Luglio 11th, 2021 Riccardo Fucile
“POCHI TAMPONI, ENTRO FINE AGOSTO 11.000 CASI AL GIORNO”
L’unico modo per frenare l’arrivo di una possibile quarta ondata di contagi da Coronavirus, temuta per la fine dell’estate, è capire per tempo dove e come il virus si stia attualmente diffondendo.
Il rischio di un mancato tracciamento dei casi è quello di arrivare a fine luglio con circa 3 mila nuovi positivi al giorno, e al 30 agosto con 11 mila casi ogni 24 ore.
Non sono numeri casuali, ma le stime provenienti dal report riservato messo a disposizione del governo in queste ore e di cui il Corriere riporta i punti principali.
La situazione epidemiologica italiana viene messa a confronto con quanto sta succedendo negli Paesi, in particolar con il Regno Unito, dove la variante Delta ha già avuto modo di provocare una pericolosa impennata di casi.
L’ondata prevista in Italia per la fine dell’estate andrebbe a coincidere con la ripresa delle attività lavorative e scolastiche, in un periodo dunque di ulteriore riapertura generale. La risalita della curva non avrebbe, secondo gli esperti, le stesse gravissime conseguenze delle ondate precedenti grazie alla presenza dei vaccini, ma porterebbe comunque a effetti pesanti.
Questo considerando soprattutto due nodi fondamentali: l’elevata contagiosità della mutazione Deltae i milioni di over 60, e quindi fragili, che ad oggi risultano senza neanche la prima dose di vaccino anti Covid. Un pericolo per la ripresa non solo dei contagi ma anche della pressione ospedaliera.
L’Italia cerca poco il virus
La relazione riservata sul tavolo del governo parla di «un continuo calo dei tamponi che porta al ribasso i nuovi positivi individuati». Uno dei punti più critici della gestione emergenziale di questa fase epidemiologica è proprio questo: nonostante il tasso di incidenza sia ora finalmente tanto basso da permettere il tracciamento dei casi e quindi l’individuazione capillare del virus sul territorio nazionale, l’Italia non lo sta cercando abbastanza. A confermare quanto si legge nel documento riservato è stato giorni fa anche lo stesso presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che, commentando il consueto monitoraggio settimanale, ha chiaramente spiegato quanto «l’attività di test continui ad attestarsi su numeri troppo bassi con conseguente sottostima dei nuovi casi e insufficiente tracciamento dei contatti».
Gli attuali numeri di positivi riportati dai bollettini nazionali sarebbero dunque al ribasso. Una notizia che preoccupa gli esperti soprattutto per una curva di positivi che incomincia a risalire. Nella prima settimana di luglio «c’è stato un incremento di nuovi casi pari al 13% nonostante il progredire della campagna vaccinale», si legge nella relazione. Senza contare le notizie di focolai che continuano a spuntare in diversi punti del Paese, frutto di viaggi, comportamenti irresponsabili e vaccinazioni ancora assenti. Per tutti questi motivi il tracciamento dei casi è in questo momento uno degli unici modi per impedire la veloce diffusione di un virus che ad oggi sembra tutt’altro che sconfitto.
Servono 300 mila test al giorno ma ne facciamo 80 mila
Secondo gli esperti, «un tracciamento efficace prevede di effettuare almeno 300 mila test al giorno per non sottovalutare il rialzo che avverrà nelle prossime settimane, con l’80% di molecolari». Un numero ben lontano dai 70/80 mila tamponi segnalati dal 1° di luglio ad oggi. Meno persone testate equivalgono a meno eventuali focolai individuati e a un virus che in questo modo può tornare a circolare in maniera indisturbata. «Il vero nodo è quale riflesso avrà l’innalzamento dei contagi in termini di ospedalizzazioni e decessi» spiega il ministro della Salute Speranza, «rispetto agli altri Paesi già fortemente colpiti dalla variante Delta noi per fortuna siamo indietro, quindi possiamo osservare quel che accade altrove». Lo scarto di tempo tra la notizia della diffusione all’estero e l’effettivo dominio della mutazione su territorio nazionale si rivela fondamentale, così come nel caso della variante Alfa o “inglese”, che però ci colse impreparati. Continuare a tracciare e a sequenziare così poco non è certo il modo per approfittarne.
(da Open)
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Luglio 11th, 2021 Riccardo Fucile
MONETA SVALUTATA DEL 90%, INFLAZIONE SUPERIORE ALL’80%, IL 70% DEI CITTADINI NON HA CIBO SUFFICIENTE
Più grave di quella dell’Argentina e di quella valutaria della Russia: la crisi
economica che si sta consumando in Libano è la peggiore della storia mondiale degli ultimi 70 anni.
Eppure le storie dei cittadini libanesi, costretti a convivere con una svalutazione della moneta che ha raggiunto il 90% e un’inflazione superiore all’80%, non hanno conquistato le pagine dei giornali o i servizi delle Tv, almeno fino a quando il primo ministro, Hassan Diab, non ha iniziato a parlare apertamente di rischio di “esplosione sociale”.
Le immagini che arrivano da Beirut mostrano un Paese con cittadini stremati, costretti a lunghe file per poter acquistare gasolio, un Paese in cui oltre il 70% delle famiglie non ha abbastanza cibo e dove oggi scarseggiano anche le medicine. Subire una svalutazione del 90% significa perdere praticamente tutto.
Questa è una crisi che ha origini lontane e vicine nel tempo. Il Libano vive oggi le conseguenze di un processo iniziato quasi dieci anni fa, dopo un periodo di fortissima crescita economica che aveva portato il Paese a raddoppiare il Pil pro-capite dal 2000 al 2010.
Successivamente diversi fattori macroeconomici e politici hanno contribuito a invertire il trend, fino ad arrivare ad un drastico crollo del Prodotto interno lordo e all’iperinflazione.
Tra questi fattori, la ridotta capacità industriale, la corruzione, alcuni avvenimenti esogeni (come la guerra in Siria e la difficile gestione di oltre 3 milioni di profughi), il conflitto con Israele (con relativa pressione geopolitica) e, infine, l’esplosione nel porto di Beirut e il Covid-19.
Un dramma che stanno vivendo i cittadini nel Paese ma anche gli oltre 4 milioni di libanesi che vivono all’estero (una popolazione superiore a quella di origine), costretti a convivere con il dramma di una svalutazione monetaria che distrugge il potere di acquisto in patria e all’estero.
Nell’ottobre del 2020 il Governo ha imposto il capital control, ovvero il blocco dei flussi bancari. Tradotto: i soldi nelle banche non si spostano e non si toccano. L’obiettivo è quello di ridurre la fuga di capitali, come accaduto durante le crisi in Argentina o la crisi bancaria di Cipro del 2012.
Si cerca inoltre il supporto del Fondo monetario internazionale (Fmi) e quello dei Paesi amici, in una condizione di instabilità politica dettata dal fatto che il primo ministro Diab è stato a capo di un governo ad interim per dieci mesi, a seguito dell’esplosione al porto di Beirut, per il quale è stato accusato di negligenza e responsabilità politica e personale.
Al momento sembra farsi strada l’ipotesi di un nuovo governo, con a capo l’ex premier Saad Hariri, figlio dello storico ex primo ministro Rafic Hariri, ma la strada è tutta in salita. A pesare sono il rapporto non idilliaco con il presidente della Repubblica e relazioni non molto solidi con l’Arabia Saudita, il partner più ricercato per la rinascita economica.
Un passato glorioso, un futuro più incerto
Un Paese che era abituato a crescere, a essere al centro della scena internazionale e ad avere politiche economiche rispettate in tutto il mondo si trova oggi di fronte ad una crisi economica peggiorata dall’attuale condizione sanitaria e dall’instabilità politica.
La storia del Libano è però ricca di episodi di rinascita e di resilienza. Una rinascita che il popolo libanese, sceso in strada per chiedere di porre fine alla corruzione e avviare una nuova fase politica, non sta smettendo di cercare.
(da TPI)
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Luglio 11th, 2021 Riccardo Fucile
“NESSUNO PUO’ ESSERE LASCIATO INDIETRO, SERVE UN NUOVO CONTRATTO SOCIALE”
Parole sagge, ossia che in questo pianeta non solo c’è una questione di rispetto del creato e di cambio rispetto ad un modello di sviluppo predatorio, ma c’è una questione sociale che vede poveri più poveri e ricchi più ricchi.
“Stiamo affrontando un compito importante. Il nostro obiettivo finale è il 2050. Raggiungere la neutralità climatica. Ma serve un percorso. Significa ridurre prima le emissioni di inquinamento del 55 per cento in nove anni. E per farlo dobbiamo sostanzialmente cambiare tutto. Perché con le norme in vigore adesso, arriveremmo al 40 per cento di riduzione”.
Lo ha sottolineato il vicepresidente della Commissione europea e responsabile Ambiente, Frans Timmermans parlando del Green Deal che varerà la Ue.
“Bisogna sapere che a quel traguardo devono arrivare tutti. Nessuno può essere lasciato indietro. Serve un nuovo contratto sociale”, aggiunge il vicepresidente della Commissione Ue che parla del pacchetto di aiuti per sostenere i più deboli in questa sfida.
“I ricchi una soluzione la trovano sempre. Gli altri no. Queste misure le stiamo adottando proprio per chi non ha le possibilità dei benestanti. Il Green Deal o è anche sociale o non è”.
Una delle sfide per un’Europa più verde sarò quella di avere sempre più auto elettriche. “Quando incontro i costruttori, tutti i costruttori europei e non, mi rendo conto che hanno capito. Loro stessi pensano che a partire dal 2035 costruiranno solo macchine elettriche o a idrogeno – prosegue – Già oggi usare una macchina elettrica costa meno di quella a combustione. Costa di più comprarla. Ma dal 2027 inizierà a non essere più così. Certo, noi dobbiamo fare in modo che ci siano le infrastrutture”.
Per non penalizzare le famiglie “ci sarà un nuovo fondo ad hoc, il Fondo Sociale per l’Azione Climatica. Saranno però gli Stati membri a scegliere le modalita’”, sarà stanziata “una cifra importante. Sono ottimista. In questa nuova economia, ci sono 2 milioni di posti di lavoro – conclude – La sfida di questa rivoluzione, come accadde con il vapore e poi con i carburanti fossili, è dare ai cittadini la possibilità di riconvertirsi. Di riqualificarsi. Proprio per offrire più posti di lavoro. Nuove competenze”.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA PREGHIERA DELL’ANGELUS DAL GEMELLI
Esattamente dopo una settimana il Papa torna a farsi vedere in pubblico con la
preghiera dell’Angelus. Dopo l’intervento di domenica scorsa e i giorni di convalescenza al Policlinico Gemelli di Roma, il Papa si è affacciato al balconcino del decimo piano che è adiacente all’appartamento dove è ricoverato.
“Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Sono contento di poter mantenere l’appuntamento domenicale dell’Angelus, anche qui dal Policlinico ‘Gemelli’. Vi ringrazio tutti: ho sentito molto la vostra vicinanza e il sostegno delle vostre preghiere. Grazie di cuore!”. Sono le prime parole pronunciate da Papa Francesco nell’Angelus che sta recitando dal Policlinico Gemelli di Roma dove è ricoverato.
Il Papa torna a sottolineare l’importanza di un “buon” servizio sanitario “accessibile a tutti”. “In questi giorni di ricovero in ospedale, ho sperimentato quanto sia importante un buon servizio sanitario, accessibile a tutti, come c’è in Italia e in altri Paesi. Un servizio sanitario gratuito che assicuri un buon servizio accessibile a tutti. Non bisogna perdere questo bene prezioso.
Bisogna mantenerlo! E per questo occorre impegnarsi tutti, perché serve a tutti e chiede il contributo di tutti”. Lo ha detto il Papa all’Angelus dal Policlinico Gemelli di Roma.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2021 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI CHIEDONO UN’ASSEMBLEA: “VOGLIAMO SAPERE COSA E’ SUCCESSO”
Il caos giustizia, che si è scatenato all’interno del Movimento 5 Stelle, è legato a doppio filo con la partita che stanno giocando Beppe Grillo e Giuseppe Conte sul controllo del partito.
Prima del Vietnam parlamentare sulla reintroduzione della prescrizione ci sarà infatti la guerriglia tra deputati e senatori M5s. Spaccati tra chi sta con il Garante e chi con l’ex premier, e il primo assaggio lo si avrà domani pomeriggio durante l’assemblea straordinaria dei gruppi.
Per capire il momento bisogna andare alla radice del problema.
La battaglia tra Grillo e Conte, nelle scorse settimane, si è giocata tutta sui ruoli che Garante e capo politico devono avere.
Conte chiedeva nei fatti di avere le mani libere sulle decisioni politiche, il fondatore invece pretendeva di essere non solo consultato ma di continuare a dare la linea. Cosa è successo negli ultimi due giorni? E perché la mediazione dei sette saggi, incaricati di stilare un nuovo Statuto M5s che metta d’accordo entrambi, rischia di saltare?
Beppe Grillo è entrato a gamba tesa nella partita politica sulla reintroduzione della prescrizione.
Giovedì ha chiamato i ministri M5s, che avevano lasciato filtrare la voce che in Consiglio dei ministri si sarebbero astenuti sulla riforma del processo penale così da non spaccare un Movimento con idee al suo interno profondamente diverse.
Ma poi Mario Draghi, insieme al ministro Cartabia, ha incontrato i rappresentati grillini nel governo e ha offerto loro una nuova mediazione. Mediazione che consiste nel garantire tempi più lunghi per i processi che riguardano i reati contro la Pubblica amministrazione.
A questo punto i ministri si consultano telefonicamente con Grillo che insiste affinché venga dato il via libera, con un sì secco e preciso, alla proposta Cartabia così da non creare una frattura nel governo.
Il Garante quindi si schiera a favore dell’esecutivo Draghi, porta sulla sua strada i titolari dei dicasteri e si trascina il Movimento.
Ma il Movimento si frantuma comunque, ancor più di prima. Conte si imbufalisce: “È la riprova che Grillo vuole comandare, vuole dare la linea. Allora a cosa gli serve un capo politico?”.
Sembra di risentire i discorsi di due settimane fa quando la trattativa per riformare il partito, dando la guida all’ex premier, era saltata con tanto di conferenza stampa di Conte contro Grillo.
Non solo. Venerdì mattina, nel day after del Consiglio dei ministri, per dare ancora più forza alla teoria di Conte secondo la quale Grillo vuole il comando del Movimento, gli esponenti contiani lasciano filtrare la voce, pubblicata in esclusiva dal Fattoquotidiano.it, che ci sarebbe stata una telefonata tra Grillo e il premier Mario Draghi e così si sarebbe arrivati all’accordo.
Palazzo Chigi in realtà non conferma e neanche le persone più vicine al Garante riferiscono che ci siano stati contatti diretti tra i due. Confermano invece le telefonate con i ministri pur tenendo a precisare che non ci sarebbe stata alcuna influenza da parte di Grillo sugli esponenti del governo.
Difficile a credersi: anche un contiano doc come Stefano Patuanelli, che è anche capo delegazione, alla fine ha votato a favore della proposta Cartabia.
Ciò che resta è la rabbia di Conte nei riguardi di Grillo. Proprio quando i sette saggi starebbero per chiudere il lavoro sullo Statuto, l’ex premier sarebbe pronto a tirarsi di nuovo indietro perché quanto successo sulla giustizia gli dimostra che non avrebbe margini di manovra.
Allora l’ex premier sta provando ad arruolare le sue truppe, per arrivare a una conta interna. I deputati e i senatori a lui più vicini hanno chiesto un confronto con la squadra di governo per avere chiarimenti sul sì, giunto all’unanimità in Cdm, sulle proposte di modifiche del Guardasigilli, scongiurando il no che avrebbe portato a una pesante spaccatura nell’esecutivo.
Spaccatura che Conte, a differenza di Grillo, avrebbe voluto che si palesasse. Non sarà solo una resa dei conti nel merito del provvedimento ma sarà uno scontro durissimo all’interno del partito, tra chi vuole Conte come capo politico e un Garante fortemente ridimensionato e chi invece è schierato con Grillo. Di certo, l’ex premier non resterà a guardare e il vento scissionista è tornato a soffiare forte.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 10th, 2021 Riccardo Fucile
ORMAI SONO UNA COPPIA DI FATTO CON LA BENEDIZIONE DEL CARDINALE
Il segretario di Stato del Papa ha chiamato Salvini e Renzi per esortarli a «dare
un’occhiata» alla legge Zan, perché contribuiscano cioè a «migliorare» un provvedimento che sta dividendo il Parlamento più della riforma sulla giustizia.
E se persino il Vaticano li accredita come aghi della bilancia politica italiana, vuol dire che davvero c’è del tenero tra il capo della Lega e il leader di Iv, additati come dioscuri di un patto che dovrebbe manifestarsi quando si voterà per il capo dello Stato.
Anzi, proprio il passaggio sulla legge Zan viene considerato una sorta di prova generale in vista della corsa al Colle. In realtà l’accordo sul nome del capo dello Stato i due non l’hanno (ancora) trovato, e men che meno c’è intesa sulla futura legge elettorale.
La verità è che tra i due Matteo oggi vige solo una convergenza di interessi: Salvini grazie alla sponda di Renzi può dire che «su temi come le tasse c’è una nuova maggioranza in Parlamento»; e Renzi grazie alla sponda di Salvini può picconare ciò che resta dell’alleanza tra il Pd e M5S.
Il primo si prepara a ricevere il sostegno del secondo per i referendum sulla giustizia. Il secondo attende l’appoggio del primo sul prossimo referendum per l’abolizione del reddito di cittadinanza.
Ma immaginarli parte di una stessa coalizione è puro esercizio di fantasia, anche perché non si fideranno mai completamente l’uno dell’altro, malgrado i buoni uffici di Verdini.
Il loro sodalizio si era rotto quando Renzi votò al Senato l’autorizzazione a procedere contro Salvini che non voleva più «nemmeno sentirlo nominare»: d’altronde era stato già fregato quando puntava alle elezioni con la crisi del Conte 1 e l’altro aveva agevolato la nascita del Conte 2. Poi però si compattarono per evitare il Conte 3.
Per una volta il lombardo credette al toscano che gli raccontò delle sue gite a Città della Pieve, dove andava a trovare Draghi con l’auto della moglie, dopo aver congedato la scorta che lo lasciava a Firenze.
Più che un’operazione politica a Salvini sembrava una spy story. «Arriva lui, dammi retta», gli diceva Renzi. E siccome glielo ripeteva anche Giorgetti, il capo della Lega diede una mano all’altro Matteo, avvisandolo delle manovre di Conte per strappargli i senatori di Iv.
Nei giorni delle consultazioni per il nuovo governo, si consultarono tra loro. Quando Salvini andò da Draghi, Renzi gli consigliò di fare all’uscita un’energica dichiarazione europeista. «Allora, come ti è sembrata?», gli chiese poi il segretario leghista. «Deboluccia. Avresti dovuto dire…». E ciò che Renzi disse, Salvini lo tramutò in una nota d’agenzia.
Viceversa, l’altro ieri Salvini ha consigliato Renzi di accettare la soluzione sulla giustizia avanzata dal premier ai grillini: «Tanto poi si spaccano lo stesso».
Non che servisse il mago Otelma per prevederlo. Funzionali ai reciproci obiettivi vanno avanti di conserva, sempre attenti a verificare che l’uno non freghi l’altro.
E sul ddl Zan Salvini chiede la prova d’amore. «L’ho spiegato — replica Renzi — che il Pd deve mediare sennò va a sbattere a scrutinio segreto». Insomma è tutto pubblico. Non fa più notizia quando (quasi) ogni mattina la Boschi avverte il capogruppo leghista Molinari che «i due Matteo si sono sentiti».
E nemmeno che per il Quirinale «la sinistra dovrà trattare con la destra perché loro hanno i numeri», come ha detto all’Huffington Renzi.
È da vedere però se Salvini accetterà di appoggiare Casini per il Colle, come gli propone il leader di Iv. E se la Lega accederà al proporzionale, che è l’altro sogno dell’altro Matteo, secondo cui «con una lista del 5% governeremmo l’Italia».
Resta infine da capire se Salvini ha fatto un tuffo nella nuova piscina di casa Renzi a Firenze. In quel caso avrà notato che sul fondo della vasca c’è una scritta: «Costruita con il contributo di Marco Travaglio e altri». Sono i soldi delle querele vinte.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 10th, 2021 Riccardo Fucile
LA DONNA CHE HA PORTATO DISCOVERY DALLO 0,4% AL 7% DI SHARE
La manager che ha strappato Maurizio Crozza a La 7 per farne la bandiera della Nove e che ha portato in otto anni Discovery dallo 0,4% al 7% di share (trasformandola nel terzo polo tv nazionale) sbarca – al terzo tentativo – alla Rai. –
Marinella Soldi era stata corteggiata da Matteo Renzi nel 2015, quando in ballo c’era la presidenza di viale Mazzini. E il suo nome era circolato all’epoca della caccia all’ad del 2018, nell’era del governo gialloverde Lega-5Stelle.
A sceglierla – e a ottenere il suo “sì” per la carica di presidente – è stato però alla fine il “tecnico” Mario Draghi, che ha deciso di puntare su una persona che conosce benissimo il piccolo schermo e lontana dalle sirene della politica per provare a riposizionare la Rai in un momento di grande trasformazione nel mondo dei media.
Come funzioni l’etere tricolore la 54enne di Figline Valdarno -«sono nata nel giorno dell’alluvione, il 4 ottobre 1966», recita orgoglioso il curriculum – lo sa benissimo.
La sua carriera – dopo gli studi in due templi del management come la London School of economics e l’Insead di Fointanebleau – è iniziata alla McKinsey.
Dopo tre anni di consulenza ha deciso però di cambiare vita per star dietro i due figli e di mettersi in proprio lanciando una società di leadership coaching, una sorta di scuola per manager.
Discovery l’ha chiamata nel 2009. Il gruppo Usa all’epoca gestiva nel nostro paese solo una piccola pay-tv e voleva provare a crescere non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.
Soldi ha trasportato le trasmissioni sul digitale terrestre, ha investito per comprare canali, per creare una concessionaria interna, per lanciare le produzioni interne.
Ha diversificato l’offerta segmentandola sui diversi target di mercato pubblicitario.
E alla fine è riuscita a portare Discovery sul podio dei network tricolori dietro Rai e Mediaset, grazie a sette canali free e sei a pagamento.
Un successo che ha convinto la casa madre Usa ad affidarle le strategie per tutta l’Europa del sud, trasferendo la sede a Milano.
Nel 2018 la manager, che parla quattro lingue ed è appassionata di yoga, corsa e trekking, ha lasciato il gruppo «per fare nuove esperienze».
Oggi è presidente della Fondazione Vodafone, consigliera indipendente di Italmobiliare, Nexi e Ariston Thermo, snocciola il suo profilo Linkedin, dove campeggia una frase di Charles Darwin: «Non sono i più forti che sopravvivono, ma quelli che sanno adattarsi meglio al cambiamento».
E visti i chiari di luna in Rai e nel settore dei media, di spirito di adattamento ne servirà molto per capire che ruolo può giocare una realtà come il nostro servizio pubblico in un mondo rivoluzionato dall’arrivo di Netflix, Amazon prime Video, Disney + e dallo tsunami del video on demand.
(da La Repubblica)
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Luglio 10th, 2021 Riccardo Fucile
IL MATCH DI CONTE E DI MAIO, PRETENDENTI ALLO STESSO TRONO
«Vai! Vai! Vai!», diceva sottovoce Luigi di Maio. «Me li trovi?», rispondeva
Giuseppe Conte, una maschera di ansia. «Te li cerco io i fogli, tu comincia a parlare Giuseppe! C’è il microfono acceso!».
Se fosse stato tutto come «la nostra prima scena» — formula individuata da Claudio Baglioni per celebrare in una sua canzone le tappe di una storia d’amore scivolata oltre i titoli di coda — Conte e Di Maio sarebbero stati gli eterni protagonisti di un perenne libro Cuore.
L’uno per l’altro, l’altro per l’uno. Così erano sembrati il 6 giugno 2018 a Montecitorio, nel giorno della fiducia al governo gialloverde, quando all’improvviso — prima di cominciare le repliche — il presidente del Consiglio fresco di nomina perdeva i fogli col discorso giù scritto ed entrava in una cinquantina di secondi fatti di puro panico, con Di Maio lesto nel soccorrere il neo-capoclasse come il generoso Garrone faceva con i compagni di scuola più indifesi.
Ora che tre anni e un mese dopo l’incantesimo rotto è sotto gli occhi di tutti, con la riforma della giustizia di Marta Cartabia a fare da detonatore a uno scontro tra un Di Maio ipergovernista e un Conte barricadero, è fin troppo semplice elencare le volte in cui tutto era sembrato già scritto, in cui gli scricchiolii di un rapporto fondamentalmente mai nato hanno fatto più rumore degli abbracci in pubblico e delle dichiarazioni di affetto.
La celebre sera dell’«abbiamo abolito la povertà», ottobre 2018, Di Maio è il barricadero che esce sul balcone di Palazzo Chigi e Conte il premier che simula terzietà tra Lega e M5S rimanendo chiuso dentro; un anno dopo, quando al governo c’è il Pd e Salvini è finito all’opposizione, la scena si ripete sulla riforma del Mes, anche se nessuno dei due ride più.
«Non ci parliamo, ecco», spiegò il ministro degli Esteri in privato, raccontando di essersi sentito tradito da un Conte allora troppo europeista, con una linea troppo sovrapposta a quella del Pd.
Tra «isso» ed «essa», come nello scheletro narrativo della sceneggiata napoletana, a volte la storia ha infilato un terzo incomodo, che nella rappresentazione popolare era raffigurato come «o’ malamente».
Così Alessandro di Battista — all’epoca al fianco di Di Maio, poi contro tutti e due, oggi spalleggia Conte contro «gli incapaci e pavidi» ministri M5S del governo Draghi — ha tentato di dimostrare con la sua sola presenza sulla scena chi dei due fosse al momento il più grillino, il più vaffa, il più «della prima ora», come una silenziosa certificazione di conformità al grillismo delle origini.
Peccato che adesso Grillo — che era al fianco di Di Maio nei tentativi di limitare Conte (2018), che ha sostenuto quel governo Conte II che forse Di Maio non voleva (2019), che ha elevato Conte a dispetto dell’allora capo politico Di Maio (2020) e che ha finito per stare dalla parte di Di Maio per limitare i poteri di Conte (2021) — adesso difenda a spada tratta questa riforma della prescrizione che mescola tutte le carte e che fa sembrare preistoria l’inizio di tutto, quel «Giuseppe!» appena sussurrato, quella scialuppa di salvataggio per un canotto in tempesta. «Te li cerco io, i fogli, tu comincia a parlare…».
C’eravamo tanto amati ma, in fondo, neanche troppo.
Simili nel portamento, sovrapponibili in quello stile che a occhio poco attento è sempre parso neo-democristiano, in fondo, Conte e Di Maio hanno sempre saputo prima degli altri che due pretendenti sono comunque sempre troppi quando il trono è uno solo. Adesso si guarderanno da lontano, come fecero per tantissimo tempo colossi della Dc come Giulio Andreotti e Ciriaco De Mita.
Sapendo che una tregua, prima o poi, potrebbe pure arrivare. Ma sarebbe solo l’ennesimo armistizio di una guerra infinita, armi deposte in attesa di essere dissotterrate, silenzi nascosti, abbracci tattici e qualche volta una pacca sulla spalla. Sempre che non arrivi prima una scissione, a far calare il sipario su quello che c’è stato e che non tornerà. Forse.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 10th, 2021 Riccardo Fucile
QUANDO IL CONSENSO SCENDE DAL 40% AL 2% IL DECORO E LA DIGNITA’ DOVREBBE INDURRE AL RITIRO A VITA PRIVATA
In un Paese normale Matteo Renzi che parla di referendum farebbe già accapponare la pelle se la coerenza non fosse un inutile suppellettile. Ma Matteo Renzi è questo: un uomo di destra economica ammantato di credibilità che ha scippato in saldo al centrosinistra con un manipolo di guastatori sempre pronti ad avvelenare i pozzi.
C’è un primo punto politico che salta all’occhio: dopo i suoi pochi fugaci mesi di popolarità le energie di Renzi sono tutte concentrate nella pars destruens, come nella migliore tradizione dei populisti.
Renzi contro il ddl Zan, Renzi contro Conte, Renzi contro il M5S, Renzi contro il reddito di cittadinanza: incapace di costruire e di progettare l’egoriferito più veloce del West ha scelto di essere il granello di sabbia che incaglia gli ingranaggi degli altri. Del resto le proporzioni elettorali sono più o meno quelle.
Normale quindi che il reddito di cittadinanza sia un nemico giurato: la sua attenzione morbosa al reddito di cittadinanza (misura analoga a quelle in uso in tutta Europa) non è nient’altro che l’identico atteggiamento di quella destra sovranista che vede dappertutto disoccupati che fingono di disoccuparsi, poveri che in realtà sono stati solo scialacquatori e fragili che vengono bollati semplicemente come sconfitti e quindi inetti.
Per Renzi i poveri del nostro Paese non si stanno vergognando abbastanza, si permettono addirittura di voler controbattere ai moralisti censori e sono talmente tutelati che si possono permettere perfino il lusso di non diventare schiavi e di non trasformarsi in agnelli sacrificali sull’altare del fatturato di pochi.
Dice Renzi che il reddito di cittadinanza sarebbe diseducativo e su questo ha perfettamente ragione: i poveri non sono quasi mai educati, non riescono a governare la rabbia per la perdita della dignità, sono troppo cenciosi e sporcano la narrazione fasulla di questo Paese (a quando una legge che multi i poveri per il reato di povertà?) e soprattutto i poveri sono lo specchio di una politica inetta, tutta intenta a essere esercizio di potere e cinismo.
E invece le masse servono affamate per essere pronte a cedere un voto in cambio di un contratto di poche settimane e per diventare mandrie per una “ripresa bellissima” che ha l’odore di un’orgia di soldi per i soliti noti.
Non riuscendo ad abolire la povertà alla fine hanno deciso di abolire i poveri. Come la destra economica di cui Renzi è agente infiltrato (malissimo).
(da TPI)
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