Agosto 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA PROCURA COSTRETTA A CHIEDERE L’INCIDENTE PROBATORIO PERCHE’ QUALCUNO STA FACENDO PRESSIONI SUI TESTIMONI
Altro che legittima difesa, altro che fatalità. Quello che è accaduto sembra sempre di più un’azione premeditata per dimostrare al marocchino con problemi psichici che in città c’era qualcuno che lo avrebbe fatto figure dritto.
L’omicidio di Voghera ha nuove elementi. Dalle indagini della Procura di Pavia è emerso che l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera Massimo Adriatici avrebbe pedinato la futura vittima Youns El Boussettaoui.
Dall’analisi dei filmati delle prime telecamere sparse per Voghera, – si legge sul Corriere della Sera – si sta registrando una «coincidenza quantomeno anomala». Ovvero la presenza, nei medesimi tratti cittadini, dell’avvocato di 47 anni Adriatici e del vagabondo e molestatore seriale 39enne, ammazzato da un proiettile.
E sempre, in quei filmati, chi camminava davanti (pare ignaro della presenza alle spalle) era El Boussettaoui, seguito da Adriatici che forse, con quella attività di monitoraggio (e pare non da una posizione distante) voleva appurare eventuali nuove scorrerie del marocchino.
Il pm Roberto Valli, – prosegue il Corriere – uno dei magistrati diretti dal procuratore aggiunto Mario Venditti, ha chiesto al gip l’incidente probatorio per cristallizzare due delle tre testimonianze di clienti del bar «Ligure» di piazza Meardi, fuori dal quale, alle 22.14 dello scorso martedì 20 luglio, dalla pistola con il colpo in canna e senza sicura Adriatici aveva sparato in direzione di El Boussettaoui che lo aveva aggredito con un improvviso pugno in volto.
Al di là delle indagini resta un assessore alla sicurezza noto per i suoi metodi spicci che girava per la città armato, con la pistola senza sicura e il colpo in canna e che ha sperato ad un uomo disarmato e in evidente stato di alterazione psichica.
Il pubblico ministero ha chiesto al giudice delle indagini preliminare che sia concesso l’incidente probatorio, per evitare che l’influenza dell’assessore inquini le prove. Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera uno dei due testimoni, che aveva deposto spontaneamente, ha cambiato la sua versione mitigando la posizione dell’assessore.
Rimane in queste ore la paura che i due stranieri utili al processo possano lasciare la città preferendo rimanere fuori dalle vicende giudiziarie.
(da agenzie)
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Agosto 11th, 2021 Riccardo Fucile
“IL SINDACATO HA UN SENSO SE E’ SCUOLA DI RESPONSABILITA’ ED AGENZIA EDUCATIVA, NON CASSA DI RISONANZA DELLE CORPORAZIONI”
Non riesco a capacitarmi della guerra che i nuovi gilet gialli della sanità hanno
dichiarato al green pass scomodando tutti gli ‘’ismi’’ malefici in voga nel Secolo breve. Ma ciò che più indigna è l’invocazione dei diritti della persona e della libertà dell’individuo, fino a paragonare la somministrazione del vaccino (sui riferimenti alla Shoah ha già risposto Liliana Segre) alla sterilizzazione forzata degli inabili e dei dementi che purtroppo, nel secolo scorso, non è avvenuta soltanto della Germania nazista, ma anche nei Paesi democratici.
Occorre fare chiarezza sul principio della obbligatorietà della vaccinazione che è giusto stabilire per alcune categorie, mentre è discutibile (e nessuno lo propone) che possa divenire un vincolo di carattere generale.
Il green pass non impone alcun obbligo; è solo un requisito necessario per poter accedere in certi luoghi o essere ammessi allo svolgimento di alcune attività, insieme ad altre persone. La mobilità delle persone è certamente un diritto importante nel mondo di oggi. Questa possibilità (con appresso il turismo) è meglio garantita da un passepartout che attesti una condizione di relativa immunità di chi viaggia oppure da regimi di quarantena in entrata e in uscita?
Nei 100 giorni di lockdown duro (e inutile perché si basava sull’illusione di liberarsi del virus attraverso un periodo di apnea sociale), quando le restrizioni provocavano un crollo del Pil, noi non eravamo neppure liberi di andare a messa, perché le chiese erano chiuse, né di sposarci; era vietato persino di morire circondati da amici e famigliari ai quali era proibito anche venire al funerale.
I runner rischiavano il tiro dei cecchini; era in vigore il coprifuoco e gli elicotteri della Polizia e dei Carabinieri volavano come avvoltoi, di notte, sulle città deserte per indicare alle pattuglie a terra eventuali ‘’assembramenti’’. I delatori denunciavano i vicini che avevano ricevuto parenti e amici. I locali pubblici erano chiusi.
Le persone erano confinate nei comuni in cui risiedevano. I nonni non potevano vedere i nipoti; solo un’estensione impropria del concetto di ‘’congiunti’’ consentiva normali rapporti umani. E magari quelli che oggi scendono in piazza erano gli stessi muezzin che si arrampicavano sulle terrazze, alle 18, al canto di ‘’tutto andrà bene’’.
E i ristoratori che non vogliono effettuare i controlli per chi entra nei locali interni, hanno dimenticato i mesi delle serrande abbassate o della possibilità di servire solo all’esterno, del distanziamento tra i tavoli o del controllo sul grado di parentela delle persone che pranzavano assieme o dell’accertarsi che chi si alzava da tavola per andare alla toilette indossasse la mascherina?
Da decenni, nei locali pubblici è vietato fumare; e a controllare che ciò non avvenga ci pensano il titolare e i camerieri. Il tabagismo è una dipendenza che è stata tutelata persino durante il lockdown: le tabaccherie non sono mai state chiuse al pari delle farmacie.
Eppure, si può fumare solo in casa propria, nelle camere a gas riservate ai fumatori e all’aria aperta. Queste limitazioni sono previste per la tutela della salute anche di chi è sottoposto agli effetti del fumo passivo. I fumatori non hanno neppure la scappatoia del green pass. Non entrano e basta.
Ma l’atteggiamento che dovrebbe indurre una rivolta morale è quello dei grandi soggetti collettivi: i sindacati. Come ha scritto Marco Bentivogli, un ex sindacalista troppo bravo per continuare ad esserlo: ‘’Il sindacato ha un senso se è scuola di responsabilità ed agenzia educativa’’ e non ‘’se è cassa di risonanza delle corporazioni’’.
Ma quelli ancora in servizio permanente effettivo non sanno che pesci pigliare. I sindacalisti, epigoni dell’Asino di Buridano, dovrebbero rispondere ad alcune domande: 1) il dipendente che non vuole vaccinarsi può entrare ugualmente al lavoro oppure (come afferma la giurisprudenza) può essere sospeso a meno che non si rimedi, in azienda, una diversa mansione che metta in sicurezza sia lui che i collegi e i terzi?; 2) nel caso che diventi inevitabile un provvedimento di sospensione il ‘’renitente ‘’ deve essere retribuito e a che titolo?; 3) se gli altri dipendenti sostengono che la loro sicurezza è minacciata dai non vaccinati che cosa fa il sindacato? Difende il diritto di coloro che rifiutano il vaccino?; 4) se il datore di lavoro, avvalendosi delle sentenze nel frattempo intervenute, sospende senza retribuzione gli ‘’irriducibili’’, come reagisce il sindacato? Chiama i vaccinati a scioperare in solidarietà coi colleghi ‘’renitenti’’ (i quali, secondo l’azione di moral suasion dei sindacalisti sono in errore)? Almeno la CGT francese ha assunto una decisione coerente sia pur degna di un sindacato divenuto irriconoscibile da quando si è messo, per disperazione, a rimorchio di ogni refolo di protesta: chiama i lavoratori a scioperare contro quello che definisce ‘’obbligo vaccinale’’.
(da Huffingtonpost”)
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Agosto 11th, 2021 Riccardo Fucile
PER LA CISL E’ UN ATTEGGIAMENTO DISCRIMINATORIO, MA IL SINDACATO CHI RAPPRESENTA? PERCHE’ UN LAVORATORE DOVREBBE STARE ACCANTO A UNO CHE NON RISPETTA LA LEGGE E IL PROSSIMO, RISCHIANDO DI CONTAGIARSI?
Niente mensa o al limite consumo dei pasti all’aperto per i lavoratori senza green pass di due aziende torinesi: la Stamet di Feletto (stampaggi metallici e verniciature), che ha diffuso una circolare il 3 agosto ricordando che l’accesso ai locali al chiuso è riservato a vaccinati, guariti o possessori di tampone negativo; e la Hanon system di Campiglione Fenile (600 dipendenti che producono componenti per automotive), dove ieri la direzione risorse umane ha ricordato che chi non ha il green pass “dovrà consumare il proprio pranzo/cena al sacco in un’area differente” dalla mensa aziendale al chiuso.
A denunciare quello che viene ritenuto un comportamento “discriminatorio” è il segretario Fim-Cisl di Torino e del canavese Davide Provenzano, per cui ci sono le condizioni per “valutare uno sciopero”, “forse già nella giornata di domani”
Provenzano, che si è vaccinato e aggiunge che la Fim sostiene la profilassi anti Covid “di massa”, replica all’accusa di tutelare lavoratori no vax: “perché si crea una riserva di lavoratori senza green pass, e questo è alquanto discriminatorio”
Il sindacato dovrebbe ricordare che nelle società civili non esistono solo diritti, ma anche doveri, in primis il rispetto del prossimo. Se non ti sta bene stai a casa.
(da agenzie)
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