perdita del lavoro, permettono loro di ricevere aiuti (pensione, Cig, indennità di malattia, ecc.).
Agli altri, lo Stato assicura sussidi assistenziali come il reddito minimo a cui spesso ne vengono affiancati altri per i figli piccoli, l’affitto, la disabilità, ecc.
Tutti i 37 Paesi dell’Ocse prevedevano già molto prima dell’Italia trasferimenti simili al nostro Reddito di cittadinanza. Oggi i trasferimenti sociali di tipo non contributivo, rispetto al totale dei trasferimenti, rappresentano l’82% in Danimarca, il 71% in Irlanda, il 60% in Germania e il 51% in Francia. In Italia non superano il 38%.
Insieme al Portogallo siamo il Paese più ingiusto sulla ripartizione dei trasferimenti: nel 2018, mentre il 43% di tutti i sussidi erogati alla popolazione in età lavorativa è andato al 20% più agiato sotto forma di cassa integrazione, pensioni anticipate, pre-pensionamenti, ecc., solo l’8% è arrivato al quintile di reddito più basso.
Fin quando c’era il Rei, l’Italia era al 37° posto (cioè all’ultimo) tra tutti i Paesi dell’Ocse per ammontare di sussidi erogati ai suoi poveri; con il Rdc siamo passati al 33° posto.
Questo piazzamento è vergognoso se si considera da una parte l’annoso ritardo con cui è stato attivato il Rdc e l’esiguità dell’importo, dall’altra che il nostro è l’ottavo Paese al mondo per Pil e che, nell’ultimo decennio, i 6 milioni di italiani più ricchi, nonostante la crisi, hanno visto aumentare del 72% il loro patrimonio.
Eppure, quando si discuteva se introdurre il Rdc, un coro che andava da Salvini al cardinale Bassetti, presidente della Cei, piagnucolò che non si sapeva dove prendere i soldi.
Un bilancio
Il Rdc ha poco più di due anni. Nel 2020 vi erano in Italia 26 milioni di nuclei familiari di cui il 91,4% non pativa povertà (dati Istat e Inps). Il resto versava in uno stato di povertà assoluta (2 milioni, il 7,7%) o povertà relativa (5,5 milioni).
Le famiglie che hanno ricevuto il Rdc sono state 1,58 milioni, il 4,7%, con oscillazioni che vanno dallo 0,2% a Bolzano al 12,2% in Campania. Nel 17% dei nuclei percettori vi sono disabili; nel 29% ci sono minori.
L’importo medio è stato di 584 euro. Basta per uscire dalla povertà assoluta? Secondo il Rapporto, “malgrado un tasso di copertura non molto elevato, il Rdc ha avuto un effetto significativo sulla povertà e sulla diseguaglianza”.
La percentuale delle famiglie in povertà assoluta è diminuita di 1,7 punti e quella delle famiglie in povertà relativa di 1,3 punti, mentre l’Indice di Gini è migliorato dallo 0.334 allo 0.326. Il 57% di quanti hanno ricevuto il Rdc sono usciti dalla povertà. Non è poco.
Il welfare
Come ho detto, la povertà è un capitolo socio-economico molto complesso. Chi denunzia con livore o si scandalizza dei difetti riscontrati in questi due anni o gioca una sua partita elettorale sulla pelle dei poveri o dimostra la propria ignoranza della materia.
Il welfare, di cui il Rdc fa parte, non è un’invenzione di comunisti o socialdemocratici. Lo impose il “cancelliere di ferro” Otto von Bismarck, odiato dai socialisti, come astuta risposta alle sfide della società industriale e alle istanze religiose per arginare le rivendicazioni sindacali, la lotta di classe e le spinte rivoluzionarie.
Avversare il welfare da parte dei ricchi significa essere imprudenti; sostenere che nei Paesi capitalisti la povertà si combatte con la crescita significa non aver capito come mai in ricche nazioni come gli Usa crescano sia la ricchezza che il numero degli indigenti.
L’adozione del Rei prima e del Rdc dopo va considerata come un test per individuare i problemi e risolverli. Due di questi, prevedibili ma solo ora quantificabili, consistono nel fatto che un certo numero di poveri non lo ha percepito mentre un certo numero di percettori del sussidio non lo meritava. Questa anomalia, presente in tutti i Paesi, è scontata ma va circoscritta il più possibile.
Gli ingenui
Su 100 famiglie, 6,9 sono povere. Di queste, 3,9 (il 56%) non hanno percepito il Rdc perché non ne conoscevano l’esistenza o non sono riuscite a sbrigare le pratiche necessarie, o perché non hanno saputo calcolare bene il loro grado di povertà, soprattutto se possessori di mobili e immobili.
Ma come mai è così difficile raggiungere i poveri meritevoli del sussidio? Prendiamo il caso limite: i barboni. Nei 158 Comuni dove si è cercato di individuarli, sono risultati in circa 60.000 quindi è probabile che in tutto il Paese siano almeno il quadruplo (negli Stati Uniti sono 532.000 e in Germania 337.000).
Il Rapporto riferisce che il 45% dei nuclei assistiti dalla Caritas non ha percepito il Rdc perché neppure sapeva che esistesse, o credeva di non averne i requisiti, o aveva difficoltà nel presentare la domanda, o mancava di un sufficiente supporto e orientamento.
Se tutti gli uomini di buona volontà che dicono di battersi per la giustizia sociale, se tutte le associazioni caritatevoli e filantropiche che procurano minestre calde ai barboni, avessero accompagnato i poveri di loro conoscenza nell’itinerario burocratico che conduce al sussidio statale, molte decine di migliaia di senzatetto avrebbero sostituito la dipendenza poco dignitosa dalla carità aleatoria con il diritto civile alla sopravvivenza riconosciuta e assicurata dallo Stato.
Comunque la difficoltà di intercettare si riscontra in tutti i Paesi. In Germania il sussidio Alg II ha impiegato 15 anni per raggiungere 15 milioni di poveri, il 60% dei potenziali destinatari.
Tutto sommato l’Italia è in una situazione migliore, nonostante abbia Centri per l’Impiego di gran lunga più sgangherati. Già nel primo mese di erogazione, da noi si contava più di mezzo milione di nuclei beneficiari, diventati 1,13 milioni nel marzo 2021.
I “furbi”
Il caso opposto è quello dei percettori del sussidio che non lo meritano. Anche questo fenomeno si riscontra in tutti i Paesi Ocse, ma in Italia rappresenta il grande cavallo di battaglia dei nemici del Rdc.
Se si usasse lo stesso criterio anche per il sistema fiscale, si dovrebbe passare all’abolizione delle tasse dal momento che ci sono i furboni che le evadono.
La caccia a questi furbetti del Rdc è diventato il piatto forte dei talk show. Come abbiamo visto, su 100 nuclei, 4,7 hanno percepito il Rdc. Di questi, l’1,7% non possedeva i requisiti per meritarlo.
Questo 1,7 equivale al 36% di tutti i nuclei che hanno percepito il reddito.
La percentuale aumenta nei nuclei di piccole dimensioni; nel Nord si ferma al 29% ma nel Mezzogiorno arriva al 40%.
Cristiano Gori, responsabile scientifico del Rapporto, riconosce “l’importanza di avere una misura di contrasto della povertà ben finanziata nel nostro Paese. Un obiettivo per il quale Caritas Italiana si è sempre impegnata e che – per decenni – è sembrato irraggiungibile”. Dopo 70 anni di incuria, questi due anni di sperimentazione erano indispensabili, altrimenti oggi i tempi non sarebbero maturi per un riordino della materia, finalmente capace di saldare il debito tra lo Stato e i suoi cittadini meno fortunati.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
L’INDAGINE PARTITA DA IMMATRICOLAZIONI DI AUTO NUOVE
I furbetti del reddito di cittadinanza non vivono solo nelle periferie, ma anche nei
quartieri più alti e borghesi della città.
Lo dimostra una lunga indagine dei carabinieri della compagnia Parioli coordinata dalla procura di Roma che ha consentito di stanare 108 persone che ricevevano indebitamente il sussidio.
Il lavoro dei militari diretti da Alessandro De Venezia è partita dall’analisi delle immatricolazioni delle auto nuove e dalle dichiarazioni di residenza in Italia: in totale, i 108 “furbetti” del reddito, hanno incassato 450mila euro di aiuti che non avrebbero dovuto percepire, procurando un danno erariale alle casse dell’Inps.
Il sussidio sarà immediatamente sospeso e i 108 “furbetti” saranno chiamati a risarcire lo Stato.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
FINO A CHE PUNTO E’ TOLLERABILE UN COMPORTAMENTO AMBIGUO RISPETTO A UNO STRUMENTO CHE PUO’ SALVARE DECINE DI MIGLIAIA DI VITE?
Se anche un leader propenso alla mediazione e al compromesso come Mario Draghi perde la pazienza, davvero è il segno che la misura è colma.
C’è evidentemente un limite oltre il quale nessun leader politico dovrebbe andare ed è rappresentato dalla sicurezza collettiva, dalla tutela della salute di milioni di cittadini. Con il loro atteggiamento ambiguo e superficiale sulla questione delle vaccinazioni, Salvini e Meloni sono a un passo dal superarlo e il Presidente del Consiglio ha scelto un modo piuttosto diretto di sottolinearlo, ribadendo che ogni appello a non vaccinarsi è “sostanzialmente un appello a morire” e che in gioco vi sono migliaia di vite umane.
Dopo un anno e mezzo di sofferenze e privazioni, è il tempo della responsabilità e dell’onestà intellettuale.
Continuare a giocare una partita per il consenso, strizzando l’occhio ai tanti italiani confusi e spaventati, è irresponsabile e gravissimo, una vera e propria scommessa elettorale sulla vita delle persone.
Sono mesi che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si muovono su un crinale pericoloso, che alimenta insicurezza e ambiguità. Mesi di utilizzo parziale e semplicistico delle informazioni scientifiche, di dichiarazioni poco chiare e spesso allusive, mesi di gestione improvvida dell’enorme consenso di cui godono, che si traduce in una grande responsabilità che stanno scegliendo di non esercitare.
Non rendendosi conto che c’è grande differenza fra le osservazioni sulla gestione della campagna vaccinale (o le critiche sul green pass) e la continua delegittimazione dell’operato delle istituzioni sanitarie e della comunità scientifica.
La loro, però, è una comunicazione ambigua e ipocrita, attenta più a preservare le simpatie del fronte No Vax (che immaginano piuttosto consistente, evidentemente) che non a esercitare un non meglio specificato pensiero critico.
Entrambi parlano della vaccinazione come una scelta personale, contribuendo nei fatti al ridimensionamento del valore di un gesto che è sia individuale che collettivo.
Non si tratta di proteggere noi stessi, non si tratta di “scegliere se rischiare o meno” di prendere la Covid-19, non si tratta di usare il bilancino per determinare il singolo rischio di infezione, ospedalizzazione o morte.
Siamo in una fase in cui vaccinarsi è un atto individuale e collettivo al tempo stesso, è cura di se stessi e dell’altro, è un gesto di responsabilità sociale che protegge la comunità e soprattutto i più deboli e a rischio.
(da Fanpage)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
MERCOLEDI’ PARTECIPERANNO ALLA FIACCOLATA DI PROTESTA: “NO GREEN PASS OBBLIGATORIO”
Mentre i ministri della Lega, riuniti a Palazzo Chigi, davano il via libera al decreto
Covid che rende obbligatorio il Green pass per l’accesso a svariate attività, una decina di rappresentanti del Carroccio a Palazzo Madama e a Montecitorio, si organizzavano per scendere in piazza contro la decisione presa del governo che essi stessi sostengono. Un cortocircuito istituzionale?
Il leader del partito, Matteo Salvini, non ha richiamato all’ordine i suoi parlamentari. Stare nella maggioranza e protestare contro la maggioranza: è l’equilibrio che consente alla Lega di gestire ministeri fondamentali per il Pnnr e, allo stesso tempo, strizzare l’occhio a un elettorato che si estende dai no vax e arriva sino ai libertari.
Dopo l’adunanza di migliaia di persone a Torino – il 22 luglio -, subito dopo la conferenza stampa di Mario Draghi, sono nate diverse pagine Facebook per annunciare manifestazioni contro il Green pass obbligatorio, in tutta la Penisola. Ma sarà la protesta di mercoledì 28 luglio, a Roma, ad accogliere tra le sue file deputati e senatori leghisti. E a creare i maggiori imbarazzi alla maggioranza.
Tra chi ha già dato la propria adesione alla fiaccolata in Piazza del Popolo – Liberi di scegliere, no Green pass obbligatorio – ci sono figure di spicco del Carroccio. I due economisti di via Bellerio, Claudio Borghi e Alberto Bagnai; il membro della segreteria e direttore della scuola di formazione della Lega, Armando Siri; il volto dell’opposizione leghista al ddl Zan, il senatore Simone Pillon.
Le parole che Draghi ha usato per rispondere a un’affermazione di Salvini – «l’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, contagi, lui o lei muoiono» -, sembrano già un’accusa verso i parlamentari leghisti che manifestano contro il Green pass obbligatorio.
Oltre ai quattro già citati, mercoledì 28 luglio scenderanno in piazza gli onorevoli Emanuele Cestari, Alessandro Pagano, Matteo Micheli, Alex Bazzaro e Roberta Ferrero, tutti della Lega. Il Comitato Libera Scelta, su Facebook, ha annunciato anche la presenza del deputato del Misto, Vittorio Sgarbi, e del senatore e candidato sindaco di Milano Gianluigi Paragone.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA MAGGIORE CRESCITA IN QUELLA FASCIA DI ETA’
È un balzo importante quello registrato sull’indice Rt nazionale dai dati contenuti nel monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore di sanità con il ministero della Salute. Il report attesta indice di contagiosità nazionale sopra soglia 1, portandolo dallo 0,91 della scorsa settimana all’1,55.
«L’incidenza mostra come in quasi tutte le regioni ci sia una crescita» ha detto in conferenza stampa il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, «la crescita riguarda soprattutto fasce d’età 10-19 e 20-29 anni, quindi la popolazione giovane che alimenta i nuovi casi dell’epidemia».
Secondo il monitoraggio quasi tutte le Regioni sono a rischio moderato, mentre Basilicata e Valle d’Aosta restano ancora a rischio basso. Il quadro epidemiologico disegnato dai nuovi dati è in generale tornato a peggiorare con non poca preoccupazione per la diffusione della variante Delta.
Secondo quanto riportato dal monitoraggio settimanale Iss, sul fronte ospedaliero non ci sono Regioni che risultano sopra la soglia critica di occupazione dei posti letto, sia per quanto riguarda i malati in area critica che in area medica.
L’appello sui vaccini è poi arrivato dal direttore della prevenzione del Ministero della Salute Gianni Rezza: «Invitiamo ancora una volta gli over 60 e anche gli over 50 a vaccinarsi, perché i tassi di ospedalizzazione in queste fasce non sono banali». L’aumento delle prenotazioni avvenuto dopo l’ulteriore appello del premier Draghi di ieri, 22 luglio, provocherà un ulteriore scatto in avanti, ma, come ha aggiunto Rezza, «bisogna ribadire l’importanza della scelta per evitare di l’eventuale congestione delle strutture ospedaliere nel momento in cui circola una variante molto contagiosa».
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
DOPO DUE ORE DI INTERROGATORIO IL GIP SI RISERVA SUI DOMICILIARI… LA PRIMA RICOSTRUZIONE DEL “COLPO PARTITO MENTRE SCIVOLAVA A TERRA” NON HA TROVATO RISCONTRO NEL VIDEO
“Non ho un ricordo preciso, non so come sia partito il colpo”. Si è difeso così
davanti al gip Maria Cristina Lapi, Massimo Adriatici, l’assessore di Voghera che martedì sera ha ucciso con un colpo di pistola il cittadino marocchino Yous El Boussettaoui in una piazza centrale della città.
Dopo un interrogatorio di quasi tre ore, il gip di Pavia si è riservato di decidere sulla richiesta della Procura di confermare gli arresti domiciliari, e deciderà probabilmente domani mattina.
Nell’interrogatorio di garanzia, Adriatici – che è accusato di eccesso colposo di legittima difesa – ha così dato una versione diversa dei fatti: subito dopo l’arresto da parte dei carabinieri di Voghera aveva infatti dichiarato che il colpo era partito quando era scivolato a terra.
Una versione che sembra non corrispondere alle immagini del video della telecamera di sorveglianza della piazza. “Il nostro assistito è stato vittima di una violenza inattesa che l’ha fatto cadere a terra procurandogli uno stato di confusione” hanno dichiarato i legali di Adriatici, gli avvocati Colette Cazzaniga e Gabriele Pipicelli
Intanto la Procura di Pavia ha nominato un ingegnere informatico come consulente per migliorare la qualità del video agli atti dell’inchiesta che riprende la colluttazione tra l’assessore e Youns El Boussettaoui. Da una prima analisi sarebbero già emersi elementi utili per ricostruire l’accaduto. Nei prossimi giorni giungeranno i risultati degli esami tossicologici sia sull’assessore sia sul corpo della vittima.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
NIENTE FOTO, NON DICE DOVE, NON FA VEDERE GLI ESTREMI: FINO A IERI CONTRO IL GREEN PASS, ORA LO MOSTRA IN FOTO… IN TEORIA POTREBBE ESSERE VACCINATO DA MESI E SOLO ORA MOSTRARE IL GREEN PASS
Una foto sui social scatena il giallo, ma poi alla domanda “ma il vaccino, lui, l’ha
fatto o no?” la conferma è arrivata nel primo pomeriggio.
Matteo Salvini si sarebbe vaccinato oggi a Milano.
Dopo aver invocato per giorni la “libertà di scelta” sull’adesione alla campagna di immunizzazione, oggi il leader della Lega si sarebbe fatto somministrare la prima dose del farmaco anti-Covid. Una decisione programmata, ma che rischia di sembrare una retromarcia dopo lo schiaffo di ieri del premier Draghi, che in conferenza stampa ha dichiarato come “l’appello ai No vax sia un invito a morire”, praticamente un atto di accusa contro il leader della Lega. Ma procediamo con ordine.
Salvini in mattinata ha postato sui suoi profili social una foto in cui si fa ritrarre mentre beve un caffè. Sul tavolo si nota una mascherina poggiata sopra dei fogli. E sui quei fogli non si può non fare caso alla stampa inequivocabile di un Qr code, il codice digitale presente sul Green pass di chi è stato vaccinato contro il Covid.
Nel post che accompagna il tweet di Salvini, però, non c’è nessun riferimento chiaro alla vaccinazione e al Green pass. Si parla, genericamente, di “salute, lavoro e libertà”.
Salvini si sarebbe vaccinato questa mattina a Milano, dove gli sarebbe stata somministrata la prima dose. e miracolosamente avrebbe in poche ore ottenuto il grren pass per via telematica.
Nessuna foto della vaccinazione, nessuna indicazione su dove si sia recato per farlo, nessuna foto del documento dove emerga in che data ha ricevuto la somministrazione (ammesso che si tratti della sola prima dose e non della seconda).
Sulla base di questi elementi potrebbe anche essersi vaccinato da mesi e solo ora esibire il green pass.
(da agenzie)
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