Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
L’ATLETA POLACCA APPENA HA SENTITO LA STORIA DEL NEONATO NON CI HA PENSATO DUE VOLTE: RACCOLTI I 110.000 EURO NECESSARI PER L’OPERAZIONE
Maria Andrejczyk è una campionessa vera, a lei che a Tokyo ha vinto la medaglia d’argento sarà riconosciuta la qualità d’atleta d’oro. E tanto basta.
Andrejczyk, a beneficio di chi non la conoscesse bene, è una lanciatrice polacca che in questi giorni si è distinta per un gesto di grande umanità.
Come noto per chi si allena tutta la vita, portare a casa la medaglia ai giochi olimpici è il coronamento degli sforzi di una vita. Tanto più se nella tua storia da atleta hai dovuto superare alcuni ostacoli, sportivi e non, che tante volte ti hanno fatto pensare di gettare la spugna.
Dopo il successo in Giappone, il secondo posto conquistato rimanendo alle spalle della cinese Liu Shiying, Andrejczyk ha deciso di mettere in vendita la sua medaglia.
Perchè quesi soldi saranno destinati all’operazione di Miloszek, un bambino di soli 8 mesi che ha bisogno di un’operazione specialistica presso l’ospedale di Stanford negli Stati Uniti. “Non mi ci è voluto molto per decidere, è stata la prima raccolta fondi a cui ho partecipato e sapevo che era quella giusta. – ha fatto sapere l’atleta – Per lui metto all’asta la mia medaglia olimpica. Abbiamo anche il supporto di un altro ragazzo Kubus, che purtroppo non ce l’ha fatta: i genitori hanno deciso di inviare dei fondi raccolti per lui a Miłosz”.
Grazie al contributo della giavellottista, ora il piccolo può contare su 110mila euro in più: questo il prezzo a cui è stato venduto il premio.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
SARANNO PRAGMATICI E ATTENTI A NON INIMICARSI IL MONDO PER RAGIONI COMMERCIALI
Kabul riparte talebana con una certezza: gli Stati Uniti conoscono il secondo
Emirato dell’Afghanistan molto meglio del primo.
Ci hanno combattuto per vent’anni avendo avuto a che fare con molte correnti del movimento radicale islamico, sanno chi sono i capi e a chi fanno riferimento.
Le lunghe trattative di Doha hanno portato in Qatar i leader politici e religiosi ma anche diversi capi militari regionali che hanno fatto sentire tutto il loro peso durante i negoziati.
In questo i talebani sono cambiati: il movimento era soprattutto – e lo è ancora – formato da pashtun, la maggioranza della popolazione, ma ha saputo stringere alleanze, anche di comodo, oltre le tradizionali divisioni etniche e settarie del Paese. Altrimenti non l’avrebbero conquistato in poche settimane.
A partire dal Mullah Baradar, il vice dell’emiro e capo supremo Mullah Akhunzhada. È il volto della diplomazia talebana, colui che davanti alle telecamere strinse la mano al precedente segretario di stato Usa Pompeo: Baradar, con una certa ironia, si potrebbe definire una “creatura” americana: era stato arrestato nel 2010 nel Pakistan meridionale dove è rimasto dietro le sbarre per otto anni fino a quando è stato scarcerato proprio su richiesta americana.
Insomma Baradar per anni è stato nelle mani di Islamabad ma ovviamente anche degli americani e della Cia altrimenti non lo avrebbero scelto come controparte nei negoziati.
Baradar ha i tratti del moderato e del politico accorto. Prima di finire in carcere era stato lui l’autore di un codice di comportamento dei combattenti talebani a quali si chiedeva di evitare di colpire, in attentati e azioni militari, la popolazione civile innocente.
Al contrario del primo Emirato dove i capi viaggiavano fuori del Paese poco o nulla, l’Ufficio talebano in Qatar è diventato in questi anni il crocevia di fitte relazioni diplomatiche e di incontri dentro e fuori la monarchia qatariota.
Sono noti i recenti accordi raggiunti dai talebani afghani con Russia, Cina e Iran ma i contatti sono stati frequenti anche con la Turchia che insieme all’Iran sono i due principali sponsor mediorientali del Qatar.
A Doha i turchi hanno una base militare, rafforzata durante la crisi tra il Qatar, l’Arabia saudita e le altre monarchie del Golfo.
Mentre sono ben noti gli stretti rapporti politici ed economici tra Teheran e Doha che tra l’altro sono soci nello sfruttamento dei giacimenti di gas nel Golfo. Non è un caso che tutti questi Paesi abbiano tenuto aperto le loro ambasciate a Kabul e non abbiano fatto evacuazioni dalla capitale afghana. Insieme ovviamente al Pakistan che è bene ricordarlo è sempre stato il principale sponsor degli studenti coranici: fu il governo di Benazir Bhutto, poi assassinata in un attentato ne 2008, a dare la spinta maggiore alla loro ascesa.
Ma veniamo al sodo. L’Emirato ha davanti due priorità.
La prima è assicurarsi il pieno controllo del territorio e per questo deve rimettere in piedi al più presto la macchina sgangherata dello stato afghano: dalla polizia ai funzionari, agli impiegati. E dovrà pagarli.
Da qui proviene la seconda necessità fondamentale: riempire le casse. I talebani dovranno dimostrare di dare stabilità, sicurezza e soddisfare le pance degli afghani che vivono in media come un dollaro e mezzo al giorno.
Nel primo Emirato non esistevano auto e neppure benzina, a Kabul si andava in giro in bicicletta. Quindi i talebani avranno bisogno di soldi, per la gestione e le infrastrutture, che finora provenivano soprattutto con gli aiuti e le donazioni di Stati Uniti ed Europa.
Chi sostituisce i donatori occidentali? Il principale candidato è la Cina che ha già interessi minerari nel Paese e può cooptare l’Afghanistan nei progetti della Via della Seta, come ha già fatto con dozzine di miliardi in Pakistan ma anche in Iran.
Certo anche i russi vorranno far sentire la loro influenza, così come gli iraniani e i turchi. E ovviamente anche i Paesi arabi del Golfo, dagli Emirati – che è già il principale partner commerciale – al Qatar, all’Arabia saudita.
Tutto questo non vuole dire che avremo un secondo Emirato più moderato rispetto al primo: i metodi per applicare la sharia non cambieranno, così come resteranno le relazioni con il jihadismo internazionale. Forse sarà soltanto un Emirato più pragmatico.
(da Fanpage)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
“I TALEBANI NON CI FERMERANNO”
Matiullah Wesa, 29 anni, fa parte dell’organizzazione PenPath che costruisce scuole e biblioteche nelle parti più povere del Paese. Con il ritorno dei talebani, il futuro di intere generazioni resta incerto
«Abbiamo impiegato anni per convincere gli afghani che l’educazione è un nostro diritto. Oggi rischiamo di dover rifare tutto da capo». Matiullah Wesa ha 29 anni. Quando le truppe talebane sono entrate a Kandahar, la sua provincia d’origine, lui era lì a lavorare con PenPath, l’associazione che ha fondato nel 2009 per promuovere l’educazione tra le bambine e i bambini. Ora parla al telefono da Kabul, la capitale che fino a pochi giorni fa nessuno immaginava essere così fragile. Ci è arrivato da qualche giorno. «Se ci sarà bisogno di affrontarli, i talebani, li affronterò. Non abbiamo intenzione di fermarci ora». Matiullah è nato nel distretto di Maruf. Quando aveva appena otto anni, nel 2004, un gruppo di talebani armati entrò nella sua scuola – un complesso di tende in un’area rurale ottenuto a fatica da suo padre – e puntò una pistola alla tempia dell’insegnante. Qualche minuto dopo, tra le urla dei bambini, i militari diedero fuoco a tutto. Poi fecero irruzione a casa di suo padre: «Se non lasci questo posto – gli dissero – torneremo per ucciderti».
Oggi Matiullah assiste alla ripresa del Paese da parte dei talebani in un misto di rabbia e stupore. Ma a differenza di altri, le sue parole non lasciano spazio alla rassegnazione.
Da quando PenPath è nata, l’organizzazione ha aperto 100 scuole in tutto il Paese e ha ottenuto i permessi per aprirne altre 46, assicurando a 54 mila bambine e bambini il diritto all’istruzione.
Ha costruito da zero 38 librerie pubbliche nelle aree più remote del Paese, ed è andato porta a porta nelle città per sensibilizzare le famiglie sull’importanza della scuola.
Un lavoro non facile, considerando che la maggior parte della popolazione della provincia di Kandahar – dove gli stessi talebani sono nati nel 1994 – ha vissuto per anni senza ricevere un’istruzione.
Quando il 2002 il distretto di Maruf non aveva ancora una scuola, il padre di Matiullah, capo del villaggio, era andato da tutti gli abitanti a chiedere di unirsi per dare ai bambini la possibilità di studiare.
«La maggior parte delle persone non capiva», racconta. «Per loro non era importante. L’educazione non era mai stata parte della loro vita. Ma grazie al lavoro di mio padre, un anno dopo il distretto aveva di nuovo una scuola».
«In questi 13 anni abbiamo parlato con gli amministratori locali e abbiamo incontrato i ministri del governo per chiedergli di aiutarci a dare un’educazione alle bambine e ai bambini senza distinzioni», racconta. Nonostante la caduta del regime talebano, l’Afghanistan restava (e resta) profondamente spaccato dalle diseguaglianze economiche, e le aree rurali del Paese più lontane dalla capitale non avevano nemmeno un posto dove organizzare le lezioni.
Matiullah e i 2.300 volontari (tra cui 40 donne) hanno organizzato negli anni lezioni all’aperto, sotto gli alberi e nelle distese rocciose, e hanno usato le moto simbolo della violenza talebana per portare libri nei distretti più remoti.
Nonostante la povertà impedisca a molti bambini e bambine di comprare penne o quaderni, i progetti andavano a gonfie vele. Almeno fino a che i talebani non hanno fatto ingresso a Kandahar dalla porta principale ancora una volta, il 12 agosto scorso. «Ho sentito le bombe. Ho sentito il rumore delle armi da fuoco», dice Matiullah. «Tutti siamo spaventati ma io voglio parlare con i talebani, perché non voglio fermarmi. Gli chiederò di lasciarci fare».
Durante gli anni del governo talebano, dal 1996 al 2001, la percentuale di ragazze su un milione di studenti era dello 0%. A nessuna bambina era concesso di andare a scuola e a nessuna donna era permesso di insegnare.
Negli anni successivi alla caduta del regime provocata dall’intervento delle forze statunitensi, la percentuale si è alzata progressivamente al 38% per le studentesse e al 30% per le insegnanti.
Ora la situazione resta incerta e non è chiaro che tipo di regole imporranno i talebani sull’istruzione. Nella conferenza stampa del 17 agosto hanno assicurato che «tuteleranno i diritti delle donne», ma i primi giorni del neonato Emirato islamico hanno già prodotto degli effetti: «Le bombe non le ho sentite solo io, le hanno sentite anche le famiglie delle ragazze che ora hanno paura di mandarle a scuola», racconta Matiullah. «Ma adesso almeno hanno dei libri da tenere a casa con sé».
Accanto alla determinazione di Matiullah, c’è la concreta paura delle donne di perdere tutto quello che hanno conquistato nel corso degli anni. Sida, una delle quaranta volontarie che collaborano con PenPath, è consapevole di avere tutto da perdere. «Tutte crediamo di non avere futuro, di avere davanti a noi anni bui», racconta al telefono. Sida ha 24 anni e ora si occupa di andare porta a porta dalle famiglie afghane per sensibilizzarle sul tema dell’istruzione.
Ma non solo: presenzia all’apertura delle nuove scuole e aiuta quotidianamente nella costruzione delle biblioteche nei vari distretti del Paese.
«Cosa penso? – chiede -. Penso che l’Afghanistan stia tornando indietro di anni. Penso che le nostre scuole chiuderanno ancora una volta, e che le bambine afghane saranno private dei loro diritti all’educazione, al lavoro e alla libertà». Ma se l’Afghanistan ha anche solo una speranza di non ripiombare nel buio del regime talebano, questa è negli sforzi portati avanti da persone come Matiullah e Sida, e nella generazione che hanno contribuito a rendere più libera con i loro libri.
(da Open)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
“ABBIAMO 99 PAZIENTI RICOVERATI E SOLO 14 POSTI LIBERI”… “NESSUN PROBLEMA FINORA PER LE DONNE DEL NOSTRO STAFF”… ” TUTTI HANNO RISPETTO PER IL RUOLO CHE EMERGENCY RIVESTE NEL PAESE”
A Kabul, nell’ospedale di Emergency ci sono 99 pazienti e solo 14 posti liberi per
far fronte a possibili emergenze al momento.
“Solo nelle ultime 24 ore sono arrivate 63 persone, ma vista la situazione d’emergenza l’Ong ha deciso di ammettere solo chi è in pericolo di vita”, racconta il responsabile Alberto Zanin che si collega dal centro chirurgico della capitale per un briefing su Zoom.
Com’è la situazione a Kabul?
“In città c’è meno traffico e poche persone in giro, hanno paura. Vicino a casa c’è un checkpoint dei talebani, sono armati ma non c’è stato alcun ferito. Durante la notte abbiamo sentito molte raffiche di kalashnikov intorno al nostro distretto. Ma dai racconti dello staff la situazione è migliore, all’aeroporto di Kabul la folla è diminuita. Ieri sera è riuscito ad atterrare un aereo tedesco e questo ci dà speranza”.
Quante persone avete accolto da domenica?
“Abbiamo accolto circa 175 persone in 3 giorni, ma le ospedalizzazioni sono state 60. Un numero contenuto visti i criteri che abbiamo deciso di mettere in pratica per far fronte all’emergenza. In questo momento l’ospedale ammette solo persone in pericolo di vita, severo grado di shock o ferite letali. Agli altri pazienti vengono offerte cure di primo soccorso e poi trasferiti in altri ospedali della città”.
Che tipo di ferite riportano?
“Tra i 63 pazienti che abbiamo ricevuto oggi ne abbiamo ammessi solo otto, perché in condizioni critiche. Avevano gravi ferite da proiettile, alcuni venivano dall’aeroporto di Kabul dove c’è stata una sparatoria per fermare il tentativo di centinaia di afghani di lasciare il Paese a bordo di un aereo che stava decollando”.
Le risulta che negli avamposti abbiano ucciso e decapitato chi non si è subito arreso?
“Ciò che sappiamo è che ci sono stati scontri a fuoco contro i resistenti nella città di Kabul. Alcuni anche ieri nel quartiere di Karabà, al nord della città, da cui sono arrivati numerosi feriti”.
Di quale etnia è il quartiere Karabà?
“Non sono più divisi strettamente per etnie, non mi risulta che ci sia una rispetto ad un’altra. Posso dire che il gruppo etnico degli hazara, storicamente la minoranza presa di mira, non è considerata un target in questo momento anche perché tutto lo staff hazara è presente in ospedale”.
La vostra organizzazione è entrata in contatto con i talebani?
“Ieri avremmo dovuto incontrare il leader del nostro distretto. Oggi abbiamo inviato una macchina al distretto politico per chiedere un appuntamento nel pomeriggio. Allo stesso tempo siamo entrati in contatto con il responsabile della salute della città di Kabul con cui cercheremo di avere un incontro nei prossimi giorni”.
Mi conferma che da quando i talebani hanno preso il potere non avete avuto problemi nel continuare a fare il vostro lavoro?
“Sì, lo confermo”.
Qual è la situazione delle donne all’interno del vostro staff?
“All’interno della nostra organizzazione non c’è stato alcun cambiamento. Le donne che fanno parte del nostro staff riescono a venire in ospedale senza problemi. Tra l’altro molte di loro ricoprono ruoli di massima importanza e responsabilità”.
Avete notato variazioni nell’abbigliamento femminile?
“Nel nostro staff c’è chi ha preferito indossare l’abito tradizionale. Non perché sia richiesto, credo l’abbiano fatto per precauzione”.
I talebani hanno annunciato un’amnistia generale per i funzionari statali. Avete un primo riscontro?
“Nessun riscontro ufficiale, ma possiamo dire che non c’è un particolare accanimento nelle regole che tutti pensavano fossero applicate sin da subito rispetto al modo di vivere e vestire. Sembra che non ci sia una volontà immediata di applicarle”.
Qual è la situazione epidemiologica e come sta influendo? È vero che i talebani impediranno la somministrazione del vaccino?
“I contagi da Covid-19 sono in rapida diminuzione rispetto al picco di un mese fa e non osserviamo alcun sintomo tra pazienti e membri dello staff. Rispetto alla dichiarazione dei talebani non ho nessun tipo di informazione. Non penso sia vero perché dimostrano importante interesse nelle cure mediche. A dimostrazione di ciò il fatto che sono venuti a cercarci per avere un colloquio visto il ruolo che Emergency riveste nel Paese”.
Quale tipo di supporto è possibile suggerire a chi si trova in Italia in questo momento per aiutarvi?
“Abbiamo bisogno di fondi per mandare avanti i nostri progetti per gli ospedali in Afghanistan e per ricevere le forniture necessarie. Il problema è che la strada adesso è percorribile e possiamo mandare medicine e materiale all’interno del Paese, ma riuscire a farle entrare nei confini nazionali è più problematico”.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
CHI SI E’ LIBERATO DI QUEL MONDO OGGI MANDA AEREI IN AIUTO A KABUL
Uomini, donne, anziani, adolescenti e bambini costretti a scappare senza meta per cercare rifugio dalle persecuzioni dei talebani che hanno conquistato Kabul.
Non è un caso che questo avvenga ora; per chi non è a digiuno di storia contemporanea sa bene che la scelta di Biden di ritirare le truppe dal suolo afgano potrebbe essere pura strategia rispetto a quello che accadrà nei prossimi mesi, in un delinearsi di nuovi fronti sulla scacchiera geopolitica mondiale.
Ma mentre il mondo intero rimane sgomento per i messaggi video e per le foto che ci arrivano da là, fa notizia la scelta del Premier dell’Albania, Edi Rama, di inviare aerei in Afghanistan per soccorrere la popolazione civile e offrire così un rifugio momentaneo a chi fugge la persecuzione.
Il premier albanese espone la sua scelta in un lungo post su Facebook in cui spiega le ragioni che lo hanno spinto ad agire immediatamente.
Ha ricordato che in Albania trovarono rifugio gli ebrei e che nessuna di quelle duemila persone che fuggirono dal regime di Hitler venne consegnata ai nazisti.
In questo modo, oltre a dare una lezione all’Occidente, Edi Rama, leader di una giovane democrazia in un paese in larga parte musulmano, ha preso anche una posizione chiara che suona come monito all’ondivago e contraddittorio ′sentiment′ diffuso nelle democrazie occidentali rispetto a quanto sta succedendo in Afghanistan: senza se e senza ma, i talebani sono i nazisti del nuovo millennio.
Mi rincuora sapere che questa volta la mia Patria natia abbia saputo dimostrare all’Occidente cosa significa mettersi in gioco al di là delle trame e degli interessi politico-economici.
Mi auguro che nelle prossime ore anche la mia Patria adottiva dimostri di essere all’altezza della propria Costituzione democratica facendosi parte attiva nel soccorso ai civili afgani. E mi scuso se la dico senza tanti giri di parole, ma la differenza fra due culture di morte come quella nazista e quella talebana sta solo nel fatto che per i nazisti si trattava di affermare la superiorità di una razza sulle altre, per i talebani si tratta di affermare una superiorità di genere: il vero obiettivo dei talebani è un patriarcato folle e perverso, volto all’annientamento morale e fisico della donna.
La mercificazione e la reificazione delle donne è un fatto ancestrale proprio di molte culture nel mondo. Queste abitudini inveterate non si possono, evidentemente, mettere in discussione in Afghanistan.
Quelli che oggi scappano da questa terra, quelli che si aggrappano alle ali degli aerei, sono uomini e donne che si sono compromessi con gli ideali di uguaglianza occidentali e che non sono più disposti a subire una cultura criminale che accetta di far sposare bambine di 8 anni per poi seppellirle il giorno dopo la prima notte di nozze.
Mi torna in mente un film albanese che mi colpì molto (“14 vjeç dhëndër”, 14 anni sposo): una famiglia benestante, almeno rispetto alla povertà collettiva, decide di far sposare il loro unico figlio di 14 anni con una fanciulla di 20 anni, forte e robusta ma di famiglia poverissima, affinché faccia da serva in casa. La ragazza si oppone come può, scappando e salendo sul tetto di casa, minacciando il suicidio.
La madre la supplica di sposarsi per dare la possibilità alle sorelle di crescere con qualche mezzo economico in più. Mossa dal senso di colpa, la giovane Marigo cede. C’è una scena del film che narra perfettamente la condizione delle donne nell’Albania rurale di quegli anni: Marigo, come tante altre donne, di ritorno dalla campagna, porta sulle spalle un carico di legna, come un mulo da soma. Due uomini, intenti a prendere il caffè, osservano con compiacimento il ritorno delle donne dai campi. “Siamo gli uomini più fortunati! Al mondo non esistono donne come le nostre”, dice uno. Ma l’altro gli risponde: “No amico mio, non sono loro le migliori, i migliori siamo noi: servirci è il minimo che possono fare”.
Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi sta mandando gli aerei in soccorso a Kabul.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
PRIVO DI NORME PRECISE, INDICA UNA SERIE DI CONSUETUDINI CHE POSSONO VARIARE DA LUOGO A LUOGO… APPENA UNA DECINA DI STATI FONDA LA PROPRIA ORGANIZZAZIONE SULLA RELIGIONE
«L’emirato islamico non vuole che le donne siano vittime, dovrebbero essere nelle
strutture di governano sulla base di quanto prevede la Sharia». La frase riportata oggi e attribuita a un membro di punta dei talebani afghani ha fatto pensare a un atteggiamento del nuovo regime di Kabul differente a quello crudele e spietato degli anni ‘90 che pure dichiarava una totale adesione ai precetti del Corano e improntava la vita pubblica e politica a quanto stabilito dal Profeta. Appunto alla cosiddetta Sharia. Ma che cos’è di preciso quest’ultima?
Le fonti della legge
Innanzitutto la Sharia (che letteralmente significa «sentiero verso l’acqua») non è codice scritto: non esiste una raccolta di norme, leggi, prescrizioni codificate e uguali in tutto il mondo musulmano.
Si tratta invece di una serie di consuetudini, usi, regole religiose e morali a cui può ispirarsi sia la vita personale del fedele (ad esempio per il digiuno e la preghiera) sia l’organizzazione di una comunità o di uno Stato.
La sharia si basa su due fonti primarie, i Corano e la Sunna (l’insieme degli atti e dei detti di Maometto, classificati nel corso dei secoli).
Nel Corano, tuttavia, solo 80 versetti su oltre 6.000 contengono esatti obblighi di natura giuridica. Il resto delle norme che vanno sotto il nome di sharia sono il frutto analisi, ragionamenti, studi stratificati nel corso dei secoli, che difficilmente hanno una loro univocità nel panorama dell’Islam e che possono variare da regione a regione.
Stati teocratici e laici
I Paesi in cui il Corano ispira in pieno la vita pubblica e i codici penali in senso teocratico sono una decina; tra questi l’Arabia Saudita, l’Iran, il Pakistan; in altri, ad esempio quelli del Nord Africa e del vicino Oriente l’approccio è più laico: i principi religiosi regolano solo i rapporti privati (ad esempio il diritto di famiglia); in altri ancora la separazione tra Stato e religione è totale, è il caso della Tunisia, della Bosnia e dei Paesi dell’Asia centrale nati dalla caduta dell’Urss.
Il caso dell’Arabia Saudita
Ecco spiegate dunque le profonde differenze giuridiche che caratterizzano gli Stati dove la popolazione è a prevalenza musulmana. E’ altrettanto vero che laddove il Corano è la rigida fonte della politica i diritti degli individui sono molto compressi. Valga per tutti la condizione delle donne in Arabia Saudita: vietato sposare un non musulmano, vietato uscire di casa se non accompagnata da un uomo, vietato svolgere una serie di lavori , rigida separazione dei sessi negli spazi pubblici e nelle scuole.
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
“DOPO 20 ANNI ABBIAMO LIBERATO L’AFGHANISTAN”… LA PRIMA CONFERENZA STAMPA DEI TALEBANI
Ha iniziato la conferenza stampa leggendo il Corano il portavoce dei talebani, a Kabul. Oggi, per il gruppo di combattenti che in poche settimane si è ripresa l’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe occidentali, è il giorno delle (tentate) rassicurazioni.
Nei confronti degli afghani, che in massa nei giorni scorsi cercavano di scappare, e della comunità internazionale.
“Questo è un momento di orgoglio per l’intera nazione”, ha detto Zabihullah Mujahid. “Dopo 20 anni di lotte abbiamo liberato l’Afghanistan ed espulso gli stranieri”, ha continuato. Poi ha illustrato quella che sarà la linea dei talebani. Perdono per i nemici, diritti per le donne. Ma nel rispetto della legge islamica.
“Abbiamo perdonato tutti”, sostiene Zabihullah Mujahid “Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni”.
Libertà per le donne, dicono i combattenti, ma “nel rispetto della sharia”. Difficile, però, immaginare come possa conciliarsi la libertà con una legge che – almeno nella sua interpretazione più radicale – per le donne impone la segregazione.
“Ci impegniamo per i diritti delle donne all’interno della Sharia. Lavoreranno fianco a fianco con noi. Non ci saranno discriminazioni”, ha continuato il portavoce.
“Nessuno sarà danneggiato, non vogliamo avere problemi con la comunità internazionale”, ha aggiunto il portavoce dei talebani, aggiungendo tuttavia che “abbiamo il diritto di agire secondo i nostri principi religiosi. Altri Paesi hanno approcci e regolamenti diversi, e gli afghani hanno il diritto di avere le proprie regole in accordo con i nostri valori”.
Il burqa, l’abbigliamento che copre interamente tutto il corpo, viso e occhi compresi, non sarà obbligatorio. L’hijab, che lascia scoperto il volto, però dovranno indossarlo.
I fondamentalisti hanno, almeno a parole, aperto alle donne anche al governo: “L’emirato islamico non vuole che le donne siano vittime, ma anzi avranno ruoli nella struttura di governo”, ma sempre secondo i precetti della sharia, ha dichiarato Enamullah Samangani, membro della “commissione culturale” del nuovo regime. Aperture che a molti sembrano solo di facciata, tanto che le ong continuano a lanciare allarme su quella che sarà – e che in alcune zone del Paese già è – la condizione della donna sotto il regime dei talebani.
I fondamentalisti hanno annunciato un’amnistia generale per tutti i funzionari statali, invitandoli a tornare al lavoro, grazie a un’offensiva lampo. ”È stata dichiarata un’amnistia generale per tutti (…), quindi dovreste riprendere il vostro stile di vita con piena fiducia”. Ma, anche su questo punto, c’è molto scetticismo. E attesa, per quel che avverrà nei prossimi giorni. I talebani, ormai, al potere cercano legittimazione entro i loro confini ma anche fuori. E c’è chi sembra avere intenzione di dargliela. Mosca e Ankara e Pechino prima di tutti.
Dmitry Zhirnov, ambasciatore russo a Kabul – uno dei pochi diplomatici a essere rimasto sul suolo afghano – ha incontrato i rappresentanti del nuovo regime. Ha descritto il confronto con i talebani come “costruttivo e positivo”.
“L’incontro” ha spiegato Zhirnov all’emittente Russia 24, “era dedicato esclusivamente alla sicurezza dell’ambasciata” che è stata garantita. I talebani, infine, “hanno assicurato un atteggiamento amichevole nei confronti della Russia”. Già ieri da Mosca erano arrivate parole di apertura verso i talebani: “I civili afghani non hanno motivo di andarsene”, aveva detto Zhirnov
Non solo i russi. Anche la Turchia va incontro ai talebani: “Riteniamo che i messaggi dati finora dai Talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla popolazione siano positivi. Speriamo che questo si rifletta nelle loro azioni”, ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. “Noi manteniamo il dialogo con tutte le parti, compresi i Talebani”. Nessuna presa di distanza, insomma. Anzi, disponibilità e sostegno. “Il Paese ha bisogno di ritrovare subito la calma. Come Turchia – ha aggiunto Cavusoglu – noi continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la calma del nostro fratello Afghanistan”.
Se le esternazioni di Mosca e Ankara sono recenti, Pechino da giorni lancia segnali distensivi verso i talebani. Quale sia l’interesse effettivo – investimenti economici o scongiurare il sodalizio con gli Uiguri – si capirà poi, ma per il momento la Cina resta un interlocutore per i talebani. E attacca gli Usa. “Non stavano cercando di ricostruire in Afghanistan: questa è una dichiarazione veritiera, perché l’obiettivo degli Stati Uniti non è stato affatto di ricostruire”. Commentando il discorso tenuto ieri alla nazionale dal presidente americano Joe Biden, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha affermato: “Che sia in Iraq, Siria o Afghanistan, ovunque vada l’esercito americano lascia turbolenze e divisione, caos, famiglie distrutte e devastazione”, ha aggiunto Hua nella conferenza stampa quotidiana. “La forza e il ruolo degli Stati Uniti è la distruzione, non la costruzione”. Parole tutt’altro che amichevoli.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
83 I MILIARDI USA PER RIARMARE GLI AFGHANI, ORA QUELLE ARMI HANNO UN NUOVO PADRONE
Il video delle armi abbandonate all’aeroporto di Kabul durante la fuga delle truppe
americane è una delle immagini più significative della riconquista talebana.
I fondamentalisti sono riusciti a prender possesso anche di quattro degli Uh-60 Blackhawk americani e Mi.17 sovietici, sequestrati in quello che, dalle immagini trasmesse da Mashal News, sembrerebbe essere un magazzino in un aeroporto.
Altri canali social controllati dalle milizie talebane mostrano scene simili. Elmetti, fucili, giubbotti anti proiettili.
L’arsenale bellico e le strutture lasciate incustodite hanno subito trovato nuovi padroni, gli stessi che sono tornati al potere e che stanno gettando l’Afghanistan in una delle più drammatiche crisi umanitarie.
Non solo armi da fuoco e munizioni quindi, ma anche artiglieria pesante e veicoli corazzati, tra cui centinaia di Humvees, del valore di milioni di dollari.
Strumenti che Washington ha fornito alle forze afghane per riarmarle, istruirle e renderle autonome – ma soprattutto per fronteggiare i fondamentalisti – e che adesso decretano il fallimento della sua missione. Come confermato da un funzionario del Dipartimento della Difesa, le attrezzature di cui si sono impossessati i talebani sarebbero un numero enorme.
E così, decine di carri armati T-55 e T-60, mezzi corazzati come MSFV e MaxxPro, elicotteri, attrezzature per le operazioni notturne, Uav (velivoli senza equipaggio), lanciarazzi multipli Grad, obici D-30 da 122 mm, M114A1 da 155 mm, centinaia di mortai nonché diversi M4 e fucili M16 potrebbero in questo momento essere in possesso dell’Emirato islamico.
Gli M16 sono stati introdotti dall’esercito americano sostituendoli agli AK-47 sovietici: una scelta non del tutto premiata, perché più precisi ma più scomodi da portare in battaglia rispetto a quelli forniti da Mosca.
Tutti materiali altamente sofisticati che gli insorti potrebbero non riuscire a utilizzare nella giusta maniera (così come non era facile per l’esercito nazionale considerato il know-how delle truppe). Ma oltre al vantaggio militare, i mezzi rubati possono garantire ai talebani una fonte di guadagno fondamentale grazie alla vendita ai Paesi circostanti, dall’Asia al Medio Oriente.
Operazioni che possono rappresentare pericolose scintille in aree già altamente infiammabili, senza dimenticare il crescente rischio di attentati terroristici.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
“COMBATTERLI E ANNIENTARLI” SCRIVE CUOR DI LEONE DALLA SPIAGGIA.. “DAI BRAVO, INIZIA AD ANDARE, BUFFONE SENZA MIDOLLO”… “VACCI TU, FENOMENO, CON IL CARRO ARMATO CHE AVEVATE PORTATO IN PIAZZA SAN MARCO”
Stavolta se l’è andata proprio a cercare con il lanternino. Visto che Salvini, tra un selfie in spiaggia e una foto accompagnato da leccornie da mangiare continua a parlare dell’Afghanistan con il piglio di un capo militare, che però se ne sta bellamente in vacanza a migliaia di chilometri di distanza e quindi privo di credibilità.
Ora il capo della Lega tuona contro la viltà dei governi occidentali che hanno abbandonato l’Afghanistan e lo fa dimenticando che l’annuncio della ritirata fu dato dal suo idolo Donald Trump, mentre lui che girava con la mascherina elettorale pro tycoon come se fosse una cheerleader non se n’era neanche accorto.
Ma il limite è stato superato quando il nostro leone da tastiera della politica ha lanciato (sui social non stando in prima linea a Kabul) l’invito a combattere e annientare ovunque e senza tregua i talebani.
Quindi Salvini, che casualmente sta nella maggioranza di governo ha dichiarato guerra ai talebani oppure -se le parole hanno un senso- a fare operazioni di guerriglia nel mondo contro i talebani, che notoriamente hanno sempre agito tra Afghanistan e Pakistan ma non se n’è mai visto uno per Roma, Parigi, Londra, Whashington, semplicemente perché è una forza che opera solo nella propria terra.
Ma vallo a spiegare a leader leghista che ovviamente non conosce la differenza tra talebani, Isis e al Qaeda, forse perché per conoscerla dovrebbe studiare o forse perché dare in pasto al popolo “bue” slogan non necessità di guardare per il sottile.
Ovviamente il nostro combattente da spiaggia è stato sommerso sui social da pernacchie proprio perché il troppo è troppo anche su Twitter.
“Quindi Senatore lei è pronto ad invadere nuovamente, e subito, l’Afganistan?”
“Prima leccava il culo a Trump e contemporaneamente faceva il filo a Putin. Guarda caso i due principali attori del ritorno dei Talebani. Posso dire che di politica estera, ma anche in generale, non capisce un cazzo?”
“Quindi se lei fosse stato al governo avrebbe intrapreso una guerra”
“Uno che non si accorge che si dà del vile da solo come si chiama?”
“Dov’eri quando Trump ordinava la smobilitazione e si sedeva al tavolo con i talebani a Doha? Ah già twittavi le tue foto a sostegno con la mascherina con la scritta Trump”
“Anche tu fai parte di un governo occidentale”
“Azzo quindi li hai aiutati anche tu le faccio umilmente notare che il suo partito sostiene uno di quei vili governi occidentali”
“Finiscila buffone senza midollo!”
“Dai bravo tu inizia ad andare…”
“Ma vuole che facciamo un’altra guerra? Si armi e parta.”
“Quando sarai premier e incontrerai questi signori, indosserai il costume di Gandalf il grigio, o Gandalf il bianco”
Avete esponenti che sparano per strada a dei poveracci e lei ha il coraggio di parlare di libertà!
“Vai avanti tu che a me scappa da ridere.”
“Vacci tu fenomeno!!! Hai sempre la soluzione a fatti avvenuti.”
“Ma riesci una volta a non fare propaganda sulla pelle delle persone? Inizia ad accogliere tutti coloro che scappano, come ha giustamente suggerito GuidoCrosetto”
“Ma cosa vuoi annientare pirla , con il carrarmato che avevano portato in piazza San Marco a Venezia ? Stai a cuccia su”
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