Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IERI FACEVA FINTA DI PIANGERE PER I MILIONI DI PROFUGHI PREVISTI, OGGI DICE NO AD ACCOGLIERLI… IL CLANDESTINO DELL’UMANITA’ VOLTA LE SPALLE A CHI FUGGE DA UN MASSACRO
Matteo Salvini si conferma il prototipo del politico che è in grado di direi tutto e il
contrario di tutto, bastano pochissimi giorni tra una parola e l’altra perchè la linea politica del leader della Lega cambi.
Aveva definito vergognosa la fuga dei paesi occidentali dal contingente afghano: “si lascia campo libero ai tagliagole islamici talebani – spiegava in un video – e penso alle donne e ai bambini di quel paese”, immancabili nella propaganda leghista. E poi continuava, “Penso al problema terrorismo ed immigrazione clandestina che già oggi è fuori controllo”.
Ma si sa, il sostegno di Salvini è incondizionato fin quando qualcosa non gli fa cambiare idea. Ecco allora che qualcuno deve avergli fatto notare di essere stato troppo poco leghista nel suo video, dunque oggi addrizza il tiro nel corso dell’intervista rilasciata a Radio24.
Accoglienza per la gente che fugge dalla guerra? Sì. Ma a patto che si tratti di “una decina di persone”.
“Nell’anno dei record degli sbarchi il nostro Paese non può farsi carico di una nuova ondata di arrivi: gli altri Paesi europei facciano la loro parte”, scrive Salvini su Twitter. Come se lui che ha fatto il Ministro degli Interni, non sapesse gli accordi tra Italia ed Europa.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
L’ANCI SCRIVE AL VIMINALE: “PRONTI A FARE LA NOSTRA PARTE, NON C’E’ TEMPO DA PERDERE”
C’è un’aperta disponibilità dell’associazione dei sindaci italiani per l’accoglienza di famiglie afghane in fuga dal neonato Emirato islamico.
“I sindaci italiani sono pronti a fare la loro parte nell’accogliere le famiglie afghane. Non c’è tempo da perdere, sappiamo bene come i civili che hanno collaborato con le nostre missioni in Afghanistan oggi siano in forte pericolo, soprattutto donne e minori” afferma, in una nota, il sindaco Matteo Biffoni, delegato Anci per l’Immigrazione che rappresenta l’impegno di tutti i sindaci italiani a far fronte alla grave crisi umanitaria che si sta consumando in queste ore.
“Il Governo si sta muovendo per salvare vite umane, attraverso l’azione delle prefetture sul territorio e i sindaci mettono a disposizione la propria esperienza, per questo abbiamo scritto al ministro dell’Interno Lamorgese e abbiamo avvisato il ministero della Difesa”.
“Dobbiamo essere molto concreti. Sarà la storia – prosegue – a dare un giudizio su questi ultimi vent’anni di presenza militare in Afghanistan, oggi siamo consapevoli che è il momento di aiutare il Governo a mettere in salvo vite umane. Come scritto al ministero dell’Interno, siamo pronti ad ampliare la rete Sai già presente nei nostri territori per poter accogliere e inserire le famiglie che rientrano nel programma di protezione definito dal Governo del personale civile afghano collaboratore del contingente militare nazionale, la cosiddetta Operazione Aquila”.
Un intervento che già è stato messo in atto tra il 2014 e il 2019, ma che davanti alla ritirata dei contingenti occidentali assume dimensioni piuttosto maggiori, quanto meno per mettere subito in sicurezza le famiglie dei collaboratori del contingente militare a Kabul e presso il comando di Herat.
“Il Governo sta facendo entrare nel Paese – sottolinea – queste famiglie: abbiamo scritto al ministero dell’Interno che se la legge che disciplinerà termini e condizioni dell’accoglienza dei cittadini afghani prevederà in tempi brevi l’ampliamento della capacità di accoglienza diffusa sul territorio, con risorse mirate per l’emergenza in corso, noi potremmo ripetere l’esperienza fatta già dal 2014 con l’inserimento dei collaboratori di missioni italiane nella rete Sai – ribadisce Biffoni -. Questa è l’accoglienza adeguata per i rifugiati afghani. Diversi Comuni hanno già manifestato la loro disponibilità a prevedere nei loro progetti Sai posti specifici per i collaboratori afghani e le loro famiglie, come primo passo per garantire nel prossimo futuro accoglienza e integrazione a donne e uomini in queste ore in fuga dal loro Paese. Nella rete Sai già sono presenti rifugiati afghani che stanno manifestando agli operatori la grande preoccupazione per chi è rimasto nel Paese ormai nelle mani dei talebani: noi sindaci con le nostre comunità – conclude – siamo pronti a fare la nostra parte”.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IL PREMIER CONTINUA A TACERE SUL CASO
Sarà un po’ il Ferragosto e sarà un po’ che le priorità a Palazzo Chigi sono altre, a
cominciare dall’Afghanistan. Fatto sta che Mario Draghi continua a tacere sul caso Durigon.
Sono passati 12 giorni da quando il sottosegretario leghista all’Economia ha proposto di re-intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini invece che ai giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma il premier tace, nonostante Pd, M5S e LeU abbiano chiesto le dimissioni di Durigon o, in alternativa, l’intervento di Draghi per revocargli le deleghe.
Per mettere pressione al premier, i giallorosa hanno anche annunciato per settembre una mozione contro il fedelissimo di Salvini, ma sperano che Draghi o il ministro dell’Economia Daniele Franco intervengano prima.
Si rimpallano la patata bollente: Pd e M5S chiedono a Draghi di rimuovere Durigon prima della mozione perché, dice un ministro, “l’attenzione rischia di abbassarsi”; il premier invece non vuole rompere con Salvini – che per tutta risposta attacca lui e la ministra Luciana Lamorgese sui migranti – lasciando che sia il Parlamento, a settembre, a decidere. Se sfiducia parlamentare sarà, Draghi non potrà che prenderne atto. Di fatto, scaricando sulle Camere la responsabilità di una decisione tutta politica. E quindi, per il momento, resta il silenzio.
Da Palazzo Chigi avevano spiegato che Draghi avrebbe deciso dopo Ferragosto, ma ora che la festa è passata, la risposta non arriva.
In questo gioco tattico, però si inserisce la variabile Lega.
Perché se Salvini ormai ne ha fatto una questione di principio – anche se in privato ha criticato il suo sottosegretario: “Ha detto una c…” – lo stesso non vale per molti dentro il Carroccio.
In particolare per il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e per il governatore del Veneto Luca Zaia. Entrambi in silenzio pubblicamente, ma molto attivi dietro le quinte. Giorgetti, dal suo buen ritiro nel varesotto, non ha rinunciato a sentire i suoi fedelissimi, ma ha anche parlato con Draghi e Franco.
Il primo obiettivo del vicesegretario della Lega, considerato ormai un ministro in quota Draghi, è quello di “lasciare lavorare” il governo senza provocare rotture: quindi su Durigon “deciderà il premier”, ha detto Giorgetti ai suoi prendendo le distanze dalla linea di Salvini.
Ma poi da questi colloqui è uscito un nome: quello di Massimo Bitonci, padovano e già sottosegretario al Tesoro del Conte-1. Un profilo perfetto per sostituire Durigon, già estromesso a febbraio.
Giorgetti proverà a convincere Salvini a giocare d’anticipo e sostituire Durigon con Bitonci. Ed è su quest’ultimo che punta anche Luca Zaia, che in Durigon non ha mai trovato un orecchio attento al Mef.
Tra il governatore e l’ex sindaco di Padova non corre buon sangue ma, è il ragionamento degli “zaiani”, quando il presidente del Veneto tornerà a battere sul federalismo sarà meglio avere una sponda al Tesoro. Bitonci inoltre ha un’altra caratteristica: è tra i leghisti del nord che hanno sposato da subito il nuovo corso di Salvini. Anche Matteo, quindi, potrebbe mandarlo giù.
(da IlFatto Quotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO QUESTO TRADIMENTO CHI CREDERA’ PIU’ AI NOSTRI ANNUNCI DI DEMOCRAZIA?
La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato per questo Otto Settembre afghano è la parola interesse.
L’ha pronunciata il segretario di Stato americano: restare in Afghanistan non è nel nostro interesse. Dando un nome alle cose si rischia di ferirle in mezzo al cuore con un colpo irrimediabile.
Ho provato a immaginare un afghano all’aeroporto di Kabul impegnato in una caparbia opera di sopravvivenza, con i taleban all’uscio, collerici, farnetichi, sentenziatori di morte, vittoriosi.
O uno di quelli che vivono nascosti perché sanno che i taleban stanno spuntando i nomi nelle liste abbandonate dagli occidentali, e si sentono già imputati in bieche aule di tribunali supremi, da impietose inquisizioni. In poche ore il mondo nuovo si è dissolto di colpo nelle profondità di campo del tempo. E quello che rimane loro è la frase del segretario di Stato americano, uno di quelli che avevano promesso di buttar giù a spallate la loro storia medioevale.
Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all’improvviso affrettati. Ma come si fa a non ruggire di fonte a una così sfacciata, volgare manifestazione di nichilismo interiore?
Raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata, di più vanitoso, lercio e appunto interessato di questo tradimento. Che il buio risorga Fa capolino già la successiva vergogna, cancellare gli afghani dalla memoria, si appronta il cassetto dove riporli accanto ai vietnamiti, ai cambogiani, ai somali, ai curdi e agli iracheni.
In Occidente i perseguitati non hanno fortuna, non suscitano simpatie perché sono deboli. A Kabul il nostro mondo, esportato a forza, provvisorio, tarlato, è crollato in poche ore. Ma era da tempo che noi ce ne andavamo con i nostri pregiudizi, i nostri soldati invincibili, i canti e le bandiere.
Non abbiamo nemmeno provato, per nasconder la vergogna della sconfitta, a stendere la mano a coloro che sono rimasti lì, per cui non ci sarà nessun ponte aereo, nella speranza che non la rifiutassero con troppo disgusto: che avete fatto perché noi si sia meno infelici?
Ci chiederanno essi: che cosa avete fatto perché vivessimo in pace? In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l’aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi Già: gli afghani gli darebbero adesso ragione.
Il loro peccato è di essere soltanto esseri umani, troppo poco per diventare interessi, per questa trasmutazione non sono bastati venti anni.
Dietro ognuno, anche quelli che non ci amavano, sì, anche i taleban, c’è una identità: retti, astuti, malvagi, pratici, dolci, autoritari, fanatici, secoli di fatiche durissime tra quelle pietre li hanno induriti.
Invece sono rimasti ombre anonime e scialbe che si possono abbandonare, in fondo senza nemmeno l’ingombro di troppi rimorsi. Eppure loro eravamo noi, il loro destino eravamo noi. C’è in questa realpolitik così sguaiata un rischio mortale. I nostri proclami sono ormai cose morte ma non mute. Testimoniano, accusano.
Chi dopo questo tradimento così esplicito presterà ancora fede alle nostre parole, chi penserà che i nostri annunci di democrazia, tolleranza, la nostra magnifica parola diritti, siano altro che polvere se non coincide con i nostri interessi? Dove troveremo alleati visto che cerchiamo solo caudatari e complici provvisori?
Le assonanze tra Kabul e Saigon, tra la fuga dal Vietnam e quella dall’Afghanistan assordano: la trattativa con l’Arcinemico fino a un minuto prima impronunciabile, il ritiro, gli alleati locali lasciati soli con satrapi balbettanti e corrotti, con eserciti fatiscenti e abituatati a far da comparse, regimi che si sciolgono, presidenti che fuggono, divise e armi gettate via, gli elicotteri, sempre loro, che portano via i nostri e, se c’è posto, anche qualcuno di loro.
La stessa domanda: perché i loro combattono e i nostri no? E’ solo a distanza di cinquant’ anni la replica della stupidità militare di qualche nuovo impomatato Westmoreland? No. E’ un metodo.
(da La Stampa)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
ZARIFA HA 27 ANNI: “SONO SEDUTA QUI IN ATTESA CHE ARRIVINO”… QUASI COME I POLITICI ITALIANI
Zarifa Ghafari ha 27 anni ed è la sindaca più giovane dell’Afghanistan. Vive nella
provincia di Maidan Wardak e da sempre è in vista per essere sostenitrice dei diritti delle donne.
Dopo il ritiro delle truppe Usa che ha portato alla caduta di Kabul e alla presa di potere da parte dei talebani ha raccontato di essere in pericolo: i talebani «verranno per le persone come me e mi uccideranno. Sono seduta qui in attesa che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sto solo seduta con loro e mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E comunque, dove andrei?», ha detto al New York Times.
La ripresa del controllo talebano minaccia la sicurezza delle donne in Afghanistan, in particolare attiviste, giornaliste e donne politiche come Ghafari.
Ghafari è stata nominata sindaca nell’estate del 2018 dal presidente Ashraf Ghani. Sebbene i casi di governatrici e sindaci donne non siano una novità in Afghanistan, lei è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo nella città molto conservatrice di Maidan Shar.
Conduce le sue battaglie anche grazie al programma radiofonico da lei inventato e tramite un’organizzazione non governativa incentrata sull’emancipazione economica delle donne.
Con il pericolo di un ritorno dei talebani, a Ghafari è stato assegnato un lavoro al ministero della Difesa a Kabul, con il compito di occuparsi dei soldati e dei civili feriti in attacchi terroristici. «Sono così distrutta», ha detto. «Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire».
(da Open)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
GLI USA 978 MILIARDI DI DOLLARI, L’ITALIA 9 MILIARDI DI EURO
Quanto hanno speso l’Italia e l’Occidente in Afghanistan in venti anni? L’impegno militare nel paese, il più imponente dal Dopoguerra, è terminato il 9 giugno scorso con l’ammainabandiera alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Le operazioni di rimpatrio degli uomini, che erano 800 all’inizio dell’anno, sono iniziate a maggio.
A consuntivo per l’Italia la cifra calcolata dall’Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x è di 8 miliardi e 700 milioni di euro. Di cui soltanto 840 sono stati spesi per addestrare le forze militari afghane. Mentre tra i paesi alleati spicca la spesa degli Stati Uniti, che secondo un rapporto della Brown University del 2019 citato dalla Bbc avevano tirato fuori 978 miliardi di dollari.
Quanto ha speso l’Italia in Afghanistan
A consuntivo, spiega l’Osservatorio, in venti anni di presenza complessiva in Afghanistan l’Italia ha speso 8,7 miliardi di euro di cui 840 milioni per i contributi diretti alle Forze armate Afghane. Le stesse forze che si sono ritirate senza combattere davanti all’avanzata dei Talebani.
Per l’Italia, ricorda oggi Il Fatto Quotidiano, tutto è cominciato nel 2001 con la partecipazione dell’Italia alla missione Isaf (International Security Air Force) e l’invio dei primi 350 soldati. All’epoca arrivarono i primi 82 milioni. Da lì la curva delle spese si è impennata, passando dai 286 milioni del 2002 ai 389 del 2008. Nel 2009 il cambio di strategia della Nato: maggiore impegno degli alleati e rafforzamento delle istituzioni locali con la missione Nato Training Mission in Afghanistan che serve ad addestrare l’esercito.
E raddoppiano le spese: 638 milioni nel 2009, 811 nel 2010, 914 nel 2011. La discesa comincia l’anno dopo con il taglio dei costi varato dal governo Monti: 865 milioni nel 2012, 176 nel 2018. Nel 2015 però si apre anche un nuovo capitolo di spesa a sé stante: 120 milioni l’anno fino al 2021 da versare per l’addestramento diretto delle Forze afghane. «Un costo extra di 840 milioni investiti per un esercito che in 10 giorni si è arreso ai talebani – dice Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo e curatore del rapporto – È evidente che qualcosa è andato storto: abbiamo addestrato un sistema di forze armate corrotto e inadeguato. Lo dimostra il numero di fucili e mitragliatori definiti ‘persi’ ma in realtà venduti: 150 mila solo tra quelli forniti da Usa e UK»
La BBC segnala che la stragrande maggioranza della spesa in Afghanistan è arrivata dagli Stati Uniti, che tra il 2010 e il 2012 sono arrivati ad avere 100mila soldati nel paese e a spendere quasi 100 miliardi di dollari l’anno secondo i dati del governo. Nel 2018 la spesa militare annuale era scesa a 45 miliardi di dollari mentre quella totale, da ottobre 2001 a settembre 2019, ha raggiunto i 778 miliardi.
Ma a questo conto bisogna aggiungere i soldi messi nei progetti di ricostruzione: 44 miliardi. Sulla base dei dati ufficiali il costo totale ammonta quindi a 822 miliardi tra 2001 e 2019, senza però includere i capitoli di spesa collegati, come i costi per la base in Pakistan che veniva utilizzata per le operazioni in Afghanistan.
Secondo uno studio della Brown University nel 2019, che ha esaminato la spesa bellica sia in Afghanistan che in Pakistan, gli Stati Uniti avevano speso circa978 miliardi di dollari: la stima include anche i soldi stanziati per l’anno fiscale 2020). Il Regno Unito e la Germania invece hanno speso rispettivamente 30 e 19 miliardi mentre dopo il ritiro gli Stati Uniti e la Nato hanno promesso 4 miliardi dollari l’anno fino al 2024 per finanziare le forze afghane.
E dove sono finiti i soldi? La maggior parte dei soldi spesi in Afghanistan è stata destinata alle operazioni di contrasto ai Talebani e alle truppe: cibo, vestiti, cure mediche, stipendi speciali e benefits. I dati ufficiali dicono che dal 2002 gli Stati Uniti hanno speso circa 143,27 miliardi di dollari in attività di ricostruzione.
Più della metà (88,32 miliardi di dollari) è stata spesa per rafforzare le forze di sicurezza afghane, tra cui l’esercito nazionale afghano e le forze di polizia. Quasi 36 miliardi di dollari sono stati stanziati per la governance e lo sviluppo, mentre importi inferiori sono stati stanziati anche per gli sforzi contro la droga e per gli aiuti umanitari. Parte di questo denaro è finito in sprechi, frodi e abusi nel corso degli anni. In un rapporto al Congresso degli Stati Uniti che risale all’ottobre 2020, l’organismo di vigilanza responsabile della supervisione degli sforzi di ricostruzione in Afghanistan ha stimato che circa 19 miliardi di dollari sono stati persi in questo modo tra maggio 2009 e 31 dicembre 2019.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IL CAPO DI TOLO NEWS E LE IMMAGINI DELLE SUE OPERATRICI TORNATE UL CAMPO E NEGLI STUDI TELEVISIVI
Parlare di sfida è probabilmente riduttivo, ma la scelta coraggiosa di Tolo News
rientra nell’ambito di quella resistenza ai vecchi ideali talebani che vorrebbero una donna relegata in casa senza possibilità di espressione del proprio pensiero. E seguendo questa linea, l’emittente televisiva afgana ha ripreso questa mattina le sua trasmissioni con una conduttrice donna e altre giornaliste inviate sui territori di Kabul e dintorni per raccontare la situazione in Afghanistan.
Il filmato mostra l’intervista – andata in onda solo qualche ora fa su Tolo News – al portavoce dei talebani Mawlawi Abdulhaq Hemad. A condurre l’edizione del telegiornale è stata la giornalista Beheshta Arghand che ha posto molte domande all’ospite in studio. Ma il coraggio dell’emittente afgana non è stato solo uno specchietto per le allodole, come dimostrato dalle tantissime giornaliste che hanno preso parte al palinsesto di oggi, raccontando l’Afghanistan nelle mani dei talebani direttamente dalle strade di Kabul e dintorni.
Tweet che non sono casuali. A condividere queste immagini, infatti, è Miraqa Popal, a capo dell’emittente Tolo News. Un chiaro segnale che va contro quanto sta mandando mandando in onda, come riporta Giornalettismo, la televisione di Stato RTA: sullo sfondo simboli e messaggi dell’Emirato islamico dell’Afghanistan e l’intera edizione del telegiornale condotta dai talebani completamente in lingua pashto.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
L’INCONTRO ESTIVO TRA DI MAIO, EMILIANO E BOCCIA TRA LE SABBIE DEL TOGO BAY, SEQUESTRATO PER UN CONTENZIOSO
Sembra una barzelletta, ma non lo è: Luigi Di Maio è in vacanza in Puglia, più precisamente a Porto Cesareo (in Salento). E proprio davanti alle acque cristalline del mar Ionio ha incontrato il governatore della Regione, Michele Emiliano, e il parlamentare del Partito Democratico – ed ex Ministro per gli Affari Regionali – Francesco Boccia. Sui social in molti si sono indignati per queste “ferie” durante la situazione (a dir poco) complicata in Afghanistan. Ma da lì arrivano altri dettagli che poco hanno a che vedere con la Farnesina.
Il “Togo Bay”, lo stabilimento nel quale il Ministro degli Esteri si è fatto immortalare e dove ha trascorso qualche giorno di vacanza, è stato posto sotto sequestro dalla Procura – insieme al Bonavista – lo scorso 10 agosto per via di un contenzioso di ambito demaniale.
Una parte di quella spiaggia, infatti, non dovrebbe far parte dello stabilimento a partire dal 2019, quando venne effettuata una rivisitazione della fascia demaniale marittima. Insomma, da tre anni il Togo Bay insisterebbe su una lingua di sabbia (non tutta, ma una parte) di proprietà dello Stato e al di fuori delle concessioni.
Per questo motivo la Procura ne ha chiesto il sequestro, anche se nei giorni scorsi è arrivato il via libera affinché si possa concludere la stagione turistica estiva senza lasciare i lavoratori senza lavoro e i vacanzieri senza ombrelloni, sdraie e lettini: “Rilevato che anche alla luce delle decisioni del giudice amministrativo – come riporta il Nuovo Quotidiano di Puglia -, le parti hanno sicuramente fatto affidamento sulla possibilità di poter lavorare, è rilevato che non vi sono motivi ostativi perché la attività turistico balneare possa proseguire fino al termine della corrente stagione, si concede la facoltà d’uso degli stabilimenti”.
Luigi Di Maio, Michele Emiliano e Francesco Boccia – dunque – si sono incontrati in un luogo posto sotto sequestro. Ovviamente non hanno commesso nulla di male perché è stata concessa la facoltà d’uso fino al termine della stagione. Si tratta, però, di tre rappresentanti delle istituzioni: un ministro, un governatore e un parlamentare. Non si poteva scegliere un luogo diverso per dare il buon esempio? Oppure vale il detto “chi di Papeete ferisce, di Papeete perisce?”.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
BERLINO RAGIONA ANCHE SULL’OBBLIGO VACCINALE
La Germania stringe sull’obbligo vaccinale. E il risultato è un Green pass ancora più
“duro” di quello italiano.
Di fronte a un apparente calo della disponibilità dei cittadini a vaccinarsi, il Paese si è dato nuove disposizioni: a partire dal prossimo 23 agosto, la cosiddetta regola delle tre G – geimpft getestet genesen, ossia vaccinato, testato o guarito – troverà applicazione in maniera uniforme su tutto il territorio federale.
Soltanto esibendo la certificazione che attesta uno di questi tre stati, sarà possibile restare all’interno di locali pubblici o privati, incluse le discoteche, ormai riaperte da tempo. Inoltre i tamponi, finora gratuiti, cesseranno di esserlo a partire dall′11 ottobre. La Germania fa dietrofront e segue l’Italia anche sulle vaccinazioni contro il Covid per i più giovani, raccomandandole per gli adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni.
L’obiettivo della stretta è quello di spingere la campagna vaccinale, dato il dilagare della variante Delta. Per raggiungerlo, il Paese è pronto a discutere anche di obbligo vaccinale, una novità nel dibattito pubblico dato che finora la Cancelliera, Angela Merkel, aveva sempre ribadito che il governo di Große Koalition non avrebbe mai fatto ricorso all’obbligo vaccinale generalizzato o per categorie.
Se inizialmente la filosofia tedesca era quella delle “spinte gentili” (nudge), ovvero quelle che riconoscono a chi si vaccina una ricompensa, dal buono-gelato alla lotteria a premi, ora si parla di una linea più rigida.
Da ottobre appunto, si potrà pensare di effettuare i tamponi a pagamento e, infine, discutere della vaccinazione obbligatoria per alcune categorie o, infine, per la generalità della popolazione.
I sedici governatori dei Länder hanno però impedito che prevalesse la posizione assai più rigida del ministro della Salute, Jens Spahn (Cdu), la cui bozza di accordo prevedeva un divieto di ingresso generalizzato nei locali per i non vaccinati.
Una impostazione simile è stata respinta al mittente non solo dal collega di partito e candidato alla Cancelleria per la Cdu/Csu, Armin Laschet, ma anche da Alena Buyx, presidente del Consiglio etico tedesco (Deutscher Ethikrat), un comitato di esperti che formula pareri e raccomandazioni per Governo e Parlamento federali su temi al crocevia tra scienza, etica e diritto.
Secondo la Buyx, che il 12 agosto ha rilasciato un’intervista all’emittente televisiva Zdf, occorre evitare per il momento di minacciare una parziale esclusione dalla vita sociale dei cittadini non vaccinati.
L’accordo prevede che i Länder avranno facoltà di sospendere il green pass, ogniqualvolta l’incidenza settimanale sia inferiore alla soglia dei 35 contagi per 100 mila abitanti.
La socialdemocratica governatrice del Meclemburgo-Pomerania anteriore, Manuela Schwesig, ad esempio, ha già promesso che sotto a una tale soglia il Land non applicherà restrizioni.
Cambiano anche le regole sulla quarantena: non sarà più necessario sottoporsi a quarantena oppure a tampone se già vaccinati o guariti dalla malattia, nemmeno se si figura come contatti stretti di individui risultati positivi al virus. Ragionevoli appaiono anche le regole sull’isolamento fiduciario per chi rientra dall’estero. Essendo la variante Delta ormai prevalente ovunque, i cittadini residenti in Germania, se vaccinati, non dovranno sottoporsi ad alcuna forma di quarantena (le uniche eccezioni riguardano i rientri da Brasile e Uruguay).
Sul vaccino agli over 12, il cambio di rotta, spiega la Commissione permanente sulle vaccinazioni (Stiko), è dovuto all’arrivo di nuovi dati, in particolare dal programma di vaccinazione statunitense con quasi 10 milioni di bambini e adolescenti vaccinati. Inizialmente, almeno fino allo scorso 10 giugno, la Commissione tedesca raccomandava le vaccinazioni per gli adolescenti solo in presenza di determinate situazioni cliniche, come ad esempio la presenza di malattie pregresse con un aumentato rischio di decorso della malattia grave o per vulnerabili senza un’adeguata protezione immunitaria.
Dalle nuove informazioni provenienti dagli Stati Uniti si è potuto constatare che la “rarissima infiammazione del muscolo cardiaco osservata a seguito della vaccinazione, specialmente nei giovani maschi vaccinati, deve essere considerata come un effetto collaterale della vaccinazione.
Nella maggior parte dei casi, i pazienti con queste miocarditi sono stati ricoverati in ospedale, ma hanno avuto un decorso semplice a seguito di cure mediche appropriate”. Viene inoltre sottolineato come “recenti studi indicano che il coinvolgimento cardiaco può verificarsi anche a causa del Covid.
Inoltre, finora non si sono verificati segnali di ulteriori effetti collaterali gravi dopo la vaccinazione con mRna (Pfizer e Moderna), specialmente nei bambini e negli adolescenti”.
Ulteriore elemento di valutazione che ha fatto propendere la Stiko per la scelta di raccomandare il vaccino ai più giovani riguarda poi la variante delta ora dominante. “Questa ha mostrato che esiste un rischio significativamente più elevato di infezione da Sars-CoV-2 in una possibile quarta ondata di infezioni per bambini e adolescenti. Rimane incerto se e per quanto tempo il Covid si manifesti nei bambini e negli adolescenti”.
La conclusione della Commissione tedesca è che, secondo lo stato attuale delle conoscenze, “i vantaggi della vaccinazione superano il rischio di effetti collaterali molto rari del vaccino” anche per gli adolescenti di questa fascia d’età. La raccomandazione per i giovani dai 12 ai 17 anni è principalmente finalizzata alla protezione dal Covid e dalle conseguenze psicosociali associate. In ogni caso si sottolinea come “la vaccinazione deve continuare a essere effettuata previo parere medico sui benefici e sui rischi”.
Quanto alle implicazioni relative al green pass, la Stiko si dichiara “espressamente contraria a fare delle vaccinazioni un prerequisito per la partecipazione sociale dei bambini e degli adolescenti”. Il dietrofront tedesco è un duro colpo per la retorica sovranista che da settimane si batteva contro la “follia” della vaccinazioni ai più giovani, prendendo proprio la Germania come esempio da seguire. In meno di una settimana, prima con l’estensione del green pass e ora con la raccomandazione dei vaccini anche per gli adolescenti, sembrano essere venuti meno un po’ tutti gli argomenti chiave utilizzati dagli oppositori interni ed esterni al governo per attaccare la politica vaccinale italiana.
(da agenzie)
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